Un discorso generico

30 maggio 2004
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

coltellaccio.jpgSono stato stimolato da Nick Names (nei commenti al pezzo di Raul) a dare una opinione sulla questione del Genere (noir, giallo).
Volevo mettere queste mie note appunto nei commenti, ma, scrivendo ho notato che la dimensione che stava prendendo questo scritto erano sempre più degne degli interventi di Luminamenti, l’unico, per me, che può permettersi di essere chilometrico senza cadere nell’antipatia. Chiedo perciò a Dario di darmi un’altra visibilità. Tutta dovuta alla leggibilità, intendiamoci.
Le cose che ho scritto qui sono pensieri sparsi, non organici e neppure riletti. Ma sinceri.
G.


1.
In effetti Scarpa ha ragione da vendere: il genere ha vinto, il noir è al potere, il giallo vende. Sottoscrivo, riga per riga tutto il suo sfogo caustico di qualche mese fa. Ma manca però qualcosa.
Perché?
Cioè: perché, oggi, qui ed ora, il genere ha vinto? Solo perché “vende”? Vendeva anche prima, quando era solo roba da estrarre dalla tasca dei pantaloni e leggere sul tram, per perder tempo lungo la strada verso il posto di lavoro. Perché, oggi, c’è una intera generazione di scrittori in Italia che sente di doversi esprimere attraverso il genere?

2.
La “questione del genere” è un genere di questione che potrebbe non portare da nessuna parte. E’ generica. Da’ definizioni generiche. Luoghi comuni. Ma io, detto fra noi, amo la locuzione “luoghi comuni”, la trovo poetica. Insieme a “pregiudizio”. Pre – giudizio. In quanto nessuno, diciamocelo una volta per tutte, è esente da pregiudizi e luoghi comuni. Ne siamo intrisi, ci aiutano a muoverci (o magari ci limitano, ci instradano erroneamente) nel caos dell’esistenza. Il passaggio dal luogo comune al luogo particolare, dal pregiudizio al giudizio è fare critica. Ma da qualche parte si parte sempre.
Le definizioni che ci da Montanari sono, perciò, ottime.
Definire. Ecco, la critica, in pratica cerca di definire un campo d’azione su cui operare l’esperimento. E’ il metodo scientifico: creare un ambiente isolato, estraneo da contatti esterni, e operare. I risultati dell’esperimento dicono solo di essere quello che sono: risultati di quel esperimento; non danno altre informazioni. Dedurle artatamente significa falsare il metodo scientifico, creare pregiudizi.

3.
Sappiamo come nasce storicamente il termine “giallo”. Sappiamo che c’entra con una partita di carta di quel colore, che Mondadori aveva in eccesso e ci ha fatto le copertine dei suoi libri, sappiamo che solo noi italiani diamo, a “quel genere”, “quel nome”. Molti inorridiscono, io no. A me piace. Sa di surreale, sembrano le lettere colorate di Rimbaud. Pensate:
“A me piace il giallo. Io leggo il giallo, tu?”
“Io leggo il blu, mentre mio zio adora il rosso. Ho un amico che si porta in villeggiatura solo libri viola.”
“No, io non leggo gialli, non è il mio genere, preferisco i romanzi rosa.”
“Hai mai letto qualche marrone?”
Dire giallo è talmente generico che allarga a dismisura il campo del genere. Chi dice che, in effetti, debbano esserci poliziotti? O dark lady? O geniali criminali? Meglio ancora, chi dice che debba esserci NECESSARIAMENTE il crimine efferato? il morto ammazzato?

4.
“Romanzo criminale” è un giallo? In senso stretto il genere utilizzato in quel caso è l’Epica. “Chiudi gli occhi” è un giallo? Con Raul abbiamo concordato da tempo che il suo è un Western, lacustre e contemporaneo. Il mio “Per cosa si uccide” è un giallo? Critici più preparati di me l’hanno chiamato “romanzo sociale”, “romanzo di una città”. Una definizione esclude, necessariamente, l’altra?
Se qualcuno dicesse che il mio è un giallo mi arrabbierei. Se dicesse che non lo è mi arrabbierei lo stesso.

5.
La fortuna in Italia del giallo è stata la sua stessa sfortuna. Dobbiamo a Mondadori il fatto che un popolo di illetterati comunque leggesse, ma anche che per farlo leggere è stato necessario ghettizzare il prodotto, trasformandolo in qualcosa di “evasivo” e colorato di giallo.
Mancava da noi una scrittura “investigativa”? No, ovvio. Vedi l’esempio di De Marchi, ma poi anche Gadda, Fruttero e Lucentini, Scerbanenco, Sciascia, etc… a volerla cercare addirittura pare esista una tradizione, un fil rouge che ci porta qui da noi, a questo florilegio di scritture di genere.
Ma a volerlo cercare si trova tutto, d’altronde.

6.
Tutti, nell’impeto definitorio, ci dimentichiamo del fulcro della questione. La scrittura. Carlotto scrive come Dazieri? Genna scrive come De Cataldo? Fois scrive come Lucarelli?
Ha senso dire: “io non amo i gialli?” Cioè: ha senso dire: “Non amo le madonne con bambino?” o: “Non sopporto i San Sebastiano?”
Ci sono San Sebastiano del Mantenga e croste assurde, ci sono Madonne di tutte le risme, da Raffaello, alla riproduzione trash che si vende al mercato sotto casa.
Fermarsi alla definizione generica “Madonna con bambino”, che serve solo come primo approccio, come primo passo di avvicinamento, fermarsi, pregiudizialmente, e decidere che quella è “LA” definizione discriminante, butterebbe nel cesso duemila anni di storia dell’arte.
Ci sono gialli (madonna con bambino) che sono capolavori, e gialli (madonna con bambino) che sono croste. E’ difficile da capire?

7.
Che genere era quello di Moravia? Romanzo erotico? O, come dice Evangelisti, “genere letteratura”? Quando e perché, per colpa di chi, è nato il “genere letteratura”? (letteratura alta versus letteratura bassa, arti maggiori versus arti minori, patrizi e plebei insomma).
Pensiamo al neorealismo. Fu un genere, oggi possiamo dirlo. Anzi: tutti sembrava all’epoca scrivessero romanzi neorealisti, la definizione era così larga che accoglieva tutti. Poi, piano piano sono nati i distinguo: il primo Calvino dei sentieri dei nido di ragno “sembrava” neorealista ma in realtà era già favolistico. Il Pavese della luna e i falò “sembrava” neorealista ma era, sotto sotto, mitico; i ragazzi di vita “sembravano” neorealisti ma… insomma alla fine non si sapeva più chi rimaneva dentro la definizione generica e generalista (Jovine? Sì, però… Silone? Beh, anche se… ok, lasciamo perdere).

8.
(E vogliamo parlare dei poeti ermetici? Tutti ermetici nelle antologie di 30 anni fa. Da Quasimodo a Montale, da Ungaretti a Luzi).

9.
Quando dico Barocco cosa dico? Quando dico Gotico che significa?

10.
Il romanzo di formazione è un genere? il romanzo epistolario è un genere? Il Werter, Dracula e “le cose come stanno”, essendo tre romanzi epistolari, sono “uguali”, dello stesso genere? Krauspenhaar perciò scrive come Goethe? (perché a: scrive un romanzo epistolare, b: perché ha il cognome tedesco?)

11.
Vi dirò, io quasi ribalterei la premessa della prima domanda rivolta a Montanari. Io, cioè, allargherei più che volentieri le ottime definizioni (che sono solo di approccio, ricordiamocelo, che non sono formulette consolatorie, ma la prima sgrossatura critica) di GIALLO e di NOIR descritte da Raul a tutta la letteratura; sì proprio così, da Edipo a oggi. Una definizione non esclude l’altra. Quindi Dracula è un Horror ma è anche un romanzo epistolare, e pure un romanzo romantico e decadente, e così via. Addentrandoci sempre più nello specifico del romanzo stesso, scrollandoci di dosso, piano piano verso la fine del percorso, come polvere, tutte queste definizioni; quando cioè non ne avremo più bisogno e avremo compreso a pieno l’opera, in sé e nel mondo.
Quanto “rosa” c’è, viene da chiedersi, nei “Promessi sposi” o in Anna Karenina? Quanto surrealismo c’è nel Cossa, quanto razionalismo nel Brunelleschi?

12.
Chi ha paura del genere? Di chi ha paura il genere?
Fino a dieci anni fa il genere che tirava era “l’ombelicale”. Scrittori medio borghesi insoddisfatti di sinistra che ci raccontavano per filo e per segno la consistenza del loro ombelico. E giù recensioni a pagine, a fiumi. Gli anni Ottanta imperanti. Tutta la nostra cinematografia contemporanea è onfalica, ombelicale. (ho qualcosa contro gli ombelicali? Tenete conto che mi fregio essere un lettore attentissimo di Proust, ombelicale per antonomasia. Ma se sei Proust puoi parlare di unghie spezzate per centinaia di pagine e scoprire il mondo, se non lo sei è meglio lasciar perdere).
Oggi per assurdo al primo accenno di ombelico ti crocifiggono. Sangue, morti ammazzati, sbirri, alligatori, mafiosi, pedofili, trame occulte…. torno a bomba perciò: Scarpa ha ragione. Il genere ha vinto ed è diventato padrone del vapore, accademia, regola, scuola di pensiero e di scrittura.
Ma non ci siamo ancora risposti. Perché?

13.
Perché doveva essere così. Perché, in ogni caso, per quanto generico e generalista, non si può negare che dopo la guerra c’era, in effetti, una scrittura neorealista. Perché la sensibilità dell’epoca chiedeva quei temi (e parlo di “temi”, “tipologie”, non di “stile” di scrittura). Poi declinati nelle vari idiomi personali, poi magari scritti merdosamente o magnificamente, poi magari escludendo dal canone chi in quel momento parlava di dischi volanti o di principi azzurri (magari scrivendo periferici capolavori, da riscoprire al prossimo cambiamento di sensibilità etica, estetica e politica). E’ riduttivo ma ci aiuta dire: il periodo barocco. Oppure: la letteratura neorealista. Capiamo all’istante in quale paradigma muoverci.
Quando il semplice contadino parmense girava per il battistero dell’Antelami, 850 anni fa, e vedeva lo zooforo o la porta del giudizio universale, comprendeva a pieno, leggeva alla perfezione, tutto il portato simbolico che quelle opere avevano in sé. Al di là della lettura iconologia che oggi sappiamo fare, o estetica, o storica, è chiaro che c’era una contemporaneità fra l’artista e il suo fruitore, una contemporanea sensibilità ai temi del sacro, dell’eterno, del bello, del giusto, del vero.

14.
Non c’è proprio niente di evasivo, oggi, nella scrittura gialla (in una certa scrittura gialla, ovvio, non in tutta, la maggior parte è merda fritta. Ma la maggior parte di quello che viene pubblicato tout cour, è merda fritta). Non è letteratura di evasione. Non c’è, come oggi, un impegno nel politico e nel sociale evidente come quello dei “giallisti”. Si parla di periferie urbane, di G8, di poteri occulti, di contropoteri, di uomini allo sbando, di extracomunitari, di internet… il mondo, cazzo, il mondo, quello che Covacich cercava nel suo articolo sull’Espresso e che non trovava perché si fermava sulla soglia del delitto.
Non è, semplicemente, una questione di moda. E’ che oggi il patto fra il lettore e lo scrittore per la descrizione e la decrittazione del mondo passa per il genere giallo. Domani non so. Domani potremmo capire la nostra contemporaneità attraverso altre forme di scrittura (o di media espressivi). Oggi è “l’indagine” sulla realtà (che poi, a ben vedere è questo: noir, gialli, polizieschi, thriller: è “l’indagine” che li tiene insieme) che ci descrive, al meglio, il desiderio di realtà, di comprensione della realtà che viviamo.

15.
Quindi chi oggi non fa gialli è fuori dal mondo? No, chiaramente. Gaudì fece i suoi capolavori anche se era completamente fuori da tutti i movimenti razionalisti che, nel bene, ma anche nel malissimo, imperavano all’epoca. Anche se subiva l’ostracismo culturale imperante, anche se era, nei fatti, obsoleto, fuori dal tempo.
Domani potrei pubblicare solo poesie, o romanzi ombelicali, o chennesò. Chi oggi scrive poesie sa che il suo è un ruolo difficile, decentrato, frustrante in certi casi, ma, comunque, continua a farlo perché sente che deve farlo. Magari poi scopriremo che proprio la sua opera ci saprà restituire, come neppure adesso sappiamo immaginare, il mondo così com’è. Van Gogh continuava a dipingere, anche se non ha mai venduto un quadro.
Io, tra l’altro, non sono mai stato, in senso stretto, un lettore e un cultore di gialli. La maggior parte degli scrittori di culto del genere noir io non li ho mai letti. Non certo per snobberia. Solo perché non mi sono mai posto il problema se Chandler fosse uno scrittore giallo, o noir, o quant’altro. Per me era un bravo scrittore americano, tutto qui.
Mai avrei immaginato che avrei scritto il romanzo che ho scritto. Semplicemente, scrivendolo, dopo aver pubblicato antologie di scrittori che leggevano l’architettura e il paesaggio, dopo aver scritto saggi su scrittori che interpretavano il territorio e le trasformazioni sociali, scrivendolo, dicevo, mi sono accorto che il grimaldello dell’indagine mi permetteva di dire la mia su ciò che è società, ceti, urbanità, classi, città diffusa, cittadinanza, appartenenza, degrado, etc. etc. Tutto qui. Avrei potuto dirlo in un altro modo? Forse sì, forse è un mio limite, chi lo sa. Ma perché, comunque, non avrei dovuto dirlo così?

16.
Il giallo è un trucco? Aiuta a vendere? E allora?

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109 Responses to Un discorso generico

  1. V.M. il 30 maggio 2004 alle 10:43

    46 punti di domanda.

