Della porta (esercizi di felicità domestica)

10 giugno 2004
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di Andrea Inglese

L’appartamento – utopia di un ventre benefico- poi la porta che lo chiude o lo apre – cerniera maledetta nei secoli – e il pianerottolo, ossia lo scivolo verso il caos, l’andirivieni di bolidi, di merci acuminate, di minacce deambulanti. Un interno fasciato da ogni lato da un esterno, una stanza di decompressione dall’agguato perenne del mondo, un portichetto per passeggiare con l’io al guinzaglio, mentre a cerchi diradanti si stendono pianure sterminate dove galoppano gli altri, la metafora, insomma, di un’osmosi controllata, governabile, tra dentro e fuori, e proprio grazie al foglio rettangolare rigido, con i catenacci, i cardini, la maniglia, lo spioncino, e quel gesto di apri-e-chiudi, che t’illude di scacciare fuori montagne di guai, tenendoti sul tappetino del soggiorno qualche preoccupazione formato insetto, da annichilire con un colpo di piede.

O metafora piuttosto di colabrodo, setaccio sfondato da cui le grane sciamano senza sosta fin sotto i calzini e le mutande. Ed è inutile l’arieggiare delle stanze, spalancando vetri, oblò, portefinestre, in attesa che la nube stagnante della cattive soluzioni, dei propositi secchi, si diradi, fecondando con l’aria al piombo del di fuori l’aria flatulenta del di dentro.

Vero enigma, in realtà, questo sistema di vasi comunicanti, che per un verso finisce in un culo di sacco, faccia a faccia con una parete, quasi che si fosse al capolinea, in una cella, per esempio, o murati vivi, nel caso peggiore, e che per l’altro verso, però, scivola giù, a precipizio, verso l’occidente indaffarato, come in un’acqua rossa per i morsi degli squali, e che ribolle, per tutti quei colpi di coda, o per i giri del motore, in quanto all’aperto la sosta è vietata, si corre, si sgamba, ci si dimena per stare a galla.

Un sistema a trappola, un fiasco, a pensarci bene: da un lato, chiudi fuori la storia, quel tratto che ti restava da fare, al galoppo, nel nuovo millennio, e ti rimane in mano l’io, spolverato e luccicante, da rigirarti come un dado, con una dozzina di ricordi, qualche lacrimuccia, due grosse risate, la schiena appiccicata allo schienale, aspettando che tutto finisca, anche quel grosso resto, che stride là fuori; dall’altro, l’incrocio di piste, tutte false probabilmente, ma da seguire con fede, una almeno, buttandosi nella scia di qualcuno, finendo prima o poi col prendere il ritmo, perché le cose si trovano strada facendo, non quelle che avevi chiesto, nessuna di quelle, ma altre, e alla fine una palestra o una piscina soddisfa abbastanza, un cinema dopo la pizza, o una birra a fianco della pizza, una sigaretta guardando il semaforo, un’auto che lascia un vano libero e quasi ti pisci sulla gamba dalla gioia, ecco come si conclude bene un giro di pista…

Uno, a volte, si fa anche dei bei progetti: “è ora di assestarmi nella mia felicità domestica”. Bene. Mi alzo e controllo che la porta sia chiusa a chiave, che la maggioranza, insomma, sia per un certo lasso di tempo costretta a girarmi alla larga, senza insufflarmi nelle orecchie i suoi motti di saggezza sul fisco, la carriera dei magistrati, la piaga degli sbarchi clandestini. La felicità domestica è, infatti, frutto di una solitaria evocazione. Non ti piove in testa come una tegola. Devi accompagnarne il sorgere, come un’alba esitante, che si faccia strada piano piano tra lo spigolo dei mobili, i volumi dei termosifoni a muro, la bolla di cartone e bambù del lampadario giapponese. Deve essere chiamata. E non basta. La felicità domestica implica un posizionamento, né atletico né mistico, ma non per questo del tutto casuale. Bisogna infilarsi in questi cerchi di tepore, posti verticalmente uno sull’altro, come strati di un sandwich. E poi posare intorno lo sguardo. (È necessario, ovviamente, che non ci siano per casa altri individui pressati dall’esigenza di parlare, dei parenti ad esempio, o un vicino penetrato con l’inganno solo per raccontarti delle sue dubbie prodezze erotiche, o l’amico che fa il consulente finanziario e cerca di metterti spalle al muro, sfoggiando un completo nuovissimo, con fazzoletto ripiegato nel taschino.)

