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Il sogno e la storia

di Marino Magliani

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“Chi è che ha svegliato il nonno?” ha chiesto il vecchio dalla sua poltroncina di vimini.

Un bambino di sette otto anni seduto al tavolo davanti a un piatto di pomodori e carne in scatola, ha risposto: “Non lo so.”

Nella grande cucina fa caldo, accanto alla stufa il paio di secchi di legna spaccata danno un senso di sicurezza. Tra la stufa e la credenza c’è pure il canestro della verdura vecchia, appassita, da dar ai conigli. Odore di tante cose, malgrado la pulizia. L’orologio a pendolo fa un insopportabile lak lak…

Uno sparo, dalle terrazze in faccia, che si vedono da una delle finestre, ha fatto dire al vecchio: “Ecco cosa m’aveva svegliato.”
Il bambino ha risposto : “Ah,” ha spinto il piatto al centro del tavolo e acceso la televisione.
“E’ da tanto che sparano?”
“Non lo so, nonno, io sono entrato in casa adesso.”
Il vecchio guarda l’ora. Il bambino è arrivato da scuola da poco.
“Finisci la carne almeno!” gli ordina.
Guido ha spento la televisione e s’è messo la giacca. “Esco” dice.
“Non la finisci la carne?”
“Se devo uscire come faccio…”
“Se devi uscire…? E i compiti?”

Guido è uscito. Ogni tanto oltre i vetri si risente uno sparo.
Il vecchio riapre gli occhi un attimo e si passa una mano tra i capelli.
Questi capelli forti, color del fieno bagnato, sono cosa gli resta del tempo in
cui l’ha scaraventato la mezz’ora di sonno.

E’ una caccia che non gli è mai piaciuta, quella al cinghiale. Ai suoi tempi le terrazze ulivate e i boschi di quercia erano puliti e i cinghiali non ci vivevano. Al vecchio piaceva la caccia di movimento, il tordo da far uscir dal rovo, la beccaccia da inseguir nei torrenti tra i canneti…

Il mento s’inchina pian piano sul petto, le labbra sporgono, il volto si fa sempre più serio… E’ lontano, stavolta il sogno lo scaraventa sotto gli olmi, lungo un magro corso. Le pozze d’acqua sono stranamente sbarrate da cancelli in ferro, i lucchetti aperti, basta spingere. Il vecchio (ma nel sogno non ha età) è a pesca di anguille, a «gottare» si dice in dialetto, un sistema antico che consiste nello svuotare la pozza a braccia. A un certo punto, dopo un bel po’ che fatica, s’è accorto che il livello della pozza non potrà mai scendere perché nella fretta s’è scordato di ostruire il corso sopra la pozza. In realtà giurerebbe d’averlo fatto, non si tralascia mai la cosa più importante. Una volta postovi rimedio ha ripreso a gettar via secchiate, ma ecco di nuovo una sorpresa. La pozza che sta svuotando è popolata da anguille grosse quanto il braccio, però man mano che il livello dell’acqua scende, le anguille si rimpiccioliscono a vista d’occhio, e non solo, quando disperato affonda le mani nell’acqua melmosa e cattura, scopre che le anguille si sono trasformate in innocue serpiette d’acqua.

Non dev’essere stata questa visione, quanto il morsetto di una serpietta alla caviglia a svegliarlo. Ha riaperto gli occhi. Le querce, di là dei vetri, si muovono tutt’assieme da una parte all’altra: vento corso, se dura non piove. Spari non se ne sentono più. Un rumore, proprio quando stava riabbassando le palpebre.
“Sei te?…Guido, rispondi!”
“Sono io.” E’ Giulio, l’altro nipote, entra in cucina, posa lo zaino dei libri, alza i coperchi sulla stufa economica.
“Com’è andata la scuola?”
“Licchelacche, ho preso cinque in storia.”
“Bravo merlo…Io mi son fatto una dormita.”
“Bene, dormi nonno che fuori siamo sottozero…”
“Io in storia ero bravo. Che storia impari?”
“Seconda guerra mondiale, Resistenza in Europa, sbarchi americani…Vuoi che metta legna al forno?”
“Tua madre prima di uscire ce ne ha messo quattro pezzi così.”
“Ma adesso sono le tre…”
“Appunto, non mettercene… Tuo fratello?”
“E’ in piazza…Nonno, perché tu non sei stato partigiano?”
“Perché altrimenti oggi non saremmo qui a parlarne…” ci taglia corto.

