L’intervista impossibile

16 giugno 2004
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Incontro fuori orario (e fuori tempo massimo) con Enrico Ghezzi
di Franz Krauspenhaar

enrico_ghezzi_delirious_com.jpgDopo una lunga serie di tentativi non andati purtroppo a buon fine per ragioni che sarebbe troppo complicato spiegare qui, (vi rimandiamo per questo al libro di Elisabetta Virgili I sottorranei di Saxa Rubra, edito dalla Anonima Editori) tre anni fa siamo riusciti finalmente a intervistare il noto critico cinematografico Enrico Ghezzi nel corso della registrazione di una puntata di Fuori Orario. Crediamo sinceramente, con questa intervista atipica e inedita che abbiamo il piacere di pubblicare qui su Nazione Indiana grazie alla disponibilità dei redattori, di aver perlomeno tentato di dipanare alcune matasse, anzi bobine, di significato. Da sinceri appassionati di cinema, ci è parso doveroso tentare di fare chiarezza, per quanto ci è stato possibile…

FK.(voce fuori campo per tutta l’intervista, sonoro non registrato) Dottor Ghezzi, vuole illustrarci i film che saranno visti in queste notti dal pubblico di “Fuori Orario”?

EG (Come sempre in primo piano) “Eccentriche Indagini”, due notti a cura di Francesco Di Pace, titoli uno più classico dell’altro. Dominata dal bacio questa prima notte che inizia con Un bacio alla pistola, titolo italiano di uno stupendo film di Robert Aldrich, e finisce con Il bacio dell’assassino, il primo film riconosciuto, sia pure con qualche difficoltà, da Stanley Kubrick dopo Fear and Desire. E’ un film inevitabilmente preso da questa paura e desiderio. Sicuramente, entrambe indagini eccentriche.

FK Vuole dire che i due film di stanotte parlano in qualche modo di indagini… fuori del comune? Se è così, in che senso?

EG …In Aldrich la secchezza hammettiana, sublime, del film, porta a un lampo che acceca e non dice nulla – naturalmente nella notte – la squarcia, allude alla catastrofe atomica, allude a qualunque paranoia del potere, e insieme del non sapere, del sapere che non si fa sapere, del potere terroristico-scientifico, e allora tutta la violenza anche agghiacciante che abbiamo visto nel film…

FK Mi scusi se la interrompo: il film non lo abbiamo ancora visto, perlomeno stasera; dunque lo dobbiamo ancora vedere; cioè lo vedremo tra poco; perché dunque dice che lo abbiamo visto?… Parla forse con il “noi” giornalistico, per caso? O è semplice plurale majestatis?…

EG …La violenza dei gesti, la violenza psichica, la violenza dei corpi, diventa la violenza del movimento della società che non si conosce, del non conoscere nulla di come viene trattata la propria vita. Le “eccentriche indagini” è quindi il tentativo di porsi al di fuori della finta soggettività, che diventa solo fisica, appunto come in Hammett da cui è tratto il film.

FK Sì… credo di aver capito… Si tratta, in sostanza, di pellicole d’azione molto coinvolgenti; dico bene?

EG …Lo straordinario Ralph Meeker, l’attore protagonista che è una maschera totalmente fisica, una molla impassibile che d’improvviso scatta, un pezzo di gesso, un disco spezzato, e non c’è altro da dire perché c’è troppo da dire, in un film dove tutto è detto e cancellato subito, cantato, urlato, nascosto dentro il congegno del film.

FK Effettivamente si tratta di un gran bel film d’azione dall’inizio alla fine, violento al punto giusto…

EG …E’ curioso chiudere questa notte con – appunto – Il bacio dell’assassino, uno dei film meno congegnati, meno perfetti, dell’autore del cinema come congegno, di colui che si è confrontato di più con la macchina del cinema fino all’immaterialità sublime e terribile dell’ultimo Eyes Wide Shut.

