Intervista sul noir

25 maggio 2004
Pubblicato da

a Raul Montanari

noir.jpgGen.le Raul Montanari
mi scusi se la disturbo, ma volevo invitarla a rispondere alla nostra
inchiesta sul Noir italiano, a cui abbiamo chiesto di partecipare anche a
Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Giorgio Faletti, Giancarlo De Cataldo ed
i più importanti autori del noir italiano.

Volevo pertanto inviarle queste 5 domande della nostra inchiesta, con la
cortesia e la preghiera che Lei possa risponderci entro il 10 Maggio.

La redazionre di Origine.

1. Non vi sembra che ci sia da parte della critica una fretta eccessiva,
ultimamente, di etichettare come “Noir” qualsiasi libro di uno scrittore
italiano contemporaneo contenga un delitto o un fatto di sangue? Se si
potesse far così, non sarebbero romanzi Noir anche “Lo Straniero” di Camus e
“Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald…

O l’Edipo Re, o l’Asino d’oro
La critica ha sempre fretta di etichettare, perché una certa dose di riduzionismo fa parte del suo lavoro. Non è strano.

Devo dire che forse la definizione più esatta del genere di cui stiamo parlando è quella che danno i tedeschi. Loro non parlano di noir (un termine che cerca di definire un’atmosfera, morale o ambientale), o di giallo (sappiamo la storia curiosa di questa parola, che è semplicemente un traslato da un elemento di riconoscibilità commerciale a un genere letterario) o di poliziesco (e quando la polizia non c’è?) o ancora di thriller (ci sono molti libri e film di questo genere che, deliberatamente, non danno nessun brivido). Le chiamano semplicemente “Krimi”, storie criminali. In altre parole: il detective può anche non esserci, ma il crimine deve proprio starci.

2. Pensate che nel bel mezzo della postmodernità, dove i “generi” letterari
simescolano, s’incrociano e si sovrappongono nell’ambito dello stesso libro
si pensi a un romanzo come “Q” dei Luther Blissett, definito di volta in
volta “Western teologico”, “ibrido tra Noir, Spy Story e Romanzo Storico”),
il “genere” Noir abbia ancora delle regole definite: e se sì, quali?

Anzitutto deve contenere un’azione criminale, cosa che lo accomuna al giallo. La differenza però è chiara:

GIALLO:

In perfetta simultaneità, Conan Doyle e Freud (entrambi medici!) plasmano la grande utopia positivista, la rivincita del cervello sul cuore e sulle viscere. Giallo e psicanalisi descrivono un iter identico:

– Presupposto: nel mondo esiste un ordine, e la ragione umana è fatta apposta per riconoscerlo e comunicarlo.

– Il caso (poliziesco o clinico): rottura dell’ordine attraverso un trauma (omicidio, furto, infrazione di un tabù sessuale…).

– Gli elementi: ancora una volta testimonianze e indizi (la deposizione di un teste o la cenere della sigaretta per l’investigatore; i racconti del paziente, i suoi sogni, i suoi lapsus per lo psicanalista).

– Procedimento: ragionando su dati apparentemente insignificanti, investigatore e psicanalista ricostruiscono la scena del trauma iniziale, individuano il colpevole, ripristinano l’ordine. L’armonia fra uomo e mondo è salva.

NOIR:

– Presuppone non l’ordine ma il disordine del mondo. Il mondo è caos, incrocio di linguaggi e magma di regole contraddittorie.

– All’interno di questo caos, il criminale (spesso il vero protagonista della narrazione, che può assumere il suo stesso punto di vista) cerca di imporre un ordine parziale, ossia elabora un piano: uccidere un uomo, compiere una rapina, ecc.

– Di norma, questo piano è destinato al fallimento.

