Nuovo cinema post-paraculo: la destra maldestra che è in noi

10 novembre 2004
Pubblicato da

di Paolo Pecere

Con deplorevole ritardo posto questo pezzo di su Fahrenheit 9/11 [C.R.]

moore.jpg L’autore di “Bowling at Columbine” riusciva eccellentemente a: 1) mostrare alcune mostruose assurdità legate al possesso di armi negli USA, o in alcuni stati degli USA; 2) Suggerire accostamenti intriganti tra questo fatto, la psicosi paranoica di diversi soggetti americani, e la strage nella scuola di Columbine; 3) abbozzare un’analisi socioeconomica della diffusione di certe nocive abitudini con le pistole; 4) declamare una semplice ed efficace semiotica della diffusione televisiva del panico, indicando i legami tra quest’ultimo, la suddetta paranoia di alcuni soggetti americani, e la giustificazione di guerre in paesi lontani organizzate dal governo Bush; 5) Duellare da primo attore con Charlton Heston senza apparire antipatico, e anzi facendo apparire il Michelangelo de “Il tormento e l’estasi” come una mummia nazista (quale molto probabilmente è).

BaC era simpatico e procedeva a macchia d’olio, senza concentrarsi su una tesi o su un argomento, selezionando tra gli intervistati quelli più vistosamente candidabili a un casting kubrickiano. Non c’era pretesa di completezza documentaria, né la distinta figura di un colpevole (per trascurare la favola della “paranoia originaria dei Padri Pellegrini” nel cartoon degli autori di South Park). Uscendo dal cinema volevo consigliarlo a tutti come qualcosa su cui si possa definire un accordo comune: un tizio irresistibile, un libro, una pomata miracolosa. Qualcosa di nuovo, coraggioso, giovanilmente procedente a scatti, intuitivamente dalla parte della ragione, frizzante, gustoso sembrava comparso nel mondo del documentario, o meglio accanto ad esso. Avremmo passato volentieri una serata a sbicchierare con Michael Moore.

Fahrenheit 9/11 pretende di dimostrare molte tesi mai distintamente enunciate, tutte concentrate su un colpevole stavolta manifesto: il famigerato, enigmaticamente demente-e/o-molto-scaltro G.W.Bush. Scegliendo di alzare la posta, e di andare ben oltre l’analisi del suo quartiere e dei programmi che scorrono sulla sua TV, Moore cerca meno la risata empatica dello spettatore, prediligendo un menu non proprio appetitoso di violenza e lutto, ben attento alla colonna sonora. Il risultato è un film anti-Bush che, nonostante i numerosi scarti metanarrativi, non riesce a non sembrare un’immagine dello stesso problema che – senza risparmio di lacrime, carne cotta e battute irresistibili – l’autore sta cercando di denunciare, tirandosene fuori.

Il problema, prima di tutto, sta nella pretesa del film di non essere uno spot o un dissacrante videopamphlet, ma l’indagine non autorizzata su diverse scottanti verità. I punti effettivamente scottanti sono molti: le lobbistiche irregolarità nell’elezione di Bush, certi legami dei Bush con diversi gruppi finanziari tra cui i sauditi Bin Laden, gli interessi economici di notabili membri dell’amministrazione Bush nella ricostruzione di remoti paesi ancora intatti, le buone vecchie relazioni commerciali e strategiche tra Bushsenior, Bin Laden mujahiddin ammazzarossi e Saddam Hussein, il tragico slittamento semantico alla base dell’invasione dell’Iraq: il film, però, contiene in proposito un taglia e cuci di telegiornali e quotidiani. Tutte cose già documentate e rese note, spesso cose trascurate, ma nessuna scoperta. Come pure si sapeva che Moore fosse l’autore americano di riferimento per chi è sottoposto da tre anni allo stillicidio della apparente inefficacia di queste cose sull’opinione pubblica americana e non solo; lo si sapeva, appunto, già prima di vedere il suo nuovo film.

