Come accadono le immagini

6 dicembre 2004
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Tiziano Scarpa appare a Bernadette Soubirous per parlare di Stefano Arienti e dell’immacolata concezione delle immagini

Turbina.jpgFino al 6 febbraio 2005, al MAXXI di Roma, il Museo Nazionale delle arti del XXI secolo, resterà aperta una personale antologica delle opere di Stefano Arienti.
Propongo qui il testo che ho scritto per il catalogo, edito da Five Continents.
MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Via Guidi Reni, 2 – Roma.
Tel. 06 3202438
www.darc.beniculturali.it
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IO: Disturbo?

BERNADETTE SOUBIROUS: No no, figurati.

IO: Ti do fastidio se ti appaio per un po’?

BERNADETTE SOUBIROUS: Non stavo facendo niente. Sono abituata a non fare niente. La mia caratteristica è non fare niente. Non sono buona a nulla. Io sono quella che contempla l’immagine. L’immagine è tutto quello che non mi accade.

IO: Avrei detto il contrario. A te in fin dei conti è accaduta proprio un’immagine. Non ti è successo nient’altro nella vita. Sei l’eroina dell’immagine. L’unica cosa che ti è accaduta è un’immagine. Un’eroina paradossale. Un’eroina passiva.

BERNADETTE SOUBIROUS: Ma io non ho fatto nulla. Sono stata pura accoglienza. Contemplazione assoluta. Immobile, sono rimasta a guardare. L’immagine mi ha messo al margine. Inginocchiata, al confine dell’immagine. Tutto, intorno, è sparito. Anch’io. L’immagine è ciò che fa cessare gli accadimenti.

IO: Perché?

BERNADETTE SOUBIROUS: Può accadere soltanto dentro una contemplazione, vale a dire che può accadere soltanto dentro una sospensione dell’accadimento. Io sono stata il luogo di quella sospensione. Sono stata il non accadimento, l’inazione, dentro cui è potuta accadere un’immagine. L’immagine ci rende niente, ci rende inerti, contemplativi, immoti. Perché accada l’immagine, devo smettere di accadere io. Perciò dico che l’immagine è ciò che non mi è accaduto.

IO: A me piuttosto tu fai pensare alla predella di una pala d’altare. Un’immagine inginocchiata sotto un’altra immagine.

BERNADETTE SOUBIROUS: Oh, ma io non sono mica parte di quell’immagine, mi fai troppo onore!

IO: Sei diventata un’immagine anche tu per noi. Sebbene ai margini dell’immagine più grande. Ti sei fatta fotografare. Da viva, e anche e da morta. Guardo la tua immagine, la fotografia che ti hanno fatto a ventidue anni.

BERNADETTE SOUBIROUS: Mi trovavo a Nevers, in convento. Mi ci ero appena trasferita da Lourdes. Sei anni dopo aver visto l’immagine.

IO: Sei chiusa in uno scialle scuro, ne esce fuori il collo nudo. Guardo il tuo volto serio, il mento morbido, le labbra piene, le guance indicibilmente lisce, le narici aperte, le sopracciglia perentorie, i capelli neri che spuntano dal fazzoletto ricamato, di stoffa soffice, che pende languidamente da un lato… Lo sguardo fitto dentro la macchina fotografica. Scruto i tuoi occhi, gli occhi che hanno visto l’immagine. Le iridi brune, le pupille nere. Occhi scuri. L’ombra che ha guardato la luce. Contemplo il tuo ritratto fotografico. Sei diventata un’immagine anche tu per noi. Ma questo è un altro discorso.

BERNADETTE SOUBIROUS: Infatti, bravo, preferirei che tu lasciassi perdere questo aspetto. L’immagine regna, io sono solo uno dei suoi sudditi. Perché mi sei apparso? Che cosa sei venuto a dirmi?

IO: Sono venuto a parlare con te. A domandarti delle cose.

BERNADETTE SOUBIROUS: Io non so niente.

IO: Tu sai tutto delle immagini.

BERNADETTE SOUBIROUS: Ne ho vista solo una.

IO: Ma hai visto quella che conta. L’unica che conta. Per diciotto volte.

BERNADETTE SOUBIROUS: Sii sincero! Io lo sento, il suono delle tue parole, ti leggo nel cuore, e so che tu non credi a quello che mi dici. Pregherò per la tua anima, perché tu abbia la fede.

IO: Non volevo bestemmiare, credevo eccome a quello che ti ho appena detto. Tu hai visto l’unica immagine che contava per la tua fede, per i fratelli e le sorelle della tua fede.

