Rapato a zero. Un ricordo di Carlo Coccioli

24 luglio 2004
Pubblicato da

di Giorgio Vasta

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Poco meno di un anno fa, il 5 agosto del 2003, moriva a Città del Messico Carlo Coccioli, scrittore multilingue (scriveva e pubblicava in italiano, spagnolo e francese), intensissimo, silenziosissimo e silenziato (“il silenzio era tanto che lo si sentiva alitare”). Qualche notizia in breve sui giornali, qualche nota su internet, poi più niente. Coccioli, oltre a essere quasi del tutto ignoto in Italia (era nato a Livorno nel 1920), muore in estate, addirittura ad agosto, ovvero al centro del legittimo oblio. Evidentemente doveva andare così, permanere in questa condizione di autore amatissimo in Francia e nei paesi di lingua spagnola ma eterno outsider in Italia.

Coccioli – del quale tra bancarelle e librerie si riescono a recuperare i bellissimi libri – mi è tornato in mente in questi giorni, per il caldo e per qualche altra ragione. Ho ricordato un suo pezzo, “Rapato a zero“, che chiude la raccolta omonima edita da Vallecchi nel 1986, brevi editoriali che Coccioli dettava telefonicamente e che venivano poi pubblicati su La Nazione. Mi è tornato in mente e sono andato a rileggerlo. Mi è sembrato nuovamente bello – lo spettacolo asciutto di una lingua perentoria, l’italiano arcaico e straniero che affiora qua e là come una sbucciatura – mi fa piacere proporlo ai lettori di Nazione Indiana.

Erano le dieci di sera e stavo cenando, leggendo, guardando lo schermo televisivo. Non è indispensabile essere Napoleone, che al medesimo tempo dettava cinque lettere e preparava quattro battaglie, per fare insieme tre cose così banali. Il libro che leggevo era Maigret e l’uomo della panchina: il mio impareggiabile Simenon. La cena era rappresentata da un piatto di riso integrale al cavolo lilla. Sullo schermo televisivo un maestro dei mass media intervistava un signore grasso e benevolo dal viso sbiadito e acuto degli ebrei polacchi. Era un famoso violinista, ma parlava di politica. Riproponeva l’universo in un mediocre inglese; diceva le cose giustissime che tutti sappiamo a memoria. No agli armamenti, sì al vogliamoci bene, no alla dittatura comunista, sì alla gioventù del mondo (della quale lui, sessantenne, pareva membro onorario vitalizio). E allora all’improvviso sono stato soverchiato dalla passione di raparmi a zero.

Forse un effetto della noia. Il grasso e benevolo violinista esprimeva giustissime ma insopportabili esigenze. Nessuno più vuole invecchiare; nessuno più vuole morire; nessuno più vuole avere fame; nessuno più vuole non sapere leggere e scrivere. Tutti vogliamo tutto! Nessuno più vuole avere qualche nemico. Tutti satolli e tutti fratelli. Bontà divina, che noia! L’idea di radermi i capelli s’impose a me come un’inevitabile riparazione. Del resto a che cosa servono i capelli in un uomo della mia età? Servono alla bellezza, mi avrebbe risposto il violinista se avesse potuto farlo. Perché nessuno accetta più di essere brutto. Io sì. Non solo lo accetto; ma m’impeggioro. Bisogna avere il coraggio di non essere un «puer capillatus», uno di quei bei ragazzi dai capelli folti sui quali se non sbaglio sbavava Marziale. Bene: protestiamo rapandoci. Non ammiro i vecchi che si prendono per giovinetti; gli agonizzanti che partono per i safari africani; gli esseri di carne che credono di aver diritto a tutto, anche all’immortalità. E quel sommo violinista parlava addirittura di democrazia. La democrazia è soltanto un meno peggio; non è, né può essere, il paradiso. Nel mio comedor, o saletta da pranzo, si era insomma creata un’area di allucinazione. Il mio bisogno di protestare era prepotente. Se fossi stato un bonzo, mi sarei bruciato vivo. Tendente alla calvizie, decisi di rompere gli indugi e raparmi a zero.

Mi alzai di scatto – ciò è avvenuto venerdì scorso – ed entrai nell’attiguo bagno. Afferrai la macchinetta da barba e m’infersi una prima vigorosa tagliata in senso trasversale. Ridotto allo stato larvico di un Frankenstein impazzito, mi sentii simile al conquistatore Fernando Cortés che nel 1519 bruciò i suoi vascelli qui sulle coste messicane per evitare bassi ripensamenti.
A me non piacciono gli specchi, anzi li detesto. Sono una parodia dell’infinito. Invece di riflettere Dio, riflettono facce di scimmie, le nostre. Fui tuttavia costretto, dopo quel primo selvaggio taglio, a collocarmi davanti allo specchio: raparsi a zero è maledettamente più difficile di quanto si creda. Si suppone di avere pochi capelli e invece se ne hanno milioni. Annidano in anfratti cranei dai quali è difficile scovarli. Dopo cinque minuti di grandi sforzi ricorsi alle forbici con cui toso i cani. Le ho comprate a Firenze in una botteguccia di San Frediano. Era sabato mattina e alle una avevo l’appuntamento coi miei amici Mazzuoli per il solito desinare nel ristorante di piazza del Carmine. In una vetrina sudicia vidi esposto quel mirabile strumento. Decisamente entrai. Il venditore, secco e dolente, me lo elogiò; disse che quelle forbici per cani erano uniche. Sospirò nel consegnarmele. Ebbi l’impressione che gli stavo strappando una striscia di cuore. Cercai di confortarlo facendogli sapere che le avrei portate con me nel Messico d’or. Non si lasciò sedurre dalla prospettiva. Anzi dimostrò di non capirmi: «Forbici come codeste costì non si trovano in nessunissimo posto», affermò con una specie di remoto sdegno. Me le fece pagare un prezzo da collezionista. Con l’involtino in mano entrai pochi minuti dopo nel ristorante dove il sabato i coniugi Mazzuoli furoreggiano. In un’altra tavola c’erano Paloscia e Ragghianti. Scambiammo parole gentili. Mi sentii tentato di pregare gli eminenti critici di «espertizzare» l’oggetto d’arte di cui ero diventato proprietario. Me ne astenni.