Il collasso finale del criminale diventa metafora della nostra esistenza, del nostro tentativo continuo e frustrato di controllare una realtà sfuggente. La simpatia che proviamo per i grandi vilain dei noir è certamente lo sfogo proiettivo delle nostre pulsioni violente (loro uccidono per conto nostro) o dell’aspirazione a infrangere i limiti in cui sentiamo rinchiusa la nostra vita (la grande rapina alla banca nasce dallo stesso desiderio di un brusco salto di qualità che esprimiamo giocando al Totocalcio), ma sorge anche da una identificazione fra perdenti, dal riconoscimento che il loro scacco è anche il nostro. Personalmente sono convinto che questo sia il motivo per cui sempre più spesso, ultimamente, compaiono narrazioni noir nelle quali il cattivo non viene affatto punito, non fallisce. Il nostro anelito all’evasione da una realtà asfittica trova allora uno sfogo compiuto, coerente fino in fondo, e in particolare il serial killer si propone come l’eroe nero di fine millennio e oltre.

L’autocensura, che provocherebbe in noi un ovvio senso di colpa se fossimo invitati a una identificazione diretta con un brutale assassino, viene elusa intelligentemente nel Silenzio degli innocenti, con uno sdoppiamento della figura del criminale: se l’incolto e sgraziato Buffalo Bill merita di essere castigato – e troveremmo immorale che un simile animale la facesse franca ? il raffinato, enigmatico dottor Lecter, l’antropofago umanista, può trionfare senza che la cosa ci dispiaccia o ci spaventi. Un passo avanti fanno Seven (il cattivo vince, ma a prezzo dell’autodistruzione: troppo facile così! E’ il cattivo come kamikaze, barano al gioco entrambi perché non muovono da quella paura della morte che dovrebbe stare alla base di un agire motivato e autoconservativo) e soprattutto I soliti sospetti (qui il cattivo vince, punto e basta).

3. Perchè quegli stessi critici almeno (militanti, accademici, e via
discorrendo) che consideravano il Noir (e più o meno tutta la “letteratura
di genere”) come un prodotto di serie B, ne sono improvvisamente divenuti
gli apologeti?

Erano gli stessi? Siete sicuri? Non ho abbastanza informazioni su questo.
Di certo a blandire qualunque forma espressiva “pop” (a volte pure trash) si vince sempre. Perché il pubblico ti viene dietro ora, spernacchiando i puristi e gli apologeti dei valori estetici, e perché inevitabilmente, dopo un po’ di tempo, ci saranno le “riscoperte” e fior di critici (magari di un’altra generazione) diranno viva Simenon, viva James Bond, viva Alvaro Vitali. Con le dovute differenze, è ovvio.

4. Esiste, secondo voi, un caposaldo del genere Noir internazionale, un
libro da leggere assolutamente? E un romanzo Noir italiano contemporaneo per cui valga la stessa regola?

Se permetti vado un pochino controcorrente rispetto alla domanda. In tutta l’opera di Edgar Allan Poe c’è la fondazione sia del giallo sia del noir. Quanto agli autori italiani, consiglio un bellissimo noir del 1888: Il cappello del prete, di Emilio De Marchi. Giuro che c’è tutto!

Anzi, manca una cosa che a questi due autori non si poteva proprio chiedere: la preveggenza che un giorno il genere si sarebbe sviluppato indebolendo al massimo la figura del detective.

Dai bizzarri superuomini di Poe e Conan Doyle si è passati a un investigatore ideale che, auspicabilmente, dovrebbe essere storpio, monco, mutilo, magari ridotto a un ammasso organico indifeso e inidentificabile, meglio ancora se nato in condizioni disastrose e attualmente residente al Cottolengo o tenuto in vita artificialmente dentro un’ampolla di liquido amniotico, violentato dal padre e dalla madre all’età di due ore e quaranta minuti, semirimbecillito, diseredato, dotato lui stesso di propensioni criminali, tifoso dell’Inter, in grado di comunicare col mondo solo premendo un’escrescenza carnosa sull’unico tasto di un vecchio Commodore 64 che cade a pezzi, e ciò nonostante capace di risolvere il caso e far innamorare la bella poliziotta rimbambita!

5. Ha scritto Tiziano Scarpa: “Il giallo, il noir è commercialmente al
potere, è il genere letterario che vende, che funziona più di tutti. Perché
vergognarsene? Perché vi nascondete dietro un dito? Accettate serenamente
questo fatto. Sappiate assumervi le responsabilità di essere arrivati al
potere. Scrivendo di morti e ammazzamenti e investigatori e brividi si
piglia più pubblico.” Come commentereste questa affermazione?