FK Ha proprio ragione!… Il bacio dell’assassino non è un film totalmente ben congegnato, come si suol dire… Forse Kubrick non si era ancora abbastanza preparato, in fondo era praticamente al debutto. Mi pare di ricordare che in quel film giovanile vi sia più attenzione agli aspetti formali, diciamo, che allo sviluppo narrativo… o no?… Ma lei, Ghezzi, cosa vuol dire esattamente quando parla di immaterialità sublime e terribile in Eyes Wide Shut? Parla per caso del “doppio sogno”, nevvero, schnitzleriano dei due protagonisti? Perché per il resto, più o meno, il film va abbastanza sul materiale… Provo a pensare alla famosa scena delle… ehm, dell’orgia, per esempio… Che ne dice?

EG …In mezzo, Il lungo addio, The long goodbye, un film dinoccolato, pieno di nero, di mare nero, di schermi, un film di sguardi che già rivedono il cinema, il possibile Marlowe chandleriano visto solo come attraverso altri riquadri, attraverso altri “frame”, il cinema da sempre brechtiano-spettacolare di Robert Altman. Forse non è un film sublime, geniale come California Poker, California Split

FK Senta, Ghezzi: California Split è il titolo originale di California Poker, giusto?… Però, forse, non ho capito bene: ha proprio detto Split?… Oppure Suite?… (Il microfono, dio santo…) No, sa, perché se si tratta di California Suite quello è un film completamente diverso, mi pare proprio che non sia di Altman, mi dica lei se sbaglio; comunque il nome del regista, cazzarola, proprio non me lo ricordo… Me lo vuol dire lei, Ghezzi, cortesemente?

EG …O Images, i film, i due film definitivi forse del cinema di Altman, appunto sicuramente é un film che spinge al massimo l’eccentricità non della visione, ma chiude l’illusione che possiamo essere noi quella soggettiva, ne parleremo presto, ne riparleremo presto, non si può non parlarne, non si può non farl… non vederlo, la soggettiva del film, del cinema, che è la macchina; e quindi poi ogni immagine è invece una incredibile eccentricità.

FK Senta un pò Ghezzi, sta parlando di California Poker o di Images? Quest’ultimo non l’ho visto… E non le pare, già che ci siamo, che nel suo complesso il cinema di Altman sia un po’ troppo sopravvalutato dalla critica?

EG …Siamo lontanissimi da quel centro che ci vuol far credere di agire, di essere il vuoto della macchina da presa. Siamo vuoti e quindi siamo eccentrici, gassosi, aerei. Non possiamo porci come centro anche se lo risentiamo nel corpo, e questo è il deambulare di queste indagini, che siano poi fatte di gesti secchi, brutali – appunto Ralph Meeker – oppure che siano indolenti, come quelli di Elliott Gould in Altman, o sornione come quelle del meraviglioso Le catene della colpa, Out of the past, ancora la memoria… (non si capisce una fava per circa due secondi anche dopo ventisette sbobinamenti, ndr)… after, di ieri; Out of the past è uno dei tanti titoli che potrebbero dire tutto del cinema, potrebbero essere il “titolo” del cinema. Out of the past.

FK Ascolti: ma anche i film di fantascienza ambientati nel futuro parlano del passato? E se si, in che modo?… Vuole essere così gentile da rispondere almeno a questa fottutissima e, soprattutto, semplicissima domanda?

EG …E’ passato, il cinema è sempre, insieme e fuori dal… anche stanotte, stasera, in questo momento, sarà fuori dal passato, verrà dal passato… Buona visione… eccentrica visione, indagine… nella, con la visione.

FK Ok, tante grazie al… (Seguono le solite, bellissime immagini d’apertura girate da Jean Vigo col solito commento sonoro di Patti Smith).