Se oltrepasso gli anelli incolori di felicità domestica, che elastici si allungano e si ricompongono ad ogni mia nuova sosta, sono portato, ad un certo punto, a fermarmi di fronte al lavabo della cucina. Stendo il braccio, la mano si chiude sopra un cilindro metallico, ruoto leggermente il polso, e un filo d’acqua comincia a scorrere ininterrotto, scomponendosi sul fondo di ceramica dell’acquaio. L’acqua a portata di mano, l’acqua-dono, l’oasi perenne, la fonte del refrigerio infinito. Lo Spirito del Mondo è rotolato per secoli, tra cavalli disarcionati, teste aperte come meloni, gambe incancrenite da pallottole, per giungere a questo congegno, murato sotto una finestra, in un appartamento privato, il mio, l’anno 2002 del calendario cristiano.

Uno sforzo congiunto di popoli interi, attraverso furore e sangue, polvere e vento, siccità e carestia, solo perché oggi la mia mano destra sblocchi una conduttura invisibile e la mia mano sinistra, stringendo un bicchiere, raccolga il getto d’acqua che ne fuoriesce. Riserve d’acqua potabile che un mio cenno psicomotorio, un piccolo fremito corporeo, un lieve sussulto cinetico, convocano fino a me, nella forma di un flusso continuo, che posso controllare a mio piacimento, strozzandolo oppure scatenandolo. Montagne d’acqua che dormono nelle tubature e che attendono solo la mia prodigalità illimitata per rovesciarsi nell’acquaio, comparendo un solo istante alla luce della stanza, prima di venir risucchiate nel collo buio del tubo di scarico. Acqua che mobilito da remotissime falde, dove giace sotto strati di terra, roccia, cemento, e che per sommovimenti regolari, spinte e controspinte, viaggia nell’acquedotto buio, costeggia ostacoli insormontabili, e infine sale in verticale, strozzata, fino al punto di sfogo. Acqua che lascio rimbalzare e spargersi sul dorso della mano, con placato sguardo eracliteo, e che fugge per altri tubi, urtando scaglie di sapone ancora solido, trapassando strisce di capelli, zampe d’insetto, elitre macerate, fino a congiungersi con l’onda biancastra o grigia delle acque reflue, condannate per sempre, obliate, occultate, disperse.

Brivido di potere. Piccoli lampi mentali. Un sorriso regale, magnanimo. Ecco la mia prima dose di felicità domestica. E uno scorcio, visto come da un treno in corsa: catini a migliaia, dentro cui membra stanche si bagnano, catini in cui, con acqua tiepida, è disciolto sale, bicarbonato, un’essenza profumata, e pentole, accostate ai catini, pentoloni alti e stretti, pentoloni neri, fuligginosi, in cui bollono pietanze grasse, spalle o piedi di porco, oppure interi cespi di legumi, verze o cavolfiori, e bottiglie, schiere di bottiglie trasparenti, con il tappo ben sigillato, e le bollicine prodotte dall’acqua naturale, radunate solo in certi punti, a sciami compatti, e ferme, e anche delle vasche, vasche dove l’acqua continua a salire, modificando il colore del fondo, dilatandone l’immagine, acqua con schiuma o senza schiuma, vasche in cui s’inabissano corpi, la testa compresa, come in sarcofaghi, per sacre deposizioni, o in sogno, corpi nostalgici che affondano dentro liquidi amniotici, e tinozze, secchielli, pompe da giardiniere, strumenti che diffondono acqua e contenitori che la trattengono, di continuo, alternandosi, come nel corso di una sinfonia celestiale.

Non come una tegola sul capo, ma come un lucore che cresce e si diffonde, ed è accolto con attenzione e costanza dallo sguardo: così nasce la felicità domestica. Da un maleodorante lavandino, da un acquaio alonato e ingolfato di piatti non ancora lavati. Ma l’arco del suo splendore è breve. Cessa nell’istante stesso, in cui la mente, facendosi largo nel torpore della sorpresa, trae da qualche zona poco frequentata la formula: “Residui fecali”. Frammenti di merda, invisibili all’occhio, inodori e insapori, ma nondimeno circolanti nell’acqua, in quello stesso getto all’apparenza potabile, salutare, con il quale mi sciacquo la bocca, dopo essermela impastata con il dentifricio. Merda in minutissime razioni, disciolta come per scrupolo in notevoli quantità d’acqua, che i rubinetti delle nostre case ci permettono di attingere quotidianamente.