  2. Gianni Biondillo il 30 maggio 2004 alle 10:50

    davvero?

    G.

  3. franz il 30 maggio 2004 alle 10:56

    Gianni sei un grande! Andiamo a farci una birra?

  4. V.M. il 30 maggio 2004 alle 11:23

    47. Morto che parla. A parte gli scherzi: perchè ho l’impressione che mettereste Agatha Christie nella narrativuccia pseudosentimentale? (48)

  5. gino tasca il 30 maggio 2004 alle 12:06

    Sono così assolutamente d’accordo che – per metempsicosi o trasmissione del pensiero – usi più o meno gli stessi argomenti che io uso spesso polemizzando con vari amici quando si ostinano, ancora e ancora e ancora, a leggere qualsiasi testo in base a quello che vi sta scritto. Stop. Sembra una bestemmia in chiesa: mi si potrebbe obiettare: in base a cosa diavolo vuoi che lo si legga? E io risponderei: in base “a come viene scritto”. E a come – soprattutto – la scrittura trasvaluta la “cosa” narrata. Dico “trasvaluta” e non lo dico a caso: è a Nietzsche che penso. E – figurativamente – ad un guanto che si rovesci. Detto altrimenti: che cosa fa di “Delitto e castigo” (un omicidio, un’inchiesta, le solite cose, no?) una scrittura non di genere (anche se Nabokov non sarebbe d’accordo: lui pensava che, in qualche modo, lo fosse anche se non usava il termine “genere” forse ancora non così in uso o importante: lui diceva che Dostoevskj scriveva “isterico” – cioè, non classico)? Perché dal “genere” bisogna in qualche modo uscire a non voler essere dei RobertiSilvestri der manifesto che del “genere” (ah, per non dire dei marchigiusti) hanno fatto il loro vessillo. Un filmmaker(s) (tiè alla Crusca) che nasca nel “genere”, resterà nel “genere” se non lo traslittera – dico così se “trasvaluta” dà troppo l’idea di salvezza o redenzione. Capisco il fascino che il “genere” (il sonetto – per es. – potrebbe essere definito un “genere”?) può emanare. E’ il fascino del rituale, molto vicino al feticismo. Giapponeserie. Rito del té. Ma dentro al “genere” bisogna lasciare che la scrittura le destrutturi. Se uno continuasse a descrivere una dark lady (è un canone, no? La dark lady ci deve essere sempre: ma che fine farà, allora, la signora Maigret?) come una Veronica Lake o come Barbara (uffa, quell’altra attrice lì che faceva sempre la cattivona e di cui non mi viene in mente il nome …), con il filo di fumo e la faccia nella stessa ombra che Von Stenberg creava attorno alla “sua” Marlene, resterebbe un mediocre artigiano.
    Insomma – l’ho fatta decisamente troppo lunga e me ne scuso – uno scrittore di “genere” deve ottenere esattamente che lo si legga come uno non-di-genere – come fa Gianni con Chandler e come faccio con El(l)roy, Simenon, Le Carré (il primo), a altri.

  6. franz il 30 maggio 2004 alle 12:29

    Gino, la cattivona era Barbara Stanwyck.
    Ah, io non direi mai a qualcuno di andare a bere una birra alle 11 del mattino. Capito?

  7. Gianni Biondillo il 30 maggio 2004 alle 13:55

    V.M. forse non mi sono spiegato: per me Rosa o Giallo il problema non si pone. Sono solo categorie di approccio al testo, tutto qui. Conosco poco la mitica Agatha (cioè ho letto troppo poco di lei per giudicare in toto la sua opera), ma anche se la ponessi, putacaso, nel “genere” sentimentale, per me non sarebbe un giudizio necessariamente di valore del testo. E comunque non escluderebbe il fatto che quello letto sia anche giallo, razionale, scacchistico, etc…
    Il dott. J. e Mister H. cos’è? Horror? Psicologico? Alto, basso? E’, anche, tutto questo? Capisci cosa intendo dire?
    Certo poi posso avere una particolare passione per le raffigurazioni di San Michele Arcangelo, indipendentemente dalle epoche storiche e dalla qualità artistica dell’opera, ma questo non deve, in fase critica, esautorare il valore di opere che non lo rappresentano.
    Pensate a Kubrick. Non c’è un suo film che non appartenga, in tutto e per tutto, ad un genere: dal genere “antichi romani”, a quello “in costume”, dalla fantascienza all’Horror, etc.
    Kubrick è un autore di genere? Di quale? Oppure usa il genere? (le sue codificazioni, certo, ma anche codificandolo).

    La birra in ogni caso. Con qualunque Franz me l’abbia chiesto.

    G.

  8. V.M. il 30 maggio 2004 alle 14:25

    Mi riferivo infatti alla sua scrittura e non al genere. Per contenuti la Christie appartiene al giallo (ho decine di volumi che lo provano), ma la sua scrittura non ha pretese di letteratura che resta nel tempo.
    (Tasca…: direi che, Crusca a parte, “un flim(s)maker”, oppure due filmmaker(s), ma non “un filmmaker(s)”:) )

  9. franz il 30 maggio 2004 alle 15:32

    Si Gianni, ma io di birra sono un esperto.;-)

    Dici bene su Kubrick, fai l’esempio più calzante. Era un filmaker(s)di generi. Genericamente parlando, un genio.

    Ma torniamo al vecchio noir,quello che piace a Gino e a Nick e anche a me.
    Un cinematografaro dei vecchi tempi che ha fatto ancor meglio di Lang o di Kubrick è stato secondo me Billy Wilder. Eppure quando si cita Wilder si pensa subito a Lemmon/Matthau di “Prima pagina”, alla Monroe/Curtis/Lemmon di “A qualcuno piace caldo”. Un grande della commedia, insomma.
    Si, certo. Capolavori. Ma il meglio il vecchio viennese lo ha dato nel noir. Gino citava la dark lady, prima. E gli è venuta in mente un’esperta del settore: la Stanwyck. Ne “La fiamma del peccato”, Wilder cosa fa?. Prima di girare, prima di comporre il cast, prima di tutto, legge il romanzo “Double indemnity” di James Cain.Lo legge in un’ora, tanto ne è preso. Ovvio che decida, praticamente sui due piedi, di girarne un film. La dark lady che fa al suo caso è la Stanwcyk. Non bella, ma sensuale. Perversa e senza scrupoli. Fisicamente potrebbe essere una donna della porta accanto, la casalinga di Voghera Street. Ed è questo che inquieta lo spettatore. Per scrivere la sceneggiatura del film a chi si rivolge, il regista? A Raymond Chandler. E i due migliorano il plot di Cain, soprattutto nel finale. Riducono all’osso e tagliano una coda (l’esecuzione dell’amante-complice della donna, nonchè esecutore materiale dell’omicidio del marito di lei) che avrebbe tolto compattezza e secchezza al racconto. Un noir cinematografico è meglio che finisca con un colpo di scure. Wilder e Chandler riescono nel tentativo, nel cinema quasi sempre fallito, di migliorare la trama del romanzo da cui il film è tratto: se il romanzo è di grande valore come in questo caso, beninteso.

    In “Viale del tramonto” Wilder, all’inizio, fa parlare fuori campo un morto annegato in una piscina.Proprio un morto che parla. (Come il protagonista di American Beauty, cinquant’anni dopo). Il morto racconta il processo inarrestabile che lo ha portato ad essere un uomo morto che parla. Il resto del film è un flashback per raccontare il mondo del cinema. E’ questo un film noir? Anche. Ma soprattutto quel film racconta la storia di uno sceneggiatore (il morto che parla,sempre lui) che diventa l’amante di una diva del muto e ne viene stritolato nel tentativo di sfruttarla. Si parla, qui, soprattutto, di ambizioni, di decadenza fisica, di meschinità, di cinismo. E’ un noir, questo, che sfocia direttamente nell’orrore della decadenza e della morte, all’interno di un “sistema”, quello del cinema, che rappresenta l’effimero per eccellenza. Un effimero, però, quasi per paradosso, capace di replicarsi all’infinito sulla pellicola, e quindi, addirittura, di vincere sulla morte. “Viale del tramonto” è un noir? Fino ad un certo punto.

    Parliamo anche di letteratura. “Quer pasticciaccio…” di Gadda è un giallo? Eccome no. Con annessi e connessi. Tanto è vero che Germi lo riduce negli anni 50 (Un maledetto imbroglio). Gadda riducibile in film?!… Perchè no? Basta tenere l’ossatura della trama, rispettando (anche per opportunismo intelligente)quello che Gadda aveva inventato. Il capolavoro di Gadda rimane dove deve stare, sugli scaffali alti della letteratura. Ma ciò non toglie che il film di Germi sia un bel film. Un giallo con venature noir. O un noir con la struttura tipica del giallo, chi se ne frega, in fondo.

    Finisco la mia carrellata con Eyes Wide Shut di Kubrick. Che genere di film è? Un thriller psicologico? Nel gioco comunque molto serio delle catalogazioni critiche ciò può essere affermato. E’ un film sentimentale? E perchè no? Si parla della crisi di una giovane coppia. E da quale romanzo (o novella) è tratto questo thriller contenporaneo? Da “Doppio sogno” di Schnitzler. A Kubrick era capitato tra le mani tanti anni prima, quel libro. Incarica della stesura della sceneggiatura Frederick Raphael, sceneggiatore di Stanley Donen (“Due sulla strada” con la Hepburn)e dunque esperto in storie di coppia. Gli fa scrivere tonnellate di carta. Lo manda oltre l’orlo di una crisi di nervi. Poi, dopo qualche mese, detta allo scrittore questa semplice regoletta: “Segui il vecchio Arthur”. Eh si, perchè cambiare qualcosa che un genio come Schnitler aveva scritto un secolo prima? L’ossatura della trama è la stessa. Schnitzler scrisse a suo tempo un noir? Uno “psicothriller”?
    No, scrisse una novella su amore e morte, un classico. Kubrick ha trasposto la novella del “vecchio Arthur” ai giorni nostri. E ai giorni nostri, Schnitzler, in un certo senso, è diventato il soggettista post-mortem di un “thriller.”

  10. V.M. il 30 maggio 2004 alle 16:07

    Adesso che so che si dice filmaker(s) sto decisamente meglio.

  11. helena il 30 maggio 2004 alle 16:23

    Gentilmente mi avevi cercata:eccomi. Nel frattempo sono anche stata in un areoporto e due ipermercati dove ho visto “Per che cosa si uccide”. Inoltre mi sto alzando presto (ca.sei del mattino) per lavorare a un libro (non sempre ci riesco) e quindi verso le nove di sera tendo a stramazzare sul divano. La vita di chi tiene famiglia, come sai.
    Posto che non me ne frega un tubo di che cosa ci sia scritto sulla confezione, se “Dash” o “Bio Presto”, “giallo” o “romanzo letterario”, e mi fa solo piacere se un libro buono venda anche un po’ di copie, dico però che sì, il meccanismo del “giallo” (o “noir” o chiamalo come ti pare) è un trucco per rendere narrativamente coerente e interessante la rappresentazione di parti del mondo decisamente oltre all’ombelico. Un trucco o una stampella perfettamente lecita, anzi spesso più onesta e agile di stampelle più sofisticate che rimangono pur sempre stampelle per tenere in piedi il romanzo, questa creatura problematica. Forse però varrebbe la pena, dopo un po’ di esercizio, di cercare a buttarle e provare a cimentarsi con altri criteri di costruzione, apparentemente più ottocenteschi (Hugo, Dickens, Dostojevskij ecc. ecc) La fortuna del “genere” presso i critici equivale anche a una sorta di sdognamento del realismo che ufficialmente resta sempre pessimamente reputato e dato per impossibile e stramorto. Mi pare un compromesso degno delle più gesuitica ipocrisia. Di modo che mi verrebbe da pensare invece che cocciare frontalmente contro quel tabù fasullo potrebbe essere la sfida più proficua, più eticamente, politicamente, esteticamente coraggiosa.Vista anche la vera e propria inflazione del “genere” che rischia di risucchiare i singoli libri nel “trend” e, come tutte le mode, di passare fra breve. E io non vorrei mai che i migliori fra voi cadessero vittima di una cambio di moda.

  12. raimo il 30 maggio 2004 alle 16:42

    biond-
    biondillo ho letto il tuo//////// mirabile pezzo e

  13. V.M. il 30 maggio 2004 alle 17:38

    Ecco, che Dostoevskij si scriva Dostoevskij e non Dostoevskj o Dostojevskij, di questo, sono sicuro.

  14. Gianni Biondillo il 30 maggio 2004 alle 17:41

    Helena, sei sicura che Hugo, Dickens, Dostojevskij, ecc. fossero, in alcune dinamiche e costruzioni narrative, “fuori dal genere”? Gente che scriveva a puntate, e più ce n’erano e più li pagavano, sui giornali dell’epoca?
    Oppure: Il pasticciaccio, ricordato da Franz, dell’Ingengere, era un giallo realista, per caso?
    Chiaro che no. Insisto: nel mio modo di vedere le cose la categoria è solo un metodo per approcciarsi ad un’opera. Punto. Poi che qualcuno ci abbia fatto una guerra ed altri abbiano difeso la posizione, e, ora, abbiano vinto, non mi interessa. Io registro che ORA, QUI, una generazione di scrittori ottimi, non solo “di cassetta”, sente che deve raccontare così. Domani non so. Pirandello neppure immaginava di essere ricordato sostanzialemnte per il suo teatro. Quando scrisse la sua prima opera teatrale neppure gli piaceva il mezzo espressivo. (vi devo lasciare, mia figlia mi esige, torno dopo)
    a suivre, G.