(Nota: in fondo questo è un sincero omaggio. Tra i commenti al pezzo di Gianni Biondillo (Un discorso generico) sul noir, si è parlato anche di Enrico Ghezzi: che ci ha regalato per anni, al di là dei suoi “strani” monologhi introduttivi – uno di questi, assolutamente originale, è stato qua sopra “montato” in forma di intervista impossibile – la possibilità di utilizzare il videoregitratore per registrare spesso autentici capolavori, per conoscerli, per imparare guardandoli. Ora si sta tutto ridimensionando. I canali satellitari, credo. La politica. Il denaro. Eccetera…)

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38 Responses to L’intervista impossibile

  1. Gianni Biondillo il 16 giugno 2004 alle 02:49

    In effetti, Franz, all’inizio mi dicevo: “sono le tre meno un quarto di notte e tu hai una nevralgia che ti tiene gli occhi sbarrati. E’ per questo che non stai capendo un bel favone di quello che leggi”.
    Poi, coll’andare della lettura mi sono detto: “Eh no! Questo è proprio lui. Queste sono le parole di Ghezzi. Le riconosco. Non ci ho mai capito una minchia fritta!”

    g.

    p.s. Almeno, all’epoca, se mi veniva una nevralgia notturna sapevo cosa vedere in TV. Fosse solo per questo lo ringrazio anch’io Ghezzi.

  2. riccardo ferrazzi il 16 giugno 2004 alle 10:12

    Oltre all’abilità diabolica del nostro Franz (che contrappunta un testo quasi demenziale senza indebolirlo, anzi !), c’è da domandarsi fino a che punto Franz si sia limitato a prendere in giro i critici cinematografici. Ho l’impressione che dietro a Ghezzi ci sia in filigrana buona parte dell’intellettualume italiota, intento a sparare cazzate labirintiche e a spacciarle per pensieri profondissimi.

  3. Nick Names il 16 giugno 2004 alle 16:03

    Poi hai rimediato alla lacuna prendendo visione di “Images”? Certo che sì, vero?

  4. donato il 16 giugno 2004 alle 16:23

    io quella notte di fuori orario la ricordo benissimo… fu una notte con film eccezionali
    -Un bacio e una pistola di Robert Aldrich ( no “alla pistola”!!!)
    -Il lungo addio di Bob Altman, film che da solo, per me, vale tutta la filmografia di Kubrick
    -Odio implacabile di Jacques Tournier, film meglio conosciuto come le catene della colpa
    -Il bacio dell’assassino, primo vero e misconosciuto capolavoro di Stanley Kubrick

    … questo simpatico e cattivo omaggio di Franz Krauspenhaar, nonostante venga fatto con tutte le buone intenzioni del mondo, lo trovo fuoriluogo…

    i monologhi introduttivi di Ghezzi, che forse per mia assuefazione non trovo nient’affatto strani e anche comprensibilissimi, sono quanto di più interessante si possa ascoltare sia in fatto di cinema e senz’ombra di dubbio l’unica cosa sensata che passa in televione…

    Enrico Ghezzi è il nostro Henry Langlois. con lui tutto un paese ha avuto l’opportunità di vedere e conoscere il Cinema… bello, brutto, hollywoodiano, underground, thailandese, africano, iraniano… noir, fantascienza, muto…
    tutto il cinema non visto, o semplicemente (s)visto o poco conosciuto…

    ha dato, e dà, un esempio encomiabile… roba che se fosse stato francese, inglese, dell’america latina o statunitense oggi ne sentiremmo parlare come di un personaggio mitico e importantissimo per lo sviluppo culturale d’un paese… a mio avviso fa più una puntata di Fuori Orario di Ghezzi che dieci anni di centro sperimentale, ma lasciamo stare, questi sono pareri personali e altre storie.