Ha ragione.

Andrebbe aggiunta al quadro anche la narrativuccia pseudosentimentale. Quella è proprio inaffondabile.

Tag:

30 Responses to Intervista sul noir

  1. Nick Names il 25 maggio 2004 alle 22:33

    Come hanno risposto gli altri? Soprattutto alla questione differenza tra noir e giallo, ed eventulmente thriller. Per me ad es. se nel giallo è imprescindibile il meccanismo risolutivo, nel caso di noir e thriller non saprei parlare che di atmosfera, “mood” di fondo a fare la differenza – e non c’è niente di più incatalogabile. Thriller: tensione anche senza risoluzione e con buchi logici (meglio se non ci sono: il thriller si sviluppa e struttura, e l’ossatura dovrebbe determinarne l’incedere con climax anticlimax stacchi “che quaglino” ecco)… Noir: crisi dei generi precedenti, ma a essere sinceri non riesco a trovare il discrimine. Il disordine ontologico del mondo? Basta? Voglio dire, prendiamo il cinema: “Leave her to heaven” e “Laura” – entrambi con Gene Tierney bella da spavento – dovrebbero essere due noir. Che cosa li rende tali? Sono due noir? Da qualche parte ho trovato che il noir richiede una dark-lady-femme-fatale stracciauomini. Se aggiungiamo un uomo allo sbando e un intreccio che può anche non districarsi, e se si districa non necess. a favore del buono e bello e gentil generoso, magari ci avviciniamo all’essenza del noir. Che però, ripeto, ancora mi sfugge. Che hanno scritto gli altri in risposta?

  2. molloy il 26 maggio 2004 alle 01:06

    che post egocentrico (quindi inutile).

    ps: prima che intervenga il servizio anti puffi, l’autore (molloy) dichiara spontaneamente che l’I.P. (Internet Protocol) da cui proviene è lo stesso I.P. da cui proveniva il commento “che pezzo inutile” del 5 maggio (o giù di lì) a firma belacqua…quindi, si evince, che belacqua e molloy sono la stessa persona. amen.

  3. un passante il 26 maggio 2004 alle 01:14

    Molloy, che commento inutile! amen.

  4. riccardo ferrazzi il 26 maggio 2004 alle 12:20

    Molloy, mi sembri un po’ distruttivo “a prescindere”. Un po’ come quelli che imbrattano i muri e poi strillano se qualcuno li tocca, perché la loro è arte (?)

  5. gianni biondillo il 26 maggio 2004 alle 13:21

    Raul, cazzarola, com’è che a me non mi hanno intervistato? Ne va del mio ego!
    Basta! Scriverò solo romanzetti gialli sentimentali (ne ho in mente uno, lo voglio intitolare “Chiudi gli occhi e non ti muovere”. la quarta di copertina dice: “Per cosa uccide quel Kamikaze d’occidente? Per lasciare le cose come stanno.” Molloy ne farà una recensione sopraffina, lo so già.)

    g.
    p.s. Roma è sempre più vergognosamente bella…
    p.p.s. I commenti seri a quando torno a casa, sul mio computer…

  6. Raul Montanari il 26 maggio 2004 alle 13:30

    Caro Nick, ho riletto credo 4 volte il tuo commento senza capire esattamente cosa intendi e dove sta la tua insoddisfazione. Vedo che sei molto ansioso di sapere cosa hanno risposto gli “altri”, dato che lo ripeti all’inizio e alla fine, ma per saperlo dovrai procurarti Origine perché io non ne ho idea. Sono contenton almeno di avere fatto pubblicità a questa rivista.

    Dolce Molloy, aka varie altre identità, in cosa consiste l’egocentrismo? Nel fatto che intervistano me? Stai tranquillo che presto intervisteranno anche te, metterò io una buona parola citando la tua competenza e i tuoi titoli. Potrai presentarti anche incappucciato, giuro. Intanto non fare tu l’egocentrico, spostando bambinescamente l’attenzione sui tuoi dispettucci e lai, invece di permettere che si discuta sul contenuto del post. Sembri un bambino che frigna al supermercato. Nessuno di noi è responsabile delle tue sfighe e dei tuoi problemi, ma se ci spieghi di che si tratta cercheremo di aiutarti.