Non potrei ora risalire alla fonte precisa di una simile idea, ma ricordo con incrollabile certezza che un giorno qualcuno di molto affidabile mi diede la notizia: “Caro amico, nell’acqua che beviamo qui a Milano, sono stati rilevati residui fecali”. Folgore a ciel sereno, di quelle che non lasciano traccia stabile nella coscienza, in un primo tempo. Di merda trangugiata o bollita con l’acqua della pasta o sparsa sul corpo, durante le docce mattutine, non si parlò più. Né io volli approfondire l’argomento. Ma oggi, esso si presenta a me con l’evidenza delle idee innate: impossibile togliermelo dalla testa. E con l’acqua si avvelena anche la mia felicità domestica, non più composta da anelli di tepore, ma da pneumatici d’angoscia, nebbiosi e freddi, che si stringono intorno alla cassa toracica, alle tempie, alle caviglie.

Claustrofobia. Assedio. Tradimento. Tanta razzia, crudeltà, agonia, alle spalle dello Spirito del Mondo, come un lungo strascico di sangue, per partorire un sistema di distribuzione capillare di residui fecali nelle case, per ammorbare il sorso dissetante nella gola di ogni onesto cittadino. Non oasi, sicurezza, risorse che acquietano la parte animale, non il sogno di Talete, garantito a tutti, democraticamente, non lavabi in cui fare abluzioni quotidiane, ma scarichi di fogna dissimulati, veleni, ammoniaca nel bicchiere, cloro che combatte merda nella brocca.

L’inconveniente dell’angoscia domestica è che bisogna sottrarsi ad essa tempestivamente, prima che la sua morsa ti abbia ridotto a grattarti un ginocchio per l’intero pomeriggio, aprendo e chiudendo cassetti senza scopo. Ci provo, girando con un sorriso programmatico per le stanze. Ecco. La biblioteca. Assiepati, innumeri, eppure distinti e titolati, i dorsi dei libri, come altrettante vie di fuga, come porte da aprire, varchi nel muro, passaggi segreti, scorciatoie. Quando hai le spalle al muro, siediti e apri un libro, ossia squàgliati, taglia la corda per un po’. Estraggo un libro più robusto degli altri. Doppia razione di vie d’uscita. Mi butto pancia in giù sul letto a due piazze.

Si tratta di Ellroy, Sei pezzi da mille. È un volume massiccio, 762 pagine. Storie di duri, magnaccia, mafiosi, agenti federali razzisti e corrotti, mercenari francesi in Vietnam. Lo tengo in mano e mi sento bene. Sto per entrare in un club adesso, nel club dei migliori, sono uno del pubblico di Ellroy, uno dei suoi lettori, uno di questa particolare famiglia. L’alone luccicante del pubblico, di questo pubblico, promana dal libro, dalla merce letteraria, come da una lampada magica appena sfregata, e m’investe, mi nobilita, redime i miei rotoli di grasso intorno ai fianchi, i piedi piatti, il naso con la gobba. Dovrei essere fotografato da qualcuno. O filmato. Tutto quadra. Ho trentaquattro anni e ho deciso di passare il pomeriggio a leggere Ellroy. Questo speciale libro di Ellroy, non uno dei suoi romanzi minori, da successo veloce, ma il seguito di American Tabloid, roba da palati fini, roba per chi sa pescare la perla nel porcile letterario per le masse. È un godimento del tutto specifico che mi preparo, solitario eppure condiviso, intimo ma guardato allo specchio. Nonostante il remoto rifugio, l’appartamento anonimo, lo stabile decentrato e popolare, nonostante la porta e i muri perimetrali, la mia isolata lettura mi rende ben accetto ad una folla accogliente, ad un assembramento virtuale, dove da ogni lato altri lettori mi costeggiano, sorridenti, e mi fanno cenni d’intesa, stringendo anche loro Sei pezzi da mille tra le mani.