Torno alle forbici a forma di scimitarra: solo quando cominciai a sanguinare mi resi conto che le stavo usando alla rovescia. È incredibile la quantità di sangue che ci abbiamo nella testa! Forse perché sono ipersensibile di spirito, fisicamente non sento quasi nulla: possono strapparmi la carne a morsi, ed io imperturbabile*. Ma il sangue viscido mi scorreva fra le mani. Il problema massimo lo costituivano gli occhiali. Se me li toglievo rischiavo di asportarmi un orecchio o un pezzettino di naso. Se me li lasciavo sbattevo le forbici contro le stanghette. Ogni tanto mi affacciavo al comedor per riprendere forze guardando il violinista della fratellanza universale. La sua aria di « siamo tutti fratelli » mi spronava all’olocausto. Io di fratelli ne ho avuti solo due, e uno è morto. Non ho punta voglia di averne quattro miliardi.

L’appassionante automassacro si concluse alle undici e dieci. Feci una doccia, la seconda della giornata, e me ne andai a letto. Prima rinchiusi il mio sbertucciato cranio in uno di quei fazzoletti rossi che in Messico portano fieramente intorno al collo i ferrovieri. Qui li chiamano paliacates, e a Livorno pezzuole. Ero soddisfatto. Mi ero tolto di torno l’annoso problema dei capelli. I malati che muoiono guariscono automaticamente da ogni malattia. Alla stessa maniera il rapato a zero si trova oltre la calvizie o l’abbondanza di capelli. Scopersi di avere una discreta testa: non a pera (sarebbe stato orribile) e nemmeno quadrata alla Mussolini. Una gentile testa rotondeggiante che in certa misura confermerebbe le teorie del Frobenius (?) sugli insediamenti delle razze camitiche nel bacino del Mediterraneo.

A letto mi misi a leggere. Finito l’affascinante Simenon, mi consacrai a un testo messicano di sociologia politica. Sulla supercapitale era scesa la quiete notturna; il silenzio era tanto che lo si sentiva alitare. Dal suo angolo la palma Senza-Nome mi guardava con mille occhi di amore. I cani stavano ognuno al posto suo: il piccolo a pancia all’aria sulla coperta rosa, smarrito in visioni poetiche; il grande sulla poltrona con gli orecchi tesi (non si sa mai; un topo, un angelo, qualcuno che volesse assassinarmi). Che bellezza e che pace! Dal soffitto bianchissimo mi osservava l’amico ragno. Fa effetto dirlo in italiano: in spagnolo «arafla» è femminile. Ma la sociologia mi vinse e precipitai negli abissi del sonno.

È chiaro che la mattina dopo, svegliandomi, mi trovai rapato. Dopo una sollecita doccia uscii di casa perché avevo da comprare delle tavole di legno in una falegnameria all’ingrosso di Niňo Perdído. Ebbi freddo alla testa e la fugace impressione di passeggiare nudo. Le feritelle cranee già si stavano cicatrizzando. Al primo semaforo rosso notai che la gente mi guardava. È che in Messico i capelli sono una cosa importante. Qui vi sono le più folte, le più tenaci, le più stupende capigliature del mondo senza escludere neanche le giapponesi (dalle quali, del resto, le capigliature messicane derivano). La calvizie è ignota. Un cranio pelato è mostro o fenomeno: pazzo o santo. Dalle altre automobili mi scrutavano smarriti ma non senza simpatia. Il messicano delle classi mediobasse ha un fondo anarchico e gli piacciono le sfide sociali. Vedeva in me una di esse (e forse non aveva torto). Il demente, l’ubriaco, il trovatello, il carcerato, l’originale, la donna perduta: tutto ciò percuote la società borghese, le regole stabilite, il conformismo, e pertanto lo si apprezza.

Gli sguardi che mi gettavano erano di complice incoraggiamento. «Tu che lo puoi fare, fallo y que te vaya bien!», parevano dirmi. Anni fa a Milano parlai con un capellone nipote mio laureando in filosofia e membro di un complesso rock. «Questo cos’è?», gli domandai cuore a cuore indicando i capelli che gli scendevano sul petto. Mi guardò con profondi occhi d’innocenza. «È come se dicessi ai passanti che la condizione umana non mi piace», rispose. Sia chiaro che lui andava ben oltre la Critica del Sistema; penetrava nella metafisica, nel cosmico, nell’ontologia. Fatto sta che ieri sera hanno parlato della mia testa rapata i popolari Salinas e Lechuga che alla televisione messicana fanno la satira dell’attualità politica. Se ne deduce che per fare capire quel che si pensa non sono indispensabili le bombe: un paio di forbici basta.

* Falso. Ho al contrario una «soglia di dolore» incredibilmente bassa. Dopo incidente automobilistico a causa del quale morì Oliver, me lo hanno dimostrato le terribili sofferenze di molti mesi. Solo la morfina mi placava (e solo la morfina spengeva in me il senso atroce di Oliver).

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22 Responses to Rapato a zero. Un ricordo di Carlo Coccioli

  1. Roberto Saviano il 24 luglio 2004 alle 09:26

    Indimenticabile Coccioli, scrittore dimenticato, giocoliere della narrazione, tra mistica e laidicità….

  2. ghiaccio123 il 24 luglio 2004 alle 11:00

    ma il ghiaccio fa parte della poetica di questo scrittore?