  15. Nick Names il 30 maggio 2004 alle 17:50

    Bene. Qualche punto interrogativo mentre leggevo, ma niente d’insuperabile. Giallisti thrilleristi noiristi, sapete una cosa? Quella foto acchiappa subito. L’attenzione, dico. Il coltellaccio su schiena rossa e ombra amplificata nera. E’ una bomba. Volete “distribuire” quelle 10-20.000 copie in più delle vostre fatiche? Nessun dubbio. Coltellaccio e contrasto. Preciso. Pulito. E’ un discorso mercificatore, vabbe’, ma ci scommetterei, su quel coltellaccio raddoppiato e perfezionato dall’ombra.
    Ciao.

  16. Nick Names il 30 maggio 2004 alle 17:51

    Ah: in copertina. La foto: schiaffata in copertina, porcocoltellaccio.

  17. Gianni Biondillo il 30 maggio 2004 alle 18:03

    Nicky, cazzo, ho scritto tutto questo solo per te e tu mi lodi la foto che ha messo Dario?
    Basta, piango calde lacrime.

    G.

  18. Nick Names il 30 maggio 2004 alle 18:42

    Io pensavo che l’avessi tirata fuori dal tuo archivio di scatti grandguignoleschi “Scheletri nell’archivio di un architetto di campagna”… O che l’avessi scattata di recente: la schiena, quella di Scarparanoia dopo i drink alla presentazione del tuo ‘giallo’; il coltellaccio, dritto dalla tua collezione di lame inox per critici in carne; l’impianto luci, Montanari con un set di candelabri.
    Ach!

  19. gino tasca il 30 maggio 2004 alle 19:37

    Sono strafelice che Franz abbia tirato fuori Kubrick (il cui Eyes wide shut, fra l’altro, è un bellissimo film anche se tutti si sono messi a dire che era un’opera senile e poco riuscita: balle).
    Proprio perché – ma non dico nulla di nuovo, eh: vedi Castoro degli anni ’60 di Enrico Ghezzi – lui ha compiuto con i generi esattamente quell’operazione di trasvalutazione di cui parlavo sopra. Vediamo se riesco a dare una pur vaga definizione di questo concetto – fuori dai suoi “canoni” nitzscheani. Mi verrebbe da dire che si compie – nel farla- un’operA per cui una stessa cosa cessa di essere se stessa e diventa altro pur conservando la sua più assoluta identità/verità. Assomiglia, in qualche modo, all’interpretazione in analisi. E’ la stessa cosa per cui un sintomo guarisce restando il nodo di una personalità.
    Aggiungerei anche un’altra cosa: bisognerebbe fara caso alle parole che si usano: sempre: e questo è un diktat e quasi un ukase. Perché i generi, di solito, sono due: maschile e femminile.
    E poi ci sono i trasgender. Le contaminazioni. I passaggi (cito Benjamin? Ma sì, dai: così mi do delle arie: i suoi “passagen”). Un cultore dei generei che sia sul serio tale – insomma – li distrugge.
    (Fra l’altro: sempre su Eyes wide shut: ricordate, no? Tutti a dire: che ridicola la scena dell’orgia, che cosina da poco … Ri-balle! A parte il fatto che un’orgia vera e propria è oscena nel senso che sta fuori dalla scena e mai nella rappresentazione ((a meno che nonsosteniate che ogni rappresentazione “è” oscena), quella scena lì non mirava a rappresentare coiti o pompini. Era un rito. E come rito era perfetto, sopratutto nella musica. S. Kubrick for ever, gloria a lui e al suo splendido nevrotico cuore!)

  20. franz il 30 maggio 2004 alle 22:33

    La scena dell’orgia era necessaria. Non solo perchè già A.S. l’aveva splendidamente tratteggiata nella novella;è che quella è la prima parte (ad occhi aperti)del doppio sogno, la versione maschile. Senza questa prima parte non avrebbe senso la seconda (il sogno vero, ad occhi chiusi) della moglie. L’unione di questi due sogni è il cuore del libro e ovviamente anche del film. E’ solo nel finale che le cose cambiano un pò, tra novella e film:
    Quando lui (nel libro sta per dirlo ma non lo dice)vuole essere rassicurato sulla possibile “eternità” della loro relazione, A.S. fa dire a lei, come se leggesse nel pensiero del marito: “Non si può ipotecare il futuro”.
    Con minor dolcezza la Kidman aggiunge nel film, a
    questo concetto, un esplicito invito al marito a fare sesso il prima possibile. Il “vecchio Arthur” avrebbe approvato?
    Caro Gino, chissà cosa avranno voluto dire quelli che hanno parlato di “film senile”.Che si siano fermati solo all’anagrafe del suo autore?
    S.Kubrick for ever.

  21. helena il 30 maggio 2004 alle 22:46

    Gianni la risposta è: no. Quei nomi mi sono venuti in mente proprio perché rappresentano qualcosa di contiguo al genere dei “gialli”, in quanto a popolarità (il “feuiletton” a pagamento).In più era solo un’ipotesi di allargamento delle possibilità di ricera, una mera indicazione. Non sono così rozza né così dogmatica da credere che oggi ci sia una via maestra che passa senza attriti da un riallacciarsi alla letteratura ottocentesca di derivazione più popolare. Eppure credo che quelli siano scrittori pieni di una forza che ci riguarda ancora oggi.
    “Il pasticciccio”: secondo me sì, a modo suo Gadda era, tra le molte altre, anche “realista”. Cosa che non si può dire dei suoi epigoni.
    Infine: guarda che a me della guerra (guerra?) fra genere e non genere non può fregar di meno. E’ chiaro che un buon libro è un buon libro è un buon libro. Che sia giallo o blu o verde pisello, che venda 100.000 copie o 100. Cercavo di guardare un po’ avanti e di superare l’impostazione gialli vs. non-gialli che temo sia una fregatura per tutti.

  22. helena il 30 maggio 2004 alle 23:10

    Dimenticavo: la cosa degli ipermercati ecc., l’ho segnalata perché mi faceva piacere. E mi faceva piacere non solo per il tuo libro – diffusione e vendita -, ma anche perché mi è tornato in mente un tuo discorso sugli architetti che progettano musei e non super- (o era proprio iper-)mercati. Insomma pensavo dovesse far piacere anche a te.

  23. dario il 30 maggio 2004 alle 23:41

    Grazie per i complimenti al coltellaccio. mi fa piacere ogni tanto azzeccare qualcosa nell’ambito della mia distratta cura redazionale di questo blog.
    Sul genere io non ho però moltissime cose da dire. Ne ho tre, più infinite altre digressioni che per il momento mi guardo bene dallo sviluppare. 1) a me non mi fa né caldo né freddo se un romanzo è un romanzo di genere, cioè non considero questa etichetta utilizzabile per farmelo piacere di più o di meno di quanto mi piace. 2) ci sono generi che mi piacciono più di altri generi, e io sono particolarmente affezionato alla fantascienza, sebbene lì non abbia ancora trovato un Chandler, e a certe spy stories di quando c’erano le spie e la cortina di ferro. 3) io non so e non voglio scrivere romanzi di genere.
    Saluti

  24. Gianni Biondillo il 31 maggio 2004 alle 00:56

    (ho la famiglia a letto, torno a dove vi avevo lasciati)
    Ci sono due cose che forse non sono riuscito a far trasparire dalle mie parole. Ci riprovo ora:

    1.
    Che esita una “moda” del momento che indica nei noir la tendenza è indubbio (Scarpa ha ragione da vendere). Ma io mi chiedo: perché? Perché proprio ora? Il mio è un discorso che cerca di “storicizzare” il momento che stiamo vivendo. Cerco di guardarlo in una prospettiva diversa dal semplice: “perché così vendi di più” (se mi metto a scrivere di una adolescente che la da a tutti vedi che vendo cento volte di più). Perché alcune belle penne decidono, hic et nunc, di scrivere utilizzando proprio questo tipo di genere? Che poi dietro ci si siano buttati a pesce cani e porci non mi interessa. All’epoca del “neorealismo” (fra virgolette perché ormai lo uso impropriamente, per intenderci) tutti erano neorealisti, anche i cani e i porci.
    Cosa è cambiato fra gli scrittori contemporanei italiani (e insisto italiani) che ha dato loro l’imput a una serie infinita di declinazioni gialle?
    E’ appunto la sensazione che la realtà vada indagata (nel suo essere magmatica, incomprensibile, misteriosa, spaventosa), interpretata con codici comuni fra lettore e scrittore, come un patto di alleanza, di resistenza quasi, contro l’orrore imperante.
    E’ l’unica lecita forma di scrittura oggi? ASSOLUTAMENTE NO! Ma il suo “andare per la maggiore” è, di certo, un indicatore di qualcosa.

    2.
    Torniamo al mio esempio surrealpittorico. Facciamo che per decenni tutti i dipinti che raffiguravano San Michele Arcangelo fossero stati considerati, SOLO per il tema che trattavano, arte di genere, quindi minore. Gli adepti delle “madonne con bambino” dimostravano ovunque quanto il patetismo di certi volti, il profondo studio della psiche, rendesse solo quelle tavole vera arte.
    Dall’altra parte i fautori dell’Arcangelo dicevano:
    “E il San Michele del Raffaello dove lo mettiamo?”
    “E’ un caso, una concessione al genere. Il tema è fin troppo guerriero, militare, non c’è approfondimento psicologico…”
    E’ chiaro che io non sopporto un critico d’arte che ragioni così, che decida a priori che Raffaello avesse sbagliato perché il tema era sbagliato. Ma altrettanto non posso sopportare il fanatico di San Michele che, chiuso nella sua ossessione, non vede e non considera nulla (ed anzi lo considera melense) se non ha in mano almeno una spada e non scaccia un demone. Quest’ultimo non si rende conto che il Raffaello del Louvre è sì un gran pezzo ma di certo non il migliore dell’artista urbinate.
    In pratica è stato creato il ghetto del genere e chi ci vive dentro non ha nessuna voglia di uscirci, comodamente autoghettizzandosi.
    Sergio Leone ha fatto film che sono, tout cour, nella storia del cinema; non nella storia del cinema western. Che poi a suo tempo pure Franco e Ciccio facessero western non significa nulla (semmai chiediamoci perché).

    Basta, sto esagerando, G.

    p.s. Sono d’accordo, di default, con qualunque cosa scriva Helena.
    p.p.s. Dario: nessuno è “esente” dal genere. Uno, se mi ci metto, lo trovo anche per i tuoi libri. Capisci l’assurdo? Solo ridimensionando il peso (in positivo e in negativo) che si da a questi termini e riportandoli alla loro mera funzione “introduttiva” alla, poi, più approfondita analisi testuale, faremo cosa buona e giusta.

  25. franz il 31 maggio 2004 alle 08:18

    Il noir, giallo ecc. fa tendenza da più di dieci anni. Questo in Italia. All’estero, se non sbaglio, questo genere (chiamiamolo ancora così)magari fa un pò meno tendenza, ma vende.
    Fa tendenza ciò che fa vendere o fa vendere ciò che fa tendenza?…
    Helena dice che un buon libro è sempre un buon libro qualunque sia il numero di copie vendute. E’ un discorso che condivido al 2000 per 1000. Ma se il buon libro ha venduto 100 copie è come un gioiello De Beers (Per tutta la vita…, ahi) infilato in una cassaforte di una banca svizzera. Chi lo vede? Chi lo indossa? Chi se lo gode… per tutta la vita?
    Dunque il genere giallonoir fa vendere anche in Italia. Faceva vendere anche ai tempi di Scerbanenco, prò, solo che allora l’uomo di Kiev (e de Roma)era considerato dagli amanti della bella pagina un “popolare”, uno scribacchino. Oggi è considerato un genio, perlomeno tra i fanatici rincoglioniti del genere. (Io amo moltissimo il genere ma non sono un fanatico nè, per ora, un rincoglionito). Quelli che compravano i gialli lo facevano quasi di nascosto, come (quasi) col porno…
    Io credo che molte penne (quante siano belle e quante siano brutte non lo so di preciso) si siano buttate nel genere per puri scopi commerciali. Non c’è nulla di male in questo. Viva la faccia, come si dice. C’è un’inflazione di gialli e di noir, dunque. Se poi hai fatto (o sei) un magistrato e hai fatto (o fai) il poliziotto, il tuo inserimento nei cataloghi della narrativa poliziesca è assicurato.
    Il massimo sarebbe trovare un poliziotto che è anche un personaggio televisivo e che, guarda caso, scrive gialli: gli editori si butterebbero a pesce piranha pur di pubblicarne l’autobiografia romanzata…
    Resta una minoranza di gente, che scrive gialli e noir per vera, autentica passione, per esigenza espressiva. Perchè, credo, trova nel “genere” la possibilità di uscire con disinvoltura da tutti i generi. Soprattutto da quelli che si spacciano per non di genere (il genere letteratura) e che invece di genere lo sono eccome (Mazzantini, Tamaro).Nonostante la gimkana tra i paletti e scodando tra le strettoie, il noir può dare la possibilità di parlare del qui e ora in maniera a a avolte (non sempre, ci mancherebbe) più esastiva, di andare a prendere la realtà contemporanea per quella che è: un’enorme ragnatela di associazioni a delinquere. Alla fin fine è così. Il discorso diventa politico. Che stato è uno stato che spalleggia un Bush, un Cheeney, un Rumsfield?…
    Il male, la violenza, è dappertutto. Il noir parla soprattutto di questo. Anzi, calca la mano su questo.
    Che c’è di male?