    fuori orario, proprio dopo quest’ultime elezioni che sanciscono la completa distruzione antropologica e l’apocalisse culturale d’un paese(e mentre lo scrivo mi rendo conto che sto citando il vecchio caro Ernesto De Martino della Fine del mondo), mi appare come l’unico campo di resistenza nell’immenso nulla che genera mostri(politici, consumistici, culturali) che è la televisione…

    proprio in questi giorni sono tangibili e alla mano i guasti provocati dall’accelerazione massima dell’estetica del consumo… non basta rubare, depredare, sfasciare un paese o dei paesi per risponderne in qualche modo… no, tutto questo non basta perchè una classe politica e economica possa essere messa seriamente in discussione… niente da fare, è sempre lì intoccabile forte dell’obbedienza al principio d’autorità…

    con anni di televisione commerciale, consumistica, di facile digeribilità e di velocissima metabolizzazione, il tubo catodico ha praticamente disintegrato ogni forma d’inconscio… i risultati ci sono davanti…

    Ghezzi con i suoi monologhi è un esempio di ciò che è deontologicamente accettabile per uno spettatore… un monologo in presa diretta senza stacchi di sorta col vezzo del fuori sincrono, è l’unica occasione nello scatolone televisivo di vedere come deve essere un rapporto con le immagini che abbia la “cura”(in senso foucaltiano) dello spettatore…

    Ghezzi è una persona che conosce benissimo le immagini e le loro correlazioni e il suo “fuori orario” si pone come campo di resistenza proprio perchè non usa i mezzi dell’estetica del consumo e della televisione del mondo usa e getta…
    l’assoluta assenza di pubblicità, il montaggio discreto all’interno di un frame testuale sono cose che dovrebbero essere alla base di un intera ri-regolamentazione del mezzo televisivo…

    l’estetica del consumo ha prodotto, e sta producendo, tanti e tali danni che neanche tra vent’anni potranno essere risanati e che purtroppo un solo Ghezzi, un solo blob e un solo fuori orario non riescono ad arginare… perciò prima di divertirsi con tutta la simpatia e la bonarietà del caso su un Ghezzi, perchè non ne mettiamo prima in risalto i pregi e cerchiamo di sostenerne il ruolo in un periodo di attacchi e boicottaggi…

    e vabbè, scusate tutta l’acredine e il già sentito dire in fatto di televisione-politica-economia e roba del genere ma a mio avviso l’italia avrebbe bisogno di cento, mille, diecimila Ghezzi…

  5. Pepito Sbazzeguti il 16 giugno 2004 alle 17:17

    Ho avuto di recente una conversazione circa la critica. Niente paura, non sono in grado e non voglio addentrarmi nell’argomento, ma sono sollecitata a chiedere che cosa distingua la Critica dall’intelletualume italiota. Spiegatelo a chi, come me, si limita ad un mi piace/non mi piace.

    P.S. Ho corretto il nick. Altrimenti l’anagramma non torna (e infatti non tornava). Grazie.

  6. franz il 16 giugno 2004 alle 17:29

    E’ vero, grande Ghezzi, però ogni tanto anche lui sbagliava. Lui nell’intervista mi ha proprio detto “Un bacio alla pistola” e non “Un bacio e una pistola”, giuro!…(Ho sentito e risentito la cassetta un sacco di volte, veramente).
    E non è l’unico errore che ha fatto, il Ghezzi: parla di questo film come tratto da Hammett. Invece è tratto da Mickey Spillane (detective Mike Hammer), lo sappiamo benissimo!… Strano che non se ne sia accorto anche lei!…
    Il lungo addio di Altman vale da solo tutta la filmografia di Kubrick?… Mah. Sicuro di sentirsi bene?

  7. riccardo ferrazzi il 16 giugno 2004 alle 17:50

    Vedo che mi si accusa di essere labirintico e quindi mi affretto a fare la penitenza. Il mio commentino sarcastico era l’espressione di un pio desiderio. Questo: sarà mai possibile leggere o ascoltare un giorno un intervento critico che si limiti ad analizzare un’opera in modo chiaro e comprensibile ? Succederà mai che un critico scriva per dire (motivatamente) bene o male di un’opera e non solo per mostrare al colto e all’inclita quanto è profondo e contorto e citazionista il suo (del critico) pensiero ? Tutto qui. E’ scandaloso ?

