Isaac Bashevis Singer

14 gennaio 2005
Pubblicato da

di Roberto Saviano

singer.jpg Sembra ancora di vederlo rinchiuso nel suo sgabuzzino letterario a vidimare pagine di racconti e demoni, di geometrie razionali stravolte dal dettaglio imprevedibile della più innocua forma di vita. Isaac Bashevis Singer avrebbe compiuto cent’anni nel luglio 2004 assomigliando così ad un vetusto personaggio dell’Antico Testamento, uno dei suoi adorati, incapaci nonostante secoli di vita di comprendere il senso del vivere e di appagarsi di una pur parziale o minima verità ultima. Singer però piuttosto che ad un profeta sempre più sembrò negli ultimi anni di vita trasformarsi fisicamente in uno dei suoi piccoli demoni benevoli e terribili. Orecchie a punta, sorriso mefistofelico, testa glabra, occhietti vispi e tondi.

Una sua collaboratrice arrivò in un’intervista persino a dichiarare che non aveva mai visto l’ombra dello scrittore e che era certa si trattasse di un demone letterario. Nonostante la delirante affermazione per Singer non vi fu mai complimento migliore che quello dato dalla sua collaboratrice. Isaac B. Singer nella sua vita ha costruito un’opera narrativa oceanica scritta con una lingua scomparsa, o meglio sterminata, l’yiddish. Una sintassi impastata di ebraico, polacco, tedesco, capace di accedere a sonorità complesse a significati ibridi, la lingua dell’esilio composta dai fonemi della diaspora. Theodor Herzl fondatore del pensiero sionista immaginava una terra d’Israele dove tutte le lingue potessero esser parlate poiché tutte appartenevano al patrimonio ebraico fuorché l’yiddish che Herzl riteneva essere la lingua del ghetto, dell’emarginazione, la lingua creata per far comunicare gli esclusi in breve una grammatica della vergogna. Per Singer e per migliaia di ebrei in esilio invece non fu così. Dopo la fuga negli Stati Uniti nel 1935 per sfuggire alla persecuzione antisemita nazista, Singer non assunse nella sua penna la lingua inglese, decise di scrivere in yiddish prescegliendo la lingua degli shtetl, i villaggi di ebrei nell’est Europa.

Il suo non è un amore verso il passato, non sceglie l’yiddish perché l’ha succhiato insieme al latte materno né mantiene un legame con la terra polacca che anzi non vorrà rivedere più per tutta la vita. A Singer interessa usare questo codice sedimentato di una civiltà in perenne esilio, una lingua in grado di tradurre nella forma del quotidiano l’intero bagaglio del Talmud e dei testi sacri. La lingua dei plebei coltissimi che interpellavano Dio ovvero i rabbini dei paesini polacchi, romeni, ungheresi. Attraverso la lingua yiddish Singer accede alla ironica mitologia delle comunità chassidim e ne fonda lui stesso una nuova. Le pagine di Singer così divengono un florilegio di immagini e storie mutuate dalla tradizione ebraica, ma la Torà e il Zohar non sono semplicemente i testi sacri, i riferimenti religiosi ma divengono i labirinti simbolici in cui tradurre la difficoltà della prassi del vivere quotidiano. Singer crea una teologia anarchica dove il rapporto con Dio e con la Legge è definito dall’infrazione, dall’errore, dall’eresia, da una continua riflessione che possa portare a trovare un impossibile bandolo, una inesistente chiave di svolta, un seppur minima verità impossibile.

L’ebraismo piuttosto che una fede è come l’autore stesso ha dichiarato “un compromesso tra Dio e i demoni”, e di questo compromesso ne è un esempio unico il capolavoro Satana a Goray (TEA, 2004, Euro 8.00).