  26. dario il 31 maggio 2004 alle 15:03

    Caro Gianni, io non avrei nulla di che lamentarmi se quello che scrivo appartenesse a un genere, mica snobbo i generi! Solo che non ha senso dire che “se ti ci metti un genere per me lo trovi”. I generi sono generi depositati, mica invenzioni lì per lì’ di qualcuno, per quanto geniale possa essere. Diverso è scoprire un genere là dove mistificatamente si credeva che non ci fosse, come è secondo me il caso della categoria “genere letteratura” che Moresco e/o Evengelisti hanno introdotto e che secondo me smaschera molta produzione attuale. Ecco, mi dispiacerebbe se i miei libri appartenessero al “genere letteratura”. Ma forse purtroppo è proprio così. Nel caso fosse così, farei una autocritica privata e profonda. Non mi andrebbe di starci, lì dentro. In un altro genere magari. Ma deve essere un genere che esiste nei fatti, se no non ci sto. Mi basterebbe allora sapere che scrivo libri di genere voltolinesco, no? La tautologia aiuta sempre, solo che non dice niente.
    Saluti

  27. gabriella il 31 maggio 2004 alle 15:19

    Qualcuno mi spiega cosa si intende per “genere letteratura”?

  28. Gianni Biondillo il 31 maggio 2004 alle 16:44

    Infatti, Dario. Io reputo i libri di Chandler chandleriani. Quindi sono più d’accordo con te di quanto creda.
    Gabriella; qui Evangelisti ne parla: http://www.carmillaonline.com/archives/2004/05/000740.html#000740

    augh, g.

  29. Marco Lodoli il 31 maggio 2004 alle 20:31

    Lo storicismo non mi ha mai convinto. Ogni grande artista esprime il centro della questione, a prescindere dal tempo e dalle tendenze. Così non capisco bene chi siano questi autori ombelicali – per usare la definizione vigente, che vorrebbe essere sprezzante e invece, a mio avviso, esalta involontariamente quegli autori ancora senza nome. Ma prima di loro, Kafka, Walser, Rilke, Von Hoffmansthal, la Dickinson, la Ortese, la Pozzi, la Campo, non erano forse concentrati totalmente sulle proprie ossessioni? Di certo non inseguivano gli argomenti del mondo, le P2 e gli scandali dell’epoca. Il loro ombelico aveva nostalgia del Tutto, della Madre, del Senso da cui siamo stati tutti tragicamente staccati. E negli anni Ottanta, chi fece altrettanto? Milo De Angelis, forse, poeta immenso. Beppe Salvia, altra anima grande. Mettiamoci pure Nanni Moretti. In minuscolo mi ci metto anch’io, il Millennio era ombelicale, ma nella direzione cui accennavo prima. Comunque oggi davvero nessuno è ombelicale, nessuno cerca, tramite la letteratura, l’Assoluto. Si scrivono gialli, noir, si parla di droga, puttane, bassifondi, si scende a annusare la cosiddetta realtà. Ma la letteratura che guarda in alto, che si pensa come esperienza spirituale, è svanita, resta qualche poeta, la Gualtieri, qualche solitario come Claudio Piersanti. Come mai? Eppure non è questo che cerchiamo nei libri, nei quadri, nella musica: l’infinito nel finito, l’oceano nel bicchiere di carta? O vogliamo solo inseguire le quotidiane malefatte del mondo?

  30. Raul Montanari il 31 maggio 2004 alle 22:16

    Ombelicale e autoreferenzialissimo Lodoli, potresti anche leggere e informarti un pochino sulla produzione attuale – basta davvero un pochino, coraggio! – prima di dire certe cazzate. Il modo come ti agiti appena hai il sospetto che qualcuno parli male degli anni ’80, dei quali ti sei autonominato custode e tutore, è patetica.
    Se vuoi andare a cercare oggi la letteratura che si pensa come esperienza spirituale leggiti Laura Bosio e Aldo Nove (sissignori), per cominciare. Ma solo per cominciare, eh? Ti chiedo scusa in anticipo se non citerò titoli miei come fai sempre tu con i tuoi; è un’abitudine che mi dà la nausea.
    Quando hai finito compila le schede dei quattro libri in prosa che ciascuno dei due ha scritto, mandale qui e ti do altri nomi.
    Per ogni errore che farai nelle schede dovrai scrivere 80 volte “Gli anni 80 sono passati da 20 anni, e tranne me e Claudio Cecchetto nessuno ne sente la mancanza”.

  31. Gianni Biondillo il 31 maggio 2004 alle 23:38

    In più (stasera l’ho conosciuta di persona, casualmente) Laura Bosio è di una dolcezza “sacra”.

    G.

    p.s. e leggiamo anche “le cose come stanno” (è di un amico? Faccio pubblicità? Sì, e me ne vanto). Libro sull’immobilità rancorosa dell’essere. Qui siamo oltre all’ombelico: siamo allo sfintere dell’anima.

  32. gabriella fuschini il 1 giugno 2004 alle 00:12

    Stranamente sono d’accordo con tutti e tre gli ultimi interventi e soprattutto dopoo aver letto il pezzo che mi ha indicato Gianni. Raul tu hai ragione sul fatto che gli anni ’80 sono passati da vent’anni però Lodoli ha ragione da vendere, per me Milo De Angelis è ancora un dispensatore di emozioni grandi. Allo stesso tempo la Bosio e Nove ti portano in regni spirituali sì e ho trovato in alcune tue pagine riflessioni di alta letteratura. E per finire Le cose come stanno…è un grandissimo libro, c’è tutto lì dentro. Anzi se devo dire la verità è il libro che più mi ha suscitato respiro ampio sui nodi dell’esistenza e non c’entra nulla che l’autore sia un’ amico. Non sono libri piacevoli e carini da leggere, tutti questi sono libri importanti. E per finire le citazioni riflettevo in questi giorni su Kamikaze d’occidente, sull’autofiction e il saggio di Forest(Il romanzo, l’io). L’autobiografismo, un arteficio per svelare il reale? Perché no?

  33. Marco Lodoli il 1 giugno 2004 alle 01:27

    Caro Montanari, non mi sorprende più di tanto la brutalità della tua risposta. Abbiamo concezioni diverse dello scrivere. A me degli anni Ottanta non importa granché, tranne che il fatto che avevo poco più di vent’anni in quel tempo e che, ovviamente, mi sono accadute tante cose che mi hanno segnato. Mi sembra che la maggior parte dei miei libri, però, li ho scritti più avanti, fino a oggi. Ponevo una questione che nulla ha a che fare con i decenni e le mode letterarie. Dicevo semplicemente che molti artisti, nei secoli, hanno scritto o dipinto per esigenze spirituali, e che oggi questa tensione non è poi così tanto sentita e a volte è addirittura sbeffeggiata. Io amo Franz Marc e Bergman e Char e tutti quelli che scrivendo o facendo altro mi comunicano immediatamente il senso di un rischio. Osano totalmente, si mettono in gioco totalmente per andare oltre il muro. Se va male c’è la rovina. Per questo non mi pare giusto sputare su questa tipo di avventura artistica. Non c’entra nulla l’ombelicale inteso come asfissia e narcisismo. Tutto qui. Non mi pare di essermi agitato, volevo solo affrontare un tema, Cecchetto poi non capisco che ruolo abbia in questo discorso. E’ un dee jay, no? E allora come s’incastra con quello che ho detto? Tra gli autori di oggi, più che Nove e la Bosio, sceglierei Trevi e Mozzi e, tra i pittori, Di Stasio e Marco Tirelli, e nel teatro la Valdoca. Hanno una tensione dolorosa, magari non si occupano di gialli, però mi costringono a pensare a qualcosa di più grande dei miei soliti piccoli pensieri. Un saluto, Marco Lodoli

  34. franz il 1 giugno 2004 alle 08:19

    Franz Marc: un grande. Del passato remoto. Bergman: un grande. Del passato prossimo. Ma non vuole più vedere i suoi film, dice che lo deprimono. E’ meglio Char o Cher? Io preferisco quest’ultima.
    Cecchetto ha inventato gli 883. L’unica cosa (buona?) che ha fatto in vita sua. Un mito (?)
    I gusti sono gusti. Parliamo di ombelico nel noir? Il noir è pieno di ombelichi, mi creda, Lodoli.
    Grazie agli amici Gianni & Gabriella (Clyde & Bonnie?) per l’apprezzamento.

  35. andrea barbieri il 1 giugno 2004 alle 09:46

    Scusate, mi intrometto, per una cosa che ha scritto Marco Lodoli:

    “Tra gli autori di oggi, più che Nove e la Bosio, sceglierei Trevi e Mozzi e, tra i pittori, Di Stasio e Marco Tirelli, e nel teatro la Valdoca. Hanno una tensione dolorosa, magari non si occupano di gialli, però mi costringono a pensare a qualcosa di più grande dei miei soliti piccoli pensieri.”

    Ecco i pittori Stefano (intendevi Stefano penso) Di Stasio e Marco Tirelli a me fanno una diversa impressione. Il primo così ultraepigono del surrealismo, con una bella pittura tonale, leccata, con le regole della prospettiva, il realismo delle figure tolte più che dalla vita da quadri di altri; il secondo addirittura ripropone dettagli di Picabia ingranditi (almeno Gnoli ingrandendo inventava qualcosa), con colori eleganti da stilista, montati in belle installazioni come si usava negli anni ottanta prima che nascesse la transavanguardia.
    Naturalmente non metto in dubbio la tua sincerità quando guardi i loro lavori e li trovi profondi, in fondo a me importa il discorso che riesci a farci sopra, che magari è creativo e emozionante. Però la potenza dell’immaginazione sta da un’altra parte.

  36. massimiliano governi il 1 giugno 2004 alle 10:10

    Montanari che dà dell’autoreferenziale a Lodoli, è proprio il classico bue che dà del cornuto all’asino. Montanari è quello che – dopo aver commentato polemicamente una lezione di scrittura di Sandro Veronesi sbobinata da minimum fax – ci ha spiegato per benino, punto per punto, come si fanno correttamente le lezioni di scrittura creativa. E cioè, come le fa lui. Raul Montanari, s’è capito anche dalla risposta che ha dato a Lodoli – ama parlare di poesia e nel contempo mostrare i muscoli. Un po’ Toro Ferdinando, un po’ Toro del Bronx, ecco.

  37. Raul Montanari il 1 giugno 2004 alle 10:14

    Per Gabriella e in parte per Lodoli: non mi sono mai sognato di sminuire Milo De Angelis, a cui fra l’altro devo gratitudine personale. Basta rileggere quello che ho scritto per accorgersene. Genna ha lanciato l’idea di proporre Milo per il Nobel, io sottoscrivo subito. Il discorso non verteva su questo.
    Proporrei di lasciare la poesia fuori da questa discussione, perché la complica inutilmente. La poesia non è un “genere”, è proprio un altro gioco con altre regole. Non dico che è come paragonare gli scacchi al rugby; diciamo, visto che si tratta sempre di scrittura, che è come paragonare gli scacchi alla dama. Sei sempre seduto a un tavolo con 64 caselle bianche e nere davanti, ma quello che fai è profondamente differente nei due casi.

    A Lodoli: mi dispiace che la mia reazione ti sia suonata brutale, tanto più visto il garbo con cui ti esprimi tu (tranne quando parli col già citato Genna) ma se hai la pazienza di rileggere tutti i tuoi interventi di argomento letterario su NI (e, per estensione, la polemica con il tre volte citato Genna, di qualche mese fa) non puoi non accorgerti che l’immagine del tutore degli anni ’80 te la sei costruita eccome. Siccome le periodizzazioni sono sempre imprecise, diciamo che si parla della fase da metà anni 80 a metà anni 90, l’era pre-pulp e pre-nuovo noir, insomma. Niente di male, finché questo non comporta giudizi superficiali su quello che è stato fatto DOPO, sull’esplosione di scrittura che per fortuna è arrivata dal 94-96 in poi. Cecchetto è un dj che ai successi degli anni ’80 ha dedicato una famosa compilation.
    Comunque sono molto contento, Marco, che tu ora cominci a tirare fuori nomi diversi da Piersanti (non a caso, un autore ancora una volta della tua generazione). Leggi anche Bosio e Nove, dammi retta, e vedrai che mi sarai grato. Sempre nell’ottica deliberatamente ristretta dell'”esperienza spirituale”, s’intende; se poi si vuol parlare di semplice talento narrativo, a partire dalla metà degli anni ’90 i nomi si moltiplicano, finalmente. Il tuo intervento, anche se preciso nei contenuti, assomigliava pericolosamente a certe lagne che si sentono da un po’ di tempo in qua sullo stato attuale della narrativa italiana. Di qui la mia reazione, del cui tono non ho problemi a chiederti scusa.
    Sono un tuo lettore attento e sono molto contento di sapere che anche tu sei un lettore mio, visto che fai un paragone fra le nostre concezioni della scrittura che non sarà certo basato sulla lettura di solo un paio di opere.

    Per Gianni: non ho citato subito il libro di Krauspenhaar perché a quel punto davvero avrei dovuto cominciare a fare un elenco di almeno 15-20 nomi, stando bene attento a chi lasciavo fuori; e questo non avevo il tempo e la voglia di farlo, fuori contesto per di più.

    Un caro saluto a tutti.

  38. Gianni Biondillo il 1 giugno 2004 alle 11:43

    In un certo senso, Raul, torna la questione aperta da Tiziano: la lista della spesa.
    Ci sono, oggi, nel mondo della cultura e dell’arte (poesia, musica, pittura, architettura, cinema, etc.) persone che stanno facendo molto. Se riuscissimo ad inquadrare meglio “l’elenco” (“il catalogo è questo” cantava qualcuno), se comprendessimo a pieno le reciproche influenze, anche extradisciplinari, sapremmo meglio comprendere il “fenomeno giallo italiano contemporaneo”. Perché non accetto l’ipotesi che questo “fenomeno” sia esente da spiritualità, assoluto, sacro, pathos, dolore, rovina, estasi.
    In pratica, insisto, c’è un gruppo (non necessariamente una generazione, non è una questione “generazionale”) di autori che esprime il mondo attraverso un genere. Perché? Stiamo parlando, bisogna rendersene conto, di persone che hanno letto, eccome, Milo De Angelis, visto Bergman, etc. etc., non sono fanatici chiusi nel loro orticello generista e generazionale. Se non comprendiamo questo non comprendiamo il fenomeno.
    Io, poi, sugli ombelichi non ho nulla da dire. Con la primavera se ne scoprono un sacco in giro per la città. Ed è un bel vedere.

    g.

