La menzogna di Manganelli

31 dicembre 2004
Pubblicato da

di Giuseppe Montesano

Manganelli.jpg Diamo, per cominciare, la parola a lui, al maestro di cerimonia, l’uomo malinconicamente pingue e in bretelle di certe fotografie, l’ometto quasi chapliniano con i baffetti e lo sguardo appuntito dietro le lenti rotonde, l’autore di La letteratura come menzogna appena ristampato dall’Adelphi, e sentiamo cosa borbotta al nostro orecchio, ossessivo e categorico, lo scrittore Giorgio Manganelli: “Non v’è dubbio: la letteratura è cinica. Non v’è lascivia che non le si addica, non sentimento ignobile, odio, rancore, sadismo che non la rallegri…” Ma se è così, cosa se ne farà o ne penserà la gente normale? Ecco: “Assai antica è l’ira dei dabbene per la letteratura. Da secoli viene accusata di frode, di corruzione, di empietà. O è inutile o è velenosa…

E la reazione dello scrittore, allora, sarà di diventare “buono” per farsi accettare dalla tribù? Al contrario: “Non v’è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima. Diserzione da che? Da ogni ubbidienza solidale, ogni assenso alla propria e altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento. Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile…” E infine, a caso, ancora qualche stralcio da questa sorta di breviario diabolico per l’aspirante manipolatore di parole chiamato scrittore: “Egli sa fare perfettamente solo ciò che non conosce… Obiettivo costante delle invenzioni retoriche è sempre il conseguimento di una irriducibile ambiguità… Il destino dello scrittore è lavorare con sempre maggiore coscienza su di un testo sempre più estraneo al senso… L’opera letteraria è un artificio… E’ uno scandalo inesauribile…” Da quale luogo proveniva quarant’anni fa e risuona ancora oggi questa voce pronta a sgusciare via dalle categorie conoscitive, dai tabù sociali, dalle dande politiche?

In nome della letteratura Manganelli si sottraeva a qualsiasi illuminismo o spirito pedagogico, e proclamava la letteratura come essa in realtà, e coscientemente, già era almeno a partire dall’esplosione del Romanticismo: l’irruzione in arte dell’inconscio e persino dell’incosciente attraverso le intercambiabili e infinite mascherate del linguaggio. E fu dentro la caverna dei segni linguistici che Manganelli si acquattò, a scavare e manipolare verbi e aggettivi e figure retoriche con apparente ilarità, ma ben conscio di sguazzare in un luogo tra demenziale e sacrilego, e di compiere in quel buio illuminato qualcosa di magico ma anche di osceno, lacerato tra l’illusione fascinosa di risalire con le parole ad un qualche caldo nucleo originario perduto e il terrore di scoprire nel ribollire di incantesimi linguistici che la letteratura accumula di non aver afferrato altro che il flatus vocis del mondo: e dove è finito allora il mondo reale? La scoperta drammatica che realtà e mondo sono scomparsi mentre si giocava con il linguaggio, è la punizione che colpisce tutti gli impiegatucci dell’estetismo, lasciandoli con un filo di bava che gli cola dalla bocca a infilare perline sonore o a biascicare sul sesso degli angeli mentre il mondo brucia e il sangue imbratta tutti i segni: ma Manganelli sapeva bene la miseria degli esteti, e con un gesto provocatorio dichiarò di non essere disposto a collaborare con la realtà come è, sostenendo che essa non fosse né un giudice supremo né un concetto obiettivo, ma al contrario un concetto “molto emotivo, addirittura moralistico”: e questa “realtà” non aveva quindi alcun diritto di imporre il suo ricatto alla scrittura, alla libertà di delirare del linguaggio. Ma da dove nasce la passione per il linguistico sfrenato, per la danza rituale delle frasi, per gli accoppiamenti adulterini tra le parole?