BERNADETTE SOUBIROUS: Non importa. Non ti giustificare. Dimmi quel che hai da dirmi.

IO: Vorrei parlare con te di Stefano Arienti.

BERNADETTE SOUBIROUS: È un animo molto gentile.

IO: Vorrei parlarti delle sue opere.

BERNADETTE SOUBIROUS: Ti piacciono?

IO: Tantissimo! È da vent’anni anni che le contemplo, seguo la loro germinazione.

BERNADETTE SOUBIROUS: Io le trovo un poco irrispettose.

IO: Ma se sono così dolci! Non c’è nulla di estremistico, di osceno. O quasi.

BERNADETTE SOUBIROUS: Stefano Arienti non si è rassegnato a lasciarle accadere e basta. Ne ha fatto qualcosa.

IO: Dici che si è vendicato delle immagini?

BERNADETTE SOUBIROUS: No. Dico che non le ha considerate l’ultima istanza. L’accadimento estremo.

IO: Ha preso giornalini a fumetti e ne ha fatto origami originali. Ha preso poster di paesaggi, li ha uniti con cerniere lampo, facendone delle tende. Ha modificato le illustrazioni dei libri intervenendo con la gomma da cancellare. Ha dipinto sopra riproduzioni di capolavori, aggiungendo pennellate dense, potenziandone le tinte, addensando fettucce cromatiche, grumi di colore.

BERNADETTE SOUBIROUS: Non è mai pago dell’immagine che c’è. Ne fa sempre qualcosa.

IO: E crea immagini a partire dalle immagini che ci sono già. Lui prende sempre riproduzioni, o stampe, immagini tipografiche. Prende immagini che hanno già travalicato sé stesse, che si sono già sfondate oltre sé stesse duplicandosi, moltiplicandosi. E a volte le duplica lui stesso, ripassandole a penna, facendone dei calchi disegnati, ripercorrendone i contorni con file di forellini su fogli che le lasciano trapelare, in trasparenza…

BERNADETTE SOUBIROUS: Va al di là dell’immagine che gli accade, ne fa sempre qualcosa. La agisce. Certe volte la umilia affettuosamente. Usa i supporti delle immagini, con sovrana sprezzatura. Crea dei volumi, quasi delle statue con i supporti che hanno patito l’imprimitura tipografica o fotografica di un’immagine.

IO: Ha piegato e ripiegato fogli di calendario, ha plissettato giornali e lastre di radiografie…

BERNADETTE SOUBIROUS: Non rispetta l’immagine come ultima incarnazione di se stessa. La rende ulteriore a se stessa.

IO: L’immagine è inquieta, nelle sue mani. Non trova riposo. Solitamente, quando un’immagine arriva a posarsi su qualcosa, essa si riposa. Trova la sua definitività. Si placa in un posto che la ospita e che dovrebbe servire soltanto alla contemplazione.

BERNADETTE SOUBIROUS: E invece lui la trasforma in gesto. La agisce. La elabora. Volumetricamente, o anche solo con interventi, correzioni, aggiunte, sottrazioni.

IO: Gli piacciono anche le immagini che fanno delle cose, che diventano cose utilizzabili, oggetti d’uso. Le cartoline. Le copertine dei libri. Immagini che sono capitate solo per caso in una superficie, ma che presto se ne andranno da qualche altra parte.

BERNADETTE SOUBIROUS: Le immagini traslocano. Sgomberano, sono lì per un po’, ma il loro posto è nessun luogo.

IO: Manometterne il supporto è compiere un sacrilegio, secondo te?

BERNADETTE SOUBIROUS: Ma no. Il supporto è un fratello dell’artista, perché tutti e due hanno patito l’immagine, ne sono stati impressi. Vale la pena lavorare solo con supporti ricoperti da immagini, supporti che hanno conosciuto che cos’è un’immagine: un foglio che ha ricevuto il sigillo dell’immagine, la sua imprimitura tipografica, il tatuaggio fotografico sulla pelle, l’ustione, lo stigma…

IO: Non è possibile lavorare con nessuna altra materia che non abbia conosciuto sulla propria pelle che cos’è un’immagine.

BERNADETTE SOUBIROUS: Ma lavorare con carte e superfici ricoperte da immagini è anche compiere un atto d’ironia sul supporto, sulla carta, sulla pagina, sul cartoncino che ha retto provvisoriamente l’immagine. Significa dichiarare che quel supporto non vale nulla, e contemporaneamente conta molto, può deformare l’immagine, può essere manipolato nella sua sostanza effimera. Ma l’immagine è eterna.

