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23 novembre 2004
Pubblicato da

di Roberto Saviano

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a M. perché sappia cosa è realmente la mia rabbia.

La macchina è completamente bruciata. L’hanno cosparsa di benzina. Litri di benzina. Ovunque. Benzina sui sedili anteriori, benzina su quelli posteriori, benzina sulle gomme, sul volante. Quando sono arrivati i pompieri le fiamme erano già consumate, i vetri esplosi. Mi chiedo perché sono venuto davanti a questa carcassa d’auto, c’è un puzzo terribile, poche persone si avvicinano, un vigile urbano con una torcia guarda dentro le lamiere. C’è un corpo. O qualcosa che gli somiglia.

I pompieri aprono le portiere prendono il corpo, hanno una smorfia di disgusto. Un carabiniere si sente male, si appoggia al muro e vomita la pasta e patate mangiata poche ore prima. Il corpo è solo un tronco irrigidito dalle fiamme, tutto nero, il volto è un teschio annerito, le gambe sottili scuoiate dalle fiamme. Lo prendono per le braccia lo posano a terra aspettando la macchina mortuaria. In questi giorni questo furgoncino acchiappamorti va in giro continuamente, lo si vede da Scampìa a Torre Annunziata. Raccoglie, cumula, preleva cadaveri di gente morta sparata. Sino ad ora i morti ammazzati per camorra sono stai oltre cento. Il furgoncino arriva, i tizi escono sanno benissimo cosa devono fare, hanno già indossato i guanti. Mettono il cadavere in una busta, la chiudono. Sembrava uno di quei corpi trovati sotto la cenere del Vesuvio dopo che l’archeologo aveva versato il gesso nel vuoto del corpo decomposto.

Le persone sono diventate decine e decine intorno all’auto ma sono tutte in silenzio. Sembra non ci sia nessuno. Neanche le narici azzardano a respirare troppo forte. Da quando è scoppiata la guerra all’interno del clan di Paolo Di Lauro molti hanno smesso di porre limite alla propria sopportazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno apprendono cos’altro è possibile, che novità devono subire. Apprendono, portano a casa, e continuano a campare. I carabinieri iniziano a fare le foto, il furgoncino col cadavere va via. Prendo un bus per il centro, è stranamente vuoto. Trovo posto, mi siedo e vado in Questura. Qualcosa diranno. In sala conferenze è pieno di giornalisti e poliziotti. Dopo un po’ i commenti si alzano. “Si ammazzano tra loro, meglio così!” “Se fai il camorrista ecco cosa ti accade”,”ti è piaciuto guadagnare ed ora goditi la morte, munnezza”. E’ come se il cadavere fosse stato lì e tutti avevano qualcosa da dirgli, incavolati per la serata rovinata, vogliosi di vedere questa guerra finire, questi presidi militari smettere di gonfiare ogni spigolo di Napoli. I medici abbisognano di lunghe ore per identificare il cadavere. Qualcuno gli trova persino un nome di un capozona scomparso qualche giorno prima. I giornali titolano l’ennesimo camorrista punito. Uno dei tanti, uno dei corpi accatastati nelle celle frigo all’ospedale Cardarelli.

Poi in serata la smentita. Qualcuno si mette le mani sulle labbra, i giornalisti deglutiscono tutta la saliva al punto da seccare tutta la bocca. I carabinieri scuotono la testa guardandosi le punte delle scarpe. I commenti soliti s’interrompono pudichi e colpevoli. Quel corpo è di Gelsomina Verde una ragazzina di ventidue anni. Sequestrata, torturata, ammazzata con un colpo alla nuca sparato da vicino e che le è uscito dalla fronte. Poi l’hanno gettata in una macchina e l’hanno bruciata. Aveva frequentato un ragazzo. Vincenzo M., un ragazzo che aveva scelto di stare con i clan e poi con un gruppo di uomini che voleva tirare su una solida organizzazione propria in opposizione al boss. Credevano di potercela fare. Era stata con lui qualche mese, molto tempo fa. Ma qualcuno li aveva visti spesso abbracciati, magari sulla stessa vespa. In auto assieme. Vincenzo è stato condannato a morte, ha sgarrato con il boss, ma è riuscito ad imboscarsi, chissà dove, magari in qualche garage vicino alla strada dove hanno ammazzato Gelsomina. Non ha sentito necessità di proteggere nessuno perché non ha più rapporti con alcuno. Ma i clan devono colpire. Bisogna punire. Se qualcosa o soprattutto qualcuno rimane impunito è un rischio troppo grande che permette di legittimare la possibilità di tradimento, nuove ipotesi di scissioni. Colpire e nel modo più duro. Questo è l’ordine. Il resto vale zero. Allora i fedelissimi di Di Lauro vanno da Gelsomina, la sequestrano, la portano in un garage, la picchiano a sangue, le chiedono dov’è Vincenzo. Lei non risponde, non sa nulla, l’ultima volta che l’ha visto è stato prima dell’estate. E così la torturano. I camorristi mandati a fare il “servizio” forse erano carichi di coca o forse dovevano essere sobri per cercare di intuire il più microscopico dettaglio. Conosco però quali metodi usano per eliminare ogni sorta di resistenza, per annullare il più minuscolo afflato di umanità. Ma non ho voluto immaginare come è avvenuta la cosa. Mi fermo. Tiro il muco dal petto con il naso e sputo. Riesco così a fermare le immagini nella mia mente.

