FAR NULLA

12 dicembre 2004
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ARRABAL1.jpg Di Andrea Inglese

Finalmente, di nuovo, anch’io, ho un mestiere. Sono pagato per fare qualcosa. Dopo anni di Sussidio di Disponibilità. Anni passati in uffici dell’amministrazione pubblica, a compilare moduli, a telefonare ad ore precise a signorine precise. Anni a sottoscrivere la mia piena, incondizionata, disponibilità a gettarmi sul più astruso e sordido dei lavori, anche se limitato ad una sola settimana, ad un mezzo pomeriggio, ad un paio d’ore notturne. Ho vissuto come la guardia medica, come il pompiere, come la sentinella di guerra, dormendo con un occhio aperto, pronto ad entrare in azione, a provare sul campo la mia disponibilità. Ma non c’è mai stata occasione, non c’è mai stato lavoro, neppure di lavacessi e per qualche ora soltanto, da espletare. Nulla.

Sono stato pagato con un sussidio dello stato in qualità di lavoratore possibile, eventuale. Nell’etere virtuale ho accumulato per anni la mia forza lavoro, mentre sul pianeta reale correvo di ufficio in ufficio, di modulo in modulo, passato al vaglio settimanalmente da signorine pignole. Ora tutto questo è finito, grazie alla riforma. Faccio parte del progetto pilota. Mi hanno restituito un mestiere effettivo. Approssimativamente, sono stipendiato per fare niente. Ma lo dico male, è una faccenda più sottile. La signorina lo sa spiegare bene. Bisogna produrre non lavoro, affinché ci possa essere lavoro per tutti. Fine della disoccupazione e della disponibilità. I lavacessi comunque non mancano, ma non hanno diplomi e parlano male la nostra lingua. Noi diplomati non possiamo, per legge, rubare un cesso ad un lavacesso. Si presume che noi si possa fare meglio. Siamo costati all’istruzione pubblica. Da noi esigono prestazioni sofisticate.

Dunque, il progetto pilota. Io lo chiamo fare niente, che non è per nulla riposante. Su questo la signorina è stata chiara. Ma lei lo chiama in modo diverso, e sopratutto devo fornire prove di questo fare niente. Guai se mi scoprono a lavare un cesso, a tagliare un panino o a spostare una cassa. Simone al quarto anno di Sussidio di Disponibilità è stato pizzicato mentre stirava camicie e pantaloni clandestinamente, a casa sua. Sprecava illegalmente porzioni della sua forza lavoro virtuale, per un lavoro nero. Ha dovuto rendere i quattro anni di sussidio, cioè è finito in carcere. « Così saremo certi, signor Simone Stazzi, che lei non potrà lavorare ! », gli ha detto il giudice, dopo aver letto la sentenza.

La riforma migliorerà le cose. La storia procede a piccoli passi. Prima il vergognoso statuto di disoccupato, poi il lavoratore potenziale, infine il lavoratore diversamente occupato, ossia il facente nulla. Che non è un fare semplice : questo l’ho ben capito. E sempre per quella faccenda delle prove. « Dunque mi pagate perché io non lavori, e me ne stia a casa con le mani in mano », ho detto io. « Non proprio, signor Magneto, o meglio… La paghiamo sì perché lei non lavori, ma non lavorare non è un mestiere semplice, ed esige una specializzazione. Questa è la vera novità del nostro progetto pilota. Noi l’aiuteremo in questo difficile compito. » Io credevo che fosse facile e dolce il far niente. Ingenuo che sono. È tremendamente complicato. Ha però un gran vantaggio sul fare potenziale : si può dormire, a fine giornata, senza riserve. Dopo tanto nulla di fatto, nessuno ha più il diritto d’interferire nel nostro riposo.

Il mio far niente consiste nell’ascoltare. Così mi è stato detto. « Non gli uccellini signor Magneto, né i vaghi e sovrapposti rumori della strada. Di questi suoni, lei non potrebbe render conto a noi. Ciò su cui si deve concentrare sono le parole, il discorso umano, la chiacchiera dei passanti. » Non fraintendete, anch’io ci ho messo del tempo a capire. Non faccio la spia. Il mio ascoltare non è finalizzato alla delazione, all’inchiesta, alla raccolta dati, tutt’altro, il mio è un ascolto perfettamente non finalizzato. Io ascolto per ascoltare. Per non far nient’altro della mia giornata. Ma devo renderne conto. Ho un blocco di fogli bianchi e una biro, forniti dal comune. A fine giornata faccio un rapporto di quanto ho ascoltato, o meglio, di quanto mi ricordo di aver ascoltato. Otto pagine è il minimo, venti il massimo. Questi cosiddetti rapporti sono assolutamente coperti dalla legge sulla privacy. Al di fuori degli impiegati dell’Istituto per una Diversa Occupazione, nessuno può avere accesso ad essi. Non solo, ma passato un mese, ogni rapporto viene distrutto. Incenerito. Non ne resta traccia.