  8. houellebecq il 16 giugno 2004 alle 18:53

    Ghezzi è un coglione, Krauspenhaar tutt’altro. Bel pezzo.

  9. Roberto Saviano il 16 giugno 2004 alle 20:22

    Bellissimo pezzo di Krauspenhaar dimostra che la massa grigia degli intelettuali del bel paese continua a funzionare. Il pezzo di Krauspenhaar è un frammento di letteratura teoretica…tra dadaismo e hegelismo. Ottimo!

  10. Elio Paoloni il 17 giugno 2004 alle 08:28

    Perché la gratitudine che dobbiamo al Ghezzi proiezionista dovrebbe impedirci di dire che spara cazzate?
    Va detto che alcune sue definizioni sono geniali, che è un eroe dell’ossimoro, che certe affermazioni strampalate fanno comunque riflettere. Proprio per questo motivo acquistai a suo tempo “Paura e desiderio” (seicentocinquanta pagine con appendice di trenta o quaranta pagine di un grigio sempre più scuro che finisce, nelle ultime, col nero).
    Pensavo, come altri, che a impedirmi la piena comprensione del suo sicuro genio fossero gli orari, l’impossibilità di seguirlo con continuità, il fastidio del fuori sincrono, o l’emissione vocale sorda, schiva, a sprazzi. Bene, ora sì che comprenderò, nero su bianco, la sua filosofia di base, il senso preciso di quelle affermazioni sconcertanti.
    Non mi ero perso niente. Vi invito a leggere quel libro. Solo scorrendo di seguito quegli articoli si comprende che in quel suo filosofese iperuranico dice sempre (dal 1974 al 2001) due o tre cose. Solo quelle, in qualsiasi occasione. Ci sono centinaia di pezzi critici in quel librone ma potrebbero anche essere migliaia: non ha nessunissima importanza di cosa si stia esattamente parlando. A volte, anzi (questo è un gioco che ti suggerisco, Franz) si potrebbero spostare i commenti su altri film e scoprire che sono molto più calzanti così. Quando uno è fatto (anche solo di celluloide) in qualsiasi film vede unicamente le sue personali ossessioni. E può dire tutto di qualsiasi cosa, a caso.
    All’inizio Grezzi (è il correttore automatico che vuole impedirmi di scrivere giusto, stavolta lo lascio) presentava insieme a un critico ben rasato e molto anglosassone (Vieri Razzini, se non sbaglio il nome) e finché c’era questa alternanza di senso e non senso la cosa funzionava. Poi le lenti sporche dell’Apodittico hanno invaso lo schermo.

  11. franz il 17 giugno 2004 alle 11:51

    Devo spezzare una lancia in favore di E G (prossimamente su questi schermi come seguito di A I – Artificial Intelligence). Quello che dice Elio Paoloni a mio parere è divertentemente corretto alla faccia del correttore automatico, ma non dimentichiamoci che E G (Codice di identificazione HAL 9000)è un personaggio. Un grande personaggio della televisione. Strafatto di celluloide come pochi, ha portato in dose massiccia la celluloide alle masse dei teleutenti con uno sbarco senza precedenti durato anni. Lo rimpiangeremo (monologhi deliranti compresi) come rimpiangiamo “Schegge” e “20 anni prima”. In questo senso quello che scriveva Donato è cosa buona e giusta, anche se eleggerlo a Santo Patrono du Cinemà de la Veritè (dov’è il traduttore automatico?…)mi sembra esagerato. Per capire qualcosa di cinema noi semplici appassionati abbiamo avuto a disposizione le “lezioni” televisive di Scorsese. E G e i suoi collaboratori, però, ci hanno fatto vedere di tutto, e questo è l’importante. Hanno aperto gli archivi, ne hanno reso possibile l’accesso a chiunque avesse o l’insonnia cronica o un videoregistratore con timer (poi spesso i film iniziavano un’ora dopo – molto fuori orario…- e allora t’incazzavi di brutto perchè talvolta ti mancava il finale). La critica? La monografia di E G su Kubrick de Il Castoro Cinema l’ho trovata eccellente e comprensibile. Forse per scriverla s’è fatto aiutare da Vieri Razzini. O dal grande Claudio G. Fava.