  7. franz il 26 maggio 2004 alle 13:39

    Belacqua, Molloy. Manca Malone (forse perchè muore?) e l’Innominabile (manca,immagino, perchè non si nomina nemmeno lui, perlomeno qui). In sostanza, c’è Beckett che ci sorveglia.
    A parte gli scherzi, a me pare che l’aria romana faccia bene – perlomeno a Biondillo!!
    Penso anch’io che la definizione crucca di Krimi sia la più avvolgente, se non altro. Storia criminale. Si, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano anche gli altri “noiristi”. Certo che la parola “noir” è più affascinante. A volte si definisce una cosa per amore di quella parola. Noir suona meglio di “nero” o di Krimi. Anche criminal novel non è male. Thriller è quasi cacofonico. De Cataldo ha preso una buona definizione italiana del genere e ne ha fatto un gran bel titolo: “Romanzo criminale”.
    Polàr (policier et noir)sarebbe poi il poliziesco, dove sono i poliziotti, di solito corrotti che stanno in prima linea nella narrazione. Ma a me questa definizione fa venire i brividi. Non da thrill. E’ che mi viene in mente il Polo Nord…;-)

  8. gino tasca il 26 maggio 2004 alle 13:58

    Ho avuto due sobbalzi – Monsieur Raoul (Raoul quand du Seigneur è una bellissima aria di Meyerbeer. Veramente splendida.)
    Ma non c’entra nulla. I sobbalzi, dicevo:
    – quando hai messo Freud in conto alla grande utopia positivista. Oh God! Ma se è uno dei maestri del negativo? Hai presente il suo ex-ergo all’Interpretazione dei sogni? … se non potrò smuovere le divinità uranie, acheronta movebo? Di sicuro lui era partito con il passo da scientista (più che positivista) ma poi la materia stessa che andava scoprendo – e gli va riconosciuto il fatto che non chiuse gli occhi quasi su niente – lo portò nelle più scure regioni del cuore. Di tenebra. Conservando, potresti dirmi, però, un intentento illuminista: il “wo Es war soll ich werden”. Sei hai letto anche solo un po’ di Lacan sai che – di questa frase – che sembrerebbe stabilire l’imperialismo dell’ Io, si può dare una lettura totalmente diversa. Là dove è Es deve Io (non “l’io”) addivenire. Non si tratta di conquista ma di scoprire quanto l’uno appartenga all’altro. Anche se poi, si può pattinare sulle dighe dello Zwidersee, ghiacciate.
    – Simenon con Alvaro Vitali!!!!!!!!! L’hai detto, credo, solo pour épater les bourgeois. Ho letto – mentre ero all’ospedale – un Maigret che era talmente perfetto che avrebbe santificato anche il Pierino più scorreggione.
    Bien. Ho finito.

  9. gino tasca il 26 maggio 2004 alle 14:00

    Dimenticavo: “narrativuccia pseudosentimentale”, dici.
    Esempi, esempi, esempi! Almeno uno e non rispondermi che me lo posso trovare da solo: io potrei, anche: ma voglio sapere da te cosa consideri tale.
    Tono un po’ inquistorio? Mi sa di sì ma immagina che io sia Maigret e tu un criminale.

  10. molloy il 26 maggio 2004 alle 14:59

    come al solito ti disunisci alla quarta riga. fino alla terza vai bene, sei ironico, tieni botta, poi sbraghi.
    stai manzo, raul, era per farti avere un po’ di commenti più.
    se non ci fossi dovreste inventarmi – e infatti il vecchio samuel mi ha inventato.

  11. Nick Names il 26 maggio 2004 alle 16:24

    Ah ecco, quand’ho letto pensavo che molloy volesse sputtanare me, ma il post cui si riferiva è il Post di partenza… La confusione dei tre generi giallo/thriller/noir è la mia, quando per evenienze classificatorie mi capita di scegliere… che ho sottomano? giallo noirthrillerkrimi. Per me è un gran magma di genere i cui elementi identificativi sono garbuglio, mistero, male, morte e tentativo di arrestarla, bloccarla. Andare all’Origine allora. Peccato che non riassumiate i contenuti delle riviste poco intercettabili. Vabbuo’.

