La ragazza dal cappello rosso

10 gennaio 2005
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di Mario Desiati

Una lettera, prima dell’estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso. Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della “visione fisica”, di guardare attraverso la pellicola del tempo e della carta quel volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di Claudia Ruggeri a una mia richiesta di informazioni, testimonianze e materiale.
Era sabato pomeriggio di otto anni fa quando una donna giovane molto bella si era confessata nella piccola chiesa di San Lazzaro di Alessano. Quella donna giovane molto bella aveva percorso i suoi ultimi anni di vita con il carico di una promessa e di un sogno. Era l’età in cui si pensa che la poesia possa cambiarti in meglio la vita. Ma la poesia e la letteratura fanno male al corpo e all’anima.

Probabilmente Claudia Ruggeri è un caso unico e irripetibile di questi anni. Ha creato un suo universo poetico originale e molto coerente. Ha inventato una nuova lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione. Questa lingua è fatta di arrovellamenti lessicali, parole trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana, orfismo, un simbolismo esasperato. Poi è riuscita a imbastire una scena di personaggi all’interno della sua poesia, quasi una vocazione al teatro. Proprio quella teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale sino alla sua stessa esistenza.
Quel sabato pomeriggio dell’ottobre 1996 Claudia Ruggeri mise in pratica la profezia di una delle sue poesie più belle e tragiche: “del traghettatore: e volli/ il “folle volo” cieca sicura tuta/ volli la fine delle streghe volli/ il chiarore di chi ha gettato gli arnesi /di memoria di chi sfilò il suo manto/ poggiò per sempre il libro(…)”; tornò nella sua casa leccese, ripose i suoi abiti sulla sedia nello stesso ordine che alludeva la sua poesia e si lanciò nel vuoto.

In otto anni sono cambiate tante cose, la stessa Claudia, nata a Lecce il 30 agosto 1967, oggi avrebbe 37 anni e sarebbe ancora considerata una giovane autrice. Probabilmente qualche curatore l’avrebbe inclusa nella sua storicizzante antologia; probabilmente un sacco di cose. Oggi una mesta dimenticanza l’ha avvolta dentro la biblioteca dell’Università di Lecce tra le pagine di una rivista piccola e meritoria chiamata L’Incantiere.
In quel pieghevole ci sono poesie sufficienti per trarne un libro. Sarebbe tra i più folgoranti libri di poesia italiana della nuova generazione, un terremoto se si pensa alle poesie aeree, mummificate della new wave poetica di questi tempi.

Claudia Ruggeri aveva una lingua tutta sua, una forza espressiva tutta sua e soprattutto un’idea della poesia tutta sua. Nuova, sciolta dagli schemi più triti dell’ermetismo spicciolo, aveva scritto un’opera battezzata Inferno Minore in colta contrapposizione all’Inferno Maggiore di Dante Alighieri e forse anche al suo inferno interiore. Dante era il suo principale riferimento letterario, un modello irraggiungibile di erudizione e arte.

C.R. era un’eccezionale lettrice capace di performance fuori dal comune la sua poesia colta e passionale si riversava spesso in reading memorabili di cui oggi resta qualche rara registrazione. L’esordio pubblico di Claudia Ruggeri, con un cappello rosso e un vestito largo e nero, fu durante un reading alla festa dell’Unità di Lecce del 1985 davanti a un basito Dario Bellezza, uno degli scrittori più vicini a Claudia Ruggeri.
Lui ne amava il tratto e soprattutto la vitalità della sua espressione poetica. Ma il 1996 è stato un anno tragico anche per Dario Bellezza stroncato dall’Aids pochi mesi prima che morisse C.R.

Claudia Ruggeri a causa della sua poetica appariva isolata, alcuni anni dopo la morte di Antonio Verri e la fine di tutta una stagione di fermento, sembrava che tutto bruciasse attorno a lei: erano morti Verri, il suo caro amico regista Marcello Primiceri, Dario Bellezza e Franco Fortini. Proprio grazie a Verri Claudia Ruggeri aveva incontrato Franco Fortini, il poeta più importante che riconobbe il valore di Claudia. Lo stesso Fortini non capì però l’aspetto umano di quella poesia. Rimproverò l’uso indisciplinato del suo talento. E ai giudizi lusinghieri unì alcune critiche. Innanzi tutto fare piazza pulita dei suoi modelli. Troppo presenti, quasi ingombranti. Ma i modelli di Claudia erano tanti, non erano troppi, entravano nelle poesie, in maniera devastante, con forza lavica. Le parole, le figure retoriche e gli stessi capoversi erano il simbolo di una concentrazione semantica e sintattica che non trova precedenti.

Franco Fortini la invitò bonariamente a controllare i suoi slanci letterari, la sua foga, parlando di “impunità della parola”. Le parole di Fortini non furono molto incoraggianti, e Claudia Ruggeri, con la sua scrittura, non poteva rivolgersi a poeta più sbagliato. Fortini chiuse una sua lettera del 10 marzo 1990 così: “Lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in sé e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso e né voglio essere ma invece, con molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini”. Effettivamente Claudia faceva un po’ paura, troppo sregolata e barocca per il contegno dell’anziano poeta fiorentino. Eppure in Claudia Ruggeri erano serbati sentimenti amari e genuinamente dolorosi verso l’Italia e la società di quegli anni. Una propensione certamente cara a Fortini. C’era uno sguardo lucido e con poco incanto di fronte alla realtà. In una bellissima lettera scritta a un suo amico milanese (il critico Enzo Di Mauro) dopo un incipit struggente e delizioso sulla distanza tra Lecce e Milano, si rammarica scherzosamente che l’Italia sia stata unita: “da allora questa disgraziata, mia amata, riunita Italia s’allunga e adagio poco sfiata, e s’allunga sempre più e comincia proprio da Lecce questa catastrofe delle distanze (e di Craxi e di de Mita)…”

Claudia Ruggeri è un sentiero interrotto della poesia di questi anni. Penso a Remo Pagnanelli, Giuseppe Piccoli, Stefano Coppola, Ferruccio Benzoni, tutti sentieri interrotti. Claudia Ruggeri è uno di quei percorsi del malessere (diceva di essere malata di tiroide in una lettera a Fortini e che i suoi malesseri nervosi provenissero da lì), uno di quei talenti che non ha avuto il tempo e l’esperienza per cristallizzarsi. Ma rimane un esempio unico di poesia, una poesia “ingioiellata”come diceva Fortini, ma inedita. Una poesia colma di citazioni e rimandi, “aulika” fatta di amorevole saccheggio, poesia fatta di sangue e carne. La poesia di Claudia sorprende il lettore, lo meraviglia, per l’uso spregiudicato del dialetto, dei modi di dire, delle citazioni colte, della frasi fatte, delle parole inventate, degli arcaismi e delle parole straniere. Stupisce ancora di più se si immagina l’origine e l’indirizzo delle sue poesie, stupisce tutti, Claudia, poetessa della meraviglia.

(Da Nuovi Argomenti n. 28)

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