Sto buttando via del tempo, ma attraverso una noncurante, sprezzante, sfrontata sospensione dell’incredulità. Pete faceva anelli di fumo. <> Leggo questa frase, come se qualcun altro la leggesse, ma proprio mentre la leggo io, spiandomi, nascosto alle mie spalle. Mi capita spesso di cadere in questo giochino idiota. Alla fine manda in fumo ogni residua chance di felicità domestica. C’è questo maledetto ectoplasma, semistrisciante o aleggiante, con una telecamera incorporata nella spalla, che gironzola intorno e sbircia tutto quello che faccio. E poi, tramite un microfono, passa ogni informazione ad una centrale, dove un piccolo gruppo di tizi molto rinomati e famosi si congratulano mentalmente con me e si lasciano scappare degli apprezzamenti a mezza voce: “Caspita, legge proprio quello di Ellroy”, oppure “Guardate come sta disteso sul letto. Non gli importa di nient’altro”, e ancora “È completamente immerso, se suonassero alla porta non se ne accorgerebbe neppure”.

Io so dentro di me che non è così, ma affondo ancora di più la testa nelle pagine, quasi dovessi toccare con il naso il taglio che divide le due facce del libro. Il mio udito è invece concentrato proprio sulla soglia, sulle fessure che non permettono alla porta nessuna chiusura stagna, fessure che fanno filtrare anche dei passi cauti sul pianerottolo, come di qualche visitatore casuale ed esitante, che giunto di fronte al campanello, rinunci a premerlo e ritorni silenzioso indietro. Se solo sospetto che un tale visitatore, magari per errore, abbia infilato il pianerottolo che conduce alla porta del mio appartamento, getto via il libro di Ellroy, mi infilo i sandali, e mi precipito con il fiato corto davanti all’entrata. Devo essere sufficientemente lesto nell’aprire, una volta che il visitatore si sia inoltrato abbastanza avanti, trovandosi nel quadro della porta, a pochi passi dalla soglia di casa. In questo modo egli, volente o nolente, sarà risucchiato nell’appartamento dal mio gesto repentino. Aprendosi di colpo, la porta crea un vortice. Solo colui che per tempo ha iniziato a correre via dal pianerottolo può resistervi. E una volta che il visitatore casuale, sbilanciato dallo spostamento d’aria, finisce all’interno, non sarà facile per lui riguadagnare l’uscita. Avrò infatti modo di fargli capire, seppure non affrontando mai esplicitamente l’argomento, che la felicità domestica è assai fragile, e che, chiunque si proponga di perseguirla, non attende altro, in fondo, che di essere interrotto da un simpatico scocciatore, imbattutosi per caso nel suo nome sopra il campanello o semplicemente nella superficie ottusa ed anonima della sua porta, priva di qualsiasi segno di riconoscimento civile.

Niente da fare. Un porta chiusa non basta a fare un buon gruzzolo di felicità domestica. Neanche per chi ha tolto di mezzo l’Elettrodomestico. Neppure per chi si scalda il cuore toccando i termosifoni caldi, o si legge un libro, per arricchirsi interiormente. Ci sono comunque infiltrazioni. Sempre. Snervanti. Come quel sibilo costante, da sottofondo paranoico, che non lascia in pace il povero protagonista della Tana, il racconto di Kafka. Luridissime infiltrazioni, luridissimi residui fecali, luridissimi club degli happy few, che ti danzano intorno spettrali ad ogni esercizio d’interiorità. L’Elettrodomestico era forse più franco, nel suo deliberato disturbo, quando mi sbatteva sotto il muso tette, a tonnellate, e quei culi, mal trattenuti da pantaloncini radi, e quelle bocche tutte denti, quelle schiere di chiostre dentali, luminose, a stampare sorrisi nell’obiettivo, a dipingere felicità di massa, rarefatta, quasi insapore, ma gratuitamente distribuita, a tutti. Allora mi dico: esci. Esci e rovescia questo giochino al massacro. Buttati, a testa bassa, nell’infelicità pubblica, di piazza, nel grande circuito dei terrorizzati, che si muovono veloci dentro il tragitto concesso, che tagliano l’aria, con parole e gesti, come se dovessero farla sanguinare. Ma l’aria non sanguina. Nulla di decisivo accade. Le molecole elastiche tornano tutte al loro posto. Buttati fuori.