  3. andrea barbieri il 24 luglio 2004 alle 12:25

    CARLO COCCIOLI

    Pochi. giorni fa mi è arrivata, per via indiretta, una cartolina da San Antonio, Texas. Raffigura le gambe accavallate di un cow-boy
    appoggiate alla staccionata di un ranch. Dell’uomo si possono scorgere solo gli stivali di pelle di serpente e una mano che sta scacciando uno scorpione posato proprio sulla caviglia. Le dita di questa mano stringono un sigaro acceso; all’anulare c’è un grosso
    anello dorato con la scritta LET’S RODEO.
    La cartolina riporta un messaggio, scritto con una calligrafia precisa, quasi un corsivo d’altri tempi. E firmata, con mia sorpresa, da uno scrittore italiano da decenni residente in Messico: Carlo Coccíoli. Nella parte centrale dice: “Non so se queste parole le giungeranno; inviarle è quasi una sfida. Fiorino è morto e, più” – romanticamente – “solo che mai, giro in una jeep dai deserti all’oceano. Confronto le mie inquietudini vane con l’imperturbabilità del mondo.”
    Non conosco personalmente Carlo Coccioli. Per questo, l’arrivo del suo messaggio mi ha sorpreso. Non si tratta che di qualche, preziosa riga in risposta a una recensione di Piccolo Karma, il diario texano che, dopo l’edizione spagnola e francese, è stato finalmente
    pubblicato in italiano nel 1987. Ho infilato la cartolina in un libro di Coccioli, che avevo già messo nello zaino delle vacanze, e sono
    partito.

    Nato a Livorno nel 1920, trasferitosi a Parigi nel 1949, “perché non potevo sopportare il predominio di Moravia sulle lettere italiane, e non ero disposto a rendere omaggio né a lui, né a Píovene”, dal 1953 residente a Città del Messico, Carlo Coccioli è autore di una quarantina di volumi, alcuni dei quali scritti direttamente in
    francese e in spagnolo e mai tradotti in Italia, dove è uno scrittore di non vastissimo pubblico come meriterebbe. Le cause di questo reciproco disamore saranno probabilmente complesse e molteplici.
    La tematica esistenziale e religiosa di Coccioli certo non poteva essere accettata dall’establishment culturale di sinistra degli anni cinquanta. I suoi personaggi, sempre così combattuti fra le ragioni del Bene e del Male, fra i tormenti metafisici e quelli erotici, fra il peccato e l’idea di purezza, (soprattutto gli sconfitti eroi omosessuali come Fabrizio Lupo, protagonista dell’omonimo romanzo (1952),o
    come il giovane suicida del Cielo e la terra (1950), forse erano paradossalmente fuori gioco, in un periodo storico dominato prima dall’estetica neorealista, poi dallo sperimentalismo linguistico e formale. Resta il fatto che, in nessun autore italiano contemporaneo, è presente una così grande tensione interiore, un’irrequietezza spirítuale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico.
    Nel 1978, la rivelazione di Fabrizio Lupo, pubblicato in italiano a quasi vent’anní dalla prima edizione francese, provocò un corto cir-
    cuito assorto e meditabondo fra sensualità, eros, religione, fede, suicidio, autodistruzione alcolica, elegie contadine, miti metropolitani. Ancora una volta il dualismo assoluto e non comunicante, se non attraverso il gesto tragico, fra spiritualità e carnalità, fra le ragioní della fede e quelle dei sensi, fra misticismo e mondanítà. E si era troppo giovani, e inesperti, nonostante tutto quel cristianesimo impegnato e sociale, nonostante Jean Danielou e Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer e addirittura Teilhard de Chardin, nonostante il catechismo olandese e la teologia della liberazione di monsignor
    Helder Càmara e di padre Camillo Torres, nonostante i discorsi del cardinale Michele Pellegrino, di don Primo Mazzolari e del pedagogo don Mílani; si era davvero troppo ingenui per non chiedersi come mai si facessero batraglie per liberare tutto e tutti, gli analfabeti e i disperati delle favelas, il popolo cileno e quello delle borgate romane, e non ci fosse una parola, nemmeno una giaculatoria, per liberare da quell’insopportabile e devastante peso un ragazzino di sedici anni travolto interiormente dalla propria diversità: potevano liberarsi i popoli e gli stati, si poteva proclamare la rivolu
    zione permanente, ma sempre purché fosse al di là dell’oceano. Quanto a noi, nessuna liberazione interiore, nessuna rivoluzione in nome della felicità. E il Medioevo trionfava, sotto la cintura.
    Così si cominciò ad avere la sgradevole sensazione, come il don Ardito del Cielo e la terra, “che nella Chiesa per uno come me non
    ci sia posto”. Tutti parlavano di amore, ma non era permesso ínnamorarsi. Eravamo tutti fratelli, però giù le mani, ognuno a casa propria. Parole come queste, di Coccíoli, avrebbero infiammato gli animi e provocato l’estasi mistica di quelle donnacce, tradite, che ci affliggevano fra la canonica e la sagrestia: “Amare Dio, negli uomini: in ogni uomo. Dio non è solo nell’alto del cielo, sparso fra le stelle; è qui in terra, fra gli uomini. È gli uomini. Amare la terra, gli
    uomini; anche se sono peccatori, e amare il loro peccato. Ho scoperto, Dio, che la tua soglia non si varca se tu non discendi qui da noi. E abbiamo una maniera per costringerti a discendere: l’amore.” Ma, in quanto alle nostre strategie, non sarebbero servite a nulla.
    Eppure, a riguardarli anche oggi, con tutt’altra consapevolezza e compassione, come furono importanti e formativi quegli anni gíovaníli, dove le energie e l’attivismo, e anche la fantasia e l’intelligenza, erano inserite in un progetto collettivo, all’interno del quale
    si lavorava, si sbagliava, si riprendeva, si cercava in ogni modo di costruire, giorno dopo giorno, quella situazione di salvezza conosciuta come “regno di Dio”. Avevamo una speranza e tutto aveva un senso, anche il dolore, anche la sofferenza e la prova. Ma qualcuno avrebbe dovuto, semplicemente, ricordarci Meíster Eckhart:
    “Un’anima non può salvarsi se non nel corpo che le è stato assegnato.”
    L’abbandono fu inevitabile. Certo, avremmo potuto far finta di niente, e il sabato pomeriggio correre a confessarci. Ma era questo
    compromesso ignobile la conseguenza dello “splendente gioiello” della fede? Anni dopo, parlando di tutto ciò con un amico rimasto nel giro, mi sentii rispondere seccamente, con un’alzata di spalle:
    “Ah, ma tu prendevi tutto troppo alla lettera!” È vero, come i personaggí di Carlo Coccioli, come don Ardito, come Fabrizio, anch’io prendevo tutto troppo alla lettera. Ma sulla parola di Dio, pensavo, si può forse contrattare come sulla scala mobile, o fare rivendícazíoni sindacali? Evidentemente il mio destino non era quello di rimanere nelle sagrestie a lucidare mobili, menare turiboli e portare la Madonna in processione, sotto gli sguardi malevoli dei compaesani, la sera del Venerdì Santo.
    Ritrovare nell’opera di un autore italiano quei tormenti e quegli entusiasmi per una religiosità pura e íncorrotta, per una fede da vivere nella pienezza del proprio corpo e nell’univocità della propria storia, (“La purezza è una condotta: una condotta di rigore. E non accettare di essere lo schiavo dei sensi. Ma ho spesso avuto l’impressione che si diventa schiavi dei sensi quando non si dà ai sensi la possibilità di concederci la pienezza che si ottiene dal servirsi dei sensi per la quiete dell’anima”, Piccolo karma), fu un’illuminazione e, indubbiamente, contribuì a riformulare giudizi, a guardare a quelle inquíetudini con una lucidità nuova; soprattutto aiutò a capire che smettere con qualcosa non significa liberarsene,
    né risolvere. E che il mio karma mi avrebbe spinto a continuare a cercare.
    Quello che si ama nell’opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l’incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l’ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della Casa di Tacubaya (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di Uomini in fuga (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l’induismo e il buddhismo Zen: “Quanto ho dovuto camminare per ritrovarmi dove un indù analfabeta si trova quando viene al mondo! Che noi dell’Occidente si debba spendere la vita per capire finalmente che dare da mangiare a un animale affamato è praticare Dio?» (Piccolo karma).
    Non solo il “tormento esistenziale di natura teologíca” dunque, ma anche lo stile di vita appartato, l’amore per gli umili e i reietti,
    l’assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una
    risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l’erotismo, la predilezione omosessuale: “Avevo diciassette anni. […] Alzai gli occhi dai miei appunti, chiusi il libro. (…] Notai che un
    grosso volume di una delle più importanti enciclopedie europee era stato abbandonato sulla tavola. Automaticamente lo trassi a me e, sempre in piedi, lo aprii a.caso e mi chinai per leggere. I miei occhi caddero su quella parola. E in quell’istante la vita cambiò. […] Nudi ed ebbri, i ragazzi dell’ísola s’impolverano il viso di farina per vincere le cinquanta lire messe in palio. I ragazzi di Singapore e di Vera Cruz si gettano nell’acqua oleosa del porto, dall’alto delle navi, per raccattare sul fondo di rena la moneta lanciata, per distrarsi, dai turisti. I ragazzi di Jean Cocteau hanno, corrucciati,
    fronte e labbra promínenti: fanno il bagno insieme nella vasca rococò. I ragazzi di Coblenza portano un berrettino con la visiera. I
    ragazzi di Aldo Palazzeschi si consacrano agli esercizi ginnici sorvegliati da una squallida imitazione di Charlie Chaplin. I ragazzi di
    Livorno hanno gli occhi verdi e (1949) ripuliscono i cadaveri degli americani morti; con gli americani vivi sono gentili. I ragazzi di
    Cassino, più riccioluti dei ragazzi di Luca della Robbia, suonano la cornamusa nelle macabre città del Nord. I ragazzi di Firenze si appoggiano ai parapetti dell’Arno in attesa che un turista svizzero li inviti a passeggiare sui colli. I ragazzi di Losanna escono a frotte dalle scuole. I ragazzi di Parigi hanno un libro sotto il braccio nei dorati vialettí del Lussemburgo. I ragazzi di Siviglia figli degli anarchicí fucilati dai franchisti giuocano al calcio nei villaggi della Sologna. I ragazzi di Boston, lentigginosi e pensosi, corrono il rischio di
    farsi chiamare con un nome di ragazza quando non amano gli sport violenti. I ragazzi romani si lasciano avvicinare: siccome non credono a nulla sono intangibili. I ragazzi toscani si lasciano vivere, l’estate, sitlla riva di un fiume avaro; si toccano il sesso pigramente; sorridono, vociano; sono perfidi, sono innocenti. I ragazzi di…”
    (Fabrizio Lupo).

