Il futuro a Vapore di Zaccuri

7 giugno 2004
Pubblicato da

di Jacopo Guerriero

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Il tempo ha preso una direzione bizzarra. Tra XIX e XXI secolo parallelismi insospettabili guidano la storia in ambito geopolitico, religioso, culturale.

Questa la tesi di fondo del nuovo saggio di Alessandro Zaccuri, un volume prezioso che fa i conti con i relitti di un passato mai superato. Qualche esempio: 1901, Rudyard Kipling pubblica Kim. E’ la storia di un ragazzino indiano chiamato a far parte del “Grande Gioco”, la partita senza contorni che ha come posta il Nuovo Ordine Mondiale. Lo scenario è quello afghano, del sud-est asiatico, nel Great Game sono coinvolti gli stessi attori che oggi sembrano presiedere alle sorti del mondo. Occidentali, Arabi, religiosi. Il commercio e lo spionaggio sono i due poli attorno cui tutto ruota, Mahbub Alì, il mentore di Kim, è forse la figura più emblematica.

Non solo: oggi come ieri c’è una cultura che ha bisogno di tornare a casa. Dopo il disastro postmoderno, dopo la crisi dei generi, la condanna del “tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto”. “Tornare a casa significa riconoscersi in una forma. Significa riconoscere nell’Ottocento l’ultimo grande tempo delle forme, il custode di quella memorabilità dell’opera d’arte che, come osservava Gianfranco Contini, l’età moderna ha ricevuto in lascito dal Medioevo per il tramite della Commedia dantesca”. Oltre le Avanguardie, dunque. Oltre la continua ricerca del nuovo che ha spinto molta arte del Novecento, oltre le ossessioni più tipiche di tutta la cultura novecentesca: la morte dell’autore e l’idolatria della nozione di testo. Riparte un dialogo diretto tra artista e pubblico. La ricerca di un’opera d’arte totale, di uno “spettacolo spettacolare” per dirla con Baz Luhrmann. Il regista di Moulin Rouge, il cineasta più consapevole di questa tensione che con il suo ultimo film ha edificato quella che Zaccuri chiama una “Bayreuth no global”. Nell’epoca di no logo rispunta la grande contrapposizione individuata da Wagner, musica che si perde se è “cosa di testa” anziché “cosa del cuore”.
Più che mai, dunque, le nostre inquietudini trovano nel passato le loro motivazioni più autentiche. A Zaccuri il merito di una intuizione critica feconda. Come scrive Giuseppe Genna nella postazione al volume:”Avremmo bisogno di una fenomenologia che metta in luce tutte le crepe attraverso cui irrompe nel nostro presente la potenza degli spettri ottocenteschi. Questa fenomenologia, fortunatamente, esiste già: è il libro che avete appena letto”.

Pubblicato su “Letture”, Quaderno 608.

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7 Responses to Il futuro a Vapore di Zaccuri

  1. Marco Motta il 8 giugno 2004 alle 03:16

    Questa qui mi sembra pubblicità gratuita davvero.
    Agli autori di NI: state attenti che sono queste le cose che non vanno, soprattutto quando si avverte del contrario, quando il progarmma “politico” espresso è un altro e ben diverso.
    In questa recensione non c’é nessuno spunto per riflettere, nessun tema è per nulla sviluppato ma tutto è vago, confuso, tutto è una scusa per sottintendere fortemente di comprare il libro. Ora, so che la recensione di un libro è un fatto che sta a metà tra la pubblicità e il pourparler, che non è completamente fuori luogo su NI. Ma ci sono recensioni come quella a “Primo Amore” di Garrone e recensioni come questa. Vedete un po’ voi.

  2. Marco Motta il 8 giugno 2004 alle 03:16

    Questa qui mi sembra pubblicità gratuita davvero.
    Agli autori di NI: state attenti che sono queste le cose che non vanno, soprattutto quando si avverte del contrario, quando il progarmma “politico” espresso è un altro e ben diverso.
    In questa recensione non c’é nessuno spunto per riflettere, nessun tema è per nulla sviluppato ma tutto è vago, confuso, tutto è una scusa per sottintendere fortemente di comprare il libro. Ora, so che la recensione di un libro è un fatto che sta a metà tra la pubblicità e il pourparler, che non è completamente fuori luogo su NI. Ma ci sono recensioni come quella a “Primo Amore” di Garrone e recensioni come questa. Vedete un po’ voi.