Sorge il dubbio che l’autore si stia rivolgendo a un’opinione pubblica eufemisticamente definibile come disattenta, quella americana che sta per rivotare Bush, e dunque sia interessato a sottolineare bene con l’evidenziatore, la musica e le gag, ciò che dovrebbe essere di dominio pubblico, per dire allo spettatore, come si legge nell’ultima schermata sopra l’indirizzo www.michaelmoore.com: “fai qualcosa”. Il che, se non si sposa a un elevato rigore documentario, e magari si concede la tentazione di strafare al prezzo di qualche scorrettezza logica, è la definizione di una tecnica pubblicitaria.
Brancolando tra le rapide zoomate, i pop up, i salti di montaggio, mentre cerco di raccapezzarmi sulla sgargiante mappatura dell’impero economico di Bush proposta da Moore, penso alle analoghe animazioni da videogame che scorrevano dietro uno svuotato Powell all’ONU, mentre questi – come ci ricorda anche Moore – illustrava la mappa dei siti in cui Saddam costruiva armi finedimondo. È un po’ come la scena del film di fantascienza in cui l’hacker, danzando con le dita sulla tastiera e guardando i segni azzurri che scorrono sul monitor a velocità superiore alla soglia di percezione di un comune apparato umano non bionico, spiega che “La macroscheda del cervellone centrale di V.I.C.K.I. sta cercando di isolarci da queste subdirectories mononucleari di macrocrediti circondate da fottuti demoni a 350Mega – vedi questi cerchietti qui?”

Osservo da diverse angolature il volto non proprio mefistofelico di GWBush, mentre la calda voce di Moore gli pone domande cui egli non sa o non può rispondere. E la mia testa saltella impaziente, destra e sinistra, come saltando la prefazione di un nuovo libro tanto atteso. E mi domando: questo GWB pensa che gli americani siano abbastanza stupidi da essere convinti con storie sul Principe del Male: ci è o ci fa? L’importante, comunque, è capire come lui o i suoi presunti burattinai riescano a convincerlo, questo pubblico: ed ecco che il film di Moore, negli intervalli tra gli ampi salti logici della sua indagine sul vero impero del male (quello dei Bush), ritorna alla sua precedente analisi della “politica della paura”. Che in questo caso conduce a: Bush racconta frottole usando il caro vecchio espediente del capro espiatorio, e la legge mediatica secondo cui ‘se Lo nomini e nomini sempre e solo lui, precisando che è LUI il problema – o volete forse dire che non vi importa di quelle vittime innocenti?! – prima o poi li convinci che le prove sono schiaccianti’. (È stato anche realizzato un interessante grafico, pubblicato in Italia da La Repubblica, con ascissa “data del calendario romano” e ordinata “numero di volte in cui viene nominato in discorsi ufficiali”, che chiariva bene il concetto sul passaggio dalla curva Bin Laden alla curva Saddam, e sulla loro piatta assenza dalla bocca di GWB prima dell’11/9/01). Però, se questa legge è una legge dello stomaco, o comunque psicologica (e Moore invita un diplomatissimo “Psychiatrist” per spiegarcelo), se fa leva sulla rabbia potenzialmente forcaiola di un’opinione pubblica colpita dagli attentati dell’11/9, che cosa fa Moore?

Moore mira a quello stesso stomaco, e colpisce. Ci mostra per gran parte del film volti distrutti dalla paura, dall’angoscia, dal dolore. Oppure – ed è quasi un’altra metà del film – tenta di farci improvvisamente ridere con sterzate dal grottesco (le frasi chirurgicamente estratte da filmati di vari politici americani), al puramente demenziale (la galleria di paesi della “Army” antiirachena e filoamericana: con Dracula a rappresentare la Romania, vichinghi per l’Islanda, un accannato per l’Olanda, scimmie per il Marocco, indigeni con le lance per Tonga – esattamente come nel memorabile e panamericano Indipendence day). La risata, in fondo, è il gesto smarcante preferito da Moore, laddove l’evocazione del Male quello di Bush: ma entrambi, il film lo mostra bene, si servono di entrambi.