    La scrittura di Coccioli ha bisogno di lettori forti, disposti a sorvolare le idiosincrasie dell’autore, l’enfasi stílistica che, nel caso di
    Davide (1976), riscrittura di alcune parti della Bibbía, approda a una prosa poematica davvero ardua, oppure le ripetizioni e le puntualizzazioni, quel fissarsi su un articolare, su un dettaglio che ci appare trascurabile e battere pagine e pagine quando sarebbe più
    semplice lasciar perdere. Ma Coccioli, nonostante il suo puntiglio, nonostante la sua ossessivítà, piace ugualmente. E conforta. E la sua predilezione per le forme diaristiche ed epistolari, per una scrittura continua che diventa, ora dopo ora, il tentativo di svolgere l’arte in preghiera, in riflessione compassionevole sul sé e sul mondo, tutto
    ciò continua a incantare. E non è un caso allora se si considera Piccolo karma uno dei vertici di tutta la sua produzione. Abbandonato
    il verseggiare e la speculazione filosofica, qui Coccíoli approda alla leggerezza del frammento e all’ambigua pienezza dell’appunto interiore. Il “diarío in Texas” evidenzia così, pagina dopo pagina, la grazia smaltata e incantata di un livre d’heures medievale, il fascino
    di un breviario intimo in cui si rivelano, quasi con la scansione delle horae canonicae, l’Uno e il Tutto. Ma, da vecchi lettori, non si di-
    mentica quella dichiarazione di poetica, e di sensualità, di amore per la letteratura e dannazione, contenuta in Fabrizio Lupo, una pa-
    gina che, in quegli anni, fu facile accostare al pathos linguistico della trilogia teatrale di Giovanni Testori: Ambleto, Macbetto, Edipus: “Agosto. Ti sdrai dopo desínare sul letto di una casa di campagna. Più che il vino, t’inebria l’afa. Hai un libro accanto, ma le variopinte travicelle del soffitto ti attraggono. Una mano sul ventre, le osservi, le conti. Nella vallata era la piccola signora Carmela che
    dipingeva i tetti della sua immensa casa. Divideva le travícelle in sezione, dava a ognuna un colore diverso. Nudo sul letto duro, una
    mano sul ventre, beatamente turgido, e correndo il sublime rischio di aprirmi in un fiore, giuoco. Conto e riconto, per non fiorire, le
    travicelle del soffitto, e sbaglio il conto, e mi accende il sapore del mio imminente fiorire. Un’ombra rovesciata passa sull’alto della fi-
    nestra. Anche la Toscana fiorisce: in siccità e in odori. Spogliarsi nudo per meglio espandere il felice torpore. Ronza un moscone collerico. Sul marmo del comodino, oltre a una chiave, í Sonetti di Shakespeare e Luce d’agosto di Faulkner. Ma per la mia mano sul mio ventre, a questo rischio fragile, delizioso, sono incatenato, a questo mio rischio di fiorire. La folla di Faulkner mi circonda (invano). Amo il sangue di Faulkner (non ti muovere, non ti muovere, non ti muovere se non vuoi fiorire). L’opera d’arte che non odori di sangue (di sperma) non è degna dell’uomo. Ronza il moscone collerico. Collerica l’estate giace sulla Toscana, domina aestas, in un ronzare nella stanza in penombra. Oh, il prudente fremere, un fremere appena, della mia mano sul mio ventre. Se si raccoglie una manciata di terra, in estate, si sente odore di sangue. O di sperma: non è lo stesso? La mia mano sul mio ventre odora di
    sangue. Ma la folla è linfatica. Scalpita un cavallo: dove?, ed è possibile? È possibile tutto. E la signora Carmela… Fiorisco, sto fio-
    rendo, sono fiorito.”
    Il libro di Coccioli che ho portato con me in viaggio, e che ho letto, la sera, di fronte a certi tramonti dolcemente rosa della costa
    dalmata, si intitola Uno e altri amori (1984) ed è una raccolta di racconti scritti in un ampio arco di anni. È senza dubbio uno dei libri
    più indicati per accostarsi al suo lavoro: una trentina di racconti, alcuni anche brevi, che permettono una ricognizione sufficientemente approfondita delle tematiche dell’autore. Le sue ossessioni, í suoi tormenti, ci sono tutti: dalle sette messicane alla magia, ai riti animistici; dall’America del Sud alla Parigi degli anni cinquanta, alla Firenze dei ritorni a casa; dalle storie di animali e di insetti a una più generale atmosfera paranormale, fra apocalisse e occulti-
    smo, che rende alcune storie piccoli capolavori di feroce ínquietudine. Ma anche il lirismo di certe situazioni, l’amore per ogni creatura, la compassione, la difficoltà delle relazioni sentimentali. In sostanza, il mondo di un autore che non conosco personalmente, che non ho mai visto, ma che dall’altra parte dell’oceano mi manda, attraverso i suoi libri, messaggi che spesso ho interpretato come “segni”. Se la sua cartolina è infine arrivata qui, a Milano, è probabile che anche queste righe arrivino a qualcuno di voi. Molto spesso si
    scrive anche per questo: “Inviare parole è quasi una sfida.”

