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	Commenti a: In difesa della Minkiata Galattica	</title>
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		<title>
		Di: Marco Mantello		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4952</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Mantello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Flavio
Se ho ben capito il tuo ragionamento, l&#039;uso del dialetto in poesia si giustifica non direttamente in base all&#039;esperienza, ma in primo luogo in base all&#039;immaginazione (il dialetto come escrescenza, depositata nel cervello, qualcosa di mai &#039;usato&#039; ma conosciuto). E&#039; una prospettiva che mi incuriosisce, però mi viene da chiedere: se il dialetto è una sorta di oggettività che si annida nella corteccia cerebrale, che differenza c&#039;è fra morire di un (qualsiasi) dialetto e morire di &#039;lingue &#039;metropolitane&#039;come l&#039;inglese? Io a tredidici anni ascoltavo Bruce Springsteen, non ero mai stato in un paese di lingua inglese, non conoscevo abitudini, modi di ragionare, non avevo espereinza diretta della benzedrina e del &#039;Big Black Mariah&#039;. E per di più ignoravo il sifgnificato della parola &#039;pragmatismo&#039;. Però in me, come credo in molti di quelli che sono nati negli anni settanta, si è formato qualcosa di molto simile all&#039;escrescenza di cui parli tu: l&#039;inglese, la cultura americana mediata da dischi e poi da libri, qualche cosa di mai vissuto (o di non ancora vissuto) ma ascoltato. Anche di questo secondo me si muore. L&#039;escrescenza è divenuta, che lo volessi o no, una parte di me. Anche adesso, quando scrivo, mi pongo il problema della &#039;poesia&#039; non come &#039;imitazione della natura&#039; ma come &#039;imitazione di Bruce Springsteen&#039;. Insomma voglio dire: cosa distingue il dialetto coem lo intendi tu da qualsiasi altro condizionamento culturale? Un saluto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Flavio<br />
Se ho ben capito il tuo ragionamento, l&#8217;uso del dialetto in poesia si giustifica non direttamente in base all&#8217;esperienza, ma in primo luogo in base all&#8217;immaginazione (il dialetto come escrescenza, depositata nel cervello, qualcosa di mai &#8216;usato&#8217; ma conosciuto). E&#8217; una prospettiva che mi incuriosisce, però mi viene da chiedere: se il dialetto è una sorta di oggettività che si annida nella corteccia cerebrale, che differenza c&#8217;è fra morire di un (qualsiasi) dialetto e morire di &#8216;lingue &#8216;metropolitane&#8217;come l&#8217;inglese? Io a tredidici anni ascoltavo Bruce Springsteen, non ero mai stato in un paese di lingua inglese, non conoscevo abitudini, modi di ragionare, non avevo espereinza diretta della benzedrina e del &#8216;Big Black Mariah&#8217;. E per di più ignoravo il sifgnificato della parola &#8216;pragmatismo&#8217;. Però in me, come credo in molti di quelli che sono nati negli anni settanta, si è formato qualcosa di molto simile all&#8217;escrescenza di cui parli tu: l&#8217;inglese, la cultura americana mediata da dischi e poi da libri, qualche cosa di mai vissuto (o di non ancora vissuto) ma ascoltato. Anche di questo secondo me si muore. L&#8217;escrescenza è divenuta, che lo volessi o no, una parte di me. Anche adesso, quando scrivo, mi pongo il problema della &#8216;poesia&#8217; non come &#8216;imitazione della natura&#8217; ma come &#8216;imitazione di Bruce Springsteen&#8217;. Insomma voglio dire: cosa distingue il dialetto coem lo intendi tu da qualsiasi altro condizionamento culturale? Un saluto.</p>
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		<title>
		Di: GiusCo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4953</link>

		<dc:creator><![CDATA[GiusCo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[è un problema da neuroscientisti: che ci dicano cosa è il cervello e come è strutturato alla base, se pragmaticamente, ritmicamente, sintatticamente o tabula rasa; nel frattempo possiamo chiacchierare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>è un problema da neuroscientisti: che ci dicano cosa è il cervello e come è strutturato alla base, se pragmaticamente, ritmicamente, sintatticamente o tabula rasa; nel frattempo possiamo chiacchierare.</p>
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		<title>
		Di: giuseppe genna		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4954</link>