Ascoltare e rammemorare, non è il problema. Io cammino, e tendo l’orecchio. Fermo sul marciapiede, in attesa di attraversare con altri pedoni, tendo l’orecchio. Al bancone del bar, tendo l’orecchio. In coda al supermercato, tendo l’orecchio. Le occasioni per ascoltare le ciance della gente sono mille, in una metropoli. Il difficile è decifrare. E già, perché la gente parla, parla, ma non sa cosa dice. E spesso non sa neppure con chi parla. Avete mai realizzato quante tipologie di locutori liberi, non conformi a nulla, anarcoidi, gironzolino per una grande città ? Certo, consideriamo i locutori sobri, lucidi, che hanno qualcosa da dire a qualcuno di preciso. « Buongiorno signora, un mezzo pane di segale, per favore. » « Non ho il resto, vada a farsi cambiare il suo biglietto da qualche parte. » Ecco un esempio di cordiale e rassicurante dialogo urbano. (Ne ho riempiti di fogli con queste frasi !)

Effettivamente scambi verbali di questo tipo, anodini e inoffensivi, se ne registrano molti. Poi, però, ho cominciato ad ascoltare altro: l’inaudito e clandestino vociferare. Il sordo, immemorabile vociferare. Alludo ai soliloqui spezzati, quelle emissioni verbali inattese, che ombre in fuga lasciano cadere nel parapiglia degli autobus o dei grandi magazzini. Quelle sentenze oscure, che tipi dai pantaloni sbrindellati vi sussurrano appena girate l’angolo. O che vecchie dall’aspetto bonario sibilano tra i denti, mentre scendono dal vagone della metro. O che bambini malformati vi urlano in faccia, sollevando la testolina dal recinto di sabbia, nel quale stavano scavando.

Ho cominciato a percepire sotto la familiare litania secca e nervosa dei dialoghi urbani, una corrente di fondo, oceanica, prodotta da una moltitudine di predicatori clandestini. Questi camminanti del fondale, che si trascinano di panchina in panchina, di stazione in stazione, mormorano il grande, universale, danno dell’amore. Il sincretismo delle loro lingue è osceno: dialetti cinesi s’intrecciano all’argot parigino, maledizioni in swahili trascinano con sé bestemmie fiorentine. Il gorgogliare delle lingue minori è insonne. Le bocche sono sdentate o tremanti, impastate o tumefatte, ma sempre si fa strada in esse un suono più limpido degli altri, un brano cristallino, dove una donna parte per sempre o un amante muore all’improvviso. E poiché gli occhi non sanno più piangere, le bocche masticano di continuo flussi di maledizioni e rimpianti. Io ne sono divenuto il miglior stenografo. Ma il mio far nulla si è fatto di colpo fitto di lavoro.

Non dormo praticamente quasi più. Alla mattina, sono in strada molto presto, a caccia dei primi brani. Prendo appunti, ma attraverso una mia simboleggiatura personale, capace di ridurre prolungate imprecazioni a pochi segni grafici. Durante la giornata, faccio alcune pause, per ritenere a mente i passaggi più tortuosi e sibillini. Verso sera mi precipito a casa, per il lavoro più massacrante: la stesura di quanto raccolto durante la giornata. Le dieci pagine del rapporto destinato all’Istituto per una Diversa Occupazione le completo subito e le mando via fax a chi di dovere. E sono con la coscienza a posto. Ma poi mi rimane il lavoro più appassionante e segreto: la “filologia del delirio”. Eccomi tutta notte chinato su dei messaggi provenienti da solitudini siderali, da uomini e donne, vecchi e bambini, posti a margine da ogni sistema di normale, civile, comunicazione. Come un artigiano incollo ed incastro, ad uno ad uno, i relitti verbali di tante vite naufragate, nella ricerca di una lineare ed intelligibile epopea. Ma prima o poi mi fermo, esausto. Il bandolo s’è perso, il nesso spezzato, i personaggi non confluiscono verso una vicenda totale ed accogliente. E bisogna ricominciare da capo.

Questo mio far nulla è diventato una vera schiavitù. In casa, i miei resoconti clandestini si ammucchiano minacciosamente lungo i muri, nei vani, sotto il letto. Per ora all’Istituto non sospettano di niente. Se sapessero quanto lavoro faccio, violando il nostro patto! Io però continuo. E continuerò finché non mi scopriranno. Ho le mie frasi che mi aspettano. Stasera comincerò da questa: “La mia sedia a sdraio è morta”. L’ha pronunciata oggi un signore, tenendo aperta la porta ad una mamma, che entrava dal lattaio con la carrozzina.

SUD, n° 3, periodico di cultura, arte e letteratura, LIBRERIA DANTE & DECARTES, Napoli (distribuzione: librerie Feltrinelli)

(immagine di F. Arrabal, per “Sud”)

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