Il punto più basso del film è Moore che dialoga con la madre della famiglia più militarmente impegnata degli USA, e dopo averci lucidamente ricordato che famiglie come queste sono economicamente quasi-costrette a raccomandare il lavoro col mitra, le si rivolge serio dicendo che quello della madre e dei suoi figli è “un grande dono al Paese”. Ci mostra poi lucidamente, in interviste degne di Full metal jacket, impressionanti soldati carnefici in Irak; ce li mostra un attimo dopo vittime che tornano nelle bare, e si domanda infine, tra lo slogan e l’elegia: “si fideranno ancora del loro governo?”. Come se, con un governo più affidabile, che non mandasse i soldati allo sbaraglio, gli arruolamenti di massa e l’invasione bombarola di un vero paese colpevole fossero senz’altro cose accettabili, degne valorizzazioni del nobile sacrificio della famiglia americana di provincia. Moore chiude con un’interminabile sequenza sui conati di pianto della stessa madre, che versa lacrime sul figlio morto di fronte a una casa bianca blindata. Su questo ultimo piano sequenza, mentre la camera resta muta di fronte ai lamenti della donna che fa finta di non vederla e di parlare da sola, si sente lo sgradevole odore dell’artificio e del reality. Il messaggio, in definitiva, resta poco chiaro.

Ambiguità come queste fanno rabbrividire (si pensi al fatto che Kerry ritiene la guerra in Iraq semplicemente malcondotta, non di per sé ingiusta) soprattutto considerando il latente razzismo che serpeggia nel film, altra traccia di analogie di impostazione tra il documentatore e il documentato. Già ho citato l’esilarante galleria di paesi esotici, che fa da pendant al “Presidente che fa bombardare paesi di cui non conosce il nome” di BaC. C’è poi il passaggio in cui il film definitivamente si perde, quello in cui, dopo aver sottolineato le contiguità tra i Bush e alcuni delle dozzine di membri della famiglia Bin Laden in diversi consigli d’amministrazione di società private americane, Moore imbandisce una carrellata di foto in cui esemplari-Bush stringono la mano o camminano, in luoghi non specificati, a fianco di sauditi avvolti nel turbante bianco. Come a dire: “vedete?”. Tutte espressioni che, quanto a cogenza esplicativa del messaggio, oltrepassano di ben poco le barzellette sui negri e i maccheroni mafiosi.

Poi c’è quella che forse è la scena più forte del film, la donna irachena che invoca Allah tra le macerie, seguita da Britney Spears che da sotto il cerone invita a fidarsi del Presidente. E a questo punto penso: Ma sì!: è vero che il film rischia di confondere l’idea stessa di documentario; è vero che, dopo che si è tanto parlato di censura, il film vincitore di Cannes, che ovviamente se ne è giovato, risulta procedere più come la Passione di Mel Gibson che come l’inchiesta che spregiudicatamente scoperchia la verità. Ma in fondo, se sposta qualche voto nelle elezioni americane, chi se ne frega, e ben venga! Poi vengo a sapere che oggi Bush 52% e Kerry 41%, e penso che il film potrebbe limitarsi a confondere l’idea stessa di documentario, e renderla poco perspicuamente affine a quella di spot elettorale. Tutte cose che, in Italia, suonano come benzina sul fuoco.

La questione, in definitiva, è se un film come questo metta in atto una forma auspicabile di impegno. Chiara – e pienamente condivisibile – la tesi anti-Bush, essa è però sviluppata secondo il metodo della propaganda di Bush. E un domani, passato il momento elettorale, non sarà forse questo modo di fare a costituirne l’eredità, somministrato ai potenziali elettori per demolire Bush ma senza scalfirne minimamente la forma mentis televisiva, senza far nulla per sradicare il concetto di Bush? Che cosa lascia il film all’ex elettore di Bush che un domani si trovasse di fronte a un film speculare: questo Kerry, a sentire qualcuno dei suoi ex-commilitoni (i filmati con le loro interviste, realizzati di recente da entrambi i fronti, per la campagna elettorale americana, sono in perfetto stile-Moore – o meglio è Moore che ne rispecchia lo stile da calunnia elettorale), questo Kerry, diranno, è uno Skull, si sa che appartiene a potenti lobby, ha sposato il ketchup e il capitale, dietro il suo sorriso c’è un progetto quasi satanico, anzi, dicono sia un satanista coprofago, che sotto le felci vietnamite si accovacciava nudo a succhiare il midollo dei vietkong. Tutto potrebbe ridursi a voci, mezze verità, approssimazioni o pure e semplici dita puntate, ma in qualche modo il film si potrebbe mettere su, tutto si può pretendere con un’abile regia. Non apparirebbe, un film del genere, come il negativo del film di Moore? Non è forse potenzialmente dannoso flirtare con i metodi dell’avversario, quando questo avversario è la politica dell’interesse economico senza scrupoli, del mascheramento propagandistico, dell’apologia fatta rilanciando con le più spinte calunnie? A voler superare l’originale sul suo stesso terreno, seguendo il suo stile, si rischia forse di perdere, ma peggio ancora si mantiene il sostenitore dell’originale assopito nella sua logica fatta di simpatia per il compaesano rabbia e approssimazione; si lascia intatto lo sfascio della comunicazione nella propaganda, e magari si finisce col favorire un replicante dell’originale. L’impegno, in questo senso, non è solo questione di prendere la posizione giusta: è, altrettanto e prima ancora, questione di stile.