  12. Nick Names il 26 maggio 2004 alle 16:27

    Ora che ci penso: giro la domanda a Biondillo.
    Biondillo, che cosa ci dice la sua sensibilità a proposito della distinzione tra noir-thriler-giallo? Si dilunghi pure…

  13. franz il 26 maggio 2004 alle 17:45

    Facciamo un altro pò di chiarezza. Seleziono dal risvolto di copertina de “Il Corvo” di Elmore Leonard:

    “…Ha un eccezionale orecchio per il ritmo… Il libro è come seta, fluido e senza intoppi… Quanti colpi di scena, quante sorprese… Un racconto splendidamente cattivo… Un orecchio acutissimo per la musica personale della gente… Maestro di personaggi distorti, inventore di uno dei più aggressivi “parlati” da strada… Pieno di cupe ironie metropolitane… Il più interessante autore di polizieschi di tutti i tempi… Il Charles Dickens della narrativa moderna… Rende la città più realisticamente della cronaca dei giornali… Un racconto imprevedibile, dal ritmo serratissimo… Uno dei migliori ritrattisti del crimine e dell’amoralità…

    Sono stralci di diverse recensioni uscite su giornali e riviste americane, ovviamente. Qualcosa si può capire anche per il noir in generale: la resa realistica (più della cronaca dei giornali). L’imprevedibilità delle situazioni, il ritmo serrato. Il ritratto del crimine, dei suoi “attori” e dell’amoralità di questi.
    Elmore Leonard è un fulgido esempio di scrittore di noir, una vecchia guardia sempre in sella.

    Prendiamo una scrittrice, ora.
    Risvolto di copertina de “Quella dolce follia” di un altra grande maestra del genere, Patricia Highsmith:

    “La storia è quella di un’attrazione fatale. David nutre per Annabelle un amore non corrisposto che lo costringe fatalmente a sviluppare una potenzialità psicotica nascosta sotto sembianze di assoluta normalità sociale. David è un chimico che preferisce alla brillante carriera di ricercatore che gli si offre da più parti un noioso ma ben pagato lavoro di routine. La ragione di questa scelta è Annabelle, una ragazza dolce e bella di cui si è innamorato e alla quale intende offrire il meglio dal punto di vista economico. Mentre David lavora a far soldi, Annabelle sposa un elettricista, povero, sgradevole d’aspetto e ottuso. Ha così inizio la follia di David, che non riesce a rendersi conto dei motivi di quanto è successo nè a vedere Annabelle per quello che è, una ragazza educata all’obbedienza e rassegnata al suo destino di moglie piccolo-borghese. David prende in affitto una casa sotto falso nome, l’arreda per Annabelle, immagina di trascorrervi con lei i weekend, e il percorso della schizofrenia comincia…”

    E ci sarà almeno un crimine.

    Se l’esempio Leonard si riferisce a un noir (o thriller, o krimi)nel quale il protagonista è un killer professionista e la storia prende inizio da un “servizio”, anche se non tutti i personaggi principali sono dei delinquenti, l’esempio di Highsmith è quello di un romanzo sostanzialmente psicologico nel quale è presente, seppure “virato” al nero, l’elemento rosa. Una storia d’amore non corrisposto e impossibile. Due esempi di grandissimo valore letterario ma molto diversi per stile, abientazione, intrecci, personaggi, accomunati da una cosa sola: la presenza del crimine. E’ questo che accomuna. Dunque la definizione di Krimi data da Montanari è senz’altro valida per entrambi questi due libri così diversi ed è valida in generale.
    Ma questi due libri possono essere anche chiamati Noir, a mio parere. Cosa NON sono invece? Non sono dei gialli. Il giallo prevede un problema criminologico con una soluzione finale data quasi sempre da un investigatore, privato o no. (Camilleri, per intenderci, scrive gialli).
    Nei due esempi citati (i primi che mi sono venuti a tiro)non c’è soluzione, perchè il tema trattato è il male, la sofferenza, l’angoscia, l’odio, anche l’amore, insomma elementi che si possono trovare anche nei romanzi rosa o in quelli diciamo così non di genere. Ma un unico ingrediente dev’essere indispensabile: il crimine.
    Il giallo ha una soluzione, il noir ( o thriller o crime novel per gli anglosassoni) non ha soluzione. Ma non v’è nulla di certo. I generi si frammischiano spesso, ma, se proprio dobbiamo fare una distinzione questa può essere fatta tra giallo e noir/thriller/crime novel.

