Professione: promessa sposa

9 gennaio 2005
Pubblicato da

di Aldo Nove

Herz.gifMaria Giovanna è bella. Ha ventidue anni e una storia di lavori precari e improbabili. Miraggi di lavori. Miraggi di successo che l’hanno spinta da un piccolo paese della Sardegna alla grande metropoli del Nord. Questa è la sua storia.

Dopo il diploma…

Dopo il diploma ho lavorato per un po’ come apprendista parrucchiera. Però non mi pagavano. Dicevano che intanto imparavo il mestiere, e che a diciotto anni non si può pretendere di guadagnare uno stipendio…

E quale sarebbe l’età in cui si può guadagnare?

Non lo so! Dovresti chiederlo a loro. Sicuramente spacciando pasticche si guadagna subito. E non è un mestiere difficile. Ma non mi interessa. Sono rimasta a casa per qualche mese. Aiutavo mia madre a fare le pulizie. Poi un giorno su un giornale femminile ho letto un’inserzione…

Cosa diceva?

A Milano cercavano ragazze di bella presenza per lanciarle nel mondo della moda e della pubblicità. Vantavano di essere la più grande agenzia milanese. Ho risposto all’inserzione mandando anche alcune fotografie.

E cosa è successo?

Mi hanno scritto una lettera dicendo che avevo un volto estremamente interessante e mi hanno fissato un appuntamento, a Milano. Era come un sogno. Dal paesino agli splendori della moda. Avevano scelto proprio me. A Milano ho una zia. Le ho chiesto se poteva ospitarmi per qualche tempo e così sono andata da lei.

Come è stato l’impatto con la metropoli?

Mi sembrava di essere in un videogioco. Tutto velocissimo. All’inizio la vedevo dall’esterno, come fosse un film. Mi sembrava che non ci potessi entrare, che potessi guardarla solo dall’esterno. Mi sentivo sola. In un paese è completamente diverso. Si conoscono tutti. Mia zia comunque è stata molto gentile. Lei abita lì da anni. Mi ha spiegato che anche lei all’inizio si sentiva smarrita. Ma poi con il tempo sono arrivati il lavoro, le amicizie…

Già, il lavoro… Com’è andata con l’agenzia di moda?

Terrificante.

Perché?

Perché era tutto falso!

Cioè?

Sembrava di essere dal dentista. Ma un dentista di lusso. Una vera e propria agenzia, con poster di modelle e modelle dappertutto. Con decine di ragazzi e ragazze da tutta Italia. Molti accompagnati dai genitori. Altri, come me, da soli. Seduti ad attendere il proprio turno. Come dal dentista, appunto. Uno ad uno ci chiamavano per compilare un modulo.

Cosa c’era scritto sul modulo?

Non lo ricordo bene. Però si alludeva al fatto che l’incontro non era in alcun modo impegnativo, e che era mia facoltà lasciare loro i miei dati per tenermi informata su altre iniziative.

Altre iniziative?

Altre opportunità di inserimento nel mondo della moda… Cose di questo genere. Comunque, ho compilato il modulo, l’ho consegnato, e dopo una mezz’ora mi hanno chiamata…

E cosa è successo?

Sono entrata in una stanzina, una signora mi ha fatto un paio di domande, mi ha misurato l’altezza e ha detto che ero troppo bassa per fare la modella. Però…

Però?

Però avrei potuto avere molte altre possibilità. Diceva che potevo esprimermi attraverso il corpo, esprimere il mio talento, perché la mia bellezza era particolare e meritava di essere valorizzata al meglio.

E come?

E qui sta la fregatura. Avrei dovuto iscrivermi a un corso dove mi avrebbero insegnato coreografia, portamento e non so cos’altro. Il corso costava qualcosa come millecinquecento euro e durava una settimana. La tipa mi ha dato tutti i documenti da compilare per iscrivermi e mi ha augurato di rivedermi al più presto.

E tu?

Ci sono rimasta malissimo, è ovvio. Ho parlato con altri ragazzi, un gruppo di diciottenni di Bari che aveva risposto al mio stesso annuncio e si era fermato a parlare fuori dall’agenzia. Anche loro con sottobraccio i moduli per iscriversi alla scuola del successo. Se non è una truffa questa! Ho buttato via tutto. Sono tornata a casa, da mia zia. La sera ho parlato con i miei genitori. Mi hanno chiesto se mi avevano “asssunta”. Ho dovuto rispondere la verità. Atroce. Anche perché loro mi avevano sconsigliato di partire. Perché non si diventa fotomodelle rispondendo a un annuncio, mi avevano detto. E avevano ragione loro. Da quel momento mi è sembrato tutto un incubo. Cosa ci facevo a Milano? Però volevo restare lì, volevo provarci. Ho fatto diversi colloqui, ho girato molto… Mi piaceva la metropolitana… Mi ricordo un cartello pubblicitario, in metropolitana…. Da quel cartello ho capito in che mondo mi trovavo…

Cosa diceva?

Era la pubblicità di una scuola che ti insegnava le tecniche per avre successo ai colloqui di lavoro! Non è folle? Rispondo a un annuncio di lavoro e mi propongono una scuola per potere avere delle possibilità di accedere al lavoro che mi avevano promesso. Me ne vado schifata. E poi in metropolitana vedo un cartello dove ti chiedono dei soldi per iscriverti a una scuola che ti insegnacome fare un colloquio. Ma che senso ha?