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13 Responses to Nuovo cinema post-paraculo: la destra maldestra che è in noi

  1. Andrea il 10 novembre 2004 alle 10:28

    Complimenti.
    Uscito dalla sala ho intavolato una discussione che si è protratta per settimane via mail, sms, viva voce impegnando amici e conoscenti. Penso di trovare qui tutti i punti che hanno alimentato i miei dubbi e di alcuni miei amici…se non vi dispiace posto tutto su lifejackets…
    A.

  2. sergio garufi il 10 novembre 2004 alle 13:40

    solo un piccolo appunto sul titolo. io trovo più appropriata la definizione di sellerio, secondo il quale, qui da noi, la destra è sinistra, e la sinistra è maldestra.

  3. natano il 10 novembre 2004 alle 22:48

    A’ Chrì ma adesso lo posti? dopo tutte le insopportabili pistolate a commento del pezzo di Andrea Inglese due mesi fa?
    Sei il peggio,
    nat

  4. andrea inglese il 11 novembre 2004 alle 00:05

    a me sembra che Paolo Pecere fornisce una sintesi delle critiche a Moore già di Cacciari e Luca Sofri, ma presentate in modo più spiritoso; non mi lancero’ in nuovi tormentoni, anche perché il documentario di Moore mi interessa all’interno di un discorso più vasto; (meno male che Pecere non ha incolpato Moore di aver perso le elezioni contro Bush (sic) come ho sentito fare da qualcuno)

    ora il discorso su impegno, contenuto e stile sarebbe davvero interessante da fare, ma allargandolo ad altri documentari; faccio un piccolo elenco: Haïti, la fin des chimères (2004) di Charles Najman, Memoria del Saqueo(2004) di Fernando Solanas, Mur (2004) di Simone Bitton, Salvator Allende (2003) di Patricio Guzman, Tiexi Qu de Wang Bing (2002), S 21 di Rithy Pahn (2002); allora si capirebbe forse un po’ meglio quale potrebbe essere questo modello di documentario “giusto”, rispetto al quale il povero Moore ha sbagliato tutto; ma forse, a parte “Farenheit” che è girato dappertutto, e lo si è visto per piacere o per forza, del documentario impegnato o meno, non frega poi tanto o mi sbaglio…

  5. gabriella fuschini il 11 novembre 2004 alle 00:22

    Il problema è quello di capire la programmazione dei documentari, a me interessano e quelli che ho visto li ho visti sempre per caso; ne vidi uno due anni fa che era un reportage di un fotografo svizzero sull’Algeria. All’interno della rassegna sul festival di Locarno. Non c’è abbastanza visibilità sul documentario impegnato. Mi daresti qualche dritta, per favore?
    Ciao

  6. a. i. il 11 novembre 2004 alle 01:18

    cara Gabriella, l’unica dritta è che, da quando abito a Parigi, ho cominciato a reperire nella programmazione usuale una gran quantità di documentari, ed alla fine mi sono appassionato ad essi, come prima non mi era accaduto; ma prima, a Milano, i documentari “impegnati” (ma la definizione è approssimativa) li incontravo per caso, magari in qualche centro sociale… Eppure la loro potenzialità è davvero grande, insomma alcuni di essi ti “segnano”, come ormai rarissimamente accade con il cinema di finzione.