IO: Però lui la varia. Sembra che voglia verificare le condizioni di accadimento delle immagini. I mezzi con cui si incarnano.

BERNADETTE SOUBIROUS: Sono così fragili, i supporti delle immagini! Perciò anche le opere di Stefano Arienti sono tutte così fragili. Sono una riflessione sulla fragilità, la fragilità dei supporti e delle immagini stesse. La possente delicatezza delle immagini. Chi ha piegato quelle pagine, chi ha plissettato quelle superfici? L’artista o l’immagine stessa? È stato qualcuno a ridurre le cose in quel modo, o si tratta di un patimento fisico, una reazione quasi allergica della carta che si è modellata autonomamente? È stato il gravame dell’immagine, il suo fardello impossibile da reggere, che ha deformato quei fragili supporti?
corda di giornali.jpg
IO: Le sue opere sono anche una ricerca delle possibilità alternative di manifestazione che le immagini avrebbero potuto avere. Stefano Arienti cambia i connotati a Marilyn, la rende ancora più splendente. Ridisegna Anna Magnani, Albert Einstein, i classici dell’arte rinascimentale, le coppie anonime di amanti…

BERNADETTE SOUBIROUS: Perché anche l’inchiostro tipografico che trattiene le immagini è fragile, è debole, è un loro umile servo. È soltanto materia, è uno strato sottilissimo di molecole che può essere spazzato via da un colpetto di gomma da cancellare, quelle che ogni scolaro può impugnare, uno strumento da pochi centesimi.

IO: Uno scolaro giovane com’eri tu quando hai visto l’immagine.

BERNADETTE SOUBIROUS: Io non l’ho modificata. L’ho contemplata. Sono rimasta ad ascoltare. E l’immagine mi ha parlato.

IO: “Io sono l’immacolata concezione“, ti ha detto l’immagine.

BERNADETTE SOUBIROUS: “Que soy era Immaculada Councepciou“, ha detto.

IO: Sai, Bernadette, a noi una cosa del genere non è mai accaduta.

BERNADETTE SOUBIROUS: A me è accaduto indegnamente. Ero l’ultima delle pastore del mio paese. Se l’immagine ha scelto me, è perché ero la più ignorante. Se ne avesse trovata una più ignorante, avrebbe scelto lei. Le parole che ho ascoltato erano più grandi di me. Non le capivo nemmeno. All’inizio i preti e i poliziotti non mi volevano credere. Ma proprio perché non potevo averle inventate io, quelle parole, alla fine mi hanno creduta.

IO: L’immagine è l’immacolata concezione?

BERNADETTE SOUBIROUS: Questo è ciò che ha detto l’immagine di sé. Io non so ancora che cosa questo voglia dire.

IO: Bernadette, a noi sono successe tante immagini. Ne accadono troppe, in continuazione. Dicono di sé tutto e il contrario di tutto. Si manifestano ovunque, nei luoghi sacri e profani, nelle strade, sugli schermi, sulle superfici di carta, nei sotterranei…

BERNADETTE SOUBIROUS: Di questo non devi avere timore. A me l’immagine è apparsa in un luogo sordido. Una grotta sporca, rifugio di maiali, ingombra di ossa e pezzi di legno, una discarica di immondizie.

IO: Dobbiamo ancora vedere l’immagine che conta. Molte immagini ci accadono, e una si sostituisce all’altra. Nessuna di esse è definitiva.

BERNADETTE SOUBIROUS: Forse per questo Stefano Arienti le modifica, ne fa qualcos’altro. Le libera dal loro statuto di immagini e le rende materiale da costruzione per oggetti, monili, cose utilizzabili e inutilizzabili, per altre immagini, incessantemente…

IO: Ogni immagine che gli appare, lui la rende qualcos’altro.

BERNADETTE SOUBIROUS: Cerca l’immacolata concezione dell’immagine. Cancella le parole dei libri illustrati, libera le immagini dalle didascalie, le depura, le rende assolute, senza le macchie delle maculate concezioni progettuali che le spiegano…

IO: Dobbiamo credere alle immagini, Bernadette?

BERNADETTE SOUBIROUS: Io ho creduto a quella che ho visto. Senza capire quello che mi diceva. Mi sono immobilizzata e ho guardato.

IO: E che cosa hai fatto?

BERNADETTE SOUBIROUS: Ho ascoltato. E una volta ho fatto ciò che mi diceva.

IO: Che cosa ti ha chiesto di fare?