Mina, questo il diminutivo con cui veniva chiamata nel quartiere, e così la chiamano anche oggi i giornali che la coccolano col senso di colpa in questi giorni. La casta diva dell’opinione comune l’avrebbe in vita definita con schifo solo la donna di un camorrista. Nulla più che l’ennesima “signora” che gode delle ricchezza del marito camorrista. Ma cosa significa camorrista? Un ragazzo appena si affilia se maggiorenne e capace di faticare dodici ore al giorno prende 500/600 euro al mese. Poi se fa carriera diventando capozona e controllando sotto di se gli spacciatori arriva a mille, duemila euro. Ma è una carriera lunga. 2500 euro il prezzo per un omicidio. E poi se hai bisogno di togliere le tende perché  i carabinieri  ti stanno beccando il clan ti paga un mese al nord Italia o all’estero. Vincenzo è agli inizi della carriera. Anche lui sognava di diventare boss, di intascarsi circa 500 mila euro al mese, di dominare su mezza Napoli. Ma per ora conta gli euro a fine mese, quelli da pagare per comprarsi l’auto, quelli per pagare l’affitto alla sorella e quelli per vestirsi bene, da vero uomo.

Se mi fermo e prendo fiato riesco facilmente ad immaginare il loro incontro, anche se non conosco di loro neanche il tratto del viso. Si saranno conosciuti nel solito bar, i maledetti bar meridionali di periferia intorno a cui circola come vortice l’esistenza di tutti, ragazzini e vecchi novantenni catarrosi. O forse si saranno incontrati in qualche discoteca. Un giro a piazza Plebiscito, un bacio prima di tornare a casa. Poi i sabati trascorsi assieme, qualche mangiata in compagnia, la porta della stanza chiusa a chiave a casa di Vincenzo la domenica dopo pranzo quando gli altri si addormentano scassati dalla mangiata pantagruelica. E così via. Come si fa sempre, come accade per tutti e per fortuna.

E cosa faceva il ragazzo prima di diventare camorrista? Soliti lavoretti, prima sui cantieri, poi al salone del meccanico e poi in un supermercato. Sempre sotto i 500 euro al mese per più di nove ore al giorno. La voglia di avere una casa e vivere finalmente da solo, pagarsi le rate di una macchina, venir rispettato. Guardato come uno che conta, uno che può affrontarti in ogni momento e non uno che non ha un centesimo, e che ha paura anche della sua ombra. “Un uomo senza soldi è come un morto che cammina” si dice da queste parti. Ed ognuno se la sente rimbalzare nello stomaco questa frase.