  14. passante il 26 maggio 2004 alle 21:54

    ma Origine si è rivolta al Gentile Montanari o al Generale Montanari?? :-)))

  15. Orlando il 27 maggio 2004 alle 02:05

    Noir, Giallo, Krimi…
    i tedeschi sono il massimo, hanno gestalt insuperabili!
    Ma se il crimine viene solo immaginato?
    Masturbazioni tra “potenza” e “atto”… ma il conflitto dove lo mettete?
    Giallo: conflitto che si risolve, “pace e bene fratelli”.
    Noir:conflitto che entra in conflitto… troppo caos, fallimento assicurato.
    Thriller: vi racconto il conflitto in dettaglio, “rabbrividiamo party”.
    Ovvio che il lettore snobba il detective, ci interessa di più chi crea o chi cerca di contenere i danni?
    Comunque quando c’è Montanari le chiacchiere sono interessanti… discussioni sui nick, fastidi, animi delusi…
    Signori il conflitto è servito.

  16. Raul Montanari il 27 maggio 2004 alle 11:12

    Caro Gino, è straordinariamente concessivo da parte tua ipotizzare che altri, oltre a te, abbiano letto “almeno un po’” di Lacan. Immagino, per rimanere in contesto, che tu ti riferisca soprattutto al Seminario sulla lettera rubata. Scherzi a parte, grazie per il tuo intervento.

    Proviamo a chiarirci le idee:

    1. Certo che Freud è uno dei riferimenti del pensiero negativo, ma non uno dei maestri! Il contenuto del freudismo, la topografia della psiche, le analisi sul tema del doppio, l’evoluzione verso l’equiparazione di Thanatos a Eros sono pilastri del Novecento, ma io qui parlavo di un’altra cosa.

    2. Parlavo del metodo terapeutico dello psicanalista, che Freud stesso definisce “detective dell’anima”. Se hai di questo metodo un modello diverso da quello che in tre righe sintetizzo io, modello per niente originale ma una semplice vulgata universalmente accettata, saremo contenti di conoscerlo. Diversamente continuerò a pensare che questo metodo d’indagine sia in tutto e per tutto positivista, o scientista se preferisci.

    3. Se interessa a te o a qualcuno, nella postfazione alla mia traduzione dell’Edipo re e Edipo a Colono di Sofocle (Frassinelli 1996, poi Sperling Paperback 2003; non ci guadagno un cazzo se lo comprate o rubate, perché sono stato pagato a forfeit) spiego come Freud stesso raccontò di avere desunto dalla prima delle due tragedie non solo il complesso di Edipo, ma proprio il metodo di analisi indiziaria di cui stiamo parlando.
    In quella postfazione faccio cose divertenti come applicare il complesso di Edipo analizzando l’atteggiamento dell’eroe non verso i suoi genitori reali, Laio e Giocasta, ma verso quelli che lui considera tali: i regnanti di Corinto che lo hanno adottato, Polibo e Merope. Lo stesso Freud riconobbe che il fatto che Edipo non si considerasse figlio dei regnanti di Tebe ma di quelli di Corinto era un problema per la sua teorizzazione, almeno nel rapporto col mito.

    4. Propongo una semplificazione. Proviamo a non considerare noir e giallo come due generi nei quali a forza devono entrare libri e film (donde la domanda: ma questo libro è noir? E’ giallo?), ma semplicemente come due generi storicamente determinati, che si fissano poi come polarità di riferimento.
    Il noir classico è esistito, Nick, in particolare nel cinema americano degli anni 40 e 50, con le sue caratteristiche intricatezze di trama, la femme fatale e soprattutto la figura esistenzialista del detective privato (privato soprattutto di certezze). Adesso possiamo osservare l’evoluzione del genere e soprattutto usare il termine noir come usiamo il termine barocco quando parliamo del barocchismo di Gadda. Luca Crovi, nel suo Tutti i colori del giallo (Marsilio 2002), riprende una posizione sostenuta da tempo da suo padre, cioè che il giallo italiano sia caratterizzato da sempre dalla presenza di forti elementi noir.

