Scritto

14 gennaio 2005
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di Aldo Noveditticosecondo2.jpg

Non ho capito perché abbiamo questi buchi dove le persone entrano nella forma più scurrile di loro padre e escono se stessi. Deve essere la vita. Io comunque non ci penso sempre, alla figa, vado in giro per la mia città e guardo le strade che crescono di volume, o altre cose ugualmente confuse che avevo in mente prima di iniziare a scrivere.

Però il romanticismo che c’è nel baciarsi quando si è innamorati è meglio di morire dimenticati da tutti nella stanza di un motel che costa poco, con i calzini rossi in un letto freddo ad aspettare la morte è terribile, meglio baciarsi e incontrare le lingue.

Secondo me, che sono già arrivato all’inizio del terzo paragrafetto di questo scritto, l’amore e la guerra sono la stessa cosa nel senso che tutti ne parlano e tutti li fanno perché entrambi permettono di non pensare perché pensare fa più male di morire, è pensando che la morte iniza a raccontarti questo e quello, che poi alla fine è tutto uguale, questo e quello sono sempre lei, che è la morte pensata.

A causa di ciò, assieme ai miei genitori, che sono morti, ho aperto un ristorante dove tutti possono mangiare gratis, a patto che non esistano. Non viene mai nessuno a questo ristorante che ho aperto assieme ai miei genitori.

Per vivere, mi uccido in un serial televisivo che conto di proporre a un amico che ha dei contatti con la televisione, anche per darmi un motivo da raccontare a quelli che mi telefonano per le indagini di mercato e mi chiedono cosa faccio per vivere.

Io, per vivere, innanzitutto quando mi sveglio vado avanti, vado in bagno. Mi fa ridere che uno si sveglia e va indietro, va nei sogni. Nei sogni ci sono un sacco di scemenze. Per esempio i morti vanno in discoteca, e fumano sigarette. Ma

io lo so che i morti non vanno in discoteca, e che in discoteca è vietato fumare. Mi ricordo che un tempo si poteva fumare, questo sì, in discoteca, ma i morti non ci andavano comunque, ed ecco che mi sono incasinato di nuovo con il pensiero, che allaccia le parole a casaccio e tu gli vai dietro a capirle anche se non vogliono dire mai niente ed è questo il segreto del sesso,

Mi piacerebbe che questo scritto parlasse del sesso, una storia, con le parole infilate nel buco del culo di una bellissima protagonista o anche di un bellissmo protagonista, per non fare uno scritto scorretto, un scritto che fa differenze sessuali e si crei un’aurea negativa, una vibrazione che lo fa restare isolato nel vuoto mentre gli altri

Scritti che parlano anche loro della stessa storia, ma senza discriminazioni sessuali, senza paragrafetti difficile, anche se per esempio c’è scritta la parola “sborra”, come nei libri di Henry Miller, o altri scritti ma belli, di qualità, non mi ricordo più cosa stavo dicendo, questa frase via.

Dicevo che non ho capito perché abbiamo questi buchi dove le persone entrano nella forma più scurrile di loro padre e escono se stessi. Questi buchi, che sono le fighe delle donne, e ciascuno sa di cosa stiamo parlando perché ci è stato almeno una volta, è inutile cincischiare o fare finta di esserci dimenticati l’argomento di quello

Che stavamo dicendo all’inizio della storia dell’universo, che poi nel caso umano coincide sempre con questo uscire da lì, con il nascere ogni giorno di un puttanaio di persone, io ne ho conosciute molte, ad esempio mio padre, che adesso è morto, anche lui allo stesso modo e improvvisamente è uscito da lì e era troppo piccolo per farmi ed infatti ha

Aspettato i suoi venticinque anni ed è entrato dentro mia madre e dopo un po’ sono uscito io e ho pensato che uno dei motivi per cui forse è proibito l’incesto è che se uno scopa con sua madre magari poi come conseguenza nasce suo padre di nuovo, come per restituire lo scherzo io questo sinceramente non lo so.

Non mi piacciono gli scritti con troppe descrizioni di porte, come è fatta la serratura e via di questo passo. Certamente ci sono serrature migliori delle altre, non sto qua a discuterlo, ma è che non è di questo che

Voglio parlare andando a capo qui. Voglio parlare della vita e intendo farlo. Non so se avete presente quello che ci sta accadendo.