Vincenzo chiede di entrare nel clan. Sarà andato da qualche amico camorrista, si sarà fatto presentare e poi avrà iniziato a faticare per Di Lauro. Mi immagino anche che forse la ragazza avrà saputo, avrà tentato di cercargli qualcos’altro da fare, come spesso accade a tutte le ragazze di queste parti, di sbattersi per i propri fidanzati. Ma poi si sarà persino dimenticata del mestiere di Vincenzo. Insomma, è un lavoro come un altro. Guidare un auto, trasportare qualche pacco, si inizia con piccole cose. Da niente. Ma che ti fanno vivere, ti fanno lavorare ed a volte trovare anche una solidarietà insperata tra colleghi. L’idiozia della morale che vorrebbe far puntare il dito contro chi sceglie di lavorare nell’economia potente della criminalità mi pare persino peggiore di chi decide di sparare. Lavorare onestamente? Eddove. In una fabbrica che ti assume part-time per poterti pagare un orario intero di lavoro retribuendoti per metà giornata? Sgobbare in qualche ufficio di avvocato per 300 euro al mese? Stare su di un cantiere a 400 euro al mese senza orario, lavorando anche di notte, per costruire con velocità e prima che qualcuno se ne accorga. Nelle fabbriche a nero dove si producono le borse, le magliette, gli stivali, rischiando di tranciarsi un dito e portando a casa 600 euro al mese inclusi gli straordinari? O forse bisogna laurearsi e fare lo stage di un anno senza ricevere un qualche stipendio e poi prendere un contratto a progetto e avere finalmente 700 euro e poi appena nell’ufficio trovano qualcuno disposto a faticare a meno ti cacciano con un gentil calcio in culo. Lavoro, dignità, forza morale. Che idiozie. Andate la domenica notte alla stazione di Napoli. Verso mezzanotte e trenta, troverete un treno carico di siciliani, calabresi, lucani, campani, che vanno a Milano. Troverete il notaio ed il metalmeccanico, l’artigiano e lo spacciatore. Tutti. Ed il giorno dopo andate negli uffici di arruolamento volontario dell’esercito italiano. E troverete siciliani, campani, calabresi. Questo cazzo è di lavoro al sud è  una maledizione.

Poi la storiella tra loro è finita. La ragazza la sua vita, il ragazzo la sua vita. Quei pochi mesi però son bastati. Sono bastati per ascrivere Gelsomina alla persona di Vincenzo. Renderla “tracciata” dalla sua persona, appartenente ai suoi affetti. Anche se la loro relazione era terminata, finita, forse mai realmente nata. Non importa. Ed il mondo occidentale, l’Europa civile che orgogliosa si riconosce diversa da quelli che si ostina a definire “barbari mediorientali”, dai gruppi islamici che sgozzano, dimentica ciò che è accaduto nel sud Italia dove è stata sequestrata, torturata, stuprata, sparata e bruciata una ragazzina perché ha dato una carezza ed un bacio a qualcuno, qualche mese fa, in qualche parte di Napoli. Mi sembra impossibile crederci. E continuino pure i leghisti a parlare di chador e di diritto delle donne nelle democrazie. Non conoscendo nulla di ciò che accade, nulla di ciò che è.

Gelsomina sgobbava di lavoro, come tutti da queste parti. Il padre è caduto in depressione da anni. Eggià anche chi vive a Secondigliano in una zona detta dalla gente di qua “terzo mondo” riesce ad avere una psiche. Non lavorare per anni ti trasforma, essere trattati come una mezza merda dai propri superiori, niente contratto, niente rispetto, niente danaro, ti uccide. O divieni un animale o sei sull’orlo della fine. Gelsomina quindi faticava come tutti quelli che devono fare almeno tre lavori per riuscire ad apparare uno stipendio che passava per metà alla famiglia e faceva anche del volontariato con gli anziani di queste parti, su tale cosa si son sprecate le lodi dei giornali. “Il Mattino” desideroso di rivalutare la figura della ragazza, come dire, si era innamorata di un camorrista ma era un essere umano anche lei, una brava donna. E poi di seguito intervistano la moglie di Raffaele Cutolo, oggi, si proprio oggi su “Il Mattino”. E giù che racconta che la camorra, quella vera, di suo marito, non uccideva le donne, ha una forte etica, è fatta da uomini d’onore. Assurdo, devo forse io ricordarle che negli anni ’80 Cutolo fece sparare in faccia ad una bambina di pochi anni, figlia del magistrato Lamberti, davanti al padre? E l’amante di Casillo, messa viva in un pilone del parcheggio appena fuori Napoli. E “Il Mattino” che l’ascolta, le concede fiducia, le chiede di pontificare le sue idee, spera che la camorra ritorni come un tempo. Ma certo, la camorra sconfitta è sempre morale, quella del passato è sempre migliore a quella che sarà. Onore, rispetto, codice morale, le grammatiche inesistenti su cui si fondano le alleanze camorristiche e quelle imprenditoriali, e quelle politiche, e quelle umane. E ogni tipo di patto fasullo e formale che avviene in queste terre d’inferno.