    5. Sì, facciamo finta che tu sia Maigret e io Alvaro Vitali: Margaret Mazzantini ti basta? E’ solo l’ultimo nome di una lunghissima catena di scrittrici saldamente insiediate nelle classifiche di vendita.

    Grazie a tutti, in particolare a Franz per il suo bellissimo secondo intervento e a Orlando e al Passante per la gentilezza.

    Il generale Montanari

  17. Nick Names il 27 maggio 2004 alle 16:22

    Appello per un film noir che non vedo da troppi anni: presente “Crisantemi per un delitto?” Alain Delon fuggiasco, Jane Fonda in sottoveste nera, il determinante gattino bianco… So che è tratto da un giallo mondadori della mia infanzia. chi è l’autore? E perché cavolo non lo riprogrammano quel film, che per la sottrazione forzosa è diventato un mio film di culto, perché?

  18. franz il 27 maggio 2004 alle 21:23

    Ciao Nick,il film è di Renè Clement. Il romanzo da cui è tratto è di Day Keene. Ormai non riprogrammano che stronzate. E sui satellitari (a quanto mi dicono)ci sono solo titoli superconosciuti tipo “Casablanca”. Tra l’altro Clement aveva fatto un altro noir notevole, nel 59 , qualche anno prima (Crisantemi… è del 64), è cioè, sempre con Delon, quel “Delitto in pieno sole” tratto dalla Highsmith che poi è stato riportato sullo schermo qualche anno fa da Anthony Minghella con risultati secondo me meno brillanti (Il talento di Mr. Ripley).

  19. fausto il 27 maggio 2004 alle 22:45

    franz è omo!

  20. Gianni Biondillo il 27 maggio 2004 alle 23:16

    Con Franz non c’è storia: la sua cultura cinematografica è “over the top”.

    G.

  21. franz il 28 maggio 2004 alle 08:47

    Ho SOLO una PRODIGIOSA memoria, Gianni. Ma tu il cinema (da sceneggiatore) l’hai fatto sul serio.

  22. Nick Names il 28 maggio 2004 alle 13:42

    Grazie per Keene. “Delitto in pieno sole” me lo ricordo, come no: l’hanno dato a notte fonda un bel paio di volte negli ultimi tempi; Delon è un Ripley convincente, la scena di lui che s’allena a rifare la firma col proiettore speravo di trovarla nel remake, invece niente. Neppure il finale (che tradisce completamente il romanzo della Highsmith, con Tom che incamera gli averi del bove sacrificale Greenleaf ed è pronto per le avventure della saga di Ripley) è lo stesso di “En plein soleil”… Speriamo che Ghezzi si legga i post di NI e faccia una nottata giallo-noir con:
    “Crisantemi per un delitto”;
    “Trappola per un lupo” di Chabrol – anche questo film: scomparso;
    e uno o due di sua scelta.
    Dai Ghezzi, leggi, fai la notte giallonoir, dai.

  23. franz il 28 maggio 2004 alle 14:58

    A Ghezzi gli hanno spezzato le ali i satellitari del menga, credo. Meno male che c’è il videoregistratore. Renè Clement era un dritto: lui infatti ha seguito il romanzo della Highsmith senza fare colpi di testa; Minghella invece ha voluto fare l’originale, ma era un pò difficile migliorare quella trama. “Trappola per un lupo” è un grande film. Ma secondo me di Chabrol è ancor meglio (per la serie, cornathriller) “Stèphane, una moglie infedele”. con Stéphane Audran (stupenda).