Che coincidenza, gli spari di poco fa l’hanno riportato proprio a quei giorni. Aveva fatto l’Albania e poi era tornato dall’Africa per miracolo.
Quando si trattava di salire in montagna aveva preferito nascondersi nei condotti. Anche là sotto, in quel buio lo svegliavano gli spari, spalancava gli occhi e chiedeva di poter morire da vecchio…

“Bon, dormi nonno!”
“Oh, con ‘sto dormi…”
Giulio mangia patatine, ha acceso la tv, tiene il volume basso, ragazzo giudizioso, ma libri non ne apre.
Il giorno, dalla finestra, ha dato un segno di crollo, una luce obliqua si ferma un poco prima della metà della cucina. Si diffondono i suoni: il crepitio della brace, quello della masticazione di Giulio e il lak lak del pendolo.

Mentre il vecchio ha riabbassato le palpebre cinque minuti, Giulio ne ha approfittato per aprire lo sportello della stufa e piazzar sulla brace un buon pezzo di radice di ulivo. Il vecchio si risveglia ed è la prima cosa di cui si accorge.

Il sogno che ha fatto nei cinque minuti di sonno ha come teatro il bosco delle querce in faccia al paese. Era a caccia, e aveva uno strano fucile, sgangherato, che tuttavia funzionava anche troppo bene e ogni volta che mirava e sparava, un fagiano cadeva dai rami delle querce.

Tiro alto o sporco tra i rami, il fagiano, la pernice o cos’era, rimbalzava nell’aria e cadeva liberando le piume. Il cane non faceva altro che riportare selvaggina, girava per le fasce, elettrico, saliva scendeva, scavalcava costoni. Non faceva in tempo a portar una femmina di fagiano ancora agonizzante che già doveva andar a cercar il maschio caduto tre fasce sotto. Al vecchio era parso che quel fucile esagerasse. Com’era possibile che con una doppietta tanto sgangherata che sembrava la zampa slogata di una mula, non fallisse un bersaglio. Così aveva voluto fare una prova, e il primo fagianotto che aveva sorvolato la sua postazione anziché puntarlo aveva diretto la botta altrove e…

Oh bella, forse il fagiano se l’aveva schivata? Macché, s’era fermato un istante nell’aria e cadeva mollando un pugno di piume come gli altri.

Il cane s’era lanciato alla ricerca e riportava…

Nel tentativo di ricordare, e quindi di spiegarsi il sogno, è scivolato in uno stato di torpore e ha ribassato le palpebre, il mento sul petto. Questo è il rischio di pensare ai sogni. Lo sa e si fa sempre fregare.

Il «piccolo», Guido, s’è alzato per mettere un pezzo di radice di ulivo nella stufa. Il nonno gliel’ha proibito.
“Tutte le scuse per perder tempo son buone?” E dopo un po’: “Fai come tuo fratello, che porta a casa dei cinque.”

Al riaprire gli occhi, ha trovato davanti a sé una vetrata buia, la luce in cucina cade al centro del tavolo dal soffitto.

Dalla stufa economica sale un ottimo odor di minestra di verdura, il pentolone sbuffa. Guido ha ritirato i libri da un pezzo, la madre gli ordina di lavarsi le mani. Deve gridare. Giulio è in camera, anche lui ha detto che adesso arriva.
Un uomo, dall’aspetto stanco, i capelli duri color del fieno bagnato, la faccia rossa dal freddo, entra in cucina. A Guido basta incrociar quello sguardo per andar in fretta a lavarsi le mani.
L’uomo s’avvicina alla donna e le chiede qualcosa.
“Bene, lamentare non si è lamentato, adesso lo mettiamo al tavolo.”
L’uomo ha ascoltato guardando il vecchio.
“Abbiamo dormito?” gli chiede.
“Discretamente…Il grande ha preso cinque in storia.”
L’uomo sorride. “Siamo pronti?”
Il vecchio fa forza sui braccioli di vimini della poltrona, mani scarne e piene di vene. L’uomo lo afferra sotto le ascelle, la donna è pronta ad aiutare.
La tavola è apparecchiata, la donna lava con un panno umido la faccia e le mani al vecchio. Nel bicchiere d’acqua versa venti gocce. Alla tv comincia il telegiornale delle otto, e l’uomo, che s’è seduto e dà cucchiaiate alla minestra, come se qualcuno tentasse di portargli via il piatto, vorrebbe ascoltare le notizie, ma è praticamente impossibile.

Al grande la minestra non piace.

“Mangia, ci ho messo di tutto…non te lo dico più,” minaccia la donna.
Il piccolo soffia a lungo sul piatto, scarta certe verdure, tiene d’occhio il padre, e appoggia la testa alla mano.
Il vecchio guarda la luce del bagno riflessa nella vetrata, come un falò nel buio
di là dei vetri.

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Marino Magliani, ligure vivente in Olanda, ha scritto L’estate dopo Marengo (Philobiblion). [D.V.]

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