    Pier Vittorio Tondelli, 1987,
    Un Weekend Postmoderno – Bompiani 1998

  4. gabriella fuschini il 24 luglio 2004 alle 14:23

    Non conoscevo Coccioli e leggere queste righe mi spinge ad andare a cercare immediatamente qualcosa di suo da leggere… grazie a Vasta per averlo proposto e a Andrea per il suo post.

  5. gino tasca il 26 luglio 2004 alle 17:48

    Evidentemente sto diventando un vecchio brontolone e insofferente e un po’ stronzo. E pensare che io ho un’unica forma di razzismo: verso i vecchi brontoloni, insofferenti e un po’ stronzi.
    Ma che ci posso fare? Leggo “dal viso sbiadito e acuto degli ebrei polacchi” e mi fermo e lì. Forse che non esistevano ebrei polacchi dal viso rossiccio quasi paonazzo e grassissimo?

    Esisterà pure un’etica del “ben-fare” anche nella scrittura? Se siamo dei falegnami bisognerà pure che eseguiamo tavoli e armadi comme il faut, no? E allora perché questo scrittore non ha sentito lo sbaglio di quel suo paragone?
    No, no, dev’essere che sono io un vecchio coglione.

  6. gino tasca il 26 luglio 2004 alle 17:50

    Evitate di rispondermi: “certamente!”, please.

  7. gabriella fuschini il 26 luglio 2004 alle 18:23

    Beh, diciamo che cerchi il pelo nell’uovo. ;-)
    E comunque mi sembra di capire che sei tornato in piena forma dopo il ricovero ospedaliero!

