da “SUD” n°3: Il mestiere dei soldi

15 dicembre 2004
Pubblicato da

di Roberto Saviano

salgado2.jpg

Ma che mestiere è questo? Non è un mestiere! È una follia, un crimine, un delirio.

Mio cugino mi fissava come per invogliarmi a dare qualche risposta. Sensata. O quantomeno sperava volessi smentire quello che gli avevo detto qualche minuto prima. Io continuavo a tenere serrate le labbra.

Non puoi dire davvero. Ma cosa fai? Ma tu sei un laureato puoi fare di tutto, ma veramente hai fatto questa richiesta? Ma tu ci rovini? E poi non potevi prima chiedermi una mano? Magari potevamo sempre rivolgerci a loro ma almeno in modo differente… qualche favore… ma non proprio così…

Ormai avevo deciso. Ero stanco di lavorare otto ore al giorno a duecentocinquanta euro al mese per la Fondazione Premio Bacoli, a telefonare tutto il giorno a scrittori che si degnavano di venire solo se in cambio gli si dava qualcosa, dieci euro, una moneta, una festa, una mozzarella oppure star lì ad organizzare un convegno sulla ‘Socialità mediatica del sud’ a cui partecipavano soltanto pensionati addormentati e professoresse annoiate. Avevo deciso di notte. Ero sobrio, nervoso come sempre ma abbastanza tranquillo. Ero convinto: mi metto a fare il camorrista. Massì. M’ammazzano, meglio così. Non più mia madre che m’obbliga a inviare curriculum alle aziende, non più mio fratello che si lamenta che gli tolgo il danaro dalle tasche. Eroandato a corso Umberto, a Casale. Mi ero presentato da Rafilotto. Mi conosce da sempre, conosce mio padre, conosce tutti e gli ho chiesto di affiliarmi.

Non voglio finire a fare il ragioniere. Voglio iniziare da dove iniziano tutti. Come tutti!

Rafilotto non sapeva cosa dirmi. Fece portare dalla moglie un limoncello, prima ci fece versare due bicchieri, poi chiese l’intera bottiglia. Ero un ragazzo del paese, avevo buoni titoli non poteva dirmi di no, non poteva negarmi l’affiliazione ma non poteva neanche a cuor leggero farmi entrare nei ranghi militari.

Allora, guagliò, dico subito che se ti prendo inizi a dare una mano. Mi accompagni in giro, fai delle commissioni, poi crescendo puoi andare in giro a controllare i camion, vedere se sono quelli nostri, insomma puoi fare lo specchiettista. Poi se ti piace puoi diventare mio autista e dopo vabbè… dopo puoi diventare se sei fedele e capace capoterritorio, capozona… poi si vedrà. Ma bisogna faticare assai. Non ti pensare di non far niente…

Rafilotto iniziò a snocciolarmi l’intero organigramma del clan con stipendi e mansioni. Uno specchiettista prende seicento euro al mese e deve continuamente controllare in auto o in moto le strade, avvertire della presenza delle volanti, di nemici, di infiltrati. Un autista ne prende ottocento e sta sempre dietro al boss, una sorta di guardia del corpo. Gli spacciatori ormai non li affiliano più. Vengono assoldati a cottimo senza entrare nei clan e sono gestiti da un capoterritorio che prende ottocento euro al mese e se qualche spacciatore sgarra, non paga, non lavora, parla con i carabinieri, è lui che deve punirlo e deve decidere che tipo di punizione infliggere, una mazziata o la morte. Il capoterritorio è un mestiere davvero di merda. Un affiliato stabile capace di ‘portare imbasciate’, discutere sul racket, imporre i fornitori, insomma organizzare il potere economico ma anche capace di uccidere prende un salario fisso di mille euro. Per ogni omicidio un camorrista riceve oltre il suo stipendio un indennizzo di circa 2.500 euro. Se l’omicidio mette a rischio la sua persona ovvero polizia e carabinieri potrebbero averlo individuato, cosa rara, il clan lo manda all’estero o al nord Italia per circa un mese. Per farlo stare tranquillo.

I prezzi mi sembravano da fame. Ero vissuto nell’idiota certezza che quello della camorra fosse un mondo dal danaro infinito, dai ponti d’oro e macchine di lusso. Non mi sbagliavo a quanto vedevo però i soldati della camorra lavoravano mediamente dieci, dodici ore al giorno per uno stipendio che potevano raggiungere lavorando come uscieri in qualsiasi banca di Milano. Rimasi esterrefatto. Rafilotto continuava:

A Napoli è pure peggio. Lì affiliano i ragazzini, quelli di dodici anni, e gli danno trecento euro. Così hanno tutte le zone coperte e non spendono niente!

Ci demmo una stretta di mano, promisi che mi sarei fatto vedere, il boss era contento di avermi in qualche modo assunto anche se non si spiegava perché non avevo fatto come tutti i laureati… rivolgermi agli imprenditori, ai politici, agli avvocati del clan per lavorare in azienda negli uffici, nelle sedi politiche. Non volevo.

Mio cugino, laureato in Scienze Politiche, lui sì che era stato furbo. Lavorava con Dante Passarello il magnate dello zucchero meridionale. Era stato assunto come tutti in paese. Era felice del lavoro che faceva. Qualche giorno fa mentre passeggiavo mi chiama sul cellulare e mi dice: «Robbè Passarello è morto».

Il magnate a cui la DIA aveva sequestrato oltre duecento milioni di euro era caduto dalla terrazza di casa sua. Qualcuno dice spinto da una conosciutissima mano anonima. Qualcun’altro parla di fatalità. Ai funerali non volli mancare. La chiesa era gremita, le strade tracimavano di teste. All’entrata della chiesa di San Nicola sulla destra c’erano Rafilotto, Nas’e cane, Ciccio, Biondano, Caturiello, sommare i loro omicidi avrebbe significato tirare giù un bollettino di guerra. Avevano una bella auto certo. Una casa confortevole. Stipendi tra i mille e i duemila euro. Qualcuno già era sceso a seicento e aveva venduto la casa vivendo in affitto. Avevano decine di anni di carcere sulle spalle e qualcuno venendo al funerale sapeva di esporsi a un arresto. Sull’entrata sinistra della chiesa però, dall’altra parte, c’erano gli avvocati, i politici, gli imprenditori. Baldovino avvocato dei casalesi prendeva oltre quaranta milioni di euro l’anno per organizzare l’equipe che difende il clan. C’era Petrarco Berretto, il costruttore che grazie alla camorra aveva costruito mezzo litorale domizio ed ora costruiva palazzi a Caserta. E poi Nicola Lomericano il politico e imprenditore che riceveva dai clan migliaia di voti capaci di farlo assurgere a parlamentare ed a dirigente del suo partito. Nessuno aveva mai fatto un giorno di carcere, in nessun documento ci si rivolgeva a loro come criminali. Fissai le due parti per lungo tempo. Entrai in chiesa. Lì sui primi scranni mio cugino piangeva e con lui Mirko il mio compagno di banco al liceo ed anche la sua ragazza Simona di Comunione e Liberazione, e mio padre. Tutti dipendenti del magnate defunto. Eggià il mestiere dei soldi non l’ho capito e credo non l’abbiano capito neanche i soldati della camorra. Meglio andare. Alla stazione di Albanova c’era l’ultimo treno per Aversa. Da lì qualcuno che va lontano ci sarà.

Da SUD. Rivista di cultura, arte e letteratura, n°. 3, dicembre 2004. LIBRERIA DANTE & DECARTES, Napoli (distribuzione: librerie Feltrinelli)

Tag: , ,



indiani