  3. Chiara il 8 giugno 2004 alle 09:45

    Scusa ma perchè? Nel senso: soprattutto per le recensioni c’è un difetto quando passano dalla carta stampa al web, ma perchè non si può fare un pourparler come si fa qui?

  4. Roberto Saviano il 9 giugno 2004 alle 12:45

    Beh lasciamo stare le questioni di pubblicità. Jacopo ha semplicemente scelto uno stile critico, in merito ad esso bisogna esprimersi. Per quanto mi riguarda la recensione è di gran qualità. Criptica certo ma non sempre nello sproloquio v’è qualità.

  5. Carla Benedetti il 9 giugno 2004 alle 19:20

    Jacopo,
    non ho letto il libro di Zaccuri, che magari sarà davvero il libro prezioso che dici, e il libro che ci mancava, come dice Genna. Ma da come lo descrivi, dalle frasi che citi, anch’io non ho capito alcune cose.
    Cosa vuol dire: “riconoscere nell’Ottocento l’ultimo grande tempo delle forme”? Vuol dire che dopo, nel Novecento, non ci sono più state le forme? Ma questa è un’affermazione superficiale, e per me anche un po’ sospetta.
    Cosa sostiene per davvero Zaccuri? Non si riesce a capire dove porta questo discorso. Dove vuole arrivare? Vuol dire che non ci sono state più forme perché l’avanguardia le ha distrutte? Che per fortuna è arrivato il postmoderno, e tutto è ritornato una meraviglia? Che è arrivato il tempo della post-avanguardia, che ha spezzato la dittatura del nuovo, che avrebbe addirittura riportato finalmente “un dialogo tra artista e pubblico”? Ma anche questo, scusa, è una semplificazione. Molte scritture ironiche, terminali, che non inventano più niente, hanno finto di ristabilire una comunicazione tra artista e pubblico, ma del tutto convenzionale, inerte.

  6. Jacopo Guerriero il 9 giugno 2004 alle 23:49

    Anche la cronaca culturale si fonda di volta in volta su diversi terreni espressivi che tengono molto alla loro specificità. Forse ho sbagliato a pubblicare on line un testo scritto per una rivista..forse ho sbagliato a farlo proprio con questo testo..
    Semplicemente io ho letto il volume di Zaccuri come un divertissement, un libro intelligente in grado di aprire questioni più che di chiuderle. Non mi è sembrata una cosa sciocca, sicchè ho postato il tutto (caro Marco: DICHIARATAMENTE) per segnalare più che per discutere.
    Carla mi dispiace, forse hai avuto la sensazione che io abbia perso di vista qualche nostro stile di comportamento. Forse il problema è davvero questo: so bene che il mio testo non è qui argomentato. Però le questioni che mi poni sono davvero troppe, rinuncio ad affrontarle in un thread.. Il mio intento, qui, era solo stuzzicare, individuare spunti, accensioni…

  7. Marco Motta il 11 giugno 2004 alle 01:01

    Scusami caro Jacopo ma non riesco a reperire questa tua dichiarazione di intenti in nessuna frase del tuo testo.
    Il fatto è che una recensione che non sviluppa nessun punto ma che li lascia tutti sospesi (Carla ha evidenziato i più importanti), tale recensione, personalmente, non mi pare opportuna in questo contesto; perché fa affermazioni di cui non si prende le responsabilità, perché chiede palesemente che il libro si compri in modo da rispondere alle domande che tu hai sollevato. Ora: non metto in dubbio la tua buona fede (ci mancherebbe); certamente a te il libro è sinceramente piaciuto. Eppure la tua recensione non è più che una quarta di copertina che confonde ed eccita senza dare spiegazioni.
    Non sono contro le recensioni: la recensione di Primo Amore è stata una di quelle che ho molto apprezzato, seppure è chiaro come Matteo Garrone sia stimato su NI, e magari anche amico di qualcuno. Ma quella recensione si interrogava profondamente sullo scrivere, e parlare del film appariva, a tratti, davvero solo un pretesto.



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