  24. gino tasca il 29 maggio 2004 alle 14:03

    Ho decisamente qualche anno di troppo ma vi posso assicurare che è esistito un tempo in cui tutti questi films e “tutti i films di”: Godard, Dreyer, Kurosawa, Antonioni, bla bla bla … si potevano vedere, in prima serata, sulla TV pubblica. Incredibile, vero? Ma per fortuna che – come dicono i maurizicostanzi – poi è venuta la TV commerciale a liberalizzare il mercato. Certo: nel senso che prima, per farmi una cultura filmica bastava che pagassi il canone TV (che mi garantiva anche – pensa un po’ e sempre in prima serata: l’Orlando Furioso di Ronconi! ma anche Rin-tin-tin o la Nonna del Corsaro Nero o Studio Uno o Arbasino ((qualcuno ricorda Moretti versus Monicelli?).) mentre ora sono libero di svenarmi a fare mille abbonamenti e – cosa che continua ad infastidrimi – dare soldi a padroncini che sono e saranno comunque stretti alleati del grande corruttore mediatico, sì, lui, il solito Berluscoide. Ma cito lui come un’icona: potrebbe essere anche una semplice funzione logica: un X fratto zero o che so io. E se per caso qualcuno volesse prendere il mio lamento come una lagna sui tempi andati (a farsi fottere) mi immagini mentro gli prendo il gomito e gli lancio l’avambraccio per aria, ghignando un “ma mi faccia il piacere!”.
    p.s. – la funzione “berlusconi” – in quanto malattia senile della cultura di massa, meriterebbe ben altra scrittura, lo so, quindi non accusatemi di trasandatezza.
    Ma per sembrare meno fatuo vi posso dire che sto leggendo “Nietzsche, l’aristocratico ribell” di Losurdo (mille e passa pagine) che dice sull’argomento cultura/masse/democrazia/aristocrazia, cose di un notevole interesse e rimaste, ancora adesso, intatte. La battaglia per liberare la cultura di massa dall’abbraccio mortale della demagogia e per farla diventare aristocrazia di massa, è ancora in corso e mi pare che la lotta sia ancora indecisa. Anche se sembrerebbe il contrario.

  25. pincopallo il 29 maggio 2004 alle 14:09

    tasca, non fare il guitto, siete rimasti tu e arbore a dire films…

  26. gino tasca il 29 maggio 2004 alle 19:52

    Caro Pinco Pallo, perchè così tanta simpatica acredine? Più che di guittaggine si tratta di correttezza grammaticale. Film è una parola inglese che al plurale fa, ovvio, films. Quindi
    io così la scrivo. Poniamo il caso che la parola italiana “formaggio” diventasse di uso internazionale per definire i prodotti caseari. Accetteresti che un inglese dicesse: I eated today
    some italian formaggio, anziché dire, some italian formaggi? Se poi vuoi sostenere che le parole estrapolate dalla loro lingua, sono manipolabili a piacere dalla lingua ospite, bene, potrei anche darti ragione: ma che c’entra il guitto?

  27. Gianni Biondillo il 29 maggio 2004 alle 21:09

    Il guitto non c’entra una beata fava, infatti! (anche se, Gino, le parole straniere rimangono invariabili quando assunte nella nostra lingua. Chi l’ha deciso? L’Accademia della Crusca. Un gruppo di assurdi e polverosi personaggi che mangiano crusca al posto di hamburger. Anzi: hamburgers) Il Purismo di Pincopallo, comunque, svia l’attenzione (tecnica tipica del provocatore) dalle cose molto interessanti che dici.

    saluti, G.

  28. gino tasca il 30 maggio 2004 alle 08:48

    Merci, Gianni, per l’informazione: non conoscevo questa decisione della Crusca. Faute à moi, peggio per me. Ma ora che lo so mi adeguo.

  29. Pallo Pinco il 30 maggio 2004 alle 14:30

    Ho detto guitto perché Arbore per me è un guitto. Qualunque cosa faccia e dica la fa e la dice da guitto. Dicendo “films” mi hai semplicemente ricordato lui, Arbore, il guitto. Scusami. Comunque le parole vanno italianizzate, caro Gianni. Scriveresti mai in un romanzo films, o goals? No, scriveresti film e gol. Te lo dico io.

  30. Gianni Biondillo il 30 maggio 2004 alle 17:30

    ma infatti ti ho dato ragione.
    G.



indiani