Tre studi per Abu Ghraib

15 maggio 2004
Pubblicato da

di Federica Fracassi/Teatro Aperto

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A proposito di immagini, immaginario,verità, rappresentazione, abominio, inconscio, composizione porto lo sguardo sull’opera di Francis Bacon a cui penso ossessivamente in questi giorni.
Giorni che si stanno facendo abitudine di performances che oltrepassano il segno artistico, mandando in cortocircuito i rapporti tra realtà e rappresentazione.

Si stabiliscono nuovi tragici primati spettacolari per mano di persone che, almeno in apparenza, non sembravano aver scelto l’arte come vocazione e che, probabilmente, non conoscono l’opera di uno come Bacon : le torri crollate, la piramide umana, i binari divelti, l’uomo in arancio sgozzato, lo spaventapasseri di fili elettrici…

Smetto qua. Non riesco ad aggiungere altro o a trarre conclusioni.
Riporto solo poche frasi di una conversazione tra Jean Clay e Michel Leiris intitolata “Bacon, il pittore della disperazione umana” pubblicata in Italia da Abscondita, Carte d’artisti n°11.

“Leiris: (…) Certo, Bacon non è rassicurante, non lenisce. Non fa una pittura tranquillizzante. Ma anche l’epoca, lo abbiamo detto, non è tranquillizzante. non siamo degli olimpici. Bacon aveva trent’anni nel 1939. Anch’egli ha vissuto la guerra, il nazismo, i campi di concentramento, Hiroshima. Bacon intende esprimere la profondità delle cose- e dietro l’apparenza vi è solo questo: l’orrore. La verità non è gaia se la si guarda con un minimo di lucidità. Non è lui responsabile di tutto questo. E non è un idealista. Coloro che non vogliono guardare in faccia la verità sono banali.

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3 Responses to Tre studi per Abu Ghraib

  1. Elio Paoloni il 16 maggio 2004 alle 18:42

    Sì, è incredibile come quelle foto richiamino Bacon. Il giorno che ho visto le foto mi sono annotato queste righe:

    Le foto contano, quelle soltanto. Non il “documento” delle atrocità ma la messa in scena, l’incredibile carattere “artistico”: i riccioli che incorniciavano il volto della soldatessa sembravano quelli della protagonista di un vecchio fumetto, Betty Bop, se ricordo bene. E quei cappucci, insieme alle mascherature elettroniche rendevano BACONIANO il mucchio di nudi. Ma cosa studiano nelle caserme americane, il Salò di Pasolini?

  2. andrea barbieri il 17 maggio 2004 alle 23:42

    Secondo me.
    Bacon viene cacciato di casa a 16 anni. A 20 anni comincia a disegnare mobili. A 24 anni anni dipinge la prima crocifissione. A 35 anni comincia a dipingere seriamente e il risultato è il trittico riprodotto in questo topic. Ha un talento enorme per la composizione e il colore (mentre non sapeva assolutamente disegnare, infatti non disegnava mai), i suoi dipinti sono elegantissimi, partiranno dal suo dramma e dalle sue fantasie sessuali d’accordo, avranno specialmente all’inizio soggetti terrificanti, ma finiscono per diventare sontuosi come i quadri di Tiziano. Le immagini delle torture non hanno eleganza, colpiscono per il fatto che assomigliano molto a ciò che i critici accreditati chiamano arte contemporanea e di solito appendono nei musei accreditati. A dire la verità quelle foto non hanno proprio l’intenzione di essere arte. Eppure a trovarle all’ultima Biennale di Venezia avrebbero fatto una certa figura, le avrebbe comprate qualche fondazione. Allora c’è qualcosa che non torna, o certa arte non è proprio arte ma comunicazione pubblicitaria di un prodotto che è l’opera d’arte stessa, oppure le soldatesse americane sono i Bacon del futuro e vanno invitate alla prossima Biennale.
    Scusate se la metto così, le foto delle torture sono prima di tutto la testimonianza del dolore di esseri umani, ma mi pare che le considerazioni estetiche che scatenano vengano da un’opinione un po’ discutibile dell’arte e volevo dirlo.

  3. federica fracassi il 18 maggio 2004 alle 10:17

    Caro Andrea,
    dò per scontato il dramma umano e etico che si sta consumando in questo tempo. Non basterebbero fiumi di inchiostro a gridare la mia indignazione.
    Rispetto al discorso estetico che ho sollevato ci tengo a dirti che la mia non è un’opinione sull’arte, ma una serie di domande che mi pongo sull’arte. Mi sono sentita molto idiota a postare un articolo così incompleto, ma c’è qualcosa lì dentro che mi fa riflettere anche se non ne sono ancora venuta a capo. C’è qualcosa che sta andando in cortocircuito nell’uso delle immagini ed è qualcosa di così sottile che mi fa molta paura.
    so che non ti rispondo nemmeno così, ma volevo aggiungere questo.



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