Esperienza e letteratura

4 dicembre 2004
Pubblicato da

di Antonio Moresco

vollmann 2.jpgNel mese di agosto sono stato invitato da Antonio Scurati al festival di Ravello, per un incontro con lo scrittore americano William T. Vollmann, e per un successivo incontro e lettura, questa volta da solo, a Capri. Non ero stato in vita mia né a Ravello né a Capri, che ho visto in quei giorni per la prima volta. Era con me l’attrice Federica Fracassi e il regista Renzo Martinelli di Teatro aperto, la prima per recitare brani dai libri di Vollmann e da Canti del caos, il secondo per occuparsi dei suoni.
Vollmann mi è sembrato una persona incantevole. Pesante nel fisico, di aspetto americano-tedesco-scandinavo, con una straordinaria testa da grande bambino buono e da idiota dostoevskiano, il naso a patata, gli occhi azzurri che si illuminano di umanità e intelligenza quando sorride. Era con lui la sua compagna di origine coreana e una piccola, meravigliosa bambina dagli occhi a mandorla, che lui portava in giro sulle sue spalle.

Durante l’incontro pubblico si è parlato, tra l’altro, del ruolo dell’esperienza nella nostra attività di scrittori. Vollmann ha sostenuto che, come dice Hemingway, uno scrittore deve conoscere e sperimentare in prima persona ogni cosa che scrive. Io ho detto che sì, questa è una posizione di grande onestà e che è in ultima analisi sempre e comunque vera e giusta, ma che la letteratura non è solo una registrazione, un travaso di qualcosa di preesistente, se no sarebbe qualcosa dove tutto va a finire, una cosa morta, e i libri cimiteri della vita e dell’esperienza. Invece la letteratura può essere anche qualcosa dove tutto va a cominciare. Che London non ha avuto bisogno di diventare un cane e di fare esperienza della caninità per scrivere Il richiamo della foresta, Tolstoi di diventare una donna per scrivere Anna Karenina, come Emily Brontë di essere un uomo per creare Heathcliff, che Dostoevskij non ha avuto bisogno di sperimentare in prima persona il terrorismo per poter scrivere I demoni ecc., ma non per questo la loro esperienza e la loro invenzione è stata meno onesta, vera, radicale, attraversata, profonda e sperimentata. Che ci sono altri e altrettanto onesti modi per entrare. Che da una stessa esperienza si possono trarre cose quantitativamente e qualitativamente del tutto diverse. Che le cose sono connesse. Che veniamo tutti dalla stessa esplosione. Che la materia e le sue proiezioni e invenzioni su questo pianeta hanno linee interne di sfondamento e collasso e ci possono essere delle faglie e delle soglie per passare. Che in mezzo, tra l’esperienza e la cosiddetta letteratura e ancora dentro di essa, può succedere qualcosa di altrettanto vivo ed esperienziale (e che anche nei libri di Vollmann succede questo). Un analogo movimento di creazione e di rischio e di azzardo, allo stesso modo che nelle nostre esperienze biologiche e nella nostra vita. Che così avviene anche nella formazione di un feto, dove varie parti si formano senza sapere niente le une delle altre e avere rassicurazione di dove andrà a parare tutto quell’azzardo di cellule lanciate allo sbaraglio qua e là.

