Rosa Rosae #1 – Shirley Temple, o il rosa assoluto

31 maggio 2004
Pubblicato da

di Mariolina Bertini

rosedisanlazzaro0037.JPG[Ho chiesto a Mariolina Bertini un contributo alla discussione sui generi letterari. Mi ha dato il permesso di pubblicare due suoi scritti inediti, uno del 1979 e l’altro del 1984. La ringrazio e comincio pubblicando il secondo. D.V.]

Nel 1960 Henry Farrell, nel suo fortunato romanzo What ever happened to Baby Jane?, ambientò una terrificante vicenda di assassinî e di follia nella casa, amena quanto il motel di Psycho, di una ex-bimba prodigio cinquantenne. Baby Jane (che sarà poi intepretata al cinema da una superba Bette Davis) vive tra ritagli di giornale ingialliti, vecchie foto e bambole in crinolina che la raffigurano qual’era a sette anni; quando nessuno la vede, sogna di tornare sulle scene e, tutta vestita di pizzo bianco, balla, fa l’inchino e canta, “con atroce soavità”, la canzoncina che è stata il suo cavallo di battaglia:

” I had written a letter to Daddy
his address is “heaven above” …”

I lettori di Farrel che erano abbastanza grandi per aver visto qualche film di Shirley Temple, presero sicuramente questa scena per quel che era in realtà: una velenosa “lettera d’odio” a Riccioli d’oro, maturata in anni di remote idiosincrasie e di non dimenticato fastidio per i boccoli e le mutandine di pizzo più idolatrati d’America. L’alba degli anni sessanta era un buon momento per sferrare qualche picconata agli idoli del passato: l’orrida menade in tutù, che una Bette Davis scheletrica e delirante portava all’apice del grottesco, si sovrappose per qualche anno, nella memoria collettiva, al saggio visetto paffuto della vera Shirley, che d’altronde stava già scomparendo nell’oblio per “naturale avvicendamento”.

Fu un altro film del filone dissacrante però, dieci anni dopo, a segnare un’inversione di tendenza e a riportare la Piccola Ribelle all’onor del mondo: Myra Breckinridge, che intercalava nostalgicamente a un’acida parodia della Hollywood anni ’60 qualche comica di Stanlio e Ollio e una deliziosa canzoncina (Smile, smile, smile) , cantata da una Shirley in gran forma per mandare subdolamente in brodo di giuggiole un cinese bietolone. Citata tra i miti un kitch cui si cominciava a guardare con rinnovato affetto, Riccioli d’oro prendeva posto senza disagio nel pantheon delle vecchie glorie, tra Bogey, l’acquatica Esther Williams e l’onnipresente Marilyn; i suoi fedeli potevano uscire dalle catacombe e ricominciare a guardare in cagnesco alla luce del sole i suoi denigratori, non meno numerosi e non meno accaniti.

***
L’assoluta innaturalità di Shirley Temple è all’origine tanto dell’idolatria fanatica quanto dell’intollerante avversione che inevitabilmente la circondano. Il suo personaggio non è soltanto palesemente finto, ma concentra in sé almeno tre tipi diversi di finzione, che hanno origini disparate e, potenziandosi reciprocamente, convivono con la stessa disinvoltura con cui convivono colonne corinzie dorate, volute barocche e audaci cupole in ferro nella Parigi di Napoleone III.

La prima di queste finzioni è la fiaba. Se Shirley Temple non ha mai interpretato film fiabeschi, come Il mago di Oz, è perché ogni sua interpretazione è già di per sé la ripetizione di una fiaba, e precisamente della fiaba di Andersen Mignolina. L’eroina di Andersen nasce per magia da un chicco d’orzo, dorme in un guscio di noce e usa come coperta una foglia.

Appena nata, con la sua straordinaria avvenenza, affascina prima un rospo, poi un talpone; entrambi la rapiscono e la vorrebbero come moglie, ma Mignolina riesce a fuggire e a sposare un piccolo principe dei fiori. Proprio come Shirley Temple, Mignolina nasce già adulta: è un’irresistibile donnina miniaturizzata, il cui potere di seduzione è moltiplicato dalle dimensioni microscopiche che ne fanno un unicum nel mondo dei rospi e delle talpe.

La seconda finzione di cui Shirley è portatrice è quella del romanzo rosa. In una delle sue varianti canoniche, che comprende esempi illustri, da Jane Eyre a Schiava o regina? di Delly, il romanzo rosa è la storia di un uomo burbero, freddo, scostante, altero, cinico, risentito e orgoglioso, che vede le proprie difese sciogliersi lentamente davanti ad un’accattivante creaturina di sesso femminile. Non c’è film di Shirley Temple in cui questo schema non sia rispettato: soccombono babbi, nonni e zii; miliardari, maggiordomi e colonnelli; soccombono negri e cinesi; soccombono, con Abramo Lincoln, l’intera ciurma di una nave, una squadriglia di piloti e innumerevoli reggimenti di cavalleria. Questo potere illimitato di seduzione, dispiegato senz’ombra di sforzo o di calcolo apparente, ha il potere di portare al parossismol l’ebbrezza da identificazione di qualunque consumatrice di “rosa”; inoltre, le dimensioni ridotte della piccola incantatrice annullano ogni possibilità di competizione e fanno sì che la spettatrice media , abitualmente umiliata dal confronto tra il proprio aspetto e quello di Lauren Bacall o di Ava Gardner, possa per una volta abbandonarsi all’incanto di un’idolatria senza frustrazioni.

