Perché son tristi

28 luglio 2004
Pubblicato da

di Riccardo Ferrazzi
tel-aviv.jpg La città dove conobbi Judy ha un nome che significa “collina della primavera”, ma la collina chissà dov’è. La città è in riva al mare, ma non è un porto. Anche le strade ce la mettono tutta per incrociarsi ad angolo retto, ma finiscono sempre per confluire in qualche piazza sbilenca. In Medio Oriente le cose non sono mai come sembrano.

La prima volta ci andai per lavoro. Negli uffici dove ero atteso, un usciere arcigno e poliglotta mi sbarrò la strada. Ci voleva il passi. Ci voleva una foto formato tessera. Ero già in ritardo e dovetti fare tutto di corsa. A due isolati di distanza trovai il negozio di un fotografo. Era un uomo di mezza età, piccolo e stempiato, che aspettava i clienti in giacca e cravatta nonostante il caldo infernale.
Disse che, certo, mi avrebbe fatto quattro foto per venti scellini. Senza discutere, misi i soldi sul banco e lui mi guardò con occhi pieni di sorpresa.
L’apparecchiatura era modernissima. Pensai che lo sviluppo delle foto avrebbe richiesto uno o due minuti. Invece, dopo il clic, l’ometto sparì nel retrobottega e ricomparve solo quando gli gridai che avevo una fretta dannata. Con una strana aria guardinga mi mostrò il cartoncino con la mia faccia stampata in quattro copie. Feci per intascarlo.
“Ma come !” protestò. “Non controlla ?”
“Va bene così” tagliai corto. “Non si preoccupi.”
Con improvvisa autorevolezza mi tolse di mano il cartoncino, andò dietro il banco e ritagliò accuratamente le quattro foto. Le infilò in una custodia di plastica e me le consegnò ammonendomi:
“Lei ha pagato. Il servizio è un suo diritto.”
Mi tornò in mente la volta in cui, sbagliando strada, ero capitato in una cittadina sperduta in mezzo alla Baviera. A-vevo chiesto indicazioni a un poliziotto stolido come il marchio della birra Spaten, che mi aveva esaudito con abbondanza di ragguagli, ma con il tono di chi si domanda: da
quale lurido buco salti fuori se non conosci Fatelapeska ?
Tornai di corsa agli uffici dove l’usciere mi aspettava per confezionare il passi. Avrei bevuto volentieri qualcosa di fresco, più che altro per scacciare la sensazione di fastidio. Accidenti ! A quel fotografo non era mai capitato un cliente frettoloso ?
***
La pelle di Judy era bruna come le olive in settembre e i suoi occhi erano scuri, profondi. Le labbra sembravano intagliate in un materiale soffice come lo stucco e languido come la seta. Solo raramente Judy le sollevava fino a scoprire i denti bianchissimi. Lo fece quando ci incontrammo, e bastò per convincermi che al mondo non c’era nulla di più importante di quel sorriso.
Judy era impiegata nell’albergo, e la cosa presentava vantaggi e inconvenienti. Era facile trovare occasioni per incontrarci, ma Judy non voleva che apparissi troppo assiduo. Disse che aveva paura dei pettegolezzi. Sarebbe bastato un sospetto, anche solo una maldicenza, per essere licenziata.
Judy aveva atteggiamenti che non capivo. Poteva fermarsi a chiacchierare con me in uno dei tanti ritrovi dell’albergo, ma rifiutava di uscire a cena o anche solo a passeggio sul lungomare. Si giustificava dicendo che doveva tenere da con-to il suo lavoro, ma poi si lamentava dello stipendio da fa-me. In quella città la vita era immensamente cara.
Io le parlavo di me, del mio lavoro e delle mie speranze. Lei mi ascoltava con interesse, ma non perdeva occasione per dichiarare che non provava nulla per me. Le chiesi se aveva un uomo, e lei, con l’imbarazzo di chi improvvisa, mi rifilò la storiella di un fantomatico John, secondo pilota in una compagnia aerea americana, che si faceva vivo a scadenze imprevedibili e le aveva promesso di portarla a vivere in California. Mi intenerì ancora di più.
Judy trovava sempre tempo per me. Mi chiedeva se ci tenevo molto alla mia religione, se avrei saputo insegnarle a sciare, se gli affari mi tenevano spesso lontano da casa. Ma se nel mio sguardo compariva appena un’ombra di sentimento Judy si affrettava a ripetere che non mi amava e non mi avrebbe mai amato. Non sapevo cosa pensare.
Viaggiavo parecchio, e le telefonavo da mezza Europa. Forse fu un effetto della lontananza, ma una sera credetti di sentire nelle sue parole un tono nuovo, morbido come un ba-cio. Le strappai una promessa: al mio ritorno avrebbe preso qualche giorno di ferie. L’avrei portata con me in una città di sogno, avremmo fatto un lungo fine settimana insieme. Mi rispose di non pensarci neppure, ma capii che la proposta le aveva fatto piacere.
***
Non la trovai in albergo. Le telefonai e per la prima volta mi invitò a casa sua. Mi diede il benvenuto avvisandomi che avrei dovuto andarmene entro un’ora: condivideva l’alloggio con una amica che sarebbe rientrata prima di sera.
Versò il the con l’aria di vergognarsi del suo appartamentino d’affitto. Sedette a una certa distanza da me, lanciando sguardi preoccupati alla finestra.
“I vicini ci spiano.”
“Chiudiamo la tenda.”