Il romanzo racconta un episodio storico accaduto nella Polonia del diciassettesimo secolo quando la comunità ebraica tutta fu sconvolta dalle parole di fuoco di Sabbetai Zevi profeta che inaugurava l’avvento dell’era messianica. Dopo le persecuzioni, dopo l’esilio, la miseria, la tortura, i pogrom, Sabbetai Zevi finalmente proclamava al popolo ebraico l’arrivo del bene assoluto, del Messia risolutore: “tutti si preparano senza riserve a seguire il loro Messia, abbandonando le dimore dell’esilio per l’utopia della Terra d’Israele.” Singer racconta dal piccolo e rigoroso paesino di Goray della più grande e fascinosa delle eresie possibili che coinvolse milioni di ebrei dell’Europa dell’Est e del vicino oriente. Bisognava secondo Sabbetai Zevi dare fondo al peggio dell’essere uomo, trasgredire, sputare sui testi sacri, rigettare i precetti talmudici, rifiutare ogni autorità, sciogliere le famiglie, ripudiare i figli, giungere sino al grave ripudio della fede ebraica, spingersi nel fondo più lercio dell’abiezione per poter lasciare emergere dall’abisso un mondo nuovo, riconciliato, puro. Dall’abominio del mondo sarebbe nato la perfezione assoluta. Sabbetai Zevi genera il tempo dell’errore per accelerare il tempo della giustizia e della felicità totale. Ben presto però si scoprirà che Sabbetai Zevi è un falso messia, non porterà con se l’era messianica né gli ebrei alla liberazione. Tradirà se stesso e il suo delirante sogno di redenzione. Singer è affascinato da questo falso messia, pur essendo un dissuaso intellettuale allergico ai sovvertimenti è ben cosciente che la forza maggiormente utile e positiva che la Legge può generare è proprio l’infrazione. Esiste codice affinché possa esserci un a negazione ad esso e attraverso questa dialettica generare una perenne possibilità di sviscerare mondi. Satana a Goray venne scritto quando Singer viveva ancora in Polonia e sembra essere un capitolo emendato della Bibbia nascosto dall’ultimo custode di una verità inconfessabile. Nonostante Sabbetai Zevi non sia stato un vero messia coloro che l’anno seguito continueranno a inseguire il sogno di redenzione poiché più forte del creatore v’è la creazione.

Come Singer scrive nel libro Ombre sull’Hudson (TEA 2002, Euro 8,50) “Dio ha bisogno che l’essere umano lo aiuti a portare il dramma cosmico ad un finale benefico.” La letteratura così diviene una strumentazione divina capace di almanaccare mondi all’interno dell’unico mondo possibile, che senza dover passare per Leibniz facilmente riconosciamo come quello che siamo costretti a vivere. Gimpel, leggendario personaggio (Gimpel l’idiota, TEA 1997, Euro 8.00) riconosce che “questo mondo è del tutto immaginario d’accordo, ma è parente stretto di quello vero” e proprio per questa parentela non rimane da fare altro che considerare la forza della fantasia come un elemento fondante del reale. La vicenda di Gimpel è assai semplice. Fin da bambino viene ingannato da tutti, compagni di scuola, compaesani, grandi e piccoli per la sua credulità e per questo gli resta attaccato, tra i vari soprannomi, quello di idiota. Gimpel si fa infinocchiare non perché sia stupido, ma perché è convinto che “tutto è possibile, come sta scritto nella Saggezza dei Padri”. L’inganno cui è sottoposto continua anche nella sua vita adulta: viene convinto a sposare la donna più disonesta del paese, la quale gli farà credere di amarlo, poi gli si rifiuterà e nel frattempo metterà al mondo ben sei figli da altri uomini invece che dal marito. Ma Gimpel non cova nel suo cuore la vendetta, ama la moglie, i figli non suoi, i vicini, aiuta persino chi lo tradisce. Il rabbino, infatti, una volta gli aveva dato un consiglio: “È scritto, meglio essere stupidi per tutta la vita che malvagi per un’ora soltanto”.

La tentazione però si insinua anche nel suo cuore buono. Gimpel, che faceva il panettiere, avrebbe potuto ingannare tutti, rifacendosi delle beffe che aveva subito per tutta la vita, impastando la farina, anziché con l’acqua, con il suo piscio raccolto in un secchio durante il giorno. Si lascia convincere dallo Spirito del Male che lo inganna assicurandogli che “nel mondo di là non c’è Dio, c’è solo un profondo pantano”. È un momento solo di debolezza ma subito dopo Gimpel ci ripensa, sotterra il pane già cotto, lascia tutto e volendo riparare a quel cedimento diventa mendicante e gira per i paesi raccontando storie. Si prepara così alla morte. “Senza alcun dubbio, il mondo è completamente immaginario, ma una sola volta viene rimosso dal mondo reale… Quando il momento verrà, me ne andrò con gioia.” Gimpel dice di si alla vita. Attraverso Gimpel l’idiota Isaac B. Singer sembra rispondere al Bartleby di Melville o a Michael K. di Coetzee i signori del no vengono affrontati e sconfitti dall’idiota signore del si. Lo shlemiel (sciocco in yiddish) è colui che rigetta l’astuzia del vivere, il mercanteggiare del pensiero e vive essendo soltanto ciò che è. E di questa pace, pagata con il prezzo dell’insulto, Gimpel ne diviene il paladino. Il no invece sembra essere nella somma delle riflessioni singeriane come un legame troppo silenzioso con il mondo reale. Ed il silenzio è il peggior modo per essere uomo, una prigione incapace di cogliere le versatilità sublimi ed immonde dell’essere al mondo. Singer non segue la massima di Adorno: “dopo Auschwitz non c’è più posto alla poesia” né il tuffo suicida di Paul Celan nella Senna e neanche crede come Primo Levi che: “c’è Auschwitz non può esserci dio”. Pur avendo perso il fratello più piccolo e la madre, inghiottiti dalla deportazione, Singer coltiva ancora la voce come una resistenza contro l’odio che spinozianamente crede non poter generare anche nella giustezza del suo motivo, nulla di buono. Nei romanzi di Singer così continua a vivere il mondo yiddish cancellato nella lunga notte della shoah. Per tutta la vita avrà difficoltà enorme nel far riferimento alla sua tragedia familiare che coverà nel fondo di se come ulcera aperta senza sperare di poterla rimarginare.