Io no. In generale, quello che succede nel mondo. Ci penso e non capisco. Ho paura della morte, dico il rosario a tutto spiano recito le preghiere buddiste facendo in modo che se è vera la religione cattolica non si sappia che recito le preghiere buddiste e viceversa anche nella consapevolezza che se non è vera nessuna delle due è tutto tempo sprecato, farei meglio a mettermi a scrivere

Uno scritto assurdo, tipo che c’è una ragazza che corre attraverso una foresta dove al posto delle piante ci sono dei robot di cartapesta e poi nulla, e poi soltanto vento, e la cernita che l’autunno fa delle spore, fungo a fungo, nell’ottobre di qualunque allucinazione, a rasoterra. Però non so cosa vuol dire, anche se è una

storia che ho inventato io, supposto che io esista. A parte che non c’è nulla da perdere, in generale, e sarebbe un discorso troppo lungo da fare adesso, ma sono profondamente convinto che uno dei motivi per cui all’inizio abbiamo aderito tutti allo stesso patto, ma uno dei motivi più importanti, forse il più importante in assoluto, è lo stesso per cui ci stiamo cercando di convincere che quello che stiamo facendo,

anche leggere uno scritto, o scriverlo, o rilleggerlo, è privo di moralità. Vabbé. So che non mi credete. E fate bene. Ma io tengo duro. Come mio padre. A furia di provarci. Con mia madre. Ce l’ha fatta. Lei gliel’ha data e adesso eccomi qui, esattamente come voi anzi, esattamente come noi. Anche se ciascuno con

I suoi padri, le sue madri, e dal tempo che io non so che questa cosa continua a succedere, è tutto così simultaneamente

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11 Responses to Scritto

  1. giorgia il 14 gennaio 2005 alle 10:19

    sconvolgente bellissimo. aldo9 al suo massimo. viva la poesia viva gli scritti che leggiamo e ci guariscono facendoci male. grazie

  2. luigi weber il 14 gennaio 2005 alle 12:45

    Un racconto davvero emozionante, mi unisco all’entusiasmo di Giorgia e ai suoi ringraziamenti ad Aldo Nove. Alla fin dei conti, questo è davvero quello che siamo diventati, ormai, tutti. Allucinati dislessici e sgomenti di fronte a ogni cosa del mondo. Che forse non l’ha mai avuto, un senso, ma certo mai come ora sembra averlo perduto del tutto.

  3. Orlando il 14 gennaio 2005 alle 15:31

    Non mi sentivo tanto bene da un po’. Un malessere, il nome chissenegrega, tanto se fa male c’è e basta.
    Ero di strada e sono passata dal dottor Nove.
    Il malessere comesichiama me l’ha fatto guardare sotto alla lente. C’era, cazzo se c’era.
    Ora va meglio.
    Muoio guarita

  4. Mario Bianco il 14 gennaio 2005 alle 20:50

    Lo trovo uno scritto estramamente manierato,
    nel senso che Nove sì è trovato una sua bella maniera di far girare la frase e riesce portarla avanti per un po’ di righe senza altro fare che girare e rigirare, contandocela un po’,
    così uno magari si diverte,
    io francamente no,
    io penso
    come dice lui che
    “è inutile cincischiare o fare finta di esserci”
    e visto che lui l’ha detto
    lui ci si dovrebbe fermare un po’ sopra,

    absit injurua verbis

    MarioB.

  5. Aldo Nove il 14 gennaio 2005 alle 22:21

    Non rispondo mai ai commenti. Adesso mi viene voglia. Dunque, per Mario Bianco. La “maniera” è la tecnica che mi permette di scrivere senza pensare a cosa scrivo (in un vuoto pneumatico, pneuma respiro, – “La poesia non è che una svolta del respiro”, Paul Celan, Der Meridien), ma dando misura e forma a questo vuoto che mi permette di non distrarmi dalla sua tangibilità. Mi gratifica, perchè aldilà dell’artificio letterario (che non è dato evitare) sento di dar voce a un vuoto che non è certo quello indotto dalla meditazione consapevole (magari), ma è il vuoto quotidiano di tutti, o almeno di chi conosco, e che mi sembra molto più realistico di tutta la fiction, letteraria o giornalistica che sia, pur essendo queste cose del mondo che certo non disprezzo, ché da disprezzare sono piuttosto incubi come quelli del maifesto leghista qui sopra, segnalato da Helena, e tante altre cosette che poi riguardano persone che Nazione Indiana certo non leggeranno mai (Mi vengono in mente dei versi bellissimi di un poeta tedesco contemporaneo, Anfrid Anstel: “Io scrivo / ma ciò contro cui scrivo non sa leggere”). Un abbraccio