		<dc:creator><![CDATA[giuseppe genna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Credo che questo intervento di Flavio sia la cosa più profonda che mi è capitata di leggere negli ultimi tempi. Lo rubo, lo metto domani sui Miserabili e ci ragiono per scrittura, come invoca lo stesso Flavio. E anche come invoca GiusCo, nel senso che mi pare che la prospettiva neuroscientifica (soprattutto quella tesa all&#039;indagine dell&#039;extralinguistico) offre a mio parere alcune chiavi di lettura interessanti a proposito della molta materia messa sotto obiettivo da questo scritto e, ovviamente, anche dal micropoema furlano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo che questo intervento di Flavio sia la cosa più profonda che mi è capitata di leggere negli ultimi tempi. Lo rubo, lo metto domani sui Miserabili e ci ragiono per scrittura, come invoca lo stesso Flavio. E anche come invoca GiusCo, nel senso che mi pare che la prospettiva neuroscientifica (soprattutto quella tesa all&#8217;indagine dell&#8217;extralinguistico) offre a mio parere alcune chiavi di lettura interessanti a proposito della molta materia messa sotto obiettivo da questo scritto e, ovviamente, anche dal micropoema furlano.</p>
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		<title>
		Di: Elio Paoloni		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4955</link>

		<dc:creator><![CDATA[Elio Paoloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grandi scrittori (Conrad, Kundera e, ora, tanti mezzosangue che sarebbero più a loro agio col pakistano o il giapponese) si sbattono - a rischio di annacquarsi e imbastardirsi - per scrivere in una lingua non loro che permetta però di raggiungere milioni di uomini. Ma ci sono persone che hanno urgenza di comunicare col contradaiolo. Giusto. In Italia leggono poesia mille persone. Troppe, è bene ridurre il numero dei destinatari. 
Pavese, che dal dialetto era tentato, sosteneva che in dialetto non si crea. Ci si adagia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grandi scrittori (Conrad, Kundera e, ora, tanti mezzosangue che sarebbero più a loro agio col pakistano o il giapponese) si sbattono &#8211; a rischio di annacquarsi e imbastardirsi &#8211; per scrivere in una lingua non loro che permetta però di raggiungere milioni di uomini. Ma ci sono persone che hanno urgenza di comunicare col contradaiolo. Giusto. In Italia leggono poesia mille persone. Troppe, è bene ridurre il numero dei destinatari.<br />
Pavese, che dal dialetto era tentato, sosteneva che in dialetto non si crea. Ci si adagia.</p>
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		<title>
		Di: Gianni Biondillo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4956</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gianni Biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dai, Elio. E allora le neolingue della Finnagens wake o del nostro amato Horcynus Orca allora dove le mettiamo? In quanti riescono a leggerle senza soffrire? Sono per questo meno fondamentali?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dai, Elio. E allora le neolingue della Finnagens wake o del nostro amato Horcynus Orca allora dove le mettiamo? In quanti riescono a leggerle senza soffrire? Sono per questo meno fondamentali?</p>
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		<title>
		Di: caracaterina		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4957</link>

