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	Commenti a: Friûl-’srael-Palestine	</title>
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		<title>
		Di: Giovanni		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Minkiata galattica.

GM]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Minkiata galattica.</p>
<p>GM</p>
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		Di: riccardo ferrazzi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[riccardo ferrazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono sempre stato del parere che il lettore dedichi un po&#039; del suo tempo (e dunque un pezzo della sua vita) all&#039;autore e se rimane insoddisfatto abbia tutto il diritto di dirne peste e corna. Però le stroncature mi incuriosiscono. Un giudizio come &quot;Minkiata galattica&quot; mi fa pensare che la poesia in questione sia un disastro sotto ogni aspetto: argomento, poetica, musicalità, suono, ecc.  
Io non ho avuto l&#039;impressione di un capolavoro ma neanche di una minchiata. Però non sono un poeta e magari mi sbaglio. GM, potresti articolare il tuo giudizio in modo da aiutarmi a capire ? Grazie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono sempre stato del parere che il lettore dedichi un po&#8217; del suo tempo (e dunque un pezzo della sua vita) all&#8217;autore e se rimane insoddisfatto abbia tutto il diritto di dirne peste e corna. Però le stroncature mi incuriosiscono. Un giudizio come &#8220;Minkiata galattica&#8221; mi fa pensare che la poesia in questione sia un disastro sotto ogni aspetto: argomento, poetica, musicalità, suono, ecc.<br />
Io non ho avuto l&#8217;impressione di un capolavoro ma neanche di una minchiata. Però non sono un poeta e magari mi sbaglio. GM, potresti articolare il tuo giudizio in modo da aiutarmi a capire ? Grazie.</p>
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		<title>
		Di: rocco		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[rocco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E&#039; anche vero che il rispetto del lavoro altrui
non si insegna ai coglioni. Quelli producono solo sperma.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; anche vero che il rispetto del lavoro altrui<br />
non si insegna ai coglioni. Quelli producono solo sperma.</p>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/02/friul-%e2%80%99srael-palestine/#comment-4903</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In margine alla galattica discussione, mi permetto una piccola confessione. Mi piacerebbe in realtà sapere da altri lettori di poesia, che succede loro di fronte ai testi in dialetto. A me è sempre successo qualcosa di disagevole, anzi di ripulsivo. Per molto tempo il dialetto (qualsivoglia mi capitasse sotto gli occhi) mi ha stizzito. Conseguenza: quasi totale impossibilità di leggere i poeti dialettali. Il problema è che io mi sento un individuo di una specie completamente post-dialettale. Ciò non significa, si badi bene, provare repellenza nei confronti dei dialetti ancora parlati, sopravviventi negli interstizi dell&#8217;italiano medio (il fantomatico &#8216;italiano medio&#8217;). E&#8217; il dialetto in versi, il suo carattere letterario, che faccio fatica a digerire. Ma nel tempo la mia ottusa e compatta prevenzione ha cominciato a scricchiolare. Dapprima l&#8217;infiltrazione Biagio Marin, poi Calzavara, appunto. Qualcosa di Loi. E infine due amici e poeti che stimo, Zuccato e Santi, che mi obbligavano a disagevoli esercizi di lettura. Ma ora, pur non essendo del tutto bendisposto alla poesia dialettale, vi entro con maggiore felicità, come si entra nella lingua estranea e impastata di un ubriaco, fitta di lampi improvvisi di senso, in mezzo a un pastoso succedersi di suoni indistinguibili. E addirittura mi capita di leggere interi testi direttamente in