  6. Mariagiovanna il 14 gennaio 2005 alle 23:09

    Non ho capito perchè abbiamo questi buchi( devono essere più di uno, non sono mai riuscita a vederli neanche con lo specchio come sanno fare le mie amiche). Non ho capito perchè un giorno da uno di questi buchi è venuto il sangue, e perchè da quel giorno mia madre è diventata triste, e mio padre ha cominciato a guardarmi in un altro modo..

    Non ho capito perchè una sera lui è venuto da me e senza parlare ha fatto entrare il suo coso in uno dei buchi, ed io ho avuto tanto male e tanta paura…

    non ho capito perchè il sangue non è venuto più, fino all’estate, e perchè si è gonfiata la pancia, poi ho sentito tanto male, e sono stata all’ospedale, ed è uscito il bambino..

    ora sono qui con lui che piange non capisco cosa vuole, forse dovrei prenderlo in braccio, o farlo mangiare, ma ogni volta che mi avvicino lui apre gli occhi e mi guarda, ha gli occhi di mio padre, non posso guardarli, così lo rimetto giù nella culla

    sono venuti i carabinieri e mi hanno portato via, hanno detto che ho fatto morire mio figlio… non ho capito bene, io credevo di essere la figlia, di mio padre, del bambino non so…

    A nome di tutte le portatrici della rosa rossa aperta a illustrare il tuo scritto: figa e uccello li abbiamo tutti, saper essere felici di averla/o è un’altra storia

  7. Aldo Nove il 15 gennaio 2005 alle 01:13

    C’è una cosa pazzesca, nel Libro tibetano dei morti. L’iniziato (il cadavere ancora fresco), al quale vengono sussurrati all’orecchio gli insegnamenti per il viaggio nell’aldilà, a un certo punto si trova di fronte al Grande Simbolo. Le interpretazioni del Grande Simbolo sono molte, ma quella di gran lunga prevalemte è che sia la figa (“la visione della”, – anche se Elio & le storie tese non c’entrano con il canone buddista). Se l’iniziato/a prova qualunque tipo di sensazione o sentimento nei confronti di quella visione, letteralmente ci rientra e dopo nove mesi ne esce di nuovo, nel mondo. Così prosegue il Samsara (ciclo di nascite e rinascite), cioé il mondo questo qui di cose tipo Lecciso e Sharon e altre. Nel misticismo tibetano non è data gioia nel possedere nessuno degli strumenti del piacere e della procreazione, ma è simbolicamente infinitamente più importante quello femminile. Perché è il tempo e la vita. Perché NON PUO’ essere, come quell’altro, simbolo di violenza. C’è una tribù del centro Africa dove alle ragazze, quando hanno il menarca, il capo tribù disegna in pancia una raffigurazione del tempo “puro” contrapposto a quello impuro che segue dopo la nascita. Non ho mai visto quel disegno, ma mi affascina da sempre. E comunque, come dice Sanguineti (cito a memoria, magari sbaglio, e tutto di seguito): “Penso che culla è una pancia di donna, e casa è pancia che che tiene una gonna, è pancia è cassa, che arriva al finire, che arriva il giorno che andiamo a dormire: perché la donna non è cielo è terra, carne di terra che non vuole guerra, è questa terra che io fui seminato, vita ho vissuto che dentro ho piantato, qui sento il caldo che il cuore ci sente, la lunga notte che divento niente: femmina pensa se penso l’umano, femmina penso se penso la gioia: pensarci l’uomo mi viene la noia:”.

  8. giorgia il 15 gennaio 2005 alle 02:37

    Credo che Mario Bianco potrebbe rinfacciare le stesse cose a Céline o a Thomas Bernhard: “sì è trovato una sua bella maniera di far girare la frase e riesce portarla avanti per un po’ di righe senza altro fare che girare e rigirare”. C’è chi la chiama “maniera”, chi “tono inconfondibile di uno scrittore”: non è facile inventarselo, e Aldo Nove è riuscito (sta riuscendo) nell’improba impresa di inventarsi un tono inconfondibile. Se ci si pensa bene, è