  7. gabriella il 11 novembre 2004 alle 14:50

    Già!
    Non potendo trsferirmi a Parigi, continuerò a sperare nel “caso”, qui a Milano! :-)
    Grazie

  8. Marco Motta il 12 novembre 2004 alle 07:26

    Mi chiedo se in qualche modo il documentario non possa essere inserito in un piu’ casto discorso mediatico. Non dovrebbero i telegiornali parlare anch’essi del vero? sappiamo tutti con quali risultati. Ma non e’ forse che ogni cosa che e’ unanimemente creduta dire il vero mente in qualche modo in partenza?
    Trovo percio’ molto giusta tutta la parte critica di questo pezzo ma non altrettanto la parte propositiva che mi appare lievemente naif.

  9. Marco Motta il 12 novembre 2004 alle 07:33

    chiaramente (?) intendevo “vasto” non “casto”

  10. lorenzo_galbiati il 12 novembre 2004 alle 11:43

    signor pecere, che idea ha lei del documentario?
    lei che rabbrividisce di fronte alle ambiguità del messaggio del film di Moore (quando questo mostra la madre piangente)?
    lo accusa contemporaneamente di ambiguità e di propaganda, come è possibile? non la sfiora il dubbio che Moore forse non ragiona secondo tesi prestabilite?
    il film è stato ideato appositamente per il pubblico americano, ed è uscito volutamente a ridosso delle elezioni: ecco da dove scaturisce la sua forma e il suo stile: é un prodotto AMERICANO per la massa americana, specialmente per la massa composta da indecisi, male informati ecc. (che poi ne abbia convinti pochi, di questi americani, è un altro discorso).
    quindi l’accusa di combattere Bush con le sue stesse armi di “propaganda” è un sofisma, poichè gli scopi del film non potevano essere raggiunti altrimenti. è anche un’accusa che serve a poco, poichè importa più che altro COME le armi della “propaganda” vengono usate: se per ricordare o svelare dei fatti, come fa Moore, o se per nascondere i fatti, come fa il governo Bush, ad es. con la cancellatura del nome J.R. Bath dal documento che voleva scagionare il futuro presidente dall’accusa di diserzione.

  11. Marco Salonia il 12 novembre 2004 alle 14:04

    E’ inanzi tutto una questione di stile. Se non approvo tutta una serie di valori della destra è perche mi ritengo diverso e con valori diversi, quindi non li scimmiotto, non uso i stessi valori, non utilizzo i stessi mezzi, perchè appunto sono diverso, se no sarei uguale e quindi di destra

  12. andrea inglese il 12 novembre 2004 alle 15:33

    A me piacerebbe che qualcuno si prendesse la briga di dare un po’ di sostanza argomentativa a questa storia della “destra e sinistra è questione di stile”. Perché finché circola in forma proverbiale, alla Marco Salonia (o un po’ più prolissa alla Luca Sofri) la trovo una tesi indiscutibile come “moglie e buoi dei paesi tuoi”.
    Mi piacerebbe che qualcuno ci provasse a chiarire meglio questa cosa, con qualche esempio concreto: il documentario di destra e quello di sinistra… ad esempio.
    Poi: galbiati dice una piccola cosa fondamentale: la propaganda è uguale a propaganda? Powell, che per conto dello Stato Usa giustifica di fronte all’ONU il progetto di guerra all’Iraq raccontando palle in mondovisione è COME (ossia uguale, stessa cosa, ecc.) di Moore, un regista, che nel suo documentario indica, per sommi capi, schematicamente, alcuni degli interessi privati che incidono nelle scelte governo? Per analizzare quegli interessi, è possibile leggere libri, documentarsi anche sulla stampa. Mi fa davvero sorridere questo bizzarro atteggiamento: da un lato, Moore non ha aggiunto nulla a quanto tutti sapevano, una mossa a risultato zero; dall’altro Moore acquista una responsabilità enorme, giganteggia, si mette alla pari di Powell, anzi è la controfigura di Kerry, se questi ha perso è probabilmente colpa di Moore… ecc.
    Infine: ma a proposito di stile… Kerry ne ha davvero da vendere rispetto a Bush. Eppure ha perso. Che lo stile non sia tutto?

  13. emmina il 15 novembre 2004 alle 13:12

    Ma il titolo non è “Bowling for Columbine”?



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