“Scherzi ? Sai cosa penserebbero !”
Parlava come se spiare in casa d’altri fosse un diritto costituzionale. Ripensai al fotografo e alla sua diffidenza per chi non esigeva tutto quanto è compreso nel prezzo.
“Judy, dove ti piacerebbe passare il fine settimana ?”
“Con te ?”
“Certo, con me.”
Finse di scandalizzarsi. Dovetti sorbire un quarto d’ora di chiacchiere senza senso prima di poter tornare sull’argomento.
Proposi Atene o Istanbul. Judy storse il naso. Era già stata ad Atene. Di Istanbul non voleva nemmeno sentir parlare. Roma ? No, neanche Roma le andava bene. Parigi, allora. Judy guardò l’orologio, disse che i negozi stavano per chiudere e la sua amica sarebbe arrivata di lì a poco.
Passai la serata a domandarmi dove avevo sbagliato. Il giorno dopo mi informai su voli e alberghi cercando di organizzare un fine settimana a Parigi. Quando rientrai in hotel chiesi di Judy. Mi dissero che aveva preso qualche giorno di ferie.
Indeciso se telefonare o andare a bussare alla sua porta, sospettavo che, qualunque cosa avessi fatto, sarebbe stato un errore.
Andai a casa sua, salii tre piani di scale e bussai a lungo. Cominciavo a temere che non fosse sola, quando finalmente l’uscio si aprì. Judy aveva il viso assonnato.
“Cosa vuoi ?” domandò.
Non rimase ad ascoltarmi. Mi volse le spalle e mi lasciò entrare. Sembrava svagata o trasognata.
“Ce li hai i biglietti ?”
“Vado a ritirarli.” Le accarezzai un braccio. “Judy, ascolta, mi ami almeno un po’ ?”
Finse di non aver sentito.
“Che carta di credito usi ?”
Mi imposi di non farle caso. Dopo tutto, ero abituato alle sue uscite sconcertanti.
“Judy, perché non mi guardi ?”
Tre occhiate. Una ai suoi pantaloni larghi di tela leggera; una a me, di sfuggita; e un’altra lontano, nel vuoto.
“Non ho i vestiti adatti per andare a Parigi.”
Come una stella cadente mi attraversò il cervello un’idea
sgradevole. Non volevo crederci. Mi avvicinai a Judy cercando il suo sguardo distratto, le sue labbra arricciate.
Rispose al bacio con una specie di stanca riluttanza, poi mi respinse debolmente, come se fosse sfinita. Con gli occhi bassi, tornò alla porta:
“Bene, hai avuto quel che volevi…”
Tenne aperto l’uscio senza guardarmi in faccia.
Non riuscii a trovare una parola che non suonasse irritata
o volgare. Rimasi in silenzio, cercando un’altra spiegazione. Judy non alzò gli occhi da terra.
***
Mi ci volle tutto il pomeriggio e una parte della notte per decidermi a scriverle una lettera di addio. Le augurai che il suo John esistesse davvero e che mantenesse l’impegno di portarla in California. Misi la busta nella tasca interna della giacca e solo allora mi addormentai.
La mattina dopo, mentre il taxi galleggiava nel traffico, pensai che, in fondo, quella lettera non serviva a niente. Ma la strada per l’aeroporto passava davanti alla posta centrale. Dissi all’autista di fermare e mi feci accompagnare allo sportello.
Venne il mio turno, mostrai la busta e chiesi quanto ci voleva di affrancatura. L’impiegato, un tizio flaccido, stava seduto con le spalle ciondoloni.
“Quattro scellini” mormorò. Fissava il bordo dello sportello come se lo sguardo avesse un peso.
Aspettai.
Aspettavo ancora quando qualcuno mise una mano sulla mia spalla. Era un uomo anziano in coda dietro a me.
“Guardi che se non mette i soldi sul banco il francobollo non glielo dà.”
“Vorrà scherzare !”
“Niente affatto.”
Misi quattro scellini sul banco. L’impiegato incassò le monete, scelse un francobollo e me lo allungò.
***
All’aeroporto, aspettando la chiamata del volo, provai a figurarmi il pericoloso criminale che, speculando sulla dabbenaggine degli impiegati postali, arraffava francobolli e se la dava a gambe con la refurtiva stretta in pugno.
Poi mi rividi scendere tre piani di scale con le labbra chiuse per trattenere il sapore di una bocca riluttante.
Judy mi avrebbe ricordato come un ladro in fuga, con il bottino stretto fra le labbra.

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6 Responses to Perché son tristi

  1. Gianni Biondillo il 28 luglio 2004 alle 11:11

    elegante, triste e virile. Bravo Riccardo!

  2. franz krauspenhaar il 28 luglio 2004 alle 12:24

    Dopo tutte le battute dei giorni scorsi era proprio quello che ci voleva. Un racconto che si svela nei particolari, nello sguardo di un impiegato postale, per esempio. Una rasoiata soffusa. Grazie, Riccardo.

  3. Suse il 29 luglio 2004 alle 12:21

    Scritto molto bene. Sobrio, scolpito, leggero ma “muso duro”. Piaciuto molto.

  4. jean sorel il 29 luglio 2004 alle 15:16

    racconto sobrio, senza inutili fronzoli, amaro con una punta di dolcezza. senza inutili colpi di scena. bravo.

  5. Lorenzo Moretto il 30 luglio 2004 alle 10:49

    Ciao, vecchio rick, una pennellata sicura e via.
    bel racconto, a presto

  6. Raul Montanari il 2 agosto 2004 alle 15:57

    No comment (ci ho pure fatto un libro, insieme a Ferrazzi, figuratevi quanto mi piace).



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