BERNADETTE SOUBIROUS: “Andate a bere alla fontana e a lavarvi. Mangerete di quell’erba che c’è là”, mi ha ordinato.

IO: E tu?

BERNADETTE SOUBIROUS: Ho strisciato in ginocchio dentro la grotta, ho baciato la terra, ho scavato con le mani, mi sono lavata con il fango, ho bevuto acqua torbida. Ho mangiato le erbacce. La folla che era venuta a guardare si è scandalizzata quando mi ha vista uscire tutta sporca di fango in volto.

IO: Dunque anche tu hai fatto qualche cosa!

BERNADETTE SOUBIROUS: Ma non con l’immagine. Con le cose cieche, dentro la grotta. L’immagine non l’ho mai toccata.

IO: Di che cosa era fatta?

BERNADETTE SOUBIROUS: Di luce.

IO: Che cosa hai visto?

BERNADETTE SOUBIROUS: Vedevo una luce sfolgorante, ma una luce come non ce ne sono, sulla terra, nemmeno quella del sole. Al centro di questa luce vedevo un volto meraviglioso, ma come non ce ne sono su questa terra.

IO: Più bello della Marilyn splendente di Stefano Arienti?

BERNADETTE SOUBIROUS: Di più. Era corporale e non lo era. Udivo una voce meravigliosa e guardavo senza rendermi conto di tutto ciò. Mi trovavo bene là e, quando finiva, la mia vista restava oscurata, come quando si entra in una stanza dopo aver fissato a lungo il sole. Il volto di donna che io vedevo, non assomigliava a niente di tutto quello che hanno riprodotto.

IO: L’hai vista diciotto volte in tutto, in sei mesi, poi basta. Non ti è mancata, dopo?

BERNADETTE SOUBIROUS: Dopo aver visto l’immagine non si ama più la terra. È così bella che, quando la si è vista una volta, si ha fretta di morire per rivederla.

IO: Perché le immagini pretendono da noi così tanto? Dove si trova la quiete delle immagini? Perché le immagini oggi sono così inquiete? Perché non sono mai soddisfatte di stare dove stanno, e si propagano, si moltiplicano, appaiono ovunque? Che cosa vogliono da noi?

BERNADETTE SOUBIROUS: Ma voi alcune immagini le avete congelate, le avete fatte riposare una volta per tutte, le avete rese intangibili nella loro forma definitiva: nei musei.

IO: Ma anche quelle immagini sono inquiete, sono le più inquiete di tutte! Maculate da interpretazioni, commenti, spiegazioni, traslocano nelle riproduzioni, scappano via da se stesse, si incarnano in mille forme diverse, si moltiplicano.

BERNADETTE SOUBIROUS: Voi venerate le immagini. Tutte. Dalla prima all’ultima.

IO: Stefano Arienti è un iconoclasta?

BERNADETTE SOUBIROUS: Al contrario. Nella vostra povera epoca dove l’immagine appare in mille luoghi, è l’unico artista che ha trovato il modo di vivere attivamente il culto delle immagini. Oltrepassandole.

IO: Bernadette, che cosa dobbiamo fare?

BERNADETTE SOUBIROUS: Non lo so. Per ora guardami. Ce la fai? Hai questo coraggio?

IO: E tu che cosa farai nel frattempo?

BERNADETTE SOUBIROUS: Ti guarderò.

IO: Mi imbarazzerò moltissimo. Ma basta dedicare alle immagini uno sguardo? Non è necessario farne qualcosa? Dedicare loro un gesto, un tocco, un’azione?

BERNADETTE SOUBIROUS: Vade retro, seduttore da strapazzo! Tu vuoi abusare di me. Io sono casta.

IO: Non dire così. Non mi permetterei mai. Chissà, forse Stefano Arienti potrebbe intervenire sul tuo ritratto fotografico, quello dove guardi negli occhi l’obiettivo, lui sì potrebbe fare qualcosa sul tuo ritratto, sull’immagine che ha visto l’immagine.

BERNADETTE SOUBIROUS: Fatti guardare un poco anche tu.

IO: Ma io non sono l’immacolata concezione. Sono torbido e corrotto. La mia immagine è sfocata. Sono una falena polverosa, dal frullo molesto. Non devo essere piacevole da guardare.

BERNADETTE SOUBIROUS: Ti faccio male se ti fisso negli occhi?

IO: Non riesco a sostenere il tuo sguardo.

BERNADETTE SOUBIROUS: Non avere paura. Resta qui ancora un po’. E impara a guardare e a lasciarti guardare. Impara ad accadere senza accadere. Impara a farti accadere senza far accadere.

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