Anche nei miei libri c’è un grande carico di esperienza personale, in tutti i miei libri, compresi Canti del caos. Ma proprio con quest’ultimo libro ho toccato con mano come bisogna mettere in gioco qualcos’altro per arrivare dentro una massa esperienziale nucleare profonda e per aprirla, perché anche le esperienze sono blindate, perché esistono le cristallizzazioni culturali, sociali, psicologiche ecc., che fasciano e assottigliano e opacizzano e ottundono l’esperienza. L’ho sperimentato in modo inequivocabile e di persona quando, prima di iniziare a scrivere questo libro, ho incontrato account executive di una nota agenzia pubblicitaria o sono riuscito a penetrare in una banca del seme e a farmi spalancare di fronte agli occhi il bidone dove è contenuto il seme e a farmi tirare fuori con una pinzetta una delle paillettes, nella nuvola di vapore gelato provocato dall’azoto liquido e nell’odore intenso di finocchio selvatico dello sperma crioconservato. Eppure, fin da subito, ho capito che quello che mi veniva raccontato, da solo, non mi serviva a niente, non mi avvicinava di un passo, non me ne sarei fatto niente, che c’era bisogno di un contromovimento per aprire veramente quelle esperienze. Perché raramente le persone sono vicine a se stesse e alle proprie stesse esperienze, perché loro stesse se ne difendono, le leggono attraverso consuetudini culturali combinatorie e giustificative e armonizzanti. Così anche per l’economia e la pornografia. Puoi parlare con tutti gli esperti che vuoi, leggere tutti i libri e le pubblicazioni che vuoi, ma alla fine capisci che, da lì, non viene fuori niente di veramente interno, che puoi consumare tutta la pornografia che vuoi ma ti troverai sempre di fronte a qualcosa di separato e blindato, e allora devi trovare il modo di porre il paradosso dell’economia di fronte al proprio limite planetario e al proprio abisso per cominciare a vedere di cosa si tratta. Che se ti incontri con una pornostar questa ti racconterà solo che lei è contenta, che si sente realizzata, che può comperarsi abiti firmati ecc., niente che ti possa avvicinare all’inermità e alla potenza (comunque la si giudichi) della sua esperienza. Perché anche chi è dentro l’economia, chi è dentro la macchina sessuale non è necessariamente e per questo più vicino a se stesso e alla propria esperienza, perché vede e vive anche la propria esperienza attraverso lenti precostituite. E allora bisogna sfondare le stesse strutture di giudizio e lo spazio vuoto che è venuto a crearsi tra l’esperienza e se stessa, e questa sconnessione e questo movimento e contromovimento altrettanto esperienziale e inventivo si può scatenare a volte nell’esperienza artistica creativa.

A un certo punto Vollmann ha accennato a una tragedia personale. Ha raccontato che un giorno, quando aveva nove anni, la sua sorellina di cinque è morta mentre era sotto la sua custodia. «Evidentemente non ho svolto bene il mio compito» ha commentato con amarezza. E ancora: «Bisognerà che, prima o poi, riesca a parlare di questa cosa». E allora io, che sono uno sciocco, ho pensato che tutta quella sua ipertrofia abnorme e la sua prolificità incontrollabile di scrittore, il suo mettersi continuamente a rischio in situazioni di guerra e di condivisione di esperienze estreme, dietro la copertura ideologica hemingwaiana, esprimono forse anche un bisogno di espiazione, di mettersi continuamente alla prova per guadagnarsi e meritarsi finalmente la stima di sé stesso e della sua sorellina e della famiglia degli uomini vivi e di quelli morti e della vita stessa, che sia il modo con cui questo grande, delicato bambino cerca di farsi perdonare la sua inadempienza e di congiungersi finalmente, in una qualche dimensione inventata, con la sua sorellina annegata.

Mi sono rimaste alcune forme di dislessia. Per esempio mi è ancora impossibile imparare altre lingue oltre a quella in cui parlo e scrivo. Ma mai come in questa occasione ho sentito tutto il peso di questa menomazione. Ho cercato, tramite traduttore, di dire a Vollmann che era per questa ragione che non gli rispondevo e non gli parlavo. Lui mi ha risposto, sempre tramite traduttore, che lui si sentiva doppiamente colpevole perché io almeno avevo potuto leggere i suoi libri in traduzione, mentre lui no. Ogni tanto, quando mangiavamo uno di fronte all’altro, ci guardavamo in tralice sorridendoci e facendoci ogni tanto delle smorfie come due grosse scimmie. Lui mi ha invitato nella sua casa di Sacramento, io nel mio abbaino di Milano. Non mi è rimasto alla fine che dirgli, tramite traduttore, prima di salutarci e abbracciarci, che la prossima volta che ci rivedremo, in paradiso o all’inferno, non avremo più questo problema delle lingue babelicamente separate e potremo finalmente parlare tra noi.