  39. gabriella fuschini il 1 giugno 2004 alle 11:54

    Mhm, Raul, so perfettamente come la pensi su De Angelis e non ero polemica con te, mi sembrava solo che alcuni contenuti tuoi a altri di Lodoli non fossero poi in così grande conflitto… mi sembrava che il discorso vertesse sui contenuti della letteratura. Che la poesia sia un altro pianeta siamo d’accordo, né più in alto, né più in basso: pianeti diversi.
    Un abbraccio

  40. Raul Montanari il 1 giugno 2004 alle 12:35

    Gabri, la polemica non c’entra nulla, figurati: si stanno solo facendo precisazioni.

    Governi invece, con la sua ansia da leccaculo, compie l’errore classico della sua specie: si mette a parlare totalmente a sproposito di quello che ho detto tre mesi fa su tutt’altro argomento, di cui non ha capito una mazza, e in questa maniera esautora di fatto dalla discussione il protagonista della discussione stessa, cioè Lodoli e le sue tesi espresse qui e ora, tesi che ne richiamano altre precedenti.
    Crede di fare bella figura con Lodoli, che forse gli concederà un pat pat sulla crapa, e finisce per rendergli un cattivo servizio, cambiando il titolo di questo segmento di dibattito da “Le opinioni di Lodoli sulla narrativa di genere e alcune sue considerazioni comparative fra anni 80 e attuale stato delle arti” a “Quello stronzo di Montanari mi sta sulle palle, gné gné gné”.
    I leccaculo incapaci di pensare con la propria testa hanno la lingua rasposa, e rovinano sempre le delicate superfici su cui esercitano la loro arte squisita.

  41. Graziano il 1 giugno 2004 alle 12:58

    Sono d’accordo con Gianni sul bisogno di storicizzare il fenomeno “giallo”. Scarpa ha ragione a denunciare uno stato di fatto, e lo fa benissimo. Ma perché oggi si è prodotto questo stato di fatto? Invito tutti a rispondere (e mi piacerebbe sentire l’opinione dello stesso Tiziano). Per quanto riguarda il neorealismo, possiamo dire che uno degli impulsi produttivi fu la brutalità della realtà bellica? Mi sembra di sì. Alcuni scrittori “neorealisti” avevano partecipato direttamente o indirettamente alla guerra civile italiana del 43-45 e comunque tutti ne avevano serbato memoria. In un libro che lessi tempo fa, La resistenza nella letteratura, l’autore – Falaschi – metteva in relazione la nascita del neorealismo con il proliferare dei bollettini di guerra, sempre fedeli, accollati al vero, incapaci (per volontà e per necessità) di non attenersi al sangue degli eventi, una specie di realismo diffuso nato dal basso e per necessità, un “clima”. In questo senso la vis realistica di Fenoglio è certamente figlia della letteratura americana, ma anche degli eventi vissuti e del modo popolare, basso di riferirli, tramandarli, tradurli in rapporti al capo, racconti orali intorno al fuoco, bollettini, riviste clandestine ecc. Mettiamoci dentro anche la voglia, consapevole o inconsapevole, di ribaltare l’ermetismo imperante negli anni 30, quell’ermetismo che aveva rinunciato alla realtà, per volontà o necessità, e che per Croce, insieme all’ultima poesia decadente, rappresentava lo sfiancamento morale degli intellettuali, la rinuncia della cultura che egli considerava tra i fattori che avano permesso il proliferare delle guerre e del fascismo. E d’altronde, chi si ricorda la polemica Bo-Vittorini? Quello è il punto di non ritorno, il momento ufficiale del passaggio di testimone dall’ermetismo al neorealismo che è emblematico soprattutto in un autore: Quasimodo. In Quasimodo la spinta morale nel passaggio dall’ermetismo al neorealismo trova la sua incarnazione migliore.
    Ma se la brutale realtà degli eventi, un realismo diffuso dal basso, una spinta morale e letteraria antiermetica costituiscono il carburante del “neorealismo”, qual’è la benzina dell’imperante “giallo”? E’, secondo me, il nodo centrale, da cui dipendono o comunque possono essere stravolte molte delle altre domande poste da Gianni. “Perché” oggi vince il giallo?

  42. massimiliano governi il 1 giugno 2004 alle 13:24

    Non ho bisogno di leccare il culo a Lodoli – siamo amici da 13 anni – e mai ho leccato il culo a NESSUNO. Sono stato sempre accusato del contrario, semmai. Quello che hai detto sulla sbobinatura di Veronesi sta lì – nel mese di Marzo – e tutti possono andare a rileggerlo. Non ho travisato proprio niente, testa di cazzo che non sei altro. E nemmeno tu credo traviserai: ho detto che sei una testa di cazzo, sì.

  43. massimiliano governi il 1 giugno 2004 alle 13:41

    E concludo ricordando alla colossale testa di cazzo di Montanari, come ha esordito in questo dibattito che lui stesso ha intitolato “Le opinioni di Lodoli sulla narrativa di genere e alcune sue considerazioni comparative fra anni 80 e attuale stato delle arti.” Ecco l’incipit:

    “Ombelicale e autoreferenzialissimo Lodoli, potresti anche leggere e informarti un pochino sulla produzione attuale – basta davvero un pochino, coraggio! – prima di dire certe cazzate. Il modo come ti agiti appena hai il sospetto che qualcuno parli male degli anni ’80, dei quali ti sei autonominato custode e tutore, è patetica.”

  44. Nick Names il 1 giugno 2004 alle 14:00

    Scusa Montanari, ma quest’ultimo intervento nella sua secchezza mi pare geniale. Neanche a me sembra ‘sto gran leccaculo, Governi. E’ giusto un passante preso a calci dalla tua irruenza… e dai, che hai tranciato anche Lodoli, che è meno caratteriale e ha risposto con moderazione. Ma ti riesce di star calmo? Subito a dire che chi non condivide qualcosa non capisce una sega e tira cazzate e.
    Calmo…

  45. Nick Names il 1 giugno 2004 alle 14:04

    Eh no, dicevo il primo intervento, di Governi, il primo: che bastava, era in sé compiuto. Ora hai sbavato, Governi, troppo, che è ‘sto codazzo? Basta: niente benzina sul fuoco. Annacquatevi.

  46. massimiliano governi il 1 giugno 2004 alle 14:11

    Hai ragione. Ho sbavato. Bastava dire che Montanari è una gran testa di cazzo.

  47. Nick Names il 1 giugno 2004 alle 14:39

    Naaa, acqua! Che poi Bergum mena anche me che c’entro un tubo, in questa discussione, e mi piaceva solo l’intervento, era sorridente, e ciao vado a allenarmi col punching ball che qui tira una brutta aria

  48. gino tasca il 1 giugno 2004 alle 14:43

    Sarà.
    Però, oggi, dovendo scegliere delle cose da leggere in ospedale – dove mi opereranno lunedì (quindi, per qualche giorno – dieci, quindici – vi liberate della mia petulanza)- ho preso 5 Maigret, 3 Rex Stout e 2 P.D. James e – fra le cose che ho a casa – mi prenderò di sicuro “La spia che venne dal freddo” e altri primi-La Carré.
    Ah, ho preso anche un Grisham.
    Vorrà pur dire qualcosa che – nell’affrontare la malattia – io abbia scelto non Rilke ma autori di genere. Sì, sento già il coro: perchè sei un idiota: può darsi: ma secondo me c’è anche dell’altro. Divergere-distrarre- affabulare. (Scusate questa uscita da “diario” ma io faccio il nido – come i cuculi – in casa d’altri.)

  49. Graziano il 1 giugno 2004 alle 14:54

    Ok, circa l’importante interrogativo, metto qualcosa di mio. Gianni, tu dici che il giallo non è “evasione” perché i gialli di oggi trattano, e spesso anche in maniera critica e non solo servendosene come di una coreografica, della realtà, attentati g8 complotti ecc. Non lo nego, però il giallo degli ultimi anni non è giallo tout court, cioè è possibile che il giallo sia nato come genere di evasione (la storia che prende, l’indagine, chi sarà il colpevole ecc.) ma che poi, in una precisa congiuntura storica, sia diventato il contenitore di altro. Parlo del giallo-giallo, che poi è chiaro che alcuni elementi sono presenti anche in opere del passato, ottocento settecento seicento e così via, e a ben vedere anche Omero era un giallista, la sua indagine ti prende, ti cattura e non vedi l’ora di di sapere come va a finire, chi sarà l’assassino di chi (Ettore di Achille o Achille di Ettore), e poi quell’avvio “cantami o diva del pelida Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”: perché Achille era adirato? quali sono questi lutti? mette tensione, Omero, è uno scrittore di thriller, si vede, si sa da tempo.

  50. Gianni Biondillo il 1 giugno 2004 alle 14:54

    A Gino: augurissimi per l’operazione.

    A Nick: vecchio mio, tu non me la racconti giusta! ;-) Comunque hai ragione, acqua, acqua alle corde.

    A Raul e Massimiliano: ok, uno è un leccaculo e l’altro una testa di cazzo. Ok. Ora però mandatevi a cagare privatamente, se è possibile. E, vi prego, non tirate fuori il “ha iniziato prima lui”, che lo troverei infantile.

    Oppure inauguriamo una nuova rubrica: “Rutto e insulto libero.” Potrebbe essere un’idea…
    Ah, la catarsi…

    G.

  51. riccardo ferrazzi il 1 giugno 2004 alle 14:58

    Possiamo lasciare da parte gli insulti e le altre amenità e tornare al tema della discussione ? Vorrei provare a sottoporvi una possibile risposta alla domanda:”perché proprio il giallo ?”
    Secondo me una spiegazione può essere questa. Sono cadute le certezze messianiche di destra e di sinistra, alle virtù salvifiche della democrazia nessuno ha mai creduto davvero, siamo tutti orfani. Abbiamo bisogno di essere rassicurati/consolati (e allora giallo) oppure di piangerci addosso (e allora noir). Fino a quando non avremo elaborato il lutto continueremo a piangere e batterci pacche sulle spalle. Poi, sperabilmente, ci rimetteremo a cercare uno scopo nella vita.

  52. franz il 1 giugno 2004 alle 14:59

    Hai detto niente! 5 Maigret, 3 Stout, 2 P.D. James: sei messo bene,ti faranno uscire prima del previsto, Gino. :-) (In bocca al lupo, a proposito).

  53. Gianni Biondillo il 1 giugno 2004 alle 15:07

    Non a caso, Graziano, Omero e Shakespeare sono da sempre i più saccheggiati ad Hollywood.

    La strada indicata da Riccardo reputo debba essere percorsa. In effetti, mantenendo le definizioni di Raul, oggi è più noir che giallo, quello che si scrive in Italia. Non so se è un semplice piangersi addosso. Di certo c’è un evidente senso di crollo, di caos, che lega molti di questi romanzi. E di desiderio impossibile e frustrante di comprenderlo (indagandolo).

    g.

  54. Graziano il 1 giugno 2004 alle 15:52

    Sì, anche a me sembra che quella indicata da Riccardo sia una chiave di lettura molto interessante. Di fronte all’inquietudine sociale e al caos ideologico del momento, il giallo offre la catarsi, la pacificazione della soluzione, della conoscibilità del reale (in questo, ha ragione Montanari a ricollegarlo al positivismo e all’indagine scientifica freudiana) mentre il noir non risolve l’inquietudine e il caos ma li rappresenta, li ingloba. Però mi sembra non basti. Perché è vero anche che, al di là dell’indagine risolta o fallita, come scrive Scarpa i morti e gli ammazzamenti rendono bene in moneta narrativa: dunque, forse dietro c’è anche un discorso psicanalitico da fare, c’è quell’attaccamento all’evento nero, scabro, morboso, spesso causa o specchio dei grandi sentimenti umani da sempre cercati dal pubblico più semplice e popolare, nei drammoni, nei romanzi rosa ecc. Non sarà che il giallo e il noir soddisfano quegli stessi profondi e morbosi istinti che agiscono quando ci affolliamo intorno a un incidente stradale con un segno di sangue sul terreno o quando alziamo il volume (non io, parlo in generale, io cambio canale) quando ascoltiamo alla tv l’ennesimo atto di cronaca nera sviscerato nei dettagli più scabrosi? Secondo me, c’è un discorso più profondo, psicanalitico appunto, da fare: la morte, specie se violenta, lo scabro, il morboso, col loro contorno di grandi sentimenti causa o specchio di ciò, attirano un certo pubblico e rendono molto, se ne sono accorti i direttori di tg, i curatori di palinsesti ecc. Forse anche questa, quella dell’animo umano, è una strada da battere.

  55. franz il 1 giugno 2004 alle 16:21

    Ma sono cose diverse. Il tg con la sua realtà filtrata attraverso il tubo catodico è una cosa, la curiosità morbosa “dal vivo” davanti all’incidente stradale mortale è un’altra. Trovare interessante il noir un’altra ancora. Io direi che non aiuta molto mettere tutto nello stesso calderone. Graziano, dici bene sull’animo umano. Il noir fa parte del genere “animo umano”, quindi. Come gli altri generi letterari. Riconduciamo tutto a un unico genere e facciamola finita!…;-)
    Ci sono due generi letterari, a mio parere: il genere libri belli e il genere libri brutti. Con molti libri che stanno con un piede in uno e nell’altro genere.
    E’ come con la musica. Kurt Weill (quello dell’Opera da tre soldi) diceva che non esiste grande musica e piccola musica: diceva che esiste buona musica e cattiva musica.
    Ci sono opere musicali elaboratissime di 3 ore e mezzo che non valgono mezza battuta di un pezzo di Burt Bacharach (esempio di ottima musica leggera). Si, i gusti sono gusti, è vero: ma c’è un limite.