  12. franz il 17 giugno 2004 alle 12:30

    Devo anche una risposta a Nick Names: “Images” di Altman non solo non l’ho ancora visto, ma penso proprio di perdermelo per tutta la vita. Altman è veramente il grande sopravvalutato della storia cinema. “Il lungo addio” non può non fare incazzare – e di brutto- chi ha amato il romanzo di Hammett. Per non parlare di alcune “perle” come “Quintet”, “Terapia di gruppo”,”Prèt à porter”, “Il dottor T e le donne”. Ovvio che un presunto genio come lui abbia girato anche dei grandi film: “Nashville”, certo, “I compari”, “Gang”. Diciamo che è Altman è uno che si prende troppo sul serio anche quando fa dell’ironia (si rimanda per questo al pezzo di Paoloni sull’argomento). “America oggi?”. Deve tutto a Carver, ma il confronto è veramente impari. Spero che il grandissimo scrittore si rivolti nella tomba dal 93 (anno di produzione del film)

  13. franz il 17 giugno 2004 alle 12:45

    …opps, come ho fatto a confondere Hammett con Chandler?…

  14. Gianni Biondillo il 17 giugno 2004 alle 12:46

    Però The Players è un grandissimo film. E “il lungo addio” è di Chandler.

  15. Gianni Biondillo il 17 giugno 2004 alle 12:46

    appunto.

  16. franz il 17 giugno 2004 alle 12:54

    Appunto. The players? I protagonisti, dài! E’ vero, l’avevo dimenticato nella fretta. Gran film. Ma Altman ha strarotto i coglioni da più di trent’anni.

  17. andrea barbieri il 17 giugno 2004 alle 16:19

    Forse il modo in cui Ghezzi parla di film assomiglia al Genna recensore di libri. Non tutto si capisce, ma in fondo se i consigli di visione/lettura sono buoni chi se ne importa. Vorrà dire che più che un discorso critico quelle parole sono dei cartelli stradali che ti portano a destinazione.

  18. Nick Names il 17 giugno 2004 alle 19:48

    Buffo, perché io Altman lo conosco il giusto (sì: America Oggi, i film recenti, ma niente Nashville), e l’unico suo film che salvo, che ho visto 2/3 volte, e che rivedrei ancora, palinsesti permettendo, è proprio “Images”… FK non ostracizzarlo, questo film. Anzi se ribecchi Ghezzi, digli pure di metterlo in programma con tutti gli altri, vvvai, BECAUSE THE NIGHT BELONGS TO LOVERS, BECAUSE THE NIGHT BELONGS TO UUUUUSSSSS!

  19. franz il 17 giugno 2004 alle 21:35

    Ok, glielo dico. Però risparmiami quella puttanata di Patti Smith, per favore. Molto meglio “Frederick”, della “pasionaria”.
    ps.: guardati “I protagonisti”, di Altman,quello vale davvero la pena. Solo in tal caso io mi cuccherò “Images”.

  20. gabriella fuschini il 17 giugno 2004 alle 22:41

    Because the night l’ha scritta il Boss( il grande Springsteen)e non è una puttanata, può darsi non ti piaccia ma non è una puttanata!

  21. andrea barbieri il 17 giugno 2004 alle 22:58

    Impossibile che non piaccia, Bruce ha sempre ragione, Bruce è stato talmente super da scavalcare il cancello della villa di Elvis per conoscerlo e regalargli un suo disco. Avete capito bene (anche se non ve ne importerà molto): ha scavalcato il muro di Graceland ed era già famoso. Un po’ come Scarpa (sembrerà un paragone del cavolo) ha voluto conoscere Moresco.