Capri
Due giorni dopo ero all’isola di Capri per una lettura di Canti del caos nella villa San Michele di Axel Munthe, una sorta di territorio svedese in una zona a picco sull’isola, dove abita anche il viceconsole di Svezia. Ci accoglie una ragazza altissima e bionda, che sembra uscita da un sogno nordico. Veniamo ospitati nella foresteria della villa, dove arrivano a rotazione dalla Svezia artisti, musicisti, borsisti. Si tratta di una circostanza molto ambita e sono molto selettivi nel concederla. C’è una lunga lista d’attesa di persone che hanno fatto domanda per venire qui e presentato i loro progetti di lavoro. Cucine collettive, docce, camere da letto, salotti, stanze con pianoforte, corridoi pieni di librerie con libri svedesi e italiani. Cartoncini con istruzioni scritte in svedese appesi dietro le porte delle camere da letto. È tutto bello, meraviglioso, sembra di essere in un altro mondo, eppure quest’idea degli scrittori e degli artisti che vengono qui, in questo meraviglioso spazio separato, foraggiato e protetto, a fare gli scrittori, i musicisti, gli artisti, che vengano riservati questi spazi separati e preposti da società benestanti e colte a una piccola porzione della propria popolazione perché ci vada a svolgere la sua parte di scrittori e di musicisti e di artisti, io la vivo con malessere e avversione profonda. La mia vita sarà stata anche di merda, ma non vorrei e non avrei voluto per me questa protezione e questa tutela, sono contento di non aver avuto questa ciambella di salvataggio e questa limitazione, di non essere vissuto in uno spazio rappresentativo e protetto, in questa bambagia culturale e in questa dimensione predisposta e allevata. Lo scrittore è uno che si scava a forza fondamenta abrasive dentro la vita e lo spazio dell’esperienza. Lo scrittore non deve essere trattato come una specie in via di estinzione, deve avere le spalle al muro, deve sempre sentire contro le proprie spalle e l’intero corpo il muro contro cui, tanto più in questa epoca, è collocato, così che non gli resti che inventarsi uno spazio ulteriore e un drammatico movimento in avanti.

Da uno degli organizzatori dell’incontro, titolare di una libreria di Capri (La conchiglia), vengo a sapere, in seguito a una battuta casuale, che suo nonno è stato molto vicino a Gor’kij, quando lo scrittore viveva qui, e che è morto di tubercolosi presa proprio dal russo, il quale invece è andato avanti tranquillamente e ha fatto in tempo a morire vecchio e a recitare quella povera parte di grande scrittore di regime sorvegliato e protetto. «Ah, sì!» gli dico. «Ho visto anch’io quella famosa fotografia dove Gor’kij gioca a scacchi con Lenin, all’inizio del Novecento, qui a Capri». C’è un momento di silenzio. «Quella scacchiera esiste ancora, è a casa mia» mi risponde il libraio, dopo un po’. «Molti avrebbero voluto comperarla. È venuto da me persino Karpov, il campione di scacchi, con un’offerta del governo sovietico. Ma io non me la sono sentita di venderla».

L’incontro di lettura è difficile, con un momento drammatico. Mentre Federica sta recitando il Canto delle ragazze cartavetrate uno spettatore crolla improvvisamente a terra privo di sensi, rovesciando la sedia. C’è un momento di panico. Diverse signore, che già avevano dato segni di ostilità e insofferenza, se ne vanno via spaventate e indignate, mentre un medico, presente tra il pubblico, corre ad occuparsi del ragazzo ancora a terra svenuto.

Di notte, in giro per le stradine e le piazze gremite di Capri. I nostri ospiti ci raccontano che, in un grande albergo vicino a dove siamo alloggiati noi, ci vive la sorella di Keanu Reeves, l’attore di Matrix, che è malata di leucemia, e che il fratello appena può corre qui per starle vicino. La piazzetta è piena fino a scoppiare. Esibizione di ricchezza e di status, alberghi da un milione per notte, gremiti fino all’inverosimile. Proviamo a entrare. Grandi sale, lampadari, divani circolari di cuoio bianco. Clientela americana, italiana. Cortile interno con distese di lettini per prendere il sole e piscine con mosaico sul fondo. Mentre il turismo in generale, anche qui, ha avuto una flessione, questi grandi alberghi sono ancora stracolmi. Segno che si sta andando verso un’economia di tipo sudamericano.
Di nuovo stradine gremite, una nota cantante americana, di cui non ricordo il nome, che sta cantando in un locale. Una folla abbronzata e turgida di ragazzi e ragazze che ruota attorno a tutta questa ricchezza, abbagliata. Qualcuna, tra di noi, dice che gli piacerebbe vedere Keanu Reeves. Si deve accontentare di Christian De Sica. Due ragazze lo riconoscono e lo bloccano, gli chiedono di posare assieme a loro per una foto ricordo. Christian De Sica si mette in posa, le abbraccia. Ha il viso abbronzantissimo e sfatto, i suoi lineamenti sono paralizzati da un perenne sorriso, sembra una maschera di fango.

____________________________

Pubblicato su “Fernandel” 4/2004

Tag:



indiani