  56. Graziano il 1 giugno 2004 alle 17:22

    Franz, lo so che sono cose diverse ma, secondo me, accomunate almeno in parte dal soddisfare alcuni istinti profondi dell’animo umano, nella raffigurazione semplice e immediata del dolore, della morte, dei grandi sentimenti umani ecc. In molti romanzi “non gialli” questo non c’è: c’è una rappresentazione più sottile, raffinata, che non cede facilmente al phatos oppure più intellettualistica, insomma, ci sono dei diaframmi ecc.
    Io stavo ragionando sul perché del primato del “giallo”. Che per me i generi non esistono, o per lo meno non sono compartimenti stagni, e che un libro bello – giallo, noir, rosa, romanzo, poesia ecc. – è sempre un libro bello, e che la differenza non è tra generi ma tra qualità, questo lo davo per scontato, e nel merito sono d’accordo con te. Cercavo di rispondere alla domanda: perché oggi il giallo è così di moda? E’ come rispondere alla domanda: perché oggi vige il primato del capitalismo? Certo, si può criticare il capitalismo, si può anche obiettare circa il concetto, visto che secondo alcuni non bisogna dire “il” capitalismo ma “i” capitalismi, perché ne esistono di diversi ecc. Ma mettendo un attimo da parte simili considerazioni, che pure sono pertinenti e valide, si cerca di rispondere alla domanda anche nella sua imprecisione definitoria.

  57. Marco Lodoli il 1 giugno 2004 alle 17:50

    Io non credo affatto che la poesia stia da un’altra parte, su un altro tavolo. Il narratore e il poeta stanno esattamente dalla stessa parte, cercano, con percorsi diversi, le stesse cose. Rileggevo “Garden Party” della Mansfield, per me il più bel racconto del 900. Ebbene,è semplicemente un’opera poetica, nel senso che arriva inaspettatamente al senso ultimo dell’esistenza. Dall’altra parte ci sono invece i narratori che credono “che non sei fregato finché hai una buona storia da raccontare”, come recitava il manifesto di un film tratto da un libro di Baricco. A questo assunto io credo poco. La vita stringe, ogni giorno è l’ultimo. Cerco parole che aprano una breccia. Per questo, forse, da qualche anno mi capita di leggere più poesia e meno narrativa, anche se ringrazio il destino di avermi incontrare due spiriti illuminati come la Kristof e Cootze. Il giallo, a mio avviso, prevede lunghe vacanze, una vita infinita da intrattenere, emozioni esterne che giungano a solleticarla. Ma io non ho più tempo. In ospedale mi porto le Elegie Duinesi e Suzuki Roshi, non Le Carré. Un saluto a tutti gli Indiani.

  58. franz il 1 giugno 2004 alle 18:19

    Graziano, sarà stato scontato per te, scusami; ma quello che ho scritto sembra banale ma non lo è. In questo senso:è proprio necessario chiederci sempre il PERCHE’? Il giallo fa parte della categoria dell’umano, come Rilke (citato da Lodoli). Io personalmente non penso che la poesia e la narrativa siano soltanto pianeti diversi: la poesia sta un pò sopra, sinceramente. Questo sempre secondo me. Stesso sistema solare (la letteratura): poi vediamo chi è Giove e chi Plutone. E poi, ancora, bisogna vedere di quale poesia si sta parlando (se di Rilke o di Popi Minellono – autore del testo de “L’italiano” di Cutugno)o di quale narrativa – e qui citiamo due donne (Mazzantini o la citata da Lodoli Agota Kristof). Faccio cognomi anche senza nomi ma va bene lo stesso, spero. Poi, Graziano, perchè mettere in relazione il “primato del capitalismo” con il primato del giallo? Al capitalismo non c’è via d’uscita, al giallo si. Infatti c’è chi non se lo porta appresso neanche all’ospedale. Non so se mi spiego.
    Lodoli, infine, dice che il giallo prevede lunghe vacanze. Forse perchè crede che il giallo sia “letteratura da spiaggia”? C’è giallo e giallo, ci sono vacanze e vacanze. C’è ospedale e ospedale.

  59. GiusCo il 1 giugno 2004 alle 19:36

    off topic: brava gente, di grazia, cosa c’è in programma letterario questo venerdì a milano? ossequi dalla puglia.

  60. Raul Montanari il 1 giugno 2004 alle 22:26

    Governi, stai calmo. E’ vero che attualmente sei una mezza sega e che per farti cagare da qualcuno devi leccargli il culo fino all’epatite e oltre, ma vedrai che, lecca oggi lecca domani, un posticino al caldo lo troverai. Ne ho visti tanti come te, e non era mai un bel vedere. Però sopravvivevano.
    Chiedo scusa al mio amatissimo Biondillo per aver trascinato brevemente la colonna off topic. Adesso vedi, Gianni, com’è irritante vedere i commenti prendere derive sciocche dopo che uno si è impegnato a scrivere un pezzo. A me è capitato spesso.
    Quanto a Marco Lodoli, continuo a non capire cosa c’entra con lo scrittore che stimo il commentatore omonimo che scrive:
    “(Kafka e altri) di certo non inseguivano gli argomenti del mondo, le P2 e gli scandali dell’epoca. Il loro ombelico aveva nostalgia del Tutto, della Madre, del Senso da cui siamo stati tutti tragicamente staccati. Comunque oggi … si scrivono gialli, noir, si parla di droga, puttane, bassifondi, si scende a annusare la cosiddetta realtà. Ma la letteratura che guarda in alto, che si pensa come esperienza spirituale, è svanita, resta qualche poeta, la Gualtieri, qualche solitario come Claudio Piersanti. Come mai? Eppure non è questo che cerchiamo nei libri, nei quadri, nella musica: l’infinito nel finito, l’oceano nel bicchiere di carta? O vogliamo solo inseguire le quotidiane malefatte del mondo?”
    Questo è Lodoli? L’autore che orgogliosamente diceva a Genna di essere stato il primo, in Italia, a ritrarre nei suoi libri tutta una serie di fenomeni sociali del presente?
    Certo, un artista è libero di cambiare idea, anche su se stesso.

    Saluti.

  61. Gianni Biondillo il 1 giugno 2004 alle 22:39

    Raul, nema problema: al sessantesimo commento lo svacco è fisiologico.

    ;-) G.

  62. nick names il 1 giugno 2004 alle 23:26

    beh, insomma, montanari, da persona nobile quale sei, mica dovresti fuoriuscire di testa in questa maniera!! Falla finita, hai rotto, maledetta malalingua! :-))

  63. massimiliano governi il 2 giugno 2004 alle 00:11

    che altro posso dire? montanari, sei una testa di cazzo.

  64. Raul Montanari il 2 giugno 2004 alle 11:34

    Sei monotono, Governi, e questo spiega come mai di tutta la covata cannibale sei uno dei pochissimi a non avere avuto fortuna, a essere rimasto un poveraccio costretto a fare il leccaculo per ottenere modeste collaborazioni editoriali, partecipare in ruolo subordinato a sceneggiature di film che nessuno è mai andato a vedere e farsi pubblicare un paio di libercoli che nessuno ha mai letto. Questo il bilancio di otto anni; capisco che uno sviluppi delle frustrazioni e si trasformi in un botolo ringhioso e sbavante.
    Impara a scrivere, che forse imparerai anche a stare al mondo. Cerca di non essere così passivo, sforzati di trovare qualcosa da dire, magari copiando, e non intervenire solo in tackle quando la palla ce l’hanno gli altri e criticano (con argomenti) i tuoi perplessi benefattori.
    Ah, un ultimo consiglio: dammi monotonamente della testa di cazzo stando bene alla larga da me, come fai ora; regolati da vero leccaculo tremebondo e non venirmelo mai a dire in faccia.

    PS Auguri a Gino e complimenti soprattutto per la scelta di Rex Stout. A parte l’incredibile utopia maschile della casa di Nero Wolfe (chi non vorrebbe viverci, in quel beato falansterio, lontano dall’amore, da tutto?) e ovviamente l’invenzione di Wolfe medesimo, la prosa di Rex Stout è una gioia.

  65. Gianni Biondillo il 2 giugno 2004 alle 12:42

    Minchia, Raul, quanta acidità. Cosa hai mangiato, uno yougurth scaduto?

    In effetti le argomentazioni di Lodoli sembrano di un malcelato razzismo nei confronti del “genere”. Mi sembra evidente che lui, comunque, così li interpreti quei libri: di genere, cioè di sottogenere, di sottoletteratura. Divertenti, sfiziosi, ben scritti, d’intrattenimento… ma non è certo letteratura questa, mon Dieu!
    In effetti Shakespeare era considerato troppo gran guignol ai suoi tempi (non è mica teatro questo), Omero troppo fiction, Ariosto troppo Fantasy, etc. etc.
    Io, da quando ho pubblicato, sono stato sommerso di libri “di genere” (regali di amici e editori). La maggior parte di questi mi ha fatto sbadigliare. Ma siamo certi che non avrei sbadigliato ugualmente se fossero stati di “genere letteratura”? Io è un po’ che lo dico. Qui da noi si pubblica anche troppo. Il problema è la cernita. Al di la del genere.

    g.

  66. massimiliano governi il 2 giugno 2004 alle 13:24

    non sto a replicare a tutte le falsità che hai detto nei miei confronti. ti dico solo che: ci si vede, montanari, stai tranquillo che ci si vede. e sono tutt’altro che tremebondo mentre te lo dico, testa di cazzo.

  67. franz il 2 giugno 2004 alle 14:14

    Piantatela tutti e due.

  68. franz il 2 giugno 2004 alle 14:30

    Ho dimenticato il “per favore”. Nessuno qui è tremebondo. Solo che sarebbe meglio per tutti, secondo me, se Raul e Governi si scrivessero privatamente, a questo punto. Io credo che ci si può anche chiarire, volendolo. Magari c’è stato un malinteso, a volte succede. E poi diciamolo: un uomo che ha carattere spesso ha un BRUTTO carattere. Non è buonismo, il mio, anzi. E non è nemmeno “buona educazione”, di quella me ne fotto, personalmente. Ma vale la pena di tentare di ricompattare – in modo civile – una questione tra persone civili.
    p.s: e ora non datemi addosso perchè mi sono immischiato, eh?

  69. Nick Names il 2 giugno 2004 alle 15:55

    E poi fareste davvero a schianti per due post del cazzo? Non ne vale la pena. Che lo scontro resti verbale, dissanguatevi con slancio qua sopra – ma fuori non torcetevi mezzo pelo, via…
    Per il resto ha ragione Biondillo, il detective John Blondie: se capita svalvolo anch’io qua sopra, introgolandomi nel turpiloquio. NI è fatta (anche) per questo.
    Ti girano i coglioni? Vai al vecchio saloon Nazione Indiana, ti piazzi al bancone, dai un’occhiata in giro, attendi, e al primo sgarbo chiappi una sedia e stum punch puffuncaz crash! Ci s’incarognisce, ma è un esercizio di stile mica malvagio.
    Ah tu, nicodemo nanomico: non scriverei mai “nobile quale sei” o “maledetta malalingua”, gigante.

  70. Raul Montanari il 2 giugno 2004 alle 19:58

    Niente da dire, Nick, tu sei simpatico! Io invece sono tonto e non ho ancora capito il problema con Nicodemo: intendi dire che c’è un altro Nick Names?

  71. franz il 2 giugno 2004 alle 20:01

    Caro Nick, questo non dovrebbe essere un saloon. O ci si picchia davvero o non ci si picchia proprio. Montanari e Governi sono due scrittori di valore. E hanno un certo carattere. Un caratteraccio? Va bene uguale. Almeno si sono scambiati le loro “cortesie” con nome e cognome. Ah, leggetevi “Il calciatore” di Governi, per esempio: io l’ho fatto. L’ho trovato in economica, è un libro che ha venduto. Anche perchè lo meritava proprio.

  72. gabriella il 2 giugno 2004 alle 21:22

    Si Raul c’è un altro Nick, l’originale si firma con Nick Names maiuscolo e ha sempre lo stesso indirizzo mail e in più è simpatico, l’altro è un falso, ogni tanto compare, sembra simpatico ma non lo è. :-))
    Onde evitare questioni non sono il servizio
    antipuffi, mi sono abituata a leggere gli indirizzi mail per capire chi sta parlando. :-P

  73. nick names il 2 giugno 2004 alle 23:37

    eddài, gabriella, non essere antipatica, tu, piuttosto ;-)) nick e Nick, è tutto un gioco, quale falsità! siamo compari o chi lo sa!

  74. andrea barbieri il 3 giugno 2004 alle 00:22

    Io nella sfida Governi vs Montanari tengo per Raul perché Governi rappresenta Lodoli essendo suo amico già da tredici anni e Lodoli tenta di rifilarci Stefano Di Stasio e Marco Tirelli, due pittori profondamente inizio anni ottanta, come maestri della spiritualità senza tempo. Per me questo è abbastanza per rigargli la macchina a Lodoli, e quindi anche a Governi.

  75. gabriella il 3 giugno 2004 alle 01:43

    Ah, ho capito Nick o nick, una sorta di Gollum della rete! Potevi dirlo subito, mi stanno molto simpatici i dissociati e i compari, giuro. :-))

  76. Nick Names il 3 giugno 2004 alle 14:43

    Non so chi sia, nicodemo nanomico, ma va bene. Gli è piaciuto il (nick)2 e ogni tanto s’affaccia. Cmq ciao nicodemo, io ti chiamo così per disambiguare il gioco… te cerca di tener alto l’onore dei nicks, però.