Vengo invitato da Bassolino. Lunedì. Un convegno dal titolo eloquente “La camorra oggi”. Si parla, si parla, si dicono cose interessanti, altre idiote. Nessuno farà nulla. Questo è certo. Qualcuno mi cita, mi paragona a Siani, sa forse che sono minacciato, qualcun’altro mi sfotte, crede che esageri nel descrivere il potere economico dei clan. Qualcun altro ancora mi chiama “Cassandra” perché avevo dato l’allarme mesi fa, ma ovviamente chi se ne è fottuto?

La guerra di camorra di questi giorni ha coinvolto centinaia di persone. Quasi tutti i morti erano incensurati. Questo significa molto. Moltissimo. Almeno due cose. La prima è che si colpiscono molti individui innocenti, meri parenti, amici o vicini di casa, l’altra è che la parte maggiore degli affiliati non erano conosciuti dalla polizia. Non si conosce più nulla della camorra, le facce, li affiliati, i nomi. Nulla di nulla. E così mi chiamano in molti: “cosa sta succedendo?”, “ho letto un suo articolo dove lei anticipa…”, “ma lei cosa ne pensa dottore…” Si interessano, ascoltano, guardano. La corrida interessa, le bestie si ammazzano, qualcuno riesce persino ad intuire per cosa. La voglia di sapere incuriosisce le coscienze di molti. Sembrano avere un grande interesse verso l’economia criminale quasi sembrano accorgersi che non v’è un confine tra l’imprenditoria dei clan e quella “legale”. E’ la medesima. Pecunia non olet. Poi tutto tornerà solitario. I caporedattori torneranno ad ignorare le questioni di camorra, torneranno gli amici a dire “Robbè ma lascia perdere sti’strunzate, le sanno tutti”. E qualcuno continuerà a ricevere le pallottole di kalashnikov in busta e le guerre torneranno a circoscriversi a piccoli chirurgici omicidi. E svanirà la camorra, perché esiste solo quando diventa concreta ovvero quando lascia cadaveri per terra, taglia teste e macchia di sangue l’asfalto.

Passeggio tra le strade di Città della Scienza dove il convegno è stato organizzato. Da qui doveva partire un piano di riforma infinita, era l’ex area delle acciaierie Ilva che la sinistra napoletana voleva lanciare come luogo in cui “incubare” le imprese ed i progetti. Da qui invece non è partito nulla. Tra qualche anno inizierà la cementificazione, alberghi, condomini, strutture e la camorra già sa come accedere, ed i costruttori hanno già l’acquolina. Passeggio sulla riva, batto il pontile, il lunghissimo braccio che incontrava le navi per caricarle d’acciaio. Un braccio lanciato sino al cuore del mare. Cammino. Qualcuno mi viene incontro mi dice disgustato che il padre di Gelsomina ha rilasciato una dichiarazione fissando negli occhi il tizio che lo intervistava: “se non lo prende la polizia lo prendo io”. Scandalo, i preti che lo biasimano, le dame della croce rossa lo abbracciano “ma no, ma no”, non vogliono che i toni siano così disumani. Si alza il coro che vuole che si usino logiche diverse e non le logiche medesime dei clan. Ma perché qual’altra dev’essere la logica? Quale altra condotta gestisce il tempo della vita in queste terre? Andare lì dinanzi agli autori del fatto e cacciargli il ferro, la pistola, in faccia. Quante volte ho avuto voglia anch’io. Cacciare la canna di una Smith&Wesson in gola al boss, all’imprenditore, al politico. Quante volte. Senza paura. Anche se si è letto Giordano Bruno, David Hume e Paul Celan, certe cose te le insegnano da bambino le impari presto. Io a dodici anni fui portato da mio padre sulle spiagge di Pineta Mare, proprio dove stavano le torri del Villaggio Coppola (la più grande costruzione abusiva del pianeta) e qui mi insegnò a sparare alle bottiglie di Peroni lasciate dagli operai edili. Si è capaci tutti a sparare, non solo loro. Quante volte ho pensato di ridargli tutto ciò che avevano a piene mai distribuito. Poi però il senso del ridicolo mi ha fermato. Fermerà anche il padre di Gelsomina. Ammazzarne uno quando se ne generano altri cento può solo far sfogare. Non è cosa da sottovalutare lo sfogo di una rabbia vera, ma è pur sempre troppo poco e soprattutto vano.

Continuo a passeggiare lungo la riva di Bagnoli. Inspiro. Espiro. Sembra bellissimo. Ma non lo è. Cosa ci faccio ancora qui non lo so.

Foto di Luciano Ferrara. “Le Vele di Secondigliano”.

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