Ernesto Calzavara. In memoria di un maestro-farfalla

2 luglio 2004
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Di Massimo Rizzante

Sono già quattro anni che Ernesto Calzavara ci ha lasciato.
E’ stato un grande poeta, grande, come ha detto una volta il suo celebre conterraneo Andrea Zanzotto, soprattutto “nel conciliare il dialetto e la tradizione all’azzardo di forme sperimentali”.
Calzavara è un grande poeta: l’essenza stessa della lingua poetica, infatti, coglie sempre nel presente i frutti di chi ha saputo coltivarla con fedeltà. Senza dimenticare che i poeti sono quegli uomini attraverso i quali la lingua vive, compiendo i suoi esperimenti più originali. E l’originalità dei grandi poeti non sta nel voler essere a tutti i costi originali, ma nel servire con onestà il loro strumento, la lingua, sia essa il dialetto di Dante, Di Giacomo o Tessa, consapevoli in ogni fibra e a ogni istante che quest’ultima così come li ha preceduti di molti secoli, sicuramente non può e non deve morire con loro. Più il poeta è consapevole della sua finitezza rispetto alle infinite risorse della lingua, più aumentano per lui le possibilità di non esserne abbandonato.

“Un poeta è facile da distruggere – diceva Calzavara. Che cos’è un poeta? Non è che un foglio di carta”.
Eppure, come lui ben sapeva, per durare a lungo il poeta non può che persistere nella coscienza di questa fragilità.
Cesare Segre ha detto giustamente che Calzavara era nato poeticamente due volte: quando negli anni ’40 pubblicò le sue prime prove e vent’anni dopo, quando con la raccolta e Parole mate parole povàre del 1966 è diventato, per usare le parole di Vanni Scheiwiller, il suo editore più fedele (anche lui maestro indissociabile nella memoria di tanti poeti) “il primo poeta in dialetto del ‘900 che abbia saputo gareggiare con i poeti delle avanguardie italiane e straniere”.

E’ difficile valutare il numero di morti e di rinascite che un poeta è in grado di sperimentare. Foss’anche solo per questo: che l’esperienza poetica insegna che non ci è mai concesso di ripetere più di una volta la stessa esperienza. Se a questo si aggiungono le letture antroposofiche dell’“iniziato” alle opere di Rudolf Steiner, il costante commercio che egli intratteneva con i misteri della reincarnazione e infine il suo amore connivente e catartico per il mondo animale, sentito come insostituibile trait d’union tra lo stadio minerale e il genere umano – tra la “piera” e “l’omo”, per dirla nella sua lingua trevigiana -, bisogna concludere che soprattutto per un poeta come Calzavara il rinascere e il rimorire erano un esercizio quotidiano.

Ancora oggi non mi sono del tutto chiare le leggi che hanno decretato la nostra amicizia. Questioni forse legate all’anima di chi scrive versi. Non certo alla corruzione dei corpi. In poesia può succedere che un uomo di ottantacinque anni, tanti ne aveva Calzavara quando dieci anni fa lo incontrai per la prima volta nella sua casa di Treviso, diventi amico di un ventinovenne. Se ne stava in un isolamento intellettuale sopportato con assoluta dignità, non so quanto voluto e quanto invece imputabile alla sordità del mondo che lo circondava. Nel 1990 era uscita, è vero, la sua summa, Ombre sui veri che raccoglieva il meglio della sua produzione. Ne era soddisfatto, ma sentiva “un’ininterrotta distanza” rispetto alle ultime generazioni che, da artista, non poteva né voleva diventasse incolmabile. E fu proprio grazie all’entusiasmo di alcuni poeti, redattori e amici di “Baldus”, che le sue opere, soprattutto quelle degli anni ’70 e ’80 (da Come se. Infralogie del 1974 a Analfabeto del 1979, a Le Ave parole del 1984) vennero riscoperte e, come amava dire lui, “reinventate” da una ristretta ma agguerrita cerchia di nuovi lettori.
Così negli ultimi anni la sua eterna insoddisfazione poté improvvisamente trasformarsi in eccitazione e tramutare il volto di un novantenne in una maschera infantile, pronta a infervorarsi per un accento, in lotta contro le proprie ricorrenti amnesie e quelle, ancora più imperdonabili, della critica.

Ma anche se non l’avessi mai incontrato, mi resterebbe, come a tutti i suoi lettori sconosciuti, la verità della sua opera. Mi resterebbe l’universalità del suo dialetto, un dialetto capace di qualsiasi tema, che si vuole capace di qualsiasi tema, fino alla provocatoria e perfino irresponsabile pretesa di far parte di un mondo che apparentemente non è più il suo. Mi resterebbe il suo cosmo in continua ebollizione, travaso di materia divina e mondana, sempre in bilico tra domande escatologiche e risposte arciterrene, specchio delle molteplici lingue del mondo con cui l’uomo contemporaneo compone, aggregando materiali diversissimi, la sua esistenza sempre più affollata di codici, segni, parole.
A Calzavara devo poi qualcosa a cui non riesco ancora a dare un nome preciso, qualcosa che si apprende solo a prezzo altissimo nel corso di un lungo esperimento, quale è sempre stata per lui la vita, e che non trovo di meglio che formulare con le sue stesse parole, tratte dal suo ultimo piccolo libro, Rio terrà dei pensieri (pubblicato da Scheiwiller nel 1996): “Restare sempre il padre, mai il figlio del proprio sogno”. Questo naturalmente non ha significato per Calzavara abbandonare il proprio sogno poetico. Semmai, non rinunciare a renderlo umano e comprensibile, grazie alla sua spontanea umiltà e ironia.
Lo confessava spesso di non appartenere alla categoria dei “creatori” (nella quale inseriva volentieri Dio, qualche divinità egizia e gli stilisti), bensì a quella degli “esploratori”, di chi cerca con affanno e di tanto in tanto “acciuffa qualche rara farfalla”.
“La verità poetica – ha scritto – non è che un’ombra di ciò che realmente il poeta vede e intuisce. L’ombra di una farfalla”.

(apparso su: Sud, n°2, 2003)

Nota biobibliografica
Ernesto Calzavara, uno dei poeti in dialetto tra i più importanti della seconda metà del ‘900 italiano, nato a Treviso il 24 agosto del 1907 e morto il 19 agosto del 2000. Trasferitosi dopo la laurea a Milano nel corso degli anni ‘30, esercitò per tutta la vita la professione di avvocato. Iniziata la sua carriera poetica verso la fine degli anni ’40 con alcune esili plaquettes pubblicate privatamente, Calzavara s’impose all’attenzione dei critici e dei lettori soprattutto negli anni ’60 e ’70 (ma non vanno dimenticate la raccolta Le ave parole del 1984 uscita per Garzanti e l’antologia Ombre sui veri del 1990, pubblicata congiuntamente per Garzanti e Scheiwiller e riedita nel 2001) con alcune opere in versi dove per la prima volta le tecniche e le poetiche moderne della poesia in lingua fecero irruzione nella tradizione della poesia dialettale. La sua ultima opera, Rio terrà dei pensieri, originale e composito collage di poesia, aforismi e note critiche, è stata edita da Scheiwiller nel 1996.

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