dialetto, capendo quasi zero, ma evitando di passare subito alla versione in italiano. E quasi mi sento pronto per Tessa e per tanti altri. Anzi, per uno solo, in fondo. Che da tempo mi aspetta sornione. E potente. Carlo Porta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In margine alla galattica discussione, mi permetto una piccola confessione. Mi piacerebbe in realtà sapere da altri lettori di poesia, che succede loro di fronte ai testi in dialetto. A me è sempre successo qualcosa di disagevole, anzi di ripulsivo. Per molto tempo il dialetto (qualsivoglia mi capitasse sotto gli occhi) mi ha stizzito. Conseguenza: quasi totale impossibilità di leggere i poeti dialettali. Il problema è che io mi sento un individuo di una specie completamente post-dialettale. Ciò non significa, si badi bene, provare repellenza nei confronti dei dialetti ancora parlati, sopravviventi negli interstizi dell&#8217;italiano medio (il fantomatico &#8216;italiano medio&#8217;). E&#8217; il dialetto in versi, il suo carattere letterario, che faccio fatica a digerire. Ma nel tempo la mia ottusa e compatta prevenzione ha cominciato a scricchiolare. Dapprima l&#8217;infiltrazione Biagio Marin, poi Calzavara, appunto. Qualcosa di Loi. E infine due amici e poeti che stimo, Zuccato e Santi, che mi obbligavano a disagevoli esercizi di lettura. Ma ora, pur non essendo del tutto bendisposto alla poesia dialettale, vi entro con maggiore felicità, come si entra nella lingua estranea e impastata di un ubriaco, fitta di lampi improvvisi di senso, in mezzo a un pastoso succedersi di suoni indistinguibili. E addirittura mi capita di leggere interi testi direttamente in dialetto, capendo quasi zero, ma evitando di passare subito alla versione in italiano. E quasi mi sento pronto per Tessa e per tanti altri. Anzi, per uno solo, in fondo. Che da tempo mi aspetta sornione. E potente. Carlo Porta.</p>
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		<title>
		Di: Gianni Biondillo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/02/friul-%e2%80%99srael-palestine/#comment-4904</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gianni Biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=525#comment-4904</guid>

					<description><![CDATA[Andrea, poni un tema non da poco. Purtroppo muoio di sonno e non riesco ad elaborare nulla di sensato, ma è chiaro che quello che dici è più di una semplice confessione. 
Porsi di fronte al dialetto significa, ormai scrollato di dosso una sorta di razzismo culturale indotto da una cultura omologatrice e fascistoide, innnanzitutto avere coscienza di stare di fronte a una lingua &quot;altra&quot;, espressa, poi, con una forma &quot;altra&quot; come è sempre più la poesia. Difficoltà doppia. Le traduzioni (&quot;orrore, orrore&quot;, già li sento  i puristi) servono eccome. Ci prendono per mano e ci accompagnano nell&#039;altro mondo linguistico.(ma ci aggiungo: pure le &quot;spiegazioni&quot;, perché no? Una poesia non è mica una barzelletta che se la spieghi non fa più ridere. Perché storcere il naso di fronte a una messa in prosa di una poesia, se questo poi ci fa tornare al testo con occhio diverso?).  Certi dialetti poi sono, per varie ragioni, ostici come potrebbe essere ostico il rumeno o il ladino. Occorre pazienza, insomma. E rispetto per chi usa il dialetto come lingua (e quindi viva e mutabile) e non come nostalgia.
Siamo tutti ormai una generazione senza dialetto. Ma anche altri prima di noi, ad esempio. Il più famoso è Pasolini, che il dialetto (che NON parlava in casa, perché lui era di Bologna, la madre friulana e il padre romagnolo) se l&#039;è addirittura &quot;inventato&quot; sulla sua pelle.

Porta, comunque, è, ti assicuro, vetta siderale. Uno dei nostri quattro o cinque autori dell&#039;Ottocento che reggono, per me, il confronto con l&#039;Europa. 