  8. gino tasca il 26 luglio 2004 alle 19:48

    Cara Gabriella, può anche darsi.
    Anzi, di sicuro, è vero: cerco il pelo nell’uovo. E sai perché? Perché sono io quello che fa le pulizie al Brera e tutte le mattine passo un panno di lino sull’uovo che pende sulla Madonna di Piero.
    Un po’ più serio (ma solo un po’).
    Credo mi capiti come a quelli che sono brutti ma hanno un acuto senso sella bellezza e, quindi, ne parlano con grande competenza e poi capita uno e gli fa: ma che parli della bellezza tu che sei brutto?
    Per dire che io non ho scritto mai nulla né mai scriverò niente eppure – quando leggo – ho questo lettore automatico per le forme retoriche che mi segue passo passo e – senza che io smetta di emozionarmi – lampeggia quando crede (ovvio, è un lettore muy personal) di vedere … cosa? Sai che non so neanche come chiamarli … infatti, sopra, ho scritto errori ma non ne sono per niente soddisfatto: proporrei “peccati”? Che te ne pare.
    (Ti ricordavi dell’ospedale … beh, grazie. Non ci contavo proprio.)

  9. emma il 26 luglio 2004 alle 22:19

    Ho letto – sono ormai diversi anni – “Piccolo Karma”. Trovato per caso su una bancarella (non attraverso Tondelli, del quale ignoro tutto o quasi), a metà prezzo.
    Mi aveva attirato il titolo, avevo fatto un viaggio in India e volevo sapere qualcosa di più sul buddismo e sull’induismo.
    Una lettura stupefacente. Un libro a suo modo pericoloso.
    Fa venire voglia di scrivere.
    A ripensarci adesso, ho la (perversa?) tentazione di associarlo – naturalmente ponendolo, nel confronto, a un’altezza siderale – a certi diari in rete (i blog, sì).

  10. andrea barbieri il 26 luglio 2004 alle 23:32

    Comunque il viso “acuto” è riferito all’intelligenza, infatti è allo stesso tempo “grasso”. Poi soprattutto quella frase non significa che tutti gli ebrei polacchi hanno il viso “sbiadito e acuto”, ma che alcuni ce l’hanno così, quindi è un buon mobile.
    Oggi a Radio3 hanno dato il Tannhäuser in diretta dal Festival di Bayreuth. Un inviato italiano ha parlato un po’ male della regia, allora un critico importante (non lo conosco e non ricordo il nome, ma lo avvolgevano nei salamelecchi) sentendo il discorso dell’inviato ha sentenziato, riferendosi al regista: ALLORA E’ UN CRETINO!
    Secondo lui era un cretino perché aveva usato dei filmati nell’allestimento, per esempio delle immagini accelerate di un coniglio che si decomponeva. Il pubblico al contrario del critico celodurista pare abbia fatto una standing-ovation e parecchie ole allo spettacolo.
    Tannhäuser
    under Sängerkrieg auf Wartburg
    Dramma musicale in tre atti
    Musica e libretto di Richard Wagner
    Orchestra e Coro del Festival di Bayreuth
    Direttore, Christian Thielemann
    Maestro del Coro, Eberhard Friedrich
    Regia e scene Philippe Arlaud

  11. andrea barbieri il 26 luglio 2004 alle 23:53

    Dal blog di Giulio Mozzi

    Rapato a zero
    Giorgio Vasta ha diligentemente ricopiato e pubblicato in Nazione indiana un testo di Carlo Coccioli: Rapato a zero, tratto da un omonimo volume (una raccolta di pezzi usciti negli anni nel quotidiano La Nazione) pubblicato nel 1986 presso Vallecchi. Vi invito ad andarlo a leggere e vi ricordo che il libro in questione è ancora reperibile, con un po’ di caccia, nel circuito delle librerie a metà prezzo.
    Nelle settimane scorse la rivista L’indice mi ha chiesto di scrivere un articolo “introduttivo, divulgativo” su Carlo Coccioli. Uscirà nel prossimo numero. Questo che segue è ciò che ho scritto:

