L’ambiguità 25 frames al secondo

14 giugno 2004
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di Simone Ciaruffoli

defilippi_costanzo.jpgOggi la migliore televisione possibile è quella che impudica mostra il suo artificio istauratore. Quella che al momento giusto sa smascherare i suoi marchingegni, le sue astuzie e gli imbrogli da truffaldina e mistificatrice di prim’ordine qual è. La migliore perché con calcolato machiavellismo sa anteporre tra sé e lo spettatore il raggiro del vero-non-vero, sommo fraintendimento di questi ultimi vent’anni di televisione. Introflessa com’è su se stessa, in nome della supremazia assoluta non teme di tradirsi e di portarsi dietro l’onta dell’infamia. La non lontana querelle Bonolis-Ricci documenta irrevocabilmente questa tendenza, senza che la stessa nemmeno si preoccupi di fare pubblica ammenda, così presa dal suo personalissimo e interno risarcimento danni.

La migliore (il corsivo sottolinea l’uso ambiguo dell’aggettivo) perché veloce raggiunge l’artificiosità del cinema post-moderno in un paese bensì votato alle cinematografie possibilmente realiste, dalla nostra alla inglese della denuncia sociale. La televisione italiana ha infatti pensato bene in questi anni indefiniti di smascherare la sua messinscena a discapito di una credibilità persa per strada. Allo spettatore pre-moderno (questi è sempre in drammatico ritardo di un prefisso rispetto a qualsiasi movimento) non interessa più sapere se le immagini siano un prodotto veritiero o falso (perché indotto ogni giorno a pensare alla seconda ipotesi), ma piuttosto quanto lo stesso sia “recitato” bene e appropriato alle sue aspettative. E’ questa l’astuta genialità della Tv moderna, indurre intenzionalmente e diligentemente lo spettatore a credere che in fondo qualsiasi reality show sia frutto di un elaborato meccanismo finzionale, un prodigio d’ingegneria per immagini. Mentre dall’altra parte, quella della macchina da presa, il cine-spettatore chiede che le rappresentazioni siano possibilmente infallibili nella loro aderenza alla realtà, che l’assunto del cinéma vérité, insomma, vada a colmare il vuoto di realismo lasciato dal piccolo schermo, una volta invece depositario e fiduciario della verità 25 frames al secondo.

Si preferisce sindacare sulla spudorata falsità del treno di Fantasmi da Marte, rimanere allibiti sugli anacronismi storici, per giunta voluti, de Il Gladiatore, irritarsi financo sentirsi oltraggiati se La Passione di Cristo non si supina candidamente alle gogne della filologia, ma guai a cambiare canale imbestialiti se il baffo (irreale) dell’ospite (“reale”) della De Filippi ha un attimo di cedimento prima che lo stesso tenutario lo riconsegni, in diretta, alla giusta sede. E non è nemmeno importante che gli anonimi del Grande fratello siano poi così anonimi, che anzi si siano in precedenza resi disponibili ai tentacoli della Tv, l’importante è che si facciano a brandelli sotto i nostri occhi increduli che cotanta messinscena si compia per mano di dilettanti, di ragazzi come noi che se recitano non sono proprio malaccio e, se non recitano, allora è proprio fico stare a guardare.

Su questa imbarazzante e ambigua perplessità, su questa esitazione, su questo slittamento di senso si fonda oggi gran parte della Televisione. Non tanti millenni fa se ci andava di sorbirci un po’ di menzogne correvamo al cinema, salvo poi, tornati a casa, accendere Mamma Tv per capire dove stava il bene, la verità, i truffaldini e Alfredino Rampi che veramente non riusciva a uscire dal buco. Oggi, evidentemente, preferiamo modulare le nostre frequenze gia abbastanza disturbate e sofferenti sull’incertezza di una rappresentazione che non si sa se vera o falsa, che non si sa se piangere per finta o per davvero, l’importante come sempre è piangere o ridere, emozionarsi. Ma non diteci, per favore, se quello è morto sul serio, se è vero che il marito di quella giovane è andato a comprare le sigarette e poi…

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Pubblicato sulla rivista “duellanti”, giugno 2004

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