Il terzo elemento di finzione è ancora una volta legato alle dimensioni di Shirley; in particolare, alla situazione di comico squilibrio in cui si trovano i suoi partners maschili, costantemente costretti, per parlarle, ascoltarla o ricevere un bacino, a chinarsi, a piegarsi in due, a cercarla con lo sguardo come se fosse Pollicino, uno scoiattolo o una formica. Il protrarsi di questa situazione isola Shirley in un’aura tale di assoluta eterogeneità da escluderla radicalmente dalla specie umana. Chiunque abbia visto Betty Boop vagabondare sulla scrivania del suo creatore Max Fleischer, o Tom e Jerry ballare in compagnia di Gene Kelly, sa di quale eterogeneità si tratti: Shirley è scappata provvisoriamente da un cartone animato. Può aggirarsi quanto vuole tra piloti e ufficiali; può cantare, piangere, ballare, giocare con i negretti, restare orfana, ereditare milioni, non sarà mai più umana di Topolino, di Braccio di Ferro o di Betty Boop. Rispetto a Betty Boop, anzi, Shirley si muove in una realtà più ovattata, più fittizia; se la minuscola vamp dei cartoons degli anni ’20 attirava inevitabilmente loschi e voraci insidiatori, aggressori malintenzionati che trasformavano la sua esistenza in una continua fuga, Riccioli d’oro non deve mai fare i conti con qualche effetto secondario indesiderato del proprio fascino. E’ la sola seduttrice della storia cui non può mai capitare di spingersi troppo oltre o di restare vittima del suo stesso gioco. La sua non umanità la protegge; se qualcuno dei suoi partners adoranti pretendesse da lei qualche forma di reciprocità, sarebbe come se Gene Kelly pretendesse che il topino Jerry, finito di ballare il tip tap, venisse a mangiargli in mano un pezzo di vero gruviera.

Difesa e segregata al tempo stesso dalla sua artificialità, Shirley non può che continuare a sperimentare, su interlocutori sempre diversi, il suo collaudato rituale di seduzione lillipuziana: lancia uno sguardo esplorativo di sbieco, dal basso in alto, spiana il broncio in una risata tutta fossette e il mondo intero si arresta per un attimo ai suoi piedi, senza chiederle nulla. Per un attimo sono sospesi i ferrei rapporti di forza, le leggi dello scambio, i meccanismi di autodifesa e di ritorsione che governano le strategie amorose degli esseri umani; è un attimo di cui l’età stessa di Shirley, ben più indifesa delle altre dive davanti agli oltraggi del tempo, sottolinea continuamente la precarietà; ma è l’attimo al quale tendevano, nel loro progressivo liberarsi dagli impedimenti della realtà, due secoli di romanzi d’amore, è l’assoluto del Rosa, la sua utopia.

(1984)

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3 Responses to Rosa Rosae #1 – Shirley Temple, o il rosa assoluto

  1. laura k. il 31 maggio 2004 alle 08:47

    Allora, significa che “l’assoluto del Rosa, la sua utopia”, è sorretta dalla lusinga alla più ipocrita pedofilia. E’ quanto scrisse Graham Greene in un articolo di “Night and day” del 1938, cosa che gli valse addirittura un processo (grosso modo, diceva che Shirley Temple piaceva soprattutto ai sacerdoti che andavano al cinema da soli nel pomeriggio).
    Poi, così, tanto per, Nabokov, che di larvati e inconfessati, ma attivi desideri per le bambine, fece l’ogetto del suo romanzo di maggior successo, amava dire che era nato lo stesso giorno di Shirley Temple (un 23 aprile, ma non dello stesso anno).
    Altro che sospensione “dei ferrei rapporti di forza, delle leggi dello scambio, dei meccanismi di autodifesa e di ritorsione che governano le strategie amorose degli esseri umani”.
    D’altronde, nel Giorno della locusta, Nathanael West ha fatto piazza pulita dell’illusione sull’innocenza dei rapporti che legano immaginariamente o realmente spettatori e baby star.

  2. raimo il 31 maggio 2004 alle 11:57

    caz-
    cazzo che bel pezzo dopo averlo letto mi ha procurato un sogno//////post
    postmoderno
    c’ero io c’eri tu in montagna sospesi in un vuoto torricelliano e insomma a un certo punto qualcuno coglieva una ro

  3. Mariagiovanna il 1 giugno 2004 alle 18:48

    Temo che laura k. abbia ragione, e dato che sono abituata a lavorare coi bambini, faccio parte senza riserve delle odiatrici di Riccioli d’Oro. I bambini hanno diritto a veder tutelata la propria assolutà serietà: se fate caso, tuttavia, il mondo mediatico è pieno di emuli/e di Riccioli d’oro, che scimmiottano i grandi in ogni situazione, dagli spot ai cartelloni della pubblicità dei pannolini, una sottile forma di “abuso”, quantomeno di uso non autorizzato della propria immagine. Si finisce per passare per moralisti o radicali, ma… un sottile veleno induce assuefazione e ci impedisce di vedere i bambini come sono davvero…casinisti,talvolta un po’ sporchi, ribelli, disobbedienti e soprattutto veri. Così quando poi ci arriva in casa un nuovo esemplare, rimaniamo delusi perchè non assomiglia all’ultimo modello visto in tv…



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