		<dc:creator><![CDATA[caracaterina]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non &quot;comprendo&quot; il ragionamento di Elio Paoloni. Come se la letteratura fosse solo &quot;comunicazione&quot;. Come se fosse motivata solo dall&#039;interesse a farsi leggere-comprare (legittimissimo, per carità) e non anche da un&#039;esigenza (masturbatoria? lo dicono in molti, al di là della faccenda di Groddeck. E  allora?) a ricercare, esprimere ciò che non avrebbe parole se non venissero create apposta da chi le immagina. Che il dialetto possa essere un cardioletto in fondo appartiene, più che alla ricerca della parola, alla quotidianità e al parlato comune, oppure a una sua vulgata &quot;letteraria&quot;,   mica sempre riuscita e spesso irritantemente folkloristica. Che il dialetto, scritto in poesia e, quindi, per forza, mediato, alienato dalla sua oralità (per quanto essa sia di nicchia e contaminata - ma è il naturale disordine delle cose e non ne farei motivo nè di scandalo nè di gaudio -) sia una sorta di escrescenza, come afferma Santi, mi affascina molto. Accetto pure la metafora dell&#039;infezione virale, anche se in fondo, si tratta di una metafora di moda che &quot;va molto&quot;. Ma istintivamente rifiuto l&#039;ipotesi oncologica e mi chiedo se è solo per una mia personale ripulsa difensiva nei confronti dell&#039;angoscia che suscita. Mi sembra piuttosto una boutade, un effettaccio un po&#039; adolescenziale e mi scusi Santi se mi permetto di provare e dichiarare la sensazione di trovarmi davanti a un ragazzo che crea uno scudo a un proprio lato debole. (E&#039; spesso un problema degli scrittori quello di sentirsi deboli, vulnerabili, data l&#039;irrilevanza del loro ruolo sociale ma qui mi fermo, sennò son dolori).Questa &quot;bava&quot;, questo tessuto-testo, mi sembra invece una germinazione vitale, un&#039;iperfetazione che racchiude potenzialità non minacciose per la vita. Non si soffoca nè ci si riempie di metastasi per il proliferare, nella propria immaginazione, di colonie coralline. Creare una lingua dialettale, coagulando &quot;pulsioni esogene, sollecitazioni autobiografiche ecc.&quot; sarà magari superfluo, ai fini della &quot;comunicazione&quot;, ma non equivale a coagulare un trombo. O magari, meno minacciosamente, a produrre un polipo,una cisti, un calcolo. E&#039; piuttosto un di-vagare, un di-vertere e, in tal senso, un creare collegamenti sinaptici nuovi, laterali. Il cervello non è un fegato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non &#8220;comprendo&#8221; il ragionamento di Elio Paoloni. Come se la letteratura fosse solo &#8220;comunicazione&#8221;. Come se fosse motivata solo dall&#8217;interesse a farsi leggere-comprare (legittimissimo, per carità) e non anche da un&#8217;esigenza (masturbatoria? lo dicono in molti, al di là della faccenda di Groddeck. E  allora?) a ricercare, esprimere ciò che non avrebbe parole se non venissero create apposta da chi le immagina. Che il dialetto possa essere un cardioletto in fondo appartiene, più che alla ricerca della parola, alla quotidianità e al parlato comune, oppure a una sua vulgata &#8220;letteraria&#8221;,   mica sempre riuscita e spesso irritantemente folkloristica. Che il dialetto, scritto in poesia e, quindi, per forza, mediato, alienato dalla sua oralità (per quanto essa sia di nicchia e contaminata &#8211; ma è il naturale disordine delle cose e non ne farei motivo nè di scandalo nè di gaudio -) sia una sorta di escrescenza, come afferma Santi, mi affascina molto. Accetto pure la metafora dell&#8217;infezione virale, anche se in fondo, si tratta di una metafora di moda che &#8220;va molto&#8221;. Ma istintivamente rifiuto l&#8217;ipotesi oncologica e mi chiedo se è solo per una mia personale ripulsa difensiva nei confronti dell&#8217;angoscia che suscita. Mi sembra piuttosto una boutade, un effettaccio un po&#8217; adolescenziale e mi scusi Santi se mi permetto di provare e dichiarare la sensazione di trovarmi davanti a un ragazzo che crea uno scudo a un proprio lato debole. (E&#8217; spesso un problema degli scrittori quello di sentirsi deboli, vulnerabili, data l&#8217;irrilevanza del loro ruolo sociale ma qui mi fermo, sennò son dolori).Questa &#8220;bava&#8221;, questo tessuto-testo, mi sembra invece una germinazione vitale, un&#8217;iperfetazione che racchiude potenzialità non minacciose per la vita. Non si soffoca nè ci si riempie di metastasi per il proliferare, nella propria immaginazione, di colonie coralline. Creare una lingua dialettale, coagulando &#8220;pulsioni esogene, sollecitazioni autobiografiche ecc.&#8221; sarà magari superfluo, ai fini della &#8220;comunicazione&#8221;, ma non equivale a coagulare un trombo. O magari, meno minacciosamente, a produrre un polipo,una cisti, un calcolo. E&#8217; piuttosto un di-vagare, un di-vertere e, in tal senso, un creare collegamenti sinaptici nuovi, laterali. Il cervello non è un fegato.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: GiusCo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4958</link>

		<dc:creator><![CDATA[GiusCo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ma perché guardare solo al dialetto, qualsiasi linguaggio munito di sintassi può fare al caso del poeta; l&#039;informatichese, il linguaggio proteico, quello del dna......]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ma perché guardare solo al dialetto, qualsiasi linguaggio munito di sintassi può fare al caso del poeta; l&#8217;informatichese, il linguaggio proteico, quello del dna&#8230;&#8230;</p>
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		<title>
		Di: Elio Paoloni		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4959</link>

		<dc:creator><![CDATA[Elio Paoloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E no, Gianni. I dialetti come miniera per gomitoli gaddiani, proliferazioni darrighiane, annacquamenti defilippiani (non è napoletano quello) vanno benissimo. E&#039; il dialetto &quot;puro&quot; che mi sembra un assurdo sottoghetto del ghetto in cui sono rinchiusi gli scriventi italiani. L&#039;unico vantaggio è che la traduzione può essere fatta dall&#039;autore stesso, tagliando la testa a tutte le annose questioni sulla fedeltà della traduzione (o acuendole). Ma, a questo punto, tanto vale mettere solo la la traduzione? Tu l&#039;hai letto davvero l&#039;originale? Quanti lo hanno letto? Poi, uno può scrivere in ostrogoto, chi se ne frega. La letteratura non è solo comunicazione, certo, ma ogni grande opera è qualcosa che arriva IMMEDIATAMENTE. Solo dopo arrivano gli altri livelli e le interpretazioni e le riletture e le reinvenzioni.  
Lo so, lo so, non vale per tutte le grandi opere, forse non vale proprio per alcune tra le più grandi, magari quelle grandi davvero sono sono solo le universali, le meno dialettali possibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E no, Gianni. I dialetti come miniera per gomitoli gaddiani, proliferazioni darrighiane, annacquamenti defilippiani (non è napoletano quello) vanno benissimo. E&#8217; il dialetto &#8220;puro&#8221; che mi sembra un assurdo sottoghetto del ghetto in cui sono rinchiusi gli scriventi italiani. L&#8217;unico vantaggio è che la traduzione può essere fatta dall&#8217;autore stesso, tagliando la testa a tutte le annose questioni sulla fedeltà della traduzione (o acuendole). Ma, a questo punto, tanto vale mettere solo la la traduzione? Tu l&#8217;hai letto davvero l&#8217;originale? Quanti lo hanno letto? Poi, uno può scrivere in ostrogoto, chi se ne frega. La letteratura non è solo comunicazione, certo, ma ogni grande opera è qualcosa che arriva IMMEDIATAMENTE. Solo dopo arrivano gli altri livelli e le interpretazioni e le riletture e le reinvenzioni.<br />
Lo so, lo so, non vale per tutte le grandi opere, forse non vale proprio per alcune tra le più grandi, magari quelle grandi davvero sono sono solo le universali, le meno dialettali possibile.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Elio Paoloni		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4960</link>

