Critico e poeta

17 novembre 2004
Pubblicato da

di Marco Merlin

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Ricevo questa riflessione di Marco Merlin che ripropongo volentieri per ricordare che la rivista Atelier, trimestrale di poesia, critica e letteratura, ha avviato un blog nel sito atelierpoesia.it. T. S.

Sempre sulla questione “critico e poeta”, en passant, qualche considerazione del tutto personale, prima di andare a nanna.

Il critico è colui che gestisce il potere. Il critico produce cadaveri, praticando vivisezioni. Il critico è interessato, ha un nome e deve difenderlo. E’ temuto, anche se ovviamente invidiato e combattuto. Il critico possiede il codice, ne conosce la scienza. Non dimentica mai le regole della grammatica. Il critico, progressivamente, prosciuga il suo stesso linguaggio, riduce il suo piacere in feticismo, scopre l’eccitazione del necrofilo. Il critico non ha una personalità, vampirizza quelle altrui. O è monomaniaco oppure ha personalità multiple e scisse. Il critico ha possibilità di carriera, può essere assoldato. Il critico è un mestierante delle lettere. Un servitore. Un martire. La sua missione è vivere la vita altrui, esserne veicolo. Il critico è Caronte.

Il poeta, dice Eliot, riprendendo una tradizione vasta, è impersonale, ma per esserlo deve, prima, averla, una personalità. Il poeta non possiede una lingua, semmai ne è posseduto. Anche come un bambino è posseduto dal suo gioco: il sacro sia banale, perché il sacro è, semplicemente, la vita – tutto il resto è ideologia. Il poeta non ha un nome, si riconosce in ogni nome. Anzi, pronuncia soltanto nomi. Per lui non esistono parole neutre. Il poeta non ha possibilità di carriera perché non ha un ruolo. La sua poesia è inutile, gratuita. E’ un baco nella logica del capitale. Il poeta è moltitudine tenuta in armonia, è un’orchestrazione continua degli opposti.

Aggiungo solo un vecchio appunto, datato 30 giugno dell’anno scorso, che ho appena ritrovato:

Leggendo o rileggendo saggi di poeti, trovo la strana gioia del confronto con prose critiche firmati da scrittori, in quanto tali. Anzitutto, il tono più leggero e divagante, pronto a qualche boutade, dello stile anglosassone: scrivere come per una conferenza, per una conversazione.
D’accordo con Eliot sul fatto che il poeta e il critico spesso coincidono (abbiamo oltre un secolo di grandi esempi per dimostrarlo), ma i problemi nascono nell’applicazione dei due versanti, anche dal punto di vista meramente linguistico. Il critico deve avere un metodo (quantomeno curare il confronto e l’analisi, anche per Eliot i suoi due strumenti privilegiati) e quindi un percorso di letture spesso obbligato, che non sempre coincide realmente con i suoi interessi. Il poeta invece asseconda i propri capricci, non perdere il filo dell’impulso conoscitivo e creativo. La soluzione è accettare di essere critici imperfetti: come Eliot dice di Swinburne: «Egli non fu tormentato dall’ansia e dal desiderio di penetrare fino al cuore e al midollo di un poeta, e neppure dal desiderio di pensare, sin nelle più leggere sfumature, differenze o analogie tra i vari poeti».
Insomma, essere apprezzati per la propria intelligenza critica in quanto poeti. «L’intelligenza di Swinburne non è manchevole, è impura»: il dazio sarà una incompletezza apparente, un tenore diverso nel circoscrivere il nucleo che interessa, la più sciolta esibizione di affinità “elettive” o idiosincrasie (cose che già in sé stesse non sono necessariamente dei difetti), ma il vantaggio è cospicuo.
Solo in questa forma potrà ancora interessarmi la critica, terminati i lavori in corso.

Marco Merlin

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