Il gran teatro del mondo

12 dicembre 2004
Pubblicato da

ARRABAL2.jpg di Fernando Arrabal
(traduzione di Lidia Verde)

Cervantes mostra la gabbia della violenza in cui rinchiudono con gusto il giusto. Così figura nella pittura a olio El Gran Teatro del Mundo. Al cospetto dell’intolleranza il talento e l’ingegno dell’autore del Quijote sono stati all’altezza della sua opera e simbolicamente del suo cuore. Che incoraggiamento per i giusti di oggi! Che lezione per i cloni senzacuore del tiro al cuore!

Calderón de la Barca porta nella mano destra l’uovo dell’universo come se fosse simbolicamente il suo cuore con il guscio trafitto dal dolore della violenza. Il quadro e l’auto sacramental non sono frutto dei sogni – «que los sueños sueños son» – di «magicos prodigiosos», o di «príncipes constantes» contro il «mayor monstruo del mundo».

Sofocle porta nella mano destra una lampada ad olio. La luce della sua opera drammatica – quella dei sette soli – annuncia lo splendore del mito teatrale del nuovo millennio. Oggi il riflusso del pensiero di Nietszche illumina la poesia, la scienza, l’opera e la filosofia. Gli eredi dei pistoleri di principî del XX secolo ancora cercano di spegnerlo del tutto e di spingerci nelle tenebre. Per quale aberrazione si è potuto applaudire un giorno, e senza neanche avere le mani insanguinate, a quanti misero in atto il matarás? Per quale eclissi dell’intelligenza i carnefici continuano a comparire in certi manuali di Storia come «corderos de la justicia», «combatientes por el pueblo» o «mártires voluntarios de la fe»? Per quale sconnessione mentale continuano ad annoverare tra le gesta più nobili quei crimini di ignobili pasionarie, come la cariata Carità che mise nelle mani del suo stesso figlio il piccone perché assassinasse con una picconata nel cervello?

Racine ha, nel quadro, il mantice dei suoi «cantici spirituali» dei suoi «inni del cuore». Ci ripete che basta una scintilla di virtù per infiammare l’intelligenza, la bellezza e l’amore. Di Fedra, di Berenice o di Ester. Ma anche che è sufficiente una brace di stolidità per scatenare l’incendio dell’odio, della cecità e del terrore.

Pirandello porta in grembo, nel quadro, una clessidra. Il congegno scandisce il ritmo dell’andare e venire: dell’eterno ritorno. Diligenza dell’intelligenza che cercano di impantanare i presunti architetti degli «avveniri luminosi». Futuri che sistematicamente, come quelli stalinisti e hitleriani, portarono solo torti e morti. Come disse Pirandello così è «se vi pare». Il nostro collega Sofocle chiamò il mito finito dell’utopia «chimera». Uccellaccio di mala sorte e peggior morte. Con artigli di bestiaccia e coda di vipera che si attorciglia nelle insegne di carnefici e macellai. Terribile arpia che non ha smesso di caricarsidi abiezioni e di incaricare crimini; in nome di un mondo migliore, dell’uomo nuovo.

Shakespeare, nel quadro, porta nella mano destra una cartella con le lettere anonime, gli ‘emilio’ e le copie trascritte delle telefonate che ricevono i giusti. Questi messaggi anonimi che, favoriti da anonimi sicari senza messaggio né cuore, cercano di mettere paura. Ma il drammaturgo di Strafford annunciò la rinascita: «All’s well that ends well».

Beckett, che nel quadro vola per il firmamento, aspetta Godot incarnato nello Spirito Santo. Con il suo arrivo il «finale di partita» si concluderà con il ciclo infernale di «tutti quelli che cadono». Noi undici del quadro speriamo che l’aspirazione del cuore alla santità freni l’aspirazione all’orrore.
O’Neill nel quadro suona lo strumento dei suoi avi, per dar convegno all’armonia. Perché tutte le scimmie pelose la smettano di portare lutto a tutte le elettre. Il dono della lingua, la musica; la glossolalia! È la maniera di comunicare con gli altri, con i nazionalisti senza frontiera e le fraternità senza caini.
Il «drammaturgo ancora sconosciuto» ha le gambe nude, il corpo di pesce e il cuore colmo di speranza. Si è appena salvato dalla tempesta e impara a respirare fuori dall’abisso. Respira con un sollievo tale che insegna arespirare anche a noi, che credevamo di saperlo già fare.

Goethe tanto decorato dai migliori (il suo cuore è circondato di medaglie) come condannato dai più, nel quadro, sa di «affinità elettive». La sua teoria dei colori e la metamorfosi delle piante ci insegnano che in vece di radici marcite possiamo entrare e uscire con piede sicuro. Gli dei infiniti di Goethe danno tutto il proprio cuore ai loro favoriti. Come i diavoli del terrore somministrano, tutti, il male ai loro seguaci. Goethe rinnova la volontà di conquistare la libertà dell’amore contro la fatalità dell’orrore.

Nel quadro il modello che il drammaturgo scrive e descrive è la Torre di Babele: «Ascolta Patria la mia afflizione»! Ma la Torre di Babele è anche l’elemento principale del paesaggio.

da SUD, n° 3, periodico di cultura, arte e letteratura, LIBRERIA DANTE & DECARTES, Napoli (distribuzione: librerie Feltrinelli)

(immagine: olio di F. Arrabal)

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