		<dc:creator><![CDATA[Elio Paoloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si vede, no, che vado di fretta?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si vede, no, che vado di fretta?</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Dust		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/04/in-difesa-della-minkiata-galattica/#comment-4961</link>

		<dc:creator><![CDATA[Dust]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da comune lettore trovo questo dibattito molto interessante (anche a causa del mio amore per il friulano). In casa mia è successo in versione micro quello che accade a molti dialetti: ne è rimasta la mia - sempre più annebbiata - memoria, ne sono scomparsi i veri &quot;portatori&quot; (mia nonna e mio padre). Sparisce quello che differenzia il dialetto dall&#039;invenzione linguistica di un autore: la comunità che lo esprime, a cui naturalmente si rivolge e che è capace (o ha il compito) di &quot;validarlo&quot;. Nel &quot;Lonfo&quot; di Maraini, per fare invece un esempio di funambolismo verbale, risuona solo la lingua italiana in rapporto con se stessa. Perfino il linguaggio di Arancia Meccanica è esplicita componente di un collante di gruppo (mentre: che pena fanno gli scimmiottamenti dei rappers nostrani). Una volta che si dissolve il legame di comunità che lo esprime, il dialetto mi sembra diventi un serbatoio di suoni (a volte bellissimi - ricordavo in un altro post il &quot;cj&quot; e il &quot;gj&quot; friulano) e di materiale linguistico che può essere &quot;giocato&quot; di nuovo insieme a tutto il resto. Il fastidio di certe operazioni nostalgiche sta appunto - per come la vedo io - nell&#039;illusione di esprimere (e di indirizzarsi a) una comunità che non c&#039;è più.
Però la parola &quot;gjaline&quot; (gallina) ha uno spessore, una consistenza, una memoria incorporata che &quot;lonfo&quot; non può avere, come se in un caso si usasse pietra e nell&#039;altro plexiglass.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da comune lettore trovo questo dibattito molto interessante (anche a causa del mio amore per il friulano). In casa mia è successo in versione micro quello che accade a molti dialetti: ne è rimasta la mia &#8211; sempre più annebbiata &#8211; memoria, ne sono scomparsi i veri &#8220;portatori&#8221; (mia nonna e mio padre). Sparisce quello che differenzia il dialetto dall&#8217;invenzione linguistica di un autore: la comunità che lo esprime, a cui naturalmente si rivolge e che è capace (o ha il compito) di &#8220;validarlo&#8221;. Nel &#8220;Lonfo&#8221; di Maraini, per fare invece un esempio di funambolismo verbale, risuona solo la lingua italiana in rapporto con se stessa. Perfino il linguaggio di Arancia Meccanica è esplicita componente di un collante di gruppo (mentre: che pena fanno gli scimmiottamenti dei rappers nostrani). Una volta che si dissolve il legame di comunità che lo esprime, il dialetto mi sembra diventi un serbatoio di suoni (a volte bellissimi &#8211; ricordavo in un altro post il &#8220;cj&#8221; e il &#8220;gj&#8221; friulano) e di materiale linguistico che può essere &#8220;giocato&#8221; di nuovo insieme a tutto il resto. Il fastidio di certe operazioni nostalgiche sta appunto &#8211; per come la vedo io &#8211; nell&#8217;illusione di esprimere (e di indirizzarsi a) una comunità che non c&#8217;è più.<br />
Però la parola &#8220;gjaline&#8221; (gallina) ha uno spessore, una consistenza, una memoria incorporata che &#8220;lonfo&#8221; non può avere, come se in un caso si usasse pietra e nell&#8217;altro plexiglass.</p>
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