2. Storie di classe

2 gennaio 2005
Pubblicato da

di Antonio Sparzani

Seconda storia.

L’insegnante della stessa classe, nella scuola Euclide, prima di disegnare il triangolo sulla lavagna, chiede a tutti gli allievi se vedono bene la lavagna. E tutti – se non ci sono particolari problemi di disposizione dei banchi, rispondono di sì. Nessuno ha dubbi su cosa l’insegnante intenda con quella parola lavagna, tanto più che l’insegnante accompagna la domanda con un gesto del braccio, puntato verso una certa tavola nera (supponiamo che si tratti ancora di una sana lastra di ardesia, e non di uno di quegli orrori di plastica bianca, dove si scrive con un triste pennarello nero che ti sporca tutte le mani) sospesa ad un ligneo telaio.

Questo accordo aproblematico e immediato degli allievi avviene nonostante il fatto altrettanto ovvio che sulla retina di ciascuno (insegnante compreso/a) si sia formata un’immagine diversa di quell’oggetto dall’insegnante ostensivamente definito. Non c’è alcuna necessità che gli allievi si consultino, scambino informazioni sulla diversità dell’immagine, pongano domande all’inse-gnante, o altro. Tutti riconoscono immediatamente la lavagna, e la riconosceranno in modo altrettanto naturale se si sposteranno all’interno dell’aula, cambiando così continuamente la propria immagine retinica di essa.

Questa seconda storia ci sussurra che:
1. ogni allievo è completamente abituato al fatto di poter percepire certe serie di immagini retiniche, diverse tra loro, ma che possono essere riferite ad un qualcosa di unico, che viene di conseguenza indicato come ‘lo stesso oggetto’ e cui viene pertanto assegnato lo stesso nome.

2. Insieme con la prima storia, che propone un percorso in qualche modo parallelo, ci invita anche a riflettere che ogni allievo sa, più o meno consciamente, che, se vuole, può assumere lo stesso punto di vista – e avere quindi la stessa immagine retinica – di un altro allievo, pur di mettersi esattamente nel suo stesso posto.

In parole ancora più esplicite, la catena di ragionamenti che descrive questo complesso di situazioni potrebbe essere la seguente: vedo una figura alla lavagna – disegno sul mio quaderno una figura il più possibile simile a quella che vedo – ogni mio compagno fa la stessa cosa – i disegni che fanno i miei compagni mi sembrano tutti diversi, visti da qui – so però che se andassi a mettermi al posto di ognuno dei miei compagni vedrei la loro figura esattamente come vedo qui la mia sul mio banco.

Qual è l’aspetto di complementarità delle due storie? Mentre nel primo caso ognuno, dopo averlo copiato dalla lavagna, vede il proprio triangolo sul proprio banco, un oggetto cioè fisicamente diverso da tutti gli altri, e ognuno ha di tale oggetto la – grossomodo – stessa percezione, nel secondo caso ognuno vede, con percezione diversa, lo stesso oggetto fisico.

Il nome che la fisica dà a quello che qui è il banco dell’allievo – il suo contesto – è sistema di riferimento.

Diceva Hermann Weyl, uno dei più illustri fisici e matematici (di ispirazione – pazienza – un po’ tanto husserliana) del Novecento,: ‘‘Il sistema di coordinate è il residuo inevitabile dell’annullamento dell’Io in quel mondo fisico-geometrico che la ragione estrae sotto la norma dell’‘obiettività’ da ciò che ci è dato – esso costituisce in questa sfera obiettiva un ultimo, povero richiamo al fatto che l’esistere (Dasein) è dato e può essere dato, soltanto come contenuto intenzionale dei vissuti mentali di un puro Io il quale conferisce significato.’’

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Il brontosauro opinava che il verbo brontolare l’avevano inventato per fargli rabbia.
Questa favoletta ne dice: che il permaloso è debole opinante.

[Carlo Emilio Gadda, favola 67 del Primo libro delle favole]

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