  77. Raul Montanari il 3 giugno 2004 alle 15:16

    Ho ubbidito alle richieste di gente sensata e affettuosa, e ho scritto a Governi. Ci siamo spiegati. Lui chiede le mie pubbliche scuse sulla faccenda del leccaculo, che gli faccio con tutto il cuore. Naturalmente non ho elementi per dire che Governi è un leccaculo, non conoscendolo se non per informazioni indirette. La sequenza, come gli ho appena scritto e come chiunque può verificare, è stata questa:

    1. Lodoli scrive delle cazzate, dimostrando di non conoscere la produzione mia e altrui (tipico: loro leggono quasi solo gli autori della loro generazione, noi leggiamo loro e ci leggiamo fra di noi. Con molte eccezioni, ovvio) e di sentirsi ugualmente intitolato a dare giudizi, perdipiù con un tono da vecchietta in gramaglie inconcepibile (le “brutture del mondo”!!!).
    2. Io gli do sulla voce “brutalmente”, ma era ora che qualcuno lo facesse.
    3. Tu intervieni su di me. Non difendi Lodoli con argomenti: attacchi me.
    4. Io prendo il cannone e sparo, passando palesemente dalla parte del torto, e di questo hai ogni diritto di chiedere le mie scuse.

    Io non chiederò le scuse di Governi per il “testa di cazzo”, perché provocato. Non chiederò quelle di Lodoli per la supponenza con cui ha parlato di me, di tutti noi, e per la maleducazione con cui si è poi rifiutato sostanzialmente di rispondere ai miei argomenti, facendo l’offeso solo perché era in evidente imbarazzo. Vecchia tattica che funziona sempre. Lodoli si tenga le sue opinioni e non si scusi con noi, non c’è problema. Non sa cosa perde a non leggere Biondillo e Franz, per tacer degli altri.
    Ciao a tutti, vado via qualche dì.

  78. andrea barbieri il 3 giugno 2004 alle 16:26

    E se io lettore semplice sentendo Lodoli lodare così esageratamente Stefano Di Stasio avessi fatto un viaggetto a Roma per vedere una sua mostra (500 km) e quindi trovarmi di fronte all’ennesimo epigono del surrealismo tutto citazioni e poca farina del suo sacco? E se avessi rinunciato, per farmi quel viaggetto, a sentire una conferenza della Benedetti magari intitolata “C’è molta più arte tra la terra e il cielo…”, spinto anche dal credito che Governi dà a Lodoli?
    Cioè io lettore semplice quando mi trovo di fronte un mediatore culturale che media male, che media come vuole perché col passare del tempo gli è venuto l’Io ipertrofico, con chi me la posso prendere?
    Io le scuse di Lodoli le voglio. Voglio anche quelle di Governi.
    Non mi ascolteranno perché sono un lettore semplice, perché nel loro mondo autoreferenziale l’ordine del discorso è fondamentale, ma quelle scuse le chiedo lo stesso.

  79. Marco Lodoli il 3 giugno 2004 alle 22:28

    Montanari, sinceramente mi pari un po’ fuori di testa. Insisti sul fatto che io non leggo gli autori più recenti: ma quando mai ho scritto una cosa del genere? Li leggo eccome. Punto e basta. Su questa fissazione paranoica hai costruito un discorso del tutto insensato, fatto di insulti e piagnucolose recriminazioni. Io ho partecipato educatamente a un dibattito, dicendo la mia, che può non piacere ma che non deve essere strumentalmente fraintesa. Ho l’impressione che ci sia un astio pregresso, che la questione sia un’altra, anche se non capisco qual è. Per quanto riguarda i tuoi appunti sulle mie contraddizioni, ti consiglio di rileggerti qualche autore russo, Tolstoi o Pastrnak, Esenin o Cechov: in loro è evidente il contatto tra il basso e l’alto, tra il disordine e il senso, tra il mondo e l’anima. Sono pressocché la stessa cosa, senza dualismi.
    Per quanto riguarda il carico di monnezza che hai scaricato su Governi, fai bene a scusarti e a coprirti il capo di cenere. Governi è una persona generosa e disinteressata come pochi altri nel mondo della letteratura, è fuori da ogni bega.
    A Barbieri non so cosa dire. Più che le scuse gli offrirei una pasticca di bromuro. Faccio i nomi di due artisti che mi piacciono e lui si offende a morte, sbraita, ulula, minaccia, perché? Non capisco proprio.
    Comunque ho capito di non essere bene accetto in questa nazione. Ogni volta che intervengo, vengo sommerso di improperi. Fa niente. Prendo la mia giacchetta, saluto, accosto la porta e me ne vado. State pure tra di voi, senza stranieri.

  80. Gianni Biondillo il 3 giugno 2004 alle 23:31

    Dai Marco… se te ne vai poi con chi giochiamo allo schiaffo del soldato? ;-)
    E poi questa era un po’ una festa organizzata a casa mia. Se uno dei miei ospiti ha pisciato contro il tuo paltò non è esattamente colpa mia… andandotene offendi il padrone di casa.
    Ché poi questi simpatici autori di genere russi li abbiamo letti tutti e ci sono piaciuti assai. Abbiamo, quindi, gli stessi gusti (o quasi), mi pare.
    E anche tu, Andrea… Se hai problemi con Di Stasio (oddio, ce li ho anch’io ma questa è un’altra storia) non prendertela con Lodoli. Se uno ti consiglia un film non sei obbligato ad andarlo a vedere. Cerca di esercitare il tuo diritto alla scelta, lascia perdere i “mediatori” (sta diventando una scusa per tutto. Secondo me alla Benedetti se le davano 10 centesimi ogni volta che nominavano la parola ora era ricca).

    Bella discussione, non trovate?

    G.

  81. andrea barbieri il 4 giugno 2004 alle 01:03

    Gianni ho sempre dei problemi con chi si presenta con la teoria dei massimi sistemi in mano.
    Ora Lodoli scrive:

    “Faccio i nomi di due artisti che mi piacciono”

    prima scriveva:

    “comunicano immediatamente il senso di un rischio. Osano totalmente, si mettono in gioco totalmente per andare oltre il muro. Se va male c’è la rovina”

    e in questo quadro ci infila Di Stasio e Tirelli, che

    “Hanno una tensione dolorosa, magari non si occupano di gialli, però mi costringono a pensare a qualcosa di più grande dei miei soliti piccoli pensieri.”

    Quindi non sono solo due artisti che gli piacciono ma i comunicatori dell’assoluto. Ora anche per te, Gianni, questo è un giudizio bislacco no? E va be’, se ne sentono tanti dirai. Solo che a me dà fastidio: 1) sentirlo con quel tono profetico, 2) che il vate Lodoli non dia udienza alle critiche. Scusa Gianni, ma io il trombonismo non lo reggo. La critica di Montanari a Lodoli, di essere supponente, la condivido e quindi come dice Lodoli, mi offendo a morte, sbraito, ululo, minaccio (e aggiungo io, sono contento di farlo). Di conseguenza per Lodoli merito il bromuro.
    Invece non merito nessun bromuro, la supponenza di Lodoli c’è eccome (anche in quel saluto: “state tra di voi, senza stranieri”); l’ordine del discorso anche (la battuta del bromuro la fa a me non a Montanari che davvero ha sbraitato).
    Lodoli non sta qui a capire e farsi capire, come fino a ora Scarpa, Voltolini, la Benedetti, Montanari (ovvio, ha di meglio da fare).

    Una cosa ancora sulla battuta dei mediatori. Non so se la Benedetti abbia pronunciato troppe volte la parola mediatori (non riesco a figurarmi il numero corretto), però sono sicuro che “Il tradimento dei critici” è un libro coraggioso, che per scrivere un libro così coraggioso bisogna avere una certa tenacia, essere un “rompiscatole”, e di conseguenza, in questi tempi, apparire un po’ stupido. Meglio una pizzata no?

  82. arpa d'erba il 4 giugno 2004 alle 01:18

    Biondillo, sei patetico…

  83. Ribot il 4 giugno 2004 alle 01:43

    Biondillo, fai senso anche a me. Ma ti guardi? Ti leggi? Pensi di essere una persona equilibrata, e non t’accorgi che la tua è una micidiale aggressività passiva. La peggiore.

  84. gabriella fuschini il 4 giugno 2004 alle 02:40

    Beh, a me dispiace se Lodoli non interviene più. Le cose che ha detto sui contenuti e sulla ricerca in letteratura mi interessano molto e poi che senso ha la parte finale della discussione? se la pensassimo tutti allo stesso modo non ci sarebbe dialettica, vorrebbe dire che siamo omologati e allora si che sarebbe alquanto triste. Qui una volta si è massacrato un film che per me è un capolavoro(L’eredità) e l’ho visto lo stesso, per fortuna. Alla fine ognuno sceglie cosa leggere e quali artisti apprezzare, e perché mai ci si dovrebbe irritare se un critico consiglia una cosa piuttosto di un’altra? Per quanto mi riguarda non ritengo i critici infallibili o esseri semi divini, metto in atto il mio di senso critico e mi confronto con il loro pensiero. Sarò un po’ retorica, ma a volte certe querelles pseudo intellettuali sono proprio ammorbanti!
    saluti

  85. franz il 4 giugno 2004 alle 09:27

    A quabto leggo avete fatto le ore piccole. Bravi.Volevo dire a Ribot che quella dell’aggressività passiva me la devo segnare.;-) Cazzo, le due o tre volte che ho bevuto una birra (si, scusate, sempre cò ‘sta birra, è vero) con Biondillo mi sembrava tutt’altro che aggressivo passivamente… Biondillo è un dobermann… Perchè non aggiungete che é anche un pò nazista? Nazista passivo? Ma dài ragazzi, le persone vanno conosciute per poterle giudicare, non trovate?
    Il limite del web sta in questo. Dobbiamo tenerne conto, prima di sparare le ns parolone. Io per primo, che a volte non ho proprio voglia di intervenire perchè un pò nauseato dai battibecchi che portano solo l’amaro in bocca. A chi battibecca e a chi assiste.
    E così per Montanari (che dovrebbe essere meno permaloso e fregarsene un pò di più)
    E Lodoli che ha pisciato un pò fuori dalla tazza? E’ vero. E allora? Ci stiamo scannando per dei giudizi. Governi che ha fatto un tackle scivolato che, ne sono certo, non voleva provocare quel bailamme; e poi s’è giustamente incazzato, e di brutto, per quegli insulti. Seguite l’esempio di Gabriella, andate a vedere i film, leggete i libri ecc. senza farvi impressionare dalla critica. E così per tutto. Ognuno di noi ragiona (e a volte sragiona, vero?) con la sua testa. Diamoci un taglio e passiamo ad altro. Da una discussione sul noir siamo passati a una discussione “noir”. Siamo tutti dei “vilain”. Ma chi è il colpevole? La butto lì:forse proprio il web.

  86. Gianni Biondillo il 4 giugno 2004 alle 09:57

    Arpa D’Erba e Ribot: grazie, grazie… detto da voi poi… grazie ancora. Della vostra opinione me ne fregio.

    G.

  87. andrea barbieri il 4 giugno 2004 alle 09:59

    Ma veramente quella di Lodoli vi pare “critica”? Curiosità, anche la stroncatura di Angelo Guglielmi alla prima parte dei Canti del Caos, quella su TTL era “critica”? E io, siccome vorrei ribattere alle idee di Lodoli sono da bromuro? E qui siamo tutti pecoroni?
    Scusate a me sembra di risentire gli Zibaldoni.it o come cavolo si chiamavano.

  88. franz il 4 giugno 2004 alle 11:53

    Andrea,quello della critica è un problema vecchio come il mondo dell’arte, lo sai bene.
    C’è Biondillo che è stato da poco “criticato” da un famoso purosangue defunto, il più grande della storia dell’ippica. Cosa dovrebbe dire, lui? ;-)

  89. gabriella il 4 giugno 2004 alle 12:34

    Ma no, Andrea non sei da bromuro e non siamo tutti pecoroni. Il fatto è che se appena uno esprime la propria opinione parte l’insulto, a me pare di essere in recinto per addomesticare i cavalli. E io non voglio essere addomesticata, se un autore mi regala emozioni, possiamo stare a discutere cento anni ma continuerò a provarla, l’emozione non viene dalla testa e tu puoi stare a ragionare per convincermi, alla fine avrò acquisito un punto di vista diverso ma la mia pancia continuerà a darmi lo stesso segnale. Un po’ ingenuo come discorso ma va bene così.

  90. Ribot il 4 giugno 2004 alle 12:36

    Biondillo scusa. Ti apprezzo come scrittore però a volte questo tuo fare finta di niente, di cambiare discorso e di buttarla a tarallucci, mi puzza. Ma è una cosa mia. Magari tu nella vita sei più frontale e coraggioso, che ne so. Comunque scusa.

  91. andrea barbieri il 4 giugno 2004 alle 12:37

    E vabe’ Franz, tu sei più saggio e alla fine mi convinci, ma che ribot sia matto come un cavallo ok, mentre Lodoli, cavolo Marco Lodoli, sentirlo così bah! Quando lessi Italiana, un’antichissima antologia di mondadori, il suo era il racconto che mi era piaciuto di più, una voce sensibile, molto bella. Ora a pontificare, ne conosco un altro che vuole fare i ponti :-)

  92. andrea barbieri il 4 giugno 2004 alle 12:41

    Ecco, nel frattempo anche Ribot si rivela ragionevole.
    A questo punto speriamo in un’apertura lodoliana.