Cosa accade a uno scrittore che si chiude nell’utero della lingua e tenta di diventare una sola cosa con essa? Forse tutti i grandi manipolatori letterari, i facitori di arabeschi fonetici, i geroglificisti ebbri del verbo, sono stati colpiti da una sorta di rivelazione: il mondo è sempre uguale, il progresso e il cambiamento non esistono, la sola forma di verità accessibile agli umani è la morte. Ma se è impossibile cambiare il mondo e bisogna rassegnarsi a raccontarlo, allora che almeno il linguaggio diventi il banchetto sfrenato in cui gli imprigionati nella realtà sognino tra i fumi delle parole la libertà che manca alle azioni: se non posso mutare le cose, dice lo scrittore che come Amleto ha capito ma non agisce, allora muterò i nomi che nominano le cose; se non posso essere un rivoluzionario nella realtà, farò la rivoluzione nel linguaggio che raffigura la realtà; se niente cambia nel congelamento che il potere del destino infligge alla realtà, io accenderò l’inutile fuoco d’artificio di protesta delle parole messe insieme per sorprendere, affascinare, provocare. Non è forse dalla visione tragica che la Storia è un incubo da cui cerca invano di svegliarsi, una sequenza di ingiustizia e orrori che sono stati e sempre saranno, che Joyce ha ricavato l’impulso a fare a pezzi la lingua, a sfasciare l’ordine e a far proliferare le lingue come sola metamorfosi possibile? E non è dall’idea di un mondo staticamente sull’orlo di disastri senza nome, ripetitivo e ottuso, fondato sulla sopraffazione e sull’odio, fissato nell’eterno trionfo della meschinità, che Céline è partito per la sua immersione in una lingua dell’eccesso, del gesto, del disgregamento, formicolante e biologica e vitale quanto più ogni cosa gli pareva invece preda della fissità mortuaria? E Gadda, non sarebbe anche Gadda un esempio di come la cosiddetta sperimentazione linguistica sia paradossalmente associata a una visione pessimista e quindi statica del mondo e della Storia: e quindi, in qualche modo, un precursore o un cugino maggiore di Manganelli? Ma il Gadda sperimentatore di lingue, bandito attraverso le Italie e le loro voci, era ossessionato dall’etico, e legato indissolubilmente alla realtà: disgregata, ingarbugliata, disfatta, pasticciata, stolta, ma sempre là, dura e impenetrabile, e strettamente imparentata con la verità Di qui quel suo silenzio finale di arreso, silenzio che attestava la sconfitta del principio etico di fronte al principio di realtà: se la verità è introvabile, scrivere è un gioco immorale e inutile, e non va praticato. Il silenzio di Gadda non è solo un sintomo della sua psiche alla deriva, ma è la ferita mortale inflitta al ribelle dall’idea di ordine borghese che l’Ingegnere aveva assorbito col latte materno, è la camicia di forza che la società presuntuosamente “morale” tiene in serbo per tutti i suoi transfughi, è la trappola in cui stoicamente Gadda entrò illudendosi di riuscire a sopravviverci dentro: e ci morì strangolato. Ma quella camicia di forza che indica nell’arte un sottogenere della Morale o della Cultura o della Società, Manganelli la rifiutò, dichiarando fin da subito di essere un irresponsabile, non soggetto ai divieti del superio perché eternamente infantile, e non perseguibile dalla legge borghese perché bandito sì ma solo nella contumacia delle parole. Dichiarando la letteratura slegata da ogni oggetto o idea o realtà, dicendo fino alla nausea e forse con un pizzico di astuzia che la letteratura è solo menzogna e lo scrittore un essere inutile, Manganelli si guadagnò una straordinaria libertà di azione, una sorta di licenza da tutti i superiori, la possibilità di dire le cose più estreme come se fossero solo e sempre un gioco.

Ma cosa raccontava Manganelli in questo suo “gioco”? Nello straordinario Hilarotragoedia la fine della teologia eterna e l’inizio di una perpetua teofogna, un non-luogo in cui gli universi coleranno disfatti, un buco nero che trasformerà o trasforma da sempre ogni cosa in “teomerda”; in Centuria metterà in scena lo spettacolo più illusivo di tutti, quello che finge di raccontare “storie” nell’atto di dissolvere la possibilità stessa delle “storie”, sostituendole con i loro fantasmi sintattici; e in Salons, forse il più puro dei suoi libri, farà posto alla totale mancanza di significato del linguaggio, e fingendo di descrivere cose solidissime come gli orologi di Cartier o le rovine di Paestum, lascerà la parola al significante liberato: uno champagne linguistico inebriante pronto a disfare la sua spuma in ideogrammi, in suoni, in cenni. Ma questo virtuosismo che alimenta la letteratura come menzogna di Manganelli è poi davvero così completamente risolto in gioco, in festa del linguaggio? Una furia cupa e astiosa rode molte pagine di Manganelli, riportandolo ossessivamente sempre in alcuni luoghi del delitto, proprio come la febbre di verità fa con l’assassino: ma dove, esattamente? A pezzi e a bocconi sembra svelarsi in Manganelli una potere teocratico che governa il mondo ma colto nel suo momento di decomposizione, il solo governo che possa toccare a un post-mondo sempre in ritardo su se stesso, caoticamente programmato per il delirio, in preda a una malattia che ha in sé dalle origini, l’ingiustizia accettata come destino.