(Ma in tutto ciò, mentre sto armeggiando con il cappotto e spio furtivo se è ancora accesa la luce del bagno, non mi passa mai per la mente l’autorevole ruolo della soglia. Certo la porta esiste, e il suo difetto sta nella possibilità, mai del tutto scongiurata, di aprirsi. Ma la “soglia”? Davvero esiste? Io la considero piuttosto un’entità audacemente teorica, quale l’“antimateria” o la “monade” leibniziana. Eppure in molti sentono, nel loro quotidiano rimpallare dalle grandi pianure alla piccola tana, e viceversa, il peso morale della soglia, di questo avamposto della porta. Peso che io non sento affatto, mai essendo riuscito a sorprendere una soglia sotto i miei piedi. Una soglia “morale”, intendo. Di quelle che la gente, se le vede, rimane ipnotizzata, con il piede sinistro dentro e quello destro fuori, come l’asino di Buridano, ma non per idiozia d’animale, bensì per tormento metafisico. Io sulla soglia sento solo una grande corrente d’aria, poiché significa che la porta è stata aperta. E la corrente d’aria ha due effetti su di me: o, per la sua eccessiva freschezza, mi spinge a richiudere la porta e ad acciambellarmi nel mio rancoroso tepore, oppure, la sventola dell’aria, come scarica adrenalinica, mi mette le ali ai piedi, gli artigli alla mani, e mi esorta a lasciarmi massacrare dalle forze acefale di questo mondo. Questo banale, ma sempre ripetuto aut-aut, ha sempre escluso la plausibilità di un terza soluzione: rimanere come un coglione nell’apertura della porta, con lo sguardo rapito di chi l’ha pensata davvero bella.)

(apparso su Qui. Appunti del presente, n°6, primavera 2002)

(immagine di Antoni Tapies)

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3 Responses to Della porta (esercizi di felicità domestica)

  1. Graziano il 10 giugno 2004 alle 17:17

    Purtroppo mi sono interrotto a metà della lettura, ho da fare, concluderò stasera.
    Comunque noto, Andrea, che questa tua prosa è una sorta di poesia diluita, messa supina, orizzontale sul foglio. C’è, naturalmente, tutto lo stile degli “inventari”, il catalogo e lo scavo e squadernamento anche metaforico e filosofico degli oggetti. Devo dire, sinceramente, che è questo aspetto molto concreto, materico della tua poesia che mi convince di più. Gli oggetti, la materia su cui ti soffermi con la lente della poesia visiva, della parola-sguardo che pone i tuoi versi nel solco dell’attuale tendenza europea (specie anglosassone, Heaney su tutti), fa da contrappesso al filosofeggiare del tuo verso. E’ un po’ come se la materia, quella vera, facesse da zavorra al pallone gonfiato ad elio della tua tendenza a speculare, astrarre, andare in alto. E’ così che la tua poesia si mantiene nel mezzo, in equilibrio (ancora Heaney, dunque). Se toccasse terra scoppierebbe, proprio come un pallone, così come se sganciasse la zavorra si perderebbe in alto oltre ogni orizzonte visivo e di percezione. Dunque, complimenti.

  2. Elio Paoloni il 10 giugno 2004 alle 17:41

    Magistrale, sono ammirato. La lettura eterodiretta, l’osmosi tra felicità domestica e merci acuminate, il tragitto dell’acqua, quasi digitale per evidenza, l’inavvertito e straziante desiderio di non essere abbandonati.
    A voler fare i puntigliosi ci sarebbe da sorridere sul “ridicolmente corretto” tener fuori dall’intimità solo la maggioranza, come se Parisi o Rutelli le palle non le gonfiassero – e i blackblock non le rompessero – come se chiacchiericcio, trombonismo e politichese non risultassero “comunque” incompatibili con l’arduo posizionamento della felicità domestica. Ma è davvero un voler cercare il pelo.
    Cento di questi esercizi, Andrea.

  3. andrea inglese il 12 giugno 2004 alle 14:25

    vi ringrazio graziano ed elio per la lettura, e per le vostre imprevedibili osservazioni



indiani