Il senso di un’enorme finzione.

Appunto. Intanto ero disoccupata in una città dove non conoscevo nessuno a parte mia zia, che mi consiglia di iscrivermi a un’agenzia interinale. Io non sapevo neanche cosa fosse, un’agenzia interinale. In pratica, un’agenzia interinale è un posto dove ti affittano a un padrone, così se c’è qualcosa che non va manca il rapporto diretto con il datore di lavoro, sei una cosa in prestito, se ho capito bene… Comunque vado lì, dò i miei dati e dopo qualche giorno mi chiamano dicendo che c’è un’agenzia matrimoniale che potrebbe avere bisogno di me…

Un’agenzia matrimoniale?

Un’agenzia matrimoniale. Non capivo assolutamente cosa volesse dire. Forse come segretaria. All’inizio ho pensato che dovevo fare la segretaria…

E invece?

E invece vado in questa agenzia, una signora esagitata mi spiega che un’agenzia matrimoniale è un servizio sociale, che serve a rendere felici migliaia di persone, mi sembrava un’invasata, parlava di missione, di una grande missione per rendere felice l’umanità.

Addirittura!

E non smetteva di parlare. Mi ha fatto una testa così. Mi ha detto che tutti, dai tempi di Adamo ed Eva, hanno diritto ad avere un compagno o una compagna, che c’è scritto anche nella Bibbia: “crescete e molteplicatevi”. Mi ha fatto una testa così! Ero letteralmente stordita.

Ma il lavoro?

Piano piano ci è arrivata. E non credevo alle mie orecchie.

Di cosa si trattava?

L’ha presa molto alla lontana, il lavoro che doveva propormi. Del resto era un’ora che parlava. Mi ha fatto tutto un pistolotto sulla crisi dei valori, sul fatto che oggi le persone badano più all’apparenza che alla sostanza…

Alla sostanza?

Alla sostanza dell’amore…

Non ci capisco più niente.

Non ci capivo nulla neanch’io! Però il suo discorso aveva una meta. Che era questa. Alla sua agenzia matrimoniale si iscrivono un sacco di uomini che, vivendo in un mondo effimero, hanno valori effimeri. E quindi badano all’apparenza. Però l’amore non è apparenza…

E’… sostanza?

Una cosa così. Al primo livello è apparenza. Poi è sostanza. Così diceva l’invasata.

E tu, in tutto questo, cosa c’entravi?

Io, è chiaro, dovevo fare l’apparenza.

Cioè?!

Essendo una bella ragazza, il mio compito era quello di uscire la prima sera con i clienti dell’agenzia, farli innamorare di me e poi sparire.

Che senso ha?

Secondo quella donna, un senso altamente morale. Superata l’illusione iniziale, l’ideale astratto, che poi sarei stata io, il cliente dell’agenzia avrebbe perso le pretese assurde di mettersi con una “bellona” e avrebbe valutato con più oculatezza le altre proposte dell’agenzia…

E cioè?

Donne di mezza età che come gli uomini si erano iscritti all’agenzia pagando per cercare un compagno… Il mio ruolo era quello di “fittizia”, o di “civetta”. Era ben remunerato e aveva un valore sociale. Per quella tipa. Ovviamente, c’erano i “fittizi” anche per le donne…

Hai accettato?

Sì. Avevo bisogno di soldi. Ho provato.

E cosa è successo?

Dopo due giorni mi hanno chiamato dall’agenzia e mi hanno detto che avrei avuto quella sera stessa un appuntamento a una certa ora in un certo ristorante. Lì avrei trovato un signore ben vestito, sui cinquant’anni, con la barba, stempiato, e un mazzo di rose rosa. Mi sarei dovuta presentare come Barbara e sedermi con lui.

Cosa che è avvenuta.

Puntualmente. In perfetto orario. Come a un appuntamento galante. Solo che era tutto finto. E appena ho visto quell’uomo mi sono sentita una schifezza.

Perché?

Perché lo stavo prendendo in giro. Perché ero peggio di una prostituta.

Addirittura?

La prostituta, in fondo, dà ciò per cui è pagata….

In effetti…

Comunque, siamo stati in silenzio per qualche minuto. Poi quell’uomo mi ha chiesto perché mi ero iscritta all’agenzia matrimoniale. Gli ho risposto con quello che mi avevano detto di riferire.

Cioè?

Che avevo avuto soltanto delusioni. E cercavo l’uomo giusto.

E lui?

Ha detto che si trovava nella stessa situazione. Mi faceva pena. Era gentilissimo. Continuava a versarmi da bere. Alla fine ero davvero ubriaca. E non ce l’ho fatta più. Gli ho raccontata tutta la verità.

E lui?

E’ sbiancato. Mi ha ringraziata. Mi ha abbracciata. Mi ha chiamato un taxi. Non credo che abbia continuato, con l’agenzia.

E tu?

Il giorno dopo sono tornata in Sardegna.

E quelli dell’agenzia matrimoniale?

Mai più sentiti.

E l’agenzia interinale?

Neppure. Come fosse stato tutto un sogno. Un brutto sogno.

E adesso, cosa fai?

Aiuto mia madre in casa. Cerco lavoro.

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Pubblicato su Liberazione, dicembre 2004.

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