Il racconto Manoscritto mostra bene ciò che la letteratura può significare nella disperazione. Alcuni ebrei sopravvissuti in città cancellate da bombardamenti in attesa della deportazione chiedono a Menashe una conferenza su argomenti letterari, così che “la gente un attimo prima della morte ha ancora i desideri di chi vive”. La letteratura in Singer è indubbio somiglia sempre più ad un urlo di vita. La deportazione e lo sterminio non gli mostrano una parte oscura dell’uomo, Singer sa bene cos’è la belva umana ed è toccante come rappresenta la cosa attraverso i due demoni Shiddà e Kuziba che pregano con tutta la loro forza per difendersi da quel mostro che è l’uomo. Proprio i demoni sono le creature letterarie a cui ci si affeziona di più leggendo le pagine di Singer, come scrive Giuseppe Pontiggia: “è innegabile che noi non crediamo ai folletti ma crediamo a quelli di Singer. Non crediamo ai demoni…ma crediamo ai dybbuk di Singer.”

Folletti e demoni sono il plusvalore della fantasia che il reale produce poiché nulla è come sembra. I demoni non sono ribelli razionali né cultori dell’abominio. Sono diversi, tutti provenienti dalla cultura yiddish e sempre consiglieri malevoli interessati a far battere sentieri opposti a quelli della Legge. A volte commettono tragiche burle come nel racconto Nozze nere dove una incolpevole figlia di rabbino partorisce il figlio di un demone. Non v’è stata colpa, non v’è motivo a tale nascita. Non v’è preghiera che può salvare o gesto che può giustificare e quindi tentare un conforto. Ma anche in questo caso la fantasiosa possibilità umana di amare nonostante tutto, permette al caso di trovarsi un senso ed alla tragedia di mutarsi in una dolce forzatura dell’esistere. Attraverso i demoni v’è anche un riferimento costante ai bambini: “è necessario ricordar loro di tanto in tanto, che al mondo ci sno ancora forze misteriose all’opera (Alla corte di mio padre, TEA 1999, Euro 8,26). I demoni sono l’emblema di un mondo che non è possibile orientare, che non ha poli né possiede diritto e rovescio. E’ nel suo caos che bisogna vivere, dove ogni legge è necessaria e giusta poiché allo stesso tempo è arbitraria e superflua. La circolarità caotica è impressa nello specchio che riflette solo apparentemente ciò che si pone innanzi e che rappresenta lo strumento privilegiato dai demoni per rendersi visibili: “tutto ciò che è nascosto va rivelato, tutti i segreti anelano a essere scoperti, tutti gli amori bramano essere traditi, tutto ciò che è sacro dev’essere profanato”.

Nonostante Singer si ritenga un appassionato credente cede spesso dinanzi al fascino della ribellione verso la prescrizione, del resto il compito di un vero rabbino, carriera cui Singer da ragazzino era stato indirizzato, è quello di porre dubbio su ogni Legge affinché essa sia realmente senza dubbio alcuno osservata. Nel racconto Il macellatore (Racconti, Mondatori I Meridiani 1998, Euro 48) Yoine Meir è posto dalla comunità a macellare secondo rito le bestie che poi verranno mangiate. Il povero Meir è ossessionato dalle viscere degli animali, dagli sguardi dei vitelli, dalle piume degli uccelli, ed anche se la massima toraica dice che “non si può essere più misericordiosi di Dio” lui vuole esserlo, anzi pretende di esserlo. Non vuole più essere fedele ad un Dio che fa soffrire gli animali. Se v’è possibilità d’amore v’è anche possibilità d’eresia e di peccato. I personaggi di Singer sono parte essenziale del tutto. Hanno grado identico alla sostanza creatrice e quindi quando non sono preda della paura e della sottomissione religiosa possono elevarsi a interlocutori di Dio in un dialogo che non conosce titubanze.