E’ come se Manganelli avesse giocato con le parole fino al punto in cui esse si sono composte in una visione, uno squarcio aperto su un altro mondo, un mondo parallelo al nostro e inquietantemente familiare: un universo bieco, losco, putrido, bolso: il mondo di Hilarotragoedia, di La palude definitiva, di Agli dei ulteriori, di Centuria, di Il presepio e di tutti gli altri libri, un mondo inventato che a tratti svela la mascherata sottocarnevalesca del sogno-incubo che è il mondo reale, quel mondo di ragionieri impazziti, di esami demenziali, di feudalesimi infiniti, di vessazioni umilianti, di melme familiari che ribolle oleoso e sordidio nel calderone di Manganelli. Perché l’esorcismo letterario ha le sue leggi implacabili, e lo stregone Manganelli, l’esperto di fascinazioni stordenti e ipnotiche, per poter praticare la magia linguistica deve aprire le porte del suo inconscio, e nel suo inconscio c’è ancora e ancora la realtà, la realtà mostruosa che è di tutti, la Società tragicamente beffarda dell’invidia reciproca, la Storia stupidamente innamorata dell’eterno ritorno dell’uguale, l’Umanità in ginocchio davanti a fruste mentali e materiali. La letteratura deve mentire perché non ha nessun’altra possibilità per dire che gli spazi della Verità sono stati occupati dalla pubblicità del falso, che il sacro si è rovesciato nel suo contrario e sotto l’ossessione della parola vita un’intera civiltà adora solo la morte.

In Manganelli l’intero edificio ordinato del Cosmo si mostra disfatto, corrotto, malato. Nell’universo degradato di Manganelli anche il Male è degradato, ma per eccesso di presenza: ha rotto gli argini ed è ovunque, e proprio per questo è sfuggente e viscido, osceno mostro degli abissi o vicino di casa è lo stesso.

L’universo che Manganelli finge di raccontare come menzogna per meglio sottrarsi a ogni interdizione, è piagato dall’ingiustizia da cima a fondo: tutti sono ugualmente prigionieri di un disordine radicale, tutti sono vicendevolmente servi e padroni, tutti sono in balia di un potere che adorano. Ed è da questo immenso scavo nel sottosuolo, e da ancora più giù, dal fondo, dal buio, dal non dicibile, che arriva la personale e contorta forma di ribellione contro gli inganni del pensiero occidentale di Manganelli, una voce inquieta, un de profundis senza remissione: non è mai esistito un Ordine che non fosse illusorio; ogni ricerca dell’Origine conduce a fogne e patiboli; solo la letteratura dice la libertà, ma se può dirla è al prezzo di non poterla vivere. E’ per questo che da tutta l’opera di Manganelli si leva una risata soffocata dal pianto, una voce non arresa che si rifiuta di accettare la cosiddetta realtà, un borbottare che non smette di invocare e spergiurare quella liberazione che non riuscirà mai ad avere: o la avrà solo per istanti, a sussulti e tremori e estasi, forse un tempo ancora quelle reali in corpo e anima, oggi solo quelle spurie e minuscole e risibili delle parole, della letteratura: l’ultima forma concessa a un mondo degradato di raccogliere nella sua immondizia menzognera una briciola, un brandello, un pelo, uno sputo, uno scarto di verità? Ma a questa domanda Manganelli tace e sorride, e la letteratura con lui.

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Pubblicato su L’Unità il 26 novembre 2004.
[Ringrazio Pino per avermi dato la possibilità di pubblicare il suo articolo. rs]

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