Domande a cani e porci

2 dicembre 2004
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

maiale_tagli.jpgMarco Vichi da tempo su “il Giornale” (sic! Anzi: sigh!) pone le stesse domante a cani e porci (in questo caso il porco sono io). Pubblico su NI queste mie dimenticabili risposte per due ragioni: la prima è che così, è la mia prima volta, imparo a usare le istruzioni per postare (male che vada non perdo nulla), l’altra ragione… non me la ricordo (cominciamo bene!) Insomma: menomale che i commenti non funzionano.

1) La prima volta che hai scritto, ricordi cosa ti ha spinto a farlo?
Sinceramente no. Ho una pessima memoria, non vivo di ricordi e di rimpianti, faccio difficoltà pure a ricordare cosa ho mangiato ieri.
Però, a pensarci bene, una sorta di ricordo ce l’ho. Mi ricordo vagamente di una educatrice, all’asilo (quando si chiamava asilo, ora è “scuola materna”) che scrisse il mio nome in calce ad un disegno fatto da me. Mi resi conto che quello era proprio il mio nome, identificava proprio me. Allora decisi di imitare quei geroglifici su un altro foglio. Ecco, forse quello fu proprio la prima cosa che scrissi nella mia vita: il mio nome.

2) Quando hai appena finito un romanzo, di che umore ti senti?
Mi sento vuoto. E convinto di essere incapace di scrivere alcunché per il resto della mia vita.

3) Se l’unica stesura del tuo ultimo romanzo andasse a fuoco, saresti capace di riscriverlo?
No. O meglio. Saprei riscrivere il romanzo nella sua struttura, nella successione degli eventi. Ma non riscriverei lo stesso romanzo. Quando ti metti a scrivere, per quanto abbia pianificato tutto, non sai mai dove ti porta la scrittura. Ogni volta ti avventuri per sentieri mai percorsi, magari interrotti altre volte perché a suo tempo apparivano foschi e piovosi e che invece poi si dimostrano (per colpa dell’umore, di quello che hai mangiato la sera prima, per una telefonata di un amico, chi lo sa) pieni di sole.

4) In letteratura, che ruolo deve avere secondo te la parola? (Ad esempio: deve essere protagonista, brillare anche di luce propria o “servire” la storia?)
La parola è tutto, è l’unico strumento che abbiamo a disposizione, il testo deve avere la forza di autoreferenziarsi, di diventare “mondo”. Esasperando: quasi non importa “cosa” racconti ma “come” lo racconti. Se ci pensi la trama dei Promessi Sposi è ben poca cosa, eppure, che romanzo, che visione del mondo…

5) Quali sono gli aspetti più noiosi della tua vita di scrittore?
Ho una vita di scrittore? Io nella vita faccio l’architetto. È quella la mia professione, e ne vado fierissimo. È un lavoro che mi mette nel mondo, mi relaziona con operai, muratori, tecnici comunali, medici dell’asl, proprietari di appartamenti, impiegati, elettricisti, etc. Come è lontano, e noioso, il “mondo letterario” visto da un cantiere.

6) A cosa serve la letteratura?
Boh. A cosa serve la musica? A cosa servono il cinema, la pittura? A cosa serve il bello? Boh.

7) Servono a qualcosa le scuole di scrittura creativa?
Non sono un frequentatore di corsi di scrittura creativa, non so neppure come siano strutturati. Dovresti chiederlo a Raul Montanari, che tiene corsi simili da anni. Mentre di uno come lui mi fiderei, in generale penso che molti (non tutti, ovviamente) di questi corsi siano nelle mani di emeriti cialtroni.
Nessuno può insegnarti una poetica, ovviamente. Ma la “composizione” si studia anche in musica e in architettura, perché non si potrebbe insegnare in scrittura? Quello che conta, parafrasando Vittorini, non è, però, partire da una tecnica (imitando quella del tuo insegnante) ma arrivare ad una tecnica. E il percorso di avvicinamento alla “tua” tecnica deve essere fatto solo da te. Magari accompagnato, ma non portato in braccio.

8) Ti succede mai di pensare che tutto quello che hai scritto è solo un ammasso di robaccia senza senso?
Continuamente. Ogni tanto, però, mi capita di prendermi di sorpresa. Apro una pagina a caso, o un vecchio file sul computer, e leggo passaggi scritti da me come se fossero di uno sconosciuto. E, ti dirò, spesso mi sono dato la mano, complimentandomi.

9) Quali sono i luoghi comuni più pericolosi in cui si può cadere scrivendo un romanzo?
Tutti i luoghi comuni sono pericolosi. Proprio perché sono consolatori, sia per lo scrittore che per il lettore. Una scrittura che non si fa ricerca (del reale, del vero, del fantastico, dell’immaginario, etc.) non ha alcun senso.

10) Ci sono parole che con il passare dei secoli si sono “riempite” di significati diversi. Qual è ad esempio la definizione che scriveresti nel tuo personale dizionario alla voce “cultura”?
1 complesso delle conoscenze intellettuali e delle nozioni che contribuisce alla formazione della personalità; educazione, istruzione: farsi, formarsi una c.; avere una buona c.; una persona di grande, media, scarsa c.; il mondo della c., gli ambienti intellettuali; una persona di c., colta; l’insieme delle conoscenze: c. letteraria, musicale, storica; la c. umanistica e la c. scientifica
2 pratiche e conoscenze collettive di una società o di un gruppo sociale; civiltà: la c. rinascimentale, la c. occidentale, la c. contadina, la c. borghese; culture preistoriche; culture scritte e culture orali.

Non lo dico io, lo dice il De Mauro, che ne sa sicuramente molto più di me.

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