saluti sbadiglianti, G.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea, poni un tema non da poco. Purtroppo muoio di sonno e non riesco ad elaborare nulla di sensato, ma è chiaro che quello che dici è più di una semplice confessione.<br />
Porsi di fronte al dialetto significa, ormai scrollato di dosso una sorta di razzismo culturale indotto da una cultura omologatrice e fascistoide, innnanzitutto avere coscienza di stare di fronte a una lingua &#8220;altra&#8221;, espressa, poi, con una forma &#8220;altra&#8221; come è sempre più la poesia. Difficoltà doppia. Le traduzioni (&#8220;orrore, orrore&#8221;, già li sento  i puristi) servono eccome. Ci prendono per mano e ci accompagnano nell&#8217;altro mondo linguistico.(ma ci aggiungo: pure le &#8220;spiegazioni&#8221;, perché no? Una poesia non è mica una barzelletta che se la spieghi non fa più ridere. Perché storcere il naso di fronte a una messa in prosa di una poesia, se questo poi ci fa tornare al testo con occhio diverso?).  Certi dialetti poi sono, per varie ragioni, ostici come potrebbe essere ostico il rumeno o il ladino. Occorre pazienza, insomma. E rispetto per chi usa il dialetto come lingua (e quindi viva e mutabile) e non come nostalgia.<br />
Siamo tutti ormai una generazione senza dialetto. Ma anche altri prima di noi, ad esempio. Il più famoso è Pasolini, che il dialetto (che NON parlava in casa, perché lui era di Bologna, la madre friulana e il padre romagnolo) se l&#8217;è addirittura &#8220;inventato&#8221; sulla sua pelle.</p>
<p>Porta, comunque, è, ti assicuro, vetta siderale. Uno dei nostri quattro o cinque autori dell&#8217;Ottocento che reggono, per me, il confronto con l&#8217;Europa. </p>
<p>saluti sbadiglianti, G.</p>
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		<title>
		Di: gabriella fuschini		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/02/friul-%e2%80%99srael-palestine/#comment-4905</link>

		<dc:creator><![CDATA[gabriella fuschini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E&#039; molto interessante la questione della poesia dialettale, anche a me succede di provare irritazione nella lettura, forse per una mia incapacità di comprenderne fino in fondo il senso espressivo. Quindi leggo la poesia dialettale come se leggessi una poesia in lingua straniera e di conseguenza ho l&#039;impressione, alla fine, di leggere due fiumi che scorrono in parallelo. Qual è la poesia? Quella in dialetto o la sua traduzione? Forse entrambe e qui sta la potenza evocativa dei versi dialettali.  Una ventina di giorni fa ho avuto il piacere di conoscere Zuccato durante una serata alla Casa della cultura e di fare chiacchiere con amici poeti proprio sulla poesia dialettale. Ecco ascoltando Zuccato leggere uno dei suoi testi si è aperto un piccolo varco, l&#039;ascolto dei suoni e dei ritmi dei versi mi è piaciuto molto. Come se l&#039;impossibilità di riconoscere la lingua scritta avesse trovato una mediazione nell&#039;ascolto di quei versi che erano musica e poesia allo stesso tempo. Così l&#039;ho vissuta da lettrice in ascolto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; molto interessante la questione della poesia dialettale, anche a me succede di provare irritazione nella lettura, forse per una mia incapacità di comprenderne fino in fondo il senso espressivo. Quindi leggo la poesia dialettale come se leggessi una poesia in lingua straniera e di conseguenza ho l&#8217;impressione, alla fine, di leggere due fiumi che scorrono in parallelo. Qual è la poesia? Quella in dialetto o la sua traduzione? Forse entrambe e qui sta la potenza evocativa dei versi dialettali.  Una ventina di giorni fa ho avuto il piacere di conoscere Zuccato durante una serata alla Casa della cultura e di fare chiacchiere con amici poeti proprio sulla poesia dialettale. Ecco ascoltando Zuccato leggere uno dei suoi testi si è aperto un piccolo varco, l&#8217;ascolto dei suoni e dei ritmi dei versi mi è piaciuto molto. Come se l&#8217;impossibilità di riconoscere la lingua scritta avesse trovato una mediazione nell&#8217;ascolto di quei versi che erano musica e poesia allo stesso tempo. Così l&#8217;ho vissuta da lettrice in ascolto.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: NG		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/02/friul-%e2%80%99srael-palestine/#comment-4906</link>

		<dc:creator><![CDATA[NG]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il friulano è una lingua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il friulano è una lingua.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Gianni Biondillo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/02/friul-%e2%80%99srael-palestine/#comment-4907</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gianni Biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Certo NG, il friulano è una lingua. Ma ti dirò di più: per come la vedo io anche il veneto o il napoletano sono una lingua. 
E&#039; politicamente molto più semplice ammettere che il friulano lo sia, non &quot;compromette&quot; l&#039;unità nazionale. Ma dire che in territori fondamentali per l&#039;economia o la popolazione di una nazione esistano lingue e non dialetti fa scricchiolare una visione etnicisto-fascistoide dell&#039;Italia.
Non sto facendo (attenzionissima!) un discorso protoleghista. Ma dico: cosa fa di un parlato una lingua e non un dialetto? La sua omogenea diffusione su un territorio, la sua viva presenza, la tradizione aulica, letteraria, la coerenza politico territoriale... ma, scusate, non è così (sempre nei miei due esempi ma che potrebbero essere molti di più) anche nel veneto o nel napoletano?