  22. Gianni Biondillo il 17 giugno 2004 alle 23:10

    Pensa che a me Springsteen fa cagare e Because the night è uno dei suoi pezzi che preferisco.
    Comunque l’esempio non regge: se dovessimo pensare alla notorietà di Elvis dovremmo dire che Tiziano ha scavalcato il cancello di casa di Umberto Eco per regalargli il suo corpo. (ok, ok, è pubblicità, lo so, lo so… ma veniva così bene…).

  23. gabriella fuschini il 17 giugno 2004 alle 23:24

    oh bella, vuoi dire che quando Eco mi chiese se c’erano meduse in mare quella mattina dell’agosto ’99 in quel di Ginostra e gli risposi che poteva fare il bagno tranquillo, fa di me un’unta del signore?

  24. franz il 18 giugno 2004 alle 08:20

    Ma chi è Springsteen? Mussolini?…

  25. Pensonegativo(perchésonvivo...) il 18 giugno 2004 alle 12:17

    Genna consiglia Bevilacqua. Ricordatevelo sempre questo. Io non potrò mai dimenticarlo. Mai. E’ rimasto conficcato nella mia mente.

  26. Nick Names il 18 giugno 2004 alle 15:52

    I paragoni non reggono, no. Scarpa come Springsteen (neanche a me sembra ‘sto granché Springsteen, quindi si può utilizzare come referente di giovani scrittori arrembanti) passi, ma Eco, Eco il manzo bollito, Eco che sì, ilnomedellarosa c’ha divertito da piccoli, ma ora ci brasa a ogni piè sospinto i perpendicoli, lo lascerei perdere. Elvis Eco. Mah! Spericolati.

  27. franz il 18 giugno 2004 alle 16:15

    C’è ancora qualcuno che dice che Elvis è vivo… Mah.

  28. Gianni Biondillo il 18 giugno 2004 alle 17:39

    Ma lo sanno tutti che Elvis è ancora vivo! E suona insieme a Gardel su un’isola del pacifico, in mezzo a belle fanciulle.

    E d’altra parte, Nick, il primo Elvis è una cosa, l’ultimo bolso Elvis è un’altra, no?

  29. don giovanni il 18 giugno 2004 alle 20:14

    molto meglio l’ultimo elvis. un vero artista. sfatto, dolente e gonfio di banana split, con la tintura per capelli che gli colava sulle tempie. grandissimo.

  30. Elio Paoloni il 18 giugno 2004 alle 20:47

    Franz, alle porcherie di Altman hai dimenticato di aggiungere lo sceneggiato su Van Gogh. Ma Nashville è il grande affresco del secolo. E’IMPRESCINDIBILE. E America oggi non scherza. Non fa nulla se non è fedele a Carver. Il punto è che non bisogna cadere nel tranello del critico accademico: Altman è…, Pavese è… Suvvia, titolo, anno, dettagli. Altman, poi, è come il il Battiato ben descritto da Labranca: dal sublime alla ciofeca. Così, senza che si riesca a capire come mai, perchè.

  31. Gianni Biondillo il 19 giugno 2004 alle 00:54

    Sì, Don Giovanni, a ripensarci a modo suo hai ragione tu.

  32. franz krauspenhaar il 19 giugno 2004 alle 01:45

    Elio, lo sceneggiato su Van Gogh me lo sono perso. E fra le cose eccellenti che ha fatto, viceversa, non ho citato M.A.S.H. Ma non credi che Mister Altman goda di troppo credito anche quando ci propina le ciofeche? E perchè fa le ciofeche, un presunto genio come lui? Io, che da uno come lui mi aspetto sempre il massimo, ho il diritto, da spettatore pagante il biglietto, di chiedermelo. La mia risposta,finora, è stata questa: perchè non aveva un cazzo da dire ma doveva produrre. Marchette che vengono fatte passare per atti di vero amore. A me questo non va giù.

