La filosofia antica secondo Giovanni Reale

29 novembre 2004
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di Riccardo Ferrazzi

Platone1.jpgContinua la pubblicazione delle segnalazioni che ho ricevuto per la lista della spesa (vedi qui). (T.S.)

Segnalo Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana, Tascabili Bompiani (10 volumi).

Uno dei massimi filosofi italiani viventi rilegge i pensieri forti dell’antichità. Ma questa rilettura ci aiuterà a trovare un nuovo ubi consistam o non farà che confermare la crisi dei sistemi, il vicolo cieco in cui il pensiero moderno si è cacciato e dal quale non sembra intenzionato a uscire ?

Giovanni Reale ha dedicato una vita alla riscoperta delle dottrine non scritte dei grandi maestri dell’antichità. In questa opera enciclopedica, che riassume quarant’anni di ricerche, studi e opere monografiche, l’autore indaga il pensiero originale di Socrate, ricupera gli insegnamenti orali di Platone, chiarisce le peripezie che hanno portato le dottrine acroamatiche di Aristotele a essere (caso più unico che raro) proprio quelle contenute nei volumi pervenutici.

Oltre a ciò, i dieci volumi di quest’opera ripercorrono con scrupolosa accuratezza tutte le correnti di pensiero che, dalle prime arcaiche testimonianze fino al III secolo d.C., si susseguirono in Atene, Alessandria e Roma; riscopre pensatori a lungo trascurati come Numenio o Filone di Alessandria; rilegge le “navigazioni” platoniche fino alle tangenze con l’esoterismo pitagorico; ricolloca Aristotele nel posto di “miglior allievo di Platone”.

Presenta cioè una revisione complessiva del pensiero antico, condotta sulla base non soltanto dei resoconti dossografici antichi (in primo luogo Diogene Laerzio), ma anche della tradizione manualistica e degli studi dei massimi esponenti della rilettura dei classici (fra i quali spicca Werner Beierwaltes, il più acuto interprete del neoplatonismo). Ma soprattutto, ciò che dà senso e coerenza all’intera opera è lo sforzo costante di comprensione e contestualizzazione, che rende la lettura simile a quella di un romanzo storico dove tutto, vicenda e adiacenze, si aggancia agli avvenimenti di più ampio respiro. In questo tessuto a maglie strette sono notevoli tanto le corrispondenze quanto le discrepanze.

Il testo illustra le prime testimonianze della filosofia nel tono con cui si suole alludere ai primi passi della scienza: tentativi che danno esiti scarsi perché guidati da una visione errata del mondo. Nell’ottica dell’autore, presocratici, sofisti, Socrate stesso e il primo Platone sono visti come unicamente preoccupati di cercare la physis, la sostanza che rende vero il cosmo al di là della sua apparente mutevolezza. Verrebbe quasi da pensare a una fase alchemica della filosofia se l’autore non ribadisse che l’orizzonte di tutti questi filosofi (e, di conseguenza, le soluzioni che danno ai problemi) è circoscritto in una prospettiva strettamente materialista. Ma sarà poi così?

Il lettore che fatica a calarsi in una mentalità estranea incontra qui il primo problema: è davvero ostico leggere in chiave materialista concetti come l’apeiron di Anassimandro, il numero di Pitagora, l’essere di Parmenide. È colpa del lettore incapace di adeguare i suoi (pre)concetti oppure non è illegittimo ipotizzare che qualche forma di spiritualismo sussistesse anche nel pensiero di Talete & Co.? Questo tipo di dubbi nasce dalla nostra bimillenaria assuefazione a concetti come anima, spirito, forma, ecc.; oppure i pensatori dell’antica Grecia non erano meno spiritualisti degli estensori della Bibbia e dei libri Veda? Ebbene, sulla base dei frammenti pervenuti e della tradizione, l’autore sostiene che nessun filosofo ha partorito un sistema organico spiritualista prima della cosiddetta “seconda navigazione” platonica.

E tuttavia – i problemi sono come le ciliege: uno tira l’altro – come spiegare l’abbandono plurisecolare di una conquista così decisiva come la scoperta della dimensione spirituale? Nel breve periodo che va da Pericle ad Alessandro Magno, Platone compie la sua storica “seconda navigazione” e Aristotele ne approfondisce il solco. Ma pochi anni dopo la loro scomparsa gli scolarchi dell’Accademia e del Liceo (quelli, si badi, che avevano ascoltato dalla viva voce dei maestri anche le dottrine non scritte e le avevano discusse con loro) non riprendono la tematica spiritualista, la lasciano cadere, si rifugiano nello scetticismo. Nascono nuove scuole preoccupate di indicare unicamente regole di vita. Epicureismo, stoicismo e scetticismo dominano la scena per cinque secoli abbondanti. Il rigurgito neoplatonico di Plotino, Giamblico e Proclo avverrà solo nel II e III secolo d.C. Per il ricupero di Aristotele bisognerà aspettare gli arabi, in pieno medioevo.

Come spiegare questa lunga eclissi? Secondo l’autore, con una circostanza storica: l’avvento dell’impero macedone, seguito a breve distanza da quello romano, e la conseguente dissoluzione della polis.

Ancora una volta siamo chiamati a confrontarci con un cambiamento di mentalità che in gran parte ci sfugge. È vero: Socrate e Platone danno alla loro filosofia lo scopo di educare il cittadino ideale della polis greca. E all’improvviso la polis non c’è più. Ma, per quanto traumatico, l’avvento dell’impero resta un fatto politico. Come ha potuto far dimenticare le conquiste teoretiche di Platone e Aristotele? E come è stato possibile che, a quattro secoli di distanza, il platonismo sia risorto? Dove stava nascosto, chi l’aveva tenuto in vita? Su questi interrogativi gli storici della filosofia antica avranno ancora molto da dirci.

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