A questo aggiungiamo come la sovrapposizione di lingue straniere, l&#039;omologazione televisiva, la depauperizzazione localista, etc. abbiano soffocato queste lingue, come, probabilmente siano inevitabilmente destinate alla lenta ma inesorabile dispersione, aggiungiamo anche come sempre più nelle grandi città non si parli più nessun dialetto coerente e che si stiano creando gergalità rionali, misti linguistici che prevedono parole e locuzioni che vengono da territori differenti. Insomma: diciamo che la lingua si muove, eccome. Che l&#039;Italiano non è quella cosa da toscani snob ma un pasticciaccio gaddiano, ricco, espressivo, nobile e volgare. E che dare patente di lingua al romagnolo o al sardo non mi fa sentire meno italiano. Ma qui sto andando da tutt&#039;altra parte. 
In ogni caso se questa consapevolezza fosse presente in TUTTI i poeti “dialettali” avremmo una poesia migliore. La verità che la maggior parte di loro si crogiolano del loro localismo, rendendo, appunto, insopportabile tale poesia. Ma chi non lo fa, chi ha coscienza intellettuale del suo agire, fa poesia alta. Ma poi, non dovrebbe essere così per tutti i poeti (quelli “in lingua” compresi)?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Certo NG, il friulano è una lingua. Ma ti dirò di più: per come la vedo io anche il veneto o il napoletano sono una lingua.<br />
E&#8217; politicamente molto più semplice ammettere che il friulano lo sia, non &#8220;compromette&#8221; l&#8217;unità nazionale. Ma dire che in territori fondamentali per l&#8217;economia o la popolazione di una nazione esistano lingue e non dialetti fa scricchiolare una visione etnicisto-fascistoide dell&#8217;Italia.<br />
Non sto facendo (attenzionissima!) un discorso protoleghista. Ma dico: cosa fa di un parlato una lingua e non un dialetto? La sua omogenea diffusione su un territorio, la sua viva presenza, la tradizione aulica, letteraria, la coerenza politico territoriale&#8230; ma, scusate, non è così (sempre nei miei due esempi ma che potrebbero essere molti di più) anche nel veneto o nel napoletano?<br />
A questo aggiungiamo come la sovrapposizione di lingue straniere, l&#8217;omologazione televisiva, la depauperizzazione localista, etc. abbiano soffocato queste lingue, come, probabilmente siano inevitabilmente destinate alla lenta ma inesorabile dispersione, aggiungiamo anche come sempre più nelle grandi città non si parli più nessun dialetto coerente e che si stiano creando gergalità rionali, misti linguistici che prevedono parole e locuzioni che vengono da territori differenti. Insomma: diciamo che la lingua si muove, eccome. Che l&#8217;Italiano non è quella cosa da toscani snob ma un pasticciaccio gaddiano, ricco, espressivo, nobile e volgare. E che dare patente di lingua al romagnolo o al sardo non mi fa sentire meno italiano. Ma qui sto andando da tutt&#8217;altra parte.<br />
In ogni caso se questa consapevolezza fosse presente in TUTTI i poeti “dialettali” avremmo una poesia migliore. La verità che la maggior parte di loro si crogiolano del loro localismo, rendendo, appunto, insopportabile tale poesia. Ma chi non lo fa, chi ha coscienza intellettuale del suo agire, fa poesia alta. Ma poi, non dovrebbe essere così per tutti i poeti (quelli “in lingua” compresi)?</p>
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		<title>
		Di: riccardo ferrazzi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[riccardo ferrazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scendendo dai vertici delle galassie, vorrei provare a inserirmi nel discorso su lingua e dialetti. Il friulano è una lingua ? Se lo è, penso che sia neolatina (come il romeno, il portoghese, il siciliano, il napoletano, il milanese...). Dove si è mai parlato il latino di Cicerone ? E il greco di Tucidide ? Franz, tu che te ne intendi, un sassone e uno svevo si capiscono se parlano ciascuno il suo dialetto ? E l&#039;inglese ? E&#039; risaputo che niente divide inglesi e americani più della lingua che hanno in comune. (Per non aprire poi il discorso dei socioletti, tipica invenzione d&#039;oltremanica).