  93. Gianni Biondillo il 4 giugno 2004 alle 13:05

    Ribot, avessi una tua email ti spiegherei privatamente perché mi comporto così.
    Ti dico solo che ho smesso di incazzarmi per le puttanate al terzo ricovero per ulcera sanguinante. Il medico mi ha fatto capire che non ne valeva le pena, che era meglio concentrarsi sulle cose serie.
    Mi tolgo il cappello di fronte alle tue scuse. Insultare è sempre più semplice che chiedere scusa, soprattutto se si indossa la maschera dello pseudonimo. Hai stile.

    Gianni

  94. franz il 4 giugno 2004 alle 13:14

    Ribot, bene, ti fa onore questa tuo ultimo post. Io Biondillo lo conosco. Lui non butta a tarallucci, credimi; lui cerca di stemperare le questioni con l’ironia: e questo è molto, molto diverso. Il coraggio non c’entra niente, se permetti. Nella vita Gianni lotta duramente come tutti noi, con coraggio.
    Si, Andrea, farebbe piacere anche a me che Lodoli tornasse qui a discutere. Parlavamo di noir, che è un genere che non può più essere guardato come fenomeno vacanziero.
    Negli anni 30 Dashiell Hammett scriveva dei capolavori. Hard boiled school. L’antesignano dei vari Ellroy ecc. Li scriveva a puntate sui giornali. Indicavano anche i tempi di lettura: 85 min. e 35 sec. ecc. Proprio così. Come scriveva Hammett? Da dio. Il noir è sempre stato alla pari col resto. Si parla di ammazzamenti? C’è la vita anche lì, pulsante, narrata con uno stile secco e al contempo “visivo” che ha pochi eguali.
    E aspettiamo il ritorno di Raul tra qualche giorno.
    E di Governi.

  95. Gianni Biondillo il 4 giugno 2004 alle 13:19

    E Hammett era comunista, negli Stati Uniti dell’epoca. Altro che disimpegno…

    G.

  96. andrea raos il 4 giugno 2004 alle 13:28

    lodoli secondo me diceva una cosa interessante quando rifiutava la separazione fra prosa e poesia (che non sono “generi” ma “forme”, quindi suscettibili di interferenze reciproche). sappiamo tutti che la “narratività” è la grande sfida della poesia moderna, e che il romanzo del 900 si è formato sulla/con la poesia (un esempio a caso: la morte di virgilio di broch – o l’uomo senza qualità, quell’ottimo giallo…).
    per il poco che so del genere poliziesco, mi sembra che anche scrittori consapevoli come chandler o ellroy lavorino – fra l’altro – per “sottrazione” rispetto alla funzione lirica (soprattutto in ellroy, trovo il risultato di grande bellezza; nei suoi libri migliori, ogni frase è un diamante). forse, più che per “generi”, sarebbe comodo riflettere in termini di (mi esprimo male) “fasce” di lingua e di esperienza, di ampiezza di connessioni. poco pratico dal punto di vista editoriale, certo.

  97. Ribot il 4 giugno 2004 alle 13:31

    Scusa ancora. Usala questa cosa del sanguinamento e dell’ulcera nei tuoi libri. E’ potente.
    Ciao.

  98. franz il 4 giugno 2004 alle 14:07

    Già, hammett era comunista negli USA di quel tempo, è stato in galera ai tempi del maccartismo. Ha scritto 5 romanzi, il resto sceneggiature per la tanto vituperata Hollywood (dove, accanto al 95% di stronzate, per esempio nel 51 il produttore e regista Albert Lewin – come ho scritto nel colonnino di Liala, con la quale Lewin c’entra come i cavoli a merenda- s”arrischiava, con divi come Ava Gardner e James Mason- a girare melò surrealistici
    d’avanguardia…).
    Quello che dice Andrea Raos è molto importante, davvero. Si può ripartire da lì.

  99. Gianni Biondillo il 4 giugno 2004 alle 14:12

    Esatto, Andrea (Raos). La questione della lingua, poi, è LA questione nella letteratura italiana.
    Torno a dire: fermarsi al genere è fermarsi alla superficie. Entriamo dentro e parliamo di forma, struttura, lingua, connessioni, “poeticità”, “narratività”. Inevitabilmente parleremo, quindi, di particolare, universale, vita, morte, immanenza, eternità, etc., etc.
    Il romanzo, poi nei fatti, è cosa moderna, ha circa 2 secoli e mezzo di vita.
    Hugo era poeta o romanziere?

    G.

  100. Graziano il 4 giugno 2004 alle 14:14

    …e 100! (scusate, è stato più forte di me)

  101. Nick Names il 4 giugno 2004 alle 16:11

    A me invece è piaciuto “della vs. opinione io me ne fregio”. Chissà se è già stato usato, se è modo di dire in uso c/o clan suburbani, se è originale o cosa, perché è una buona risposta. Scritta. Verbatim rischia di non essere colta.
    Cmq.
    Che c’è dentro “Meccano” by Arpanet? Ha qualche relazione col noir/giallo? e perché, dato che gli indi sono coinvolti, e c’è pure un’iniziativa per tristi inediti, sotto, non ne fate parola in un post a Giugno? Poi basta qui: questa discussione è rimasta sospesa a cavallo tra due mesi, mi si scliccano i polpastrelli a recuperarla ogni volta. Bye.

  102. Gianni Biondillo il 4 giugno 2004 alle 16:19

    “Me ne fregio”. Quel genio di Ettore Petrolini lo disse, sotto il fascismo, quando gli diedero una onorificenza.

    G.

  103. franz il 4 giugno 2004 alle 16:50

    Dentro “Meccano”, Nick, ci sono dei bei racconti e delle belle poesie di autori inediti. Di più, come direbbe quel “genio ” di Martufello, “ninsò”.

  104. andrea barbieri il 6 giugno 2004 alle 02:38

    Sfiancate. Angelo Guglielmi è sfiancante. Anche oggi su TTL ha scritto:

    “E l’algido Balestrini, che quel compito sa svolgere al meglio ( nota mia: interrogare le parole come campo di forze su cui si regge il mondo), in quanto scrittore svela a sorpresa una natura passionaria (nel senso di passione per la vita e le sue avventure storico-sociali) oggi per lo più ritenuta obsoleta e inattuale (soprattutto tra gli scrittori). Se pur sorprende così è.”

    Così è?!? Sorprende ma così è??? Di libri recenti che interrogano come dice lui le parole, e di scrittori italiani, ne ho abbastanza da murargli il portone di villa Guglielmi. Allora vi chiedo (Biondillo Franz Gabriella) come posso sfogarmi per un mediatore (spiacente G. Biond ma questa è la parola esatta) che non media ma svia (verso i suoi amici). Mi è venuto in mente un premio per la critica analogo al tapiro d’oro, e siccome premierebbe quelli che se la suonano, lo chiamerei cornamusa d’oro, anzi premio “cornamusa d’orata”. Biond che è architetto potrebbe progettare l’oggetto.

  105. Gianni Biondillo il 6 giugno 2004 alle 11:21

    Potrebbe essere un’idea.
    Dell’argomento si argomentò a suo tempo, parlando di padri e di padristi. Io, fra le altre cose, dissi che bisogna aspettare. tanto poi muoiono pure loro.

    G.

  106. Raul Montanari il 6 giugno 2004 alle 16:00

    Caro Lodoli, complimenti per la tenuta nervosa.
    Come tutti, io nelle polemiche di NI mi sono beccato insulti di ogni tipo (e anche una cinquantina di virus), ma non mi sono mai messo a frignare come te, non ho mai sbattuto la porta (né l’ho chiusa educatamente).
    Già in un’altra occasione, mesi fa, ti eri impermalito perché qualcuno (non io) aveva eccepito a una tua esternazione, e avevi detto che da quel momento in poi non saresti più intervenuto nei Commenti e ti saresti fatto postare da Scarpa o altri (come dire: i miei amici capoclasse).
    A proposito, grazie della lezione di alta letteratura; se poi trovi una sola sillaba “piagnucolosa” in quello che ho scritto sei pregato di isolarla dal resto e darmene contezza.
    Le mie scuse a Governi le rinnovo volentieri. Sul fatto che sia persona “fuori da ogni bega” ho qualche dubbio, giudicando l’intervento a gamba tesa che ha fatto su di me, che non mi ero affatto rivolto a lui nel mio commento a quello che tu avevi detto.
    Ma esiste qualcuno “fuori da ogni bega”? Nel periodo in cui ero più amico di Milo De Angelis passavo metà del tempo a medicare le coltellate che si era preso dai colleghi e l’altra metà a frizionargli la spalla che lui a sua volta si slogava tirando coltellate. Questo tanto per citare non solo un poeta su cui siamo tutti d’accordo, ma anche una persona con una qualità speciale, quasi angelica.

    Mi dispiace, Lodoli, la brutta figura la fai tu. La figura del disinformato, anzitutto. Figuriamoci se qualcuno si aspetta che tu “scriva che non leggi gli autori contemporanei”! Ma chi sarebbe così fesso da “scrivere” una cosa del genere? Sono gli esempi che fai e il discorso generale che proponi a far sorgere dei dubbi, diciamo così. Molti dubbi.
    Non siamo una banda di idioti (titolo di un romanzo di genere), e abbiamo capito benissimo il senso e le premesse del tuo intervento. Che la maggior parte dei miei colleghi e amici siano stati più diplomatici di me deve farti legittimamente piacere perché testimonia il rispetto in cui ti teniamo, ma non cambia di una virgola il succo della questione. Se pretendevi di venire qui ed essere preso per la Pizia, non è cattiva cosa che tu ti sia accorto di avere sbagliato calcolo.
    E con ciò ti saluto.

  107. Orlando il 8 giugno 2004 alle 00:56

    “… La Pizia soleva rispondere con un semplice sì e no, dipende…; quel giorno però l’intera faccenda le parve di un’idiozia veramente intollerabile, …”.
    Caro Raul (mi permetto),
    meno male che ti arrabbi (16:00. Non erano nemmeno passate le cinque!) e ti diverti a far sbiancare con profezie “insensate e inverosimili” il tipo maldestro… tranquillo,non siamo tutti creduloni straordinari.
    Per i virus c’è rimedio.
    Altri mali non ne hanno…!

  108. maldoror il 11 giugno 2004 alle 02:36

    Mamma mia quanti commenti!
    Poche cose, e piuttosto confuse.

    I generatori di generi.
    Cosa vuol dire essere di genere? Crearsi una nicchia riparata fatta di stereotipi, personaggi chiave, alcuni obbligatori snodi della trama, un’atmosfera e mettersi chini e pazienti a lavorare d’incastro per riuscire a catturare l’attenzione intorno a questa placida palude? Così poi il lettore (quel fesso) non avrà nulla da obiettare perché avrà trovato esattamente ciò che voleva trovare.
    Se ciò che stiamo chiamando genere è questo, tanto vale smetterla di lambiccarsi. Se è un criterio tanto estrinseco che cosa possiamo farcene? Può andar bene per la sociologia… sicuramente al suo interno si potranno anche sfornare “buoni” libri o “buoni” film, non lo metto in dubbio, ma…per il resto? Se fra Chandler e il noir vince Chandler non sarebbe il caso di dare partita vinta e smetterla di invocare un altro set? E così per Dick, Hammett, Ballard, Lem…
    Se A.I. non ho timore di definirlo un film Sf mentre con 2001 non mi sognerei neppure lontanamente di farlo, qualche cosa vorrà pur dire, no? E se vi chiedono il genere dei film di Bergman cosa rispondete? E Ordet (fortunati coloro che lo hanno visto) di Dreyer che cos’è?
    Se un autore non si può “genericamente” descrivere non bisognerebbe dargliene atto e godere della complessità che ci restituisce?
    Che poi ci siano autori (Kubrick, Godard, Tarantino, Von Trier) che hanno utilizzato il genere per superarlo (traslitterarlo), questo che cosa dovrebbe provare? E se io scrivessi un grande romanzo ispirandomi ai comizi dell’On. Antonio Di Pietro (che Dio lo preservi), questo che cosa significherebbe? Ciò che più mi dà fastidio nei cultori del genere è lo stupor mundi artefatto e finto–ingenuo, quel loro pacifico adagiarsi sui topoi (leptospirosi permettendo… Zeus mi fulmini se la battuta non è triste), quella loro sterile supponenza aneddotica (“Ma tu lo sai che Kubrick ha telefonato a Mario Bava per risolvere i problemi dei riflessi sui caschi degli astronauti”?…. E così da Bava (citato fra l’altro da Deleuze nell’Immagine–movimento) siamo arrivati a Franco e Ciccio, che qualcuno ha invocato). Se il genere è questo, davvero nulla ha a che fare con quella rilkiana apertura anemonica, con quell’”accoglimento infinito” del poeta, di cui parla Blanchot e siamo lontanissimi da quell’”essere senza involucro, aperto al dolore/ tormentato dalla luce, scosso da ogni suono” (Rilke). E così siamo arrivati al mondo, solo per chiedere dove sta scritto che uno debba rovesciare il mondo (internet, la guerra in Iraq, la pecora Dolly, i reality–show…) sulle pagine che scrive. E poi quale mondo è davvero il mio, e quale non lo è, e chi dice che il modo migliore per fare letteratura sia di affidarsi al principio azione/reazione (dagli intimisti ai vitalisti, e viceversa; dagli ombelicali ai grandguignoleschi e così via…)? Forse troppi punti interrogativi, ma non sono mai troppo sicuro; ho la sensazione, però, che assieme a me anche il Benjamin assertore dell’arte come “incessante attesa del miracolo”, avrebbe avuto qualche perplessità…

  109. Gianni Biondillo il 11 giugno 2004 alle 11:01

    Maldoror, apri molte parentesi ma pare che non ne chiudi alcuna. Al punto che mi sembra di essere d’accordo con te ma non ne sono certo.
    Peccato che giungi solo ora, ché qui non ci verrà più nessuno a interloquire.
    Ma io ci sono, se vuoi chiarirmi.

    ciao, G.



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