C’è molta più arte tra la terra e il cielo… # 1

3 giugno 2004
Pubblicato da

di Carla Benedettijusto 1.jpg

C’è molta più arte tra la terra e il cielo di quanta ne sogni l’Occidente.

Il sistema artistico occidentale, con il suo culto estetico delle opere e con le sue istituzioni (musei, gallerie, curatori, collezionisti, critici), assomiglia ogni giorno di più a una navicella in mezzo all’oceano,
che galleggia a fatica, nonostante la sua egemonia culturale e di mercato, sotto l’urto di pratiche artistiche incompatibili con l’idea occidentale di arte, provenienti da tutte le parti del globo e sempre più politicizzate.

Primo esempio: l’impurità dell’arte cosiddetta “postcoloniale”.

Un tempo le sculture africane, come tutti gli straordinari artefatti provenienti da culture non occidentali, venivano esposti nei musei etnografici d’occidente come non-arte. Oggi da quelle stesse zone esotiche ci arrivano sculture, immagini, installazioni che sono considerati arte a tutti gli effetti, e vengono accolti nelle Biennali e nelle mostre internazionali. Ma non senza conflitto.

Alla prima mostra globale d’arte contemporanea che si tenne a Parigi nel 1989, la categoria di artista fu evitata con cura e sostituita dalla circonlocuzione poetica “Les magiciens de la terre”. Segno che in quelle “opere” resta qualcosa di impuro che mette a disagio i curatori: troppo legate al loro “contesto d’uso”, rituale, o politico, o mirante ad affermare delle identità nazionali. Difficile perciò confinarle in quella sfera specializzata, separata dalla religione e dalla prassi che da tre secoli chiamiamo estetica.

Per Hans Belting, storico dell’arte tedesco, questa produzione porta dentro alle nostre istituzioni un concetto di arte estraneo e incomprensibile, rispetto al quale le nostre stesse pratiche esibitive si rivelano limitate (Hybrid art? A look behind the Global Scene, in “Janus”, 9, 2001). Non esiste perciò (e per fortuna) una scena globale per l’arte in cui tutto sarebbe fruibile nella sua differenza, in coesistenza pacifica con i parametri dei curatori, dei critici, dei collezionisti e dei mercanti d’arte occidentali. Esiste invece un attrito tra la complessa e variegata produzione contemporanea e ciò che l’occidente chiama arte.

Secondo esempio: anomalie in seno alla modernità occidentale.

Nell’autunno scorso si è aperta al PS1 di New York una collettiva di arte spagnola e latino-americana curata da Harald Szeemann, The real royal trip, ispirata nel titolo al quarto viaggio di Colombo nel Nuovo Mondo. Mostra prestigiosa, sia per il luogo sia per il nome del curatore, e piena di cose notevoli, come le foto di Cristina Garcìa Romero della serie “Spagna nascosta”, in bilico tra arte e etnografia.

Al convegno di apertura erano presenti tutti gli artisti eccetto uno. “Perché non è venuto?” ha chiesto qualcuno dal pubblico. “Perché non voleva allontanarsi dalla sua opera”, ha risposto Szeeman.

L’assente era Justo Callego, spagnolo, nato nel 1925. La sua opera è una cattedrale non ancora terminata, documentata da un video. L’ha iniziata quarant’anni fa a Mejorada del Campo per onorare Nuestra Señora del Pilar, patrona di Spagna. La costruisce da solo, con materiali di scarto (“Raccolgo quello che gli uomini buttano via”, spiega Callego nel filmato), perché non ha nessun sovvenzionamento, anzi, per la precisione, non ha una lira e conduce una vita poverissima aiutato dalla sorella. Il sindaco e le autorità religiose gli hanno intimato più volte di fermarsi. Lui e’ andato avanti ugualmente.

Il video ci mostra la cattedrale come è ora e come era anni fa, in una fotografia. Ora misura 50 metri in larghezza e 20 in lunghezza. La cupola, che ha solo l’ossatura di ferro, raggiunge i 35 metri. Nell’interno si vedono già le navate, le colonne. I due campanili sono per metà rivestiti di mattoni. “Non ha paura di non riuscire a finirla?” chiede la voce fuori campo. “Faccio quello che Dio mi dice di fare. Finirla non è importante”, risponde l’”artista”.

A 27 anni Callego entrò in un convento di cistercensi ma al
momento di prendere i voti si tirò indietro – dice un monaco intervistato. La sorella sostiene invece che dal convento lo hanno cacciato perché ammalato di tubercolosi. Alcuni in paese dicono che è matto. Altri che è un genio. Molti si chiedono come abbia fatto ad arrivare a quel punto, senza soldi e senza le capacità di un ingegnere. “Non ho un progetto. Non disegno. E’ una perdita di tempo. L’armonia e la proporzione sono intuitive. Ho segnato una croce sul terreno e ho cominciato a costruirci attorno. La cattedrale è un riflesso di ciò che sento per Dio”. Callego manovra la fiamma ossidrica con uno schermo rudimentale. Non porta guanti per risparmiarsi le mani. “Seguo il cammino del Vangelo”, dice.

Viene da pensare alle cattedrali medievali, al mito romantico dell’umile monaco che fatica per la gloria di Dio. Ma in quei cantieri lavoravano in centinaia. Qui c’è una persona sola. E il suo modo di lavorare e la sua ostinazione non sono poi tanto diversi da quelli di molti artisti contemporanei.

Penso a quell’americano che forava gli edifici abbandonati con trapani e martelli, li tagliava in due, li separava dal tetto, tanto da dare un senso di pericolo a chi visitava le sue architetture. Si chiamava Gordon Matta-Clark, morto nel 1978. O agli artisti della land art che fanno segni nel deserto o sulle montagne. O a quelli che si ostinano a usare solo materiali di scarto. O a Beuyes e a tanti performer. In superficie non c’è molta differenza – tanto che l’”opera” di Callego può entrare in uno dei più importanti musei newyorkesi d’arte contemporanea. Ma in profondità, in quella zona in cui ha luogo quella cosa che si chiama intenzione artistica, o idea di arte, la differenza con le altre opere in mostra è enorme. “E’ mosso dalla fede, non dalla volontà di fare un’opera d’arte da esporre in un museo di New York” – ha fatto notare qualcuno al convegno.

Ma non è così anche per tutti quegli artefatti esposti nei musei etnografici d’occidente? Neanche quelli sono stati creati per essere separati dal loro “uso”, appesi alle pareti e offerti all’“idolatria degli oggetti morti”, come Mamadou Diawara, antropologo e storico del Mali, definisce il culto estetico che si svolge nelle istituzioni artistiche occidentali (“Le cimitiere des autels, le temple des tresors: Reflexions sur les musées d’art Africains”, in Jahrbuch der Wissenschaftskolleg zu Berlin,1997).

E Bach non componeva forse per rendere gloria a Dio?

L’idea occidentale di arte non esisteva una volta nemmeno in occidente. Non è passato poi tanto tempo, appena qualche secolo, da quando anche da noi gli artisti lavoravano per qualche ragione religiosa, rituale, o ‘pratica’.

Per chi lavora oggi l’artista?

_______________________

Continua. Nell’immagine la cupola della cattedrale di Justo Callego

Tag:



indiani