Prima che ci fossi

1 dicembre 2004
Pubblicato da

di Christian Raimo

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Andare laggiù, nell’Italia degli anni ’70,
(…i capelli stopposi che non mettono il balsamo,
quelle facce che non usano creme sul viso…),
tra le scritte sui muri, VIVA MAO, VIA DAL VIETNAM,
(tutte perfettamente in stampatello, da bimbi),
tra i megafoni che irruvidiscono le voci,
o tra le macchine che agli incroci stridono sui freni,
fermandosi ai semafori, incanalandosi nei vicoli:
mi è sembrato sempre come passeggiare con mio padre
prima che nascessi, accompagnare mia madre con le scarpe
con i buchi, che mangiava alla mensa a via De Lollis,
o si piazzava in casa qualche studente fuorisede
che non aveva più i soldi per l’affitto.
Era il mondo prima che ci fossi.

Prima che, il 9 giugno del ’75, Boninsegna segnasse
il gol della vittoria ad una Russia mal schierata in campo,
(questo racconta mia nonna del mio parto).
Una mitologia personale, insomma, costruita
fotogramma a fotogramma ritagliandomi di netto
ciò che è necessario per un Olimpo fatto in casa:
un pugno di tragedie sofoclee,
uomini ed eroi, martiri casuali,
omicidi senza fonte e senza fine;
oppure: confondendo l’universo condiviso
con gli album personali: eccola una foto di mio padre
tale e quale a Satta Flores in C’eravamo tanto amati.

Per questo quel che occorre è un cromatismo differente:
le pellicole, prima che inventassero il metodo NR,
avevano una definizione grassa dei colori:
i grigi si confondevano coi verdi,
i rossi viravano quasi sempre verso il sangue.
E’ che non si era ancora emancipati dalla visione in bianco e nero
e da quel che sottendeva: divisioni manichee, separazione in classi,
plumbei contro rossi, smunti contro grassi.
E anche il corpo aveva una risonanza amplificata,
la pelle il territorio dove collaudare gli elementi:
quanto bruciava il cuore di Ian Palach? quanto era ostile la terra per Pinelli?
bastava inalare nell’aria l’odore della polvere da sparo
per scegliersi la parte dove stare (inciampare, trattenersi in piedi)?

C’è una foto che congiunge le versioni vere e false dell’infanzia:
il tinello di una casa a via Palestro: mio padre con i postumi
di un incidente in macchina (il braccio con il gesso,
mia madre che gli taglia la carne a pezzettini),
e sulla parete in fondo, come in un quadro di Van Eyck,
una foto di chi aveva vinto l’Oscar l’anno prima:
l’idea di un tempo premoderno, cristallino, a suo modo perfetto,
la faccia di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.
Di fronte a questo tempo, che di sua sponte personale,
segna sul muro accanto al frigo le tacche della crescita,
oppure, nei ritagli di mia madre, il calendario dei lutti dello Stato,
il viso di mio padre si confonde ancora con le immagini dei film,
la sua voce con quella dell’attore appeso, il suo feticcio:
“La politica”, lui dice, “è tutto, è in ogni cosa.
Non è la scelta di un partito, gli schieramenti, il voto,
non è la differenza tra cinema impegnato da una parte,
e dall’altra genere & consumo per le masse.
Il western è politica, la commedia, il poliziesco,
i movimenti della macchina da presa,
i dolly, la luce degli interni, il montaggio associativo.
E’ politica finanche l’astenersi dal far cinema:
scegliere di rinunciare a dei ruoli compromessi,
preferire un film di un cileno mai sentito
alla megaproduzione del Padrino.
Rovesciare il meccanismo del divismo:
fare come Cincinnato, nel momento del successo, decidere
di tornarsene a coltivare l’orto, a far teatro nelle piazze
come non fossero passati dei millenni”.

Da ragazzino avevo il terrore di scoprire
che mio padre fosse un brigatista
che da un momento all’altro avrebbero arrestato
(di notte mi rialzavo per andare a controllare
se la porta fosse chiusa, e che non si facessero riunioni
dentro casa). Forse mi accecava come le sue parole
slittassero direttamente da quelle dei libri che leggeva.
Parlava di potere e di rivolta,
diceva “la presenza informe e spettrale della polizia,
il vuoto di morale che puo’ creare un potere autoritario”,
oppure: “cosa accade quando svanisce la distanza
tra violenza che pone la legge
e violenza che la legge la conserva?”,
aveva lo stesso tono acido dei personaggi che apparivano in tv,
portava gli stessi baffi esatti della gente che mostravano in manette.
E quando si infoiava, assumeva le fattezze
di Vanzetti mentre fa quel discorso lungo in tribunale.
Alle volte, nei sogni o lì vicino, gli chiedevo:
“Papà, sei comunista?”. E al suo posto rispondeva
la voce di Cucciolla: “I giochi”, mi diceva,
come in un’altra scena da memoria, “dividili con gli altri”,
o magari si metteva ancora più vicino:
dopo dieci ore di lavoro in mezzo ad agenti chimici e solventi,
non era per talento che riusciva ad imitare
i movimenti isterici dell’operaio Massa,
(sempre il suo attore preferito,
che scambia il sol dell’avvenire e il paradiso):
quando mi accarezzava (le unghie rovinate,
i polpastrelli fastidiosi al tatto), era come se cercasse
anche in un bambino di sei anni,
una forma di coesione, di solidarietà, un patto,
o forse solamente un po’ di comprensione
per il suo sorriso annerito dal tabacco.

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Precedentemente pubblicato sull’inserto di Accattone, “Passeggiate Romane”

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