Totale: cosa distingue il dialetto dalla lingua ? Fino all&#039;inizio del secolo scorso si poteva dire che la lingua fosse quella usata dalla letteratura e dalla pubblicistica, perché i media erano tutti lì. Da quando esistono il cinema, la radio e poi la televisione, la lingua è quella che si parla in TV. Può piacere o non piacere (a me non sempre piace) ma è così. Ci sono degli inconvenienti (non mi abituerò mai a dire &quot;vicino Roma&quot;) ma forse ci sono anche dei vantaggi (per esempio, potrebbero risorgere dei formidabili anacoluti come quelli di Machiavelli. &quot;...mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui&quot;. Fantastico !) Detto questo, che senso ha scrivere in lingua-TV o in lingua-dialetto ? Io credo che abbia un senso molto preciso: si sceglie di scrivere in una o in un&#039;altra lingua esattamente come si sceglie lo stile, il lessico, il tono. Si tratta, cioè, di scegliere la forma adatta a ciò che si intende esprimere. Dipende dalle cose a cui ci si riferisce, dalla loro storia, dalla cultura a cui appartengono. Dipende anche dall&#039;interlocutore, dalla sua storia e dalla sua cultura. Eccetera eccetera. Edoardo Zuccato scrive nel dialetto dei miei genitori, quindi lo capisco abbastanza bene, ma credetemi: Zuccato è poeta tout court. Se scrive in dialetto è perché, per gli argomenti che tocca e per il modo in cui lo fa, quel dialetto è la FORMA giusta. Potrebbe scrivere ottime poesie in ottimo inglese, per esempio, visto che è una lingua che conosce benissimo. Forse l&#039;ha già fatto. Dipende dallo spunto poetico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scendendo dai vertici delle galassie, vorrei provare a inserirmi nel discorso su lingua e dialetti. Il friulano è una lingua ? Se lo è, penso che sia neolatina (come il romeno, il portoghese, il siciliano, il napoletano, il milanese&#8230;). Dove si è mai parlato il latino di Cicerone ? E il greco di Tucidide ? Franz, tu che te ne intendi, un sassone e uno svevo si capiscono se parlano ciascuno il suo dialetto ? E l&#8217;inglese ? E&#8217; risaputo che niente divide inglesi e americani più della lingua che hanno in comune. (Per non aprire poi il discorso dei socioletti, tipica invenzione d&#8217;oltremanica).<br />
Totale: cosa distingue il dialetto dalla lingua ? Fino all&#8217;inizio del secolo scorso si poteva dire che la lingua fosse quella usata dalla letteratura e dalla pubblicistica, perché i media erano tutti lì. Da quando esistono il cinema, la radio e poi la televisione, la lingua è quella che si parla in TV. Può piacere o non piacere (a me non sempre piace) ma è così. Ci sono degli inconvenienti (non mi abituerò mai a dire &#8220;vicino Roma&#8221;) ma forse ci sono anche dei vantaggi (per esempio, potrebbero risorgere dei formidabili anacoluti come quelli di Machiavelli. &#8220;&#8230;mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui&#8221;. Fantastico !) Detto questo, che senso ha scrivere in lingua-TV o in lingua-dialetto ? Io credo che abbia un senso molto preciso: si sceglie di scrivere in una o in un&#8217;altra lingua esattamente come si sceglie lo stile, il lessico, il tono. Si tratta, cioè, di scegliere la forma adatta a ciò che si intende esprimere. Dipende dalle cose a cui ci si riferisce, dalla loro storia, dalla cultura a cui appartengono. Dipende anche dall&#8217;interlocutore, dalla sua storia e dalla sua cultura. Eccetera eccetera. Edoardo Zuccato scrive nel dialetto dei miei genitori, quindi lo capisco abbastanza bene, ma credetemi: Zuccato è poeta tout court. Se scrive in dialetto è perché, per gli argomenti che tocca e per il modo in cui lo fa, quel dialetto è la FORMA giusta. Potrebbe scrivere ottime poesie in ottimo inglese, per esempio, visto che è una lingua che conosce benissimo. Forse l&#8217;ha già fatto. Dipende dallo spunto poetico.</p>
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		<title>
		Di: NG		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/02/friul-%e2%80%99srael-palestine/#comment-4909</link>

		<dc:creator><![CDATA[NG]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ora non ho tempo. Rispondo meglio più tardi. Per ora solo: il friulano è una lingua ladina non neolatina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora non ho tempo. Rispondo meglio più tardi. Per ora solo: il friulano è una lingua ladina non neolatina.</p>
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