    Chi sono io per parlare di Carlo Coccioli? Sono uno che, come tanti, ha cominciato a leggere i suoi libri perché in un articolo Pier Vittorio Tondelli aveva detto: «Io l’ho letto, ed è stato importante per me». Per me, in quel momento, era importante Pier Vittorio Tondelli e qualunque cosa fosse importante per lui, era importante anche per me.
    Poi: sono uno che ha letto ventitré libri di Carlo Coccioli (e non sono ancora tutti): la maggior parte in italiano, cinque in francese, due in spagnolo; uno, sia in italiano sia in francese. Alcuni di questi libri (Fabrizio Lupo, ad esempio, o Il cielo e la terra) li avrò prestati cinque, sette volte: e, contrariamente al mio solito, li ho sorvegliati attentamente perché tornassero indietro. Altri (Davide, oppure L’erede di Montezuma) ho cercato non so quante volte di prestarli, e non ci sono quasi mai riuscito. Parecchi ne ho regalati, perché la mia politica è questa: che tutti i Coccioli che trovo li compero, e poi li metto in circolazione.
    Ecco dunque i miei titoli per parlare di Coccioli: sono un lettore e un prestatore.
    Credo che la cosa giusta sarebbe raccontare in buon ordine e con calma l’avventura umana e letteraria di Coccioli, dal principio alla fine. Ma di questo non sono capace. Ho letti i libri di Coccioli nell’ordine in cui li ho trovati: quindi prima i più recenti, poi i più antichi; prima quelli pubblicati da Rusconi, poi pian piano quelli pubblicati da Vallecchi; poi, naturalmente, quelli comperati del tutto a caso dall’amico che andava in Messico, e quelli trovati casualmente in librerie dell’usato, librerie del metà prezzo e bancarelle.
    La prima cosa da dire su Coccioli, quindi, è questa: che bisogna amarlo prima di conoscerlo. In libreria, di suo, non c’è praticamente nulla: forse solo Piccolo karma ristampato da Baldini Castoldi Dalai, e Uomini in fuga (un magnifico libro sull’alcolismo e gli Alcolisti Anonimi) ristampato da Guerini e Associati). La biografia del Budda (Rusconi) e l’edizione Jaca Book di Uomini in fuga si trovano con una certa facilità (soprattutto il Budda) nel circuito delle librerie a metà prezzo. Nelle biblioteche pubbliche, mi si dice, Coccioli non si trova. Anche l’altro ieri (oggi è il 13 luglio 2004, sono le sei e mezzo di mattina) mi ha scritto un ragazzo da Torino (e Torino non sembra una città sguarnita) dicendomi: “So che lei lo conosceva, io qui non trovo niente, ho battuto tutte le biblioteche”. Gli ho scritto: “No, non l’ho mai conosciuto”, e: “Che libri cercavi?”. Finito di scrivere questo pezzo, esco e gli spedisco il pacco.
    Molti ragazzi (mai nessuna donna mi ha chiesto in prestito un libro di Coccioli) ai quali avevo prestato qualche libro di Coccioli mi hanno poi detto: «Sono rimasto deluso, mi aspettavo qualcosa di più, qualcosa di diverso». Uno, una volta, ha detto: «È tutto furoché un grande scrittore». Un altro: «È puerile».
    Sono d’accordo. Carlo Coccioli è stato uno scrittore fluviale; ha scritto tantissimo, non so quanto scrivesse ogni giorno ma mi ha data sempre l’impressione di quello che ogni giorno faceva tre, cinque, dieci pagine; è uno scrittore che scrive sempre di una cosa sola, ci gira continuamente intorno, non parla d’altro; è ingenuo, si innamora di libri orrendi, le sue “fonti” sono spesso costituite dalla peggior divulgazione; è prolisso di una prolissità costitutiva, continua, inesorabile; eccetera eccetera.
    Ma allora perché, perché io ho comperati e letti ventitré libri suoi? Perché lo presto continuamente in giro? Perché tanti continuamente mi chiedono di lui?
    Una volta, credo nel 1998, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro italiano (un libro-intervista, traduzione di un originale messicano), Carlo Coccioli passò addirittura al Maurizio Costanzo Show. Costanzo domandò a questo ometto piccolo, buffo, con la testa tonda e pelata: «Di che cosa parlano i suoi libri?». E Coccioli, meravigliatissimo: «Di Dio! E di che altro, sennò?”.
    La ragione del fascino di Carlo Coccioli, nonché la buonissima ragione per cercare i suoi libri e leggerli, è tutta qui. Coccioli parla di Dio con la massima impudicizia. Lo desidera, lo vuole. Mettendo in ordine i libri sul mio scaffale potrei ricostruire “le fasi della ricerca spirituale” di Carlo Coccioli: prima cattolicissimo (ma curioso delle culture orientali e mediorientali), poi in conflitto con il cattolicesimo (perché la Chiesa respingeva lui, innamorato di Dio e omosessuale), poi, dopo la fuga in Messico (fuggì in Messico perché in Italia e in Francia, luoghi ossessivamente cattolici e omofobi, non gli pareva più di poter vivere – questa è una mia interpretazione) affascinato dal sincretismo messicano; poi fulminato da Sai Baba; poi folgorato a Disneyland (giuro: in Piccolo karma, libro che andrebbe letto anche solo per questo, Coccioli vede Dio a Disneyland); poi quietato finalmente, credo, nell’immagine tenerissima e assurda del Dio-caramella: un Dio da tenere in bocca, da succhiare sempre, dolce, regressivo.
    Questa impudicizia è costata a Carlo Coccioli l’ostracismo. E a me viene in mente il passo famosissimo della Prima lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso: «Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini», «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti» (I, 25 e 27).
    Per questo andrebbe letto Carlo Coccioli: per la sua stoltezza che è sapienza, per la sua impudicizia che è tenerezza, per il suo infantilismo che è maturità. Alcuni suoi libri sono veramente belli: io sono particolarmente affezionato a Uomini in fuga, a Le tourment de Dieu (Fayard), a Davide (Rusconi) a L’erede di Montezuma (Vallecchi). Altri sono molto brutti. Ma mi permetto di dire che non ha importanza: è nella natura dell’impudicizia consentire atti belli, magari perfetti, e atti imperfetti, o addirittura brutti. Non può esserci questo senza quello.
    E magari, se a un qualche editore càpita di leggere questo pezzo, sappia che sono disponibile alla vendita porta a porta…

  12. antonello sparzani il 27 luglio 2004 alle 00:03

    grazie Giorgio Vasta per questo scritto di Coccioli, che nemmeno io conoscevo, ma che volentieri apprezzo; sono favorevole a chi cerca il pelo nell’uovo, perché nel dettaglio sempre un dèmone s’annida. Di questi tempi, niente disattenzioni su temi così. Grazie anche per l’accenno al Tannhäuser, a parte la polemica, poco interessante, dei vari critici, perché la musica di Wagner, alla faccia degli usi strumentali di cui non mette neppure conto di accorgersi, è grande musica e ricca.