Singer è un diligente allievo di Baruch Spinoza e della sua Etica, il vecchio scrittore ama particolarmente il filosofo olandese per la capacità di aver concesso alle sue pagine lo zefiro della vita e la possibilità di errore. L’Etica secondo Singer è un continuo invito alla vita come avventura da affrontare con le forze della ragione e del senso. Ne è l’emblema il sublime racconto, Spinoza di via del Mercato (Racconti, Mondatori I Meridiani 1998, Euro 48) dove l’Etica di Spinoza diviene l’assoluta prassi di vita nel percorso del dottor Fischelson che: “trovava conforto nel pensare che lui pur essendo soltanto un piccolo uomo da nulla, un modo mutevole della Sostanza assolutamente infinita era tuttavia parte del cosmo fatta della stessa materia dei corpi celesti e poiché era parte della Divinità sapeva che non poteva perire del tutto.” Fischelson che studia da una vita l’Etica, considerandola una sorta di farmaco per la perfezione sobria e razionale, in una notte calda perde ogni controllo a causa della bella Dobbe la Nera e la passione sostituisce completamente la razionalità austera coltivata per una vita. “Perdonami, divino Spinoza sono diventato uno sciocco” è ciò che tristemente il dottor Fischelson si dice. La sessualità è una costante quasi ossessiva nei racconti di Singer. E’ la forza dirompente capace di rendere nullo ogni proposito e di porre in crisi ogni piano razionale.

Il sesso è la brama che mette in crisi coloro che nel proprio percorso considerano la ragione morale capace di governare ogni sussulto, di ghiandola e di stomaco, ogni azione diurna o notturna. Così lo studente Yentl, studente di yeshivà la scuola superiore di studi talmudici, che d’improvviso tutto ciò che guarda ed ascolta lo rimanda all’ambiguità sessuale ed in lui cresce una voglia incredibile di rivolgersi all’unica cosa che la sua ragione non aveva compreso, la passione dei corpi. Sono sconfitti come Yentl tutti gli uomini e le donne di Singer che tentano di frenare la propria suscettibilità alla magia dell’attrazione amorosa cui nessuna forza è in grado di opporsi. Claudio Magris in tal senso ha scritto: “con l’imparzialità del poeta epico Singer rappresenta tutta la gamma dell’esperienza amorosa, dall’idillio coniugale alla pigrizia nauseata.” Ma il sesso e la passione carnale divengono anche forze ingovernabili che riescono ad eternare la vita contro la boria razionale e compunta della vita offesa. Come nel racconto ne L’uomo che scriveva le lettere, Herman il protagonista dice: “l’idea di tirar su figli gli sembrava un’assurdità: perché prolungare la tragedia umana?” Isaac B. Singer concorda con il suo Herman e con Schopenhauer, l’altro filosofo insieme a Spinoza che guiderà la sua vita di scrittore e forse di uomo.

Lo scrittore però sa che la ragione della non vita non può nulla contro la folle diavoleria della carnalità. Non dare più vita, non permettere più a nessuno di vivere l’inferno della terra, il dolore, l’angoscia e la miseria, certo, ma la passione e l’amore non hanno piani e i racconti di Singer mostrano che la sessualità non vuol’altro che compiersi senza badare a ciò che sarà ed a quanto è stato. Come scrive Charles Baudelaire: “la voluttà unica e suprema dell’amore consiste nella certezza di fare il male. E l’uomo e la donna sanno dalla nascita che nel male si trova ogni voluttà.” L’idea di esistere e di essere, la voglia di bere ancora alla pozza della vita nella ricerca spasmodica di un senso inesistente e di una origine obliata è la caratteristica dell’uomo in esilio. Singer riesce a fare della diaspora l’elemento di grandezza della vicenda letteraria ed umana ebraica. Solo dalla dannazione del margine si può entrare nel cuore della condizione del vivere. E’ l’irrealizzata possibilità di una terra, l’impossibilità ad avere una costituzione ed un patriottismo, è nell’assenza del diritto che nasce la domanda sul proprio esserci. Questa tensione dialogata con Dio rende il percorso preferibile alla meta, poiché la meta rappresenta il termine della propria universalità e la fine del proprio pensiero come un Giobbe senza più pene. Come un sogno che quando si realizza non è null’altro che l’ombra di se stesso. In questo senso i romanzi ed i racconti di Isaac Bashevis Singer tracciano il solco della diaspora umana che vaga in cerca di una riconciliazione ultima, di un utopia di felicità che il solo cercarla ed immaginarla la realizza nello spazio infinito e concreto del pensiero. Tenendosi le ghiande e lasciando le perle ai porci.

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Pubblicato su PULP n° 52 Novembre-Dicembre

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