  33. Elio Paoloni il 19 giugno 2004 alle 07:27

    Come dicevo, non vale solo per Altman. La critica – anche letteraria – quando acclama un autore non riesce più a schiodarsi dall’idea che la sua opera sia un tutt’uno, che ogni prodotto sia ispirato dallo Spirito Santo. Se uno ha dato il capolavoro (Le iene) non si ha più il coraggio di dire che ha fatto una troiata (Kill Bill).
    E’ un atteggiamento diffusissimo e deleterio (disorienta il lettore).

  34. franz krauspenhaar il 20 giugno 2004 alle 10:39

    Elio, scusa: ma perchè mettere in relazione Battiato con Altman? Battiato non ha (quasi) mai fatto ciofeche. Forse all’inizio. E’ un esempio, secondo me, di grande versatilità. Ha cambiato (perlomeno in Italia) il modo di fare “canzonette”. Ha fatto dischi fondamentali, altri meno, ma non cade mai.

  35. Elio Paoloni il 20 giugno 2004 alle 11:21

    E’ proprio perchè ha fatto dischi fondamentali che l’ho citato. Le cioferche le ha fatte, magari non le hai mai neanche sentite ma le ha fatte. Labranca, che apprezza molto un certo Battiato, ha dedicato cinque pagine al cialtronismo di Prospettiva Nevskij, che è comunque accattivante. Ma ha fatto troppe canzoni, centinaia. Di alcune ti chiedi: ma perchè? Avevo una cassetta, non ricordo più bene che pezzi c’erano, l’avevo rubricata come Battiato Horror.

  36. franz krauspenhaar il 20 giugno 2004 alle 12:37

    Pollution, per esempio, è una grande ciofeca, secondo me. E’ del primo Battiato, quello sperimentale e solo contro tutti prima del Costanzo Show. Il grande Battiato è quello della Prosspettiva Nevskij (lui, col nome d’arte di Cialtronevski, ci incontrò Igor Stravinski, favoloso), quello di Up Patriots to Arms (un disco eccelso, fondamentale). Non metto in dubbio quello che tu dici, che insomma abbia prodotto troppo. Ma Battiato è un canzonettaro, nel senso che scrive e interpreta canzoni. La canzone, in fondo, è uno sketch. Altman è come un romanziere, ha il passo lungo del film. Puoi fare anche quaranta cio-sketch, ma dieci ciofnovels? E’ quello che volevo dire io. Se trovi la cassetta Battiato Horror te la compro (prezzi modici…)

  37. Nick Names il 20 giugno 2004 alle 18:16

    “E gli orinali messi sotto ai letti per la notte un film di Ejzenstein sulla rivoluzioneee… e il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire-eh-e x 2”: il fatto che abbiano già sviscerato la compiutezza peracottara di questa LIRICA m’indispone… pensavo d’essere parecchio originale, nel prenderla come esempio degli impiastri canori made in Italy. Be’, pazienza. W Battiato re degli Unni.

  38. franz krauspenhaar il 20 giugno 2004 alle 21:56

    Ci vuole grandezza nel mettere insieme una musica sfacciatamente orecchiabile (ma è difficile scrivere musica orecchiabile)con testi peracottari di grande suggestione, che se ne fregano delle rime ad ogni costo, che vanno per libere associazioni, con ironia e a volte amara presa di coscienza. Il Battiato migliore è stato proprio quello di una specie di trilogia, tra fine 70 e inizio 80:L’Era del Cinghiale Bianco, Patriots, La Voce del Padrone (disco più venduto della storia della musica leggera italiana). In un certo senso, quella è musica colta che – non prendendosi abilmente sul serio – si traveste da capo a piedi da musica pop all’ennesima potenza. Secondo me bisogna essere dei grandi per riuscire a combinare un impiastro simile.



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