  13. gino tasca il 27 luglio 2004 alle 10:03

    Caro Andrea, posso garbatamente dissentire? No, no, non sull’ “acuto” … sulla regia d’opera lirica. Il pomposo e leccaculizzato critico col suo sonoro “cretino”, lasciamolo pure perdere ma il problema è serio. Prova a chiederti perché il manufatto artistico opera lirica debba (in quanto teatro, forse?) venire decontestaulizzato, modernizzato, abbracadabrizzato … Perché mai? Perché mai Violetta Valery che è una sorta di etera o più precisamente una démi-mondaine di metà ottocento deva mai diventare un puttanone con l’AIDS – perché? Perché si chiede all’opera lirica di fare una cosa che mai nessun altro medium artistico farebbe? Allora – da subito, oggi – io pretendo che una nuova edizione di Madame Bovary (che noia, no?, cha roba datata – così surclassata nel suo eros adulterino anche da una sartina di Voghera …) sia riaggiornata al gusto e al glamour attuali. Per cui dove Flaubert scrive: indossava un abito di seta moiré, via tutto, si scriva, indossava un top che le lasciava scoperto il pancino un po’ ingrassato dopo la gravidanza e che lasciava intravvedere un timido piercing. Tu mi dirai: ma la regia non tocca né il testo né la musica dell’opera (e vorrei vedere!). Certo (anche se … Fo non ha cambiato alcune battute del Barbiere?). Ma trattandosi di teatro, la regia, è contemporaneamente extra-testuale e iper-testuale. E’ “la messa in atto” dell’opera. E’ come se l’opera trovasse incarnazione definitiva solo lì. Dovremo quindi arrenderci al fatto che essendo un’opera teatrale costituita strutturalmente da un dato aleatorio (dove, da chi sarà messa in scena, quando …), dovremo accettare queste scortesie nei confronti del testo? E – soprattutto – della musica. Non sarà che la regia d’opera lirica deve smetterla con la modernizzazione del libretto (uffa: ma perché mai uno si dovrebbe scocciare di una storia di una giapponesina che prende lucciole per lanterne e farla diventare una puttanella giapponese della seconda guerra mondiale? Se gli scocciava la storia, che la lasciasse perdere. In realtà sono tutte operazioni parodiche e che dichiarano un subliminale disprezzo per l’oggetto messo in scena che andrebbe redento da se stesso …) E dopo questa lunga parentesi chi ci si ritrova più …Ah, dicevo, non sarà che le regie d’opera lirica dovrebbero molto semplicemente – soprattutto con uno strepitoso uso delle luci – seguire la musica? E meno orpelli possibili in scena o solo allusioni ma allusioni in tempo reale? Niente radioline che descrivano minuto per minuto la grande toreada tra Carmen e Don José, quindi … Mi scuso per la deprecabile lunghezza.

  14. gino tasca il 27 luglio 2004 alle 10:06

    Ah, dimenticavo l’essenziale: darei tutto ma proprio tutto Wagner per “Ah, non credea mirarti” da “La sonnambula” di Bellini.

  15. gabriella fuschini il 27 luglio 2004 alle 12:30

    Sottoscrivo in pieno quello che dici Gino nel tuo ultimo pezzo, non riesco proprio a comprendere tali operazioni di “modernizzazione” nella lirica. Il discorso nel teatro invece per me è un po’ diverso, ho potuto apprezzare una Bovary recitata dalla Guerritore contestualizzata nella nostra epoca, dove la Bovary diviene un archetipo senza tempo rimanendo però fedele al personaggio creato da Flobert. Al contrario può succedere di assistere a veri scempi cone nel caso di un Macbeth con musica dei P.O.D. dove lady Macbeth sembrava una tarantolata e il di lei marito un impasticcato alla Ginsberg in preda ad allucinazioni post LSD. E’ un discorso lungo questo delle contaminazioni e i pareri contrastanti, in ogni caso per me l’opera lirica è intoccabile. Per quanto riguarda Coccioli, i peccati o errori di cui parli a me non paiono tali come anche ha fatto notare il Barbieri, poi dopo aver letto il post di Mozzi ho capito perché mi intriga leggere Coccioli senza conoscerlo: per la sua ricerca spirituale e il suo parlare di Dio con impudicizia. Mi ci ritrovo in pieno. Ecco quindi che, se potessi, chiederei a Mozzi i libri in prestito e così sfaterei il fatto che nessuna donna gli ha mai fatto tale richiesta. :-)

  16. andrea barbieri il 27 luglio 2004 alle 12:37

    Be’ per me il problema è proprio quello del critico, non capisco come si possa sparare a zero sull’allestimento di uno spettacolo che nemmeno si vede con i propri occhi, e poi in quel modo, mentre il pubblico è stato entusiasta (saranno cretini anche loro a questo punto?). E’ la sindrome da giudice alla De Andrè che mi incuriosisce, come è possibile che il critico si metta su quella posizione e così si renda completamente inutile?
    Per il resto opere non ne ho mai viste, non so dire sugli allestimenti in cui ci sono sollecitazioni attraverso video o altre cose, ma perché condannarle a priori come trovate in malafede?

    ps se ci sono critici inutili, ci sono scrittori utilissimi alla critica, come dimostrano i pezzi di Tondelli e Mozzi su Coccioli. Meno male.

  17. gabriella fuschini il 27 luglio 2004 alle 14:18

    Sante parole, per non parlare di chi fa critica di libri pretendendo di sapere cosa passa nella testa di tutti i lettori…

  18. ghiaccio123 il 27 luglio 2004 alle 14:42

    leggendo questa polemica ho pensato che forse, ma non potrei giurarci, ciò di cui avreste tutti bisogno è un po’ di ghiaccio. delle volte il ghiaccio aiuta a chiarirsi le idee. ieri, per esempio, tornato a casa dal lavoro, un’ottima insalata di ghiaccio mi ha aiutato a rimettere tutto nella giusta prospettiva.

  19. Holyday On Ice il 27 luglio 2004 alle 14:57

    Sono perfettamente d’accordo con il collega che mi ha preceduto. Di questi tempi niente di meglio di un bell’impacco di ghiaccio sulla calotta cranica.
    E poi tutti allo spettacolo, faccio biglietti scontati per tutti.

  20. vera il 27 luglio 2004 alle 15:02

    la gente comune fa in continuazione di queste cose, consapevolmente o no.
    Si taglia, mangia troppo o troppo poco, fa afforare sul corpo un disagio interiore. Ora questi gesti sono addirittura delle “mode” (piercing etc…).

  21. gabriella fuschini il 27 luglio 2004 alle 16:00

    Caro ghiaccio123, onnipresente in tutte le finestre di commento, sono venuta nel tuo gelido sito a dare un’occhiata e mi si è rinfrescata la memoria al punto da ricordare un bel libro che ti consiglio: Il senso di Smilla per la neve, ambientato tra i ghiacci polari e ti consiglio pure il film ispirato al libro. Ci sono scene impagabili, infinite distese di ghiaccio da mozzare il fiato!
    ps
    io preferisco il caldo e Brivido caldo è uno dei miei film preferiti, ma ognuno si diverte come può o vuole, ça va sans dire!

  22. Holyday On Ice il 27 luglio 2004 alle 16:05

    Brivido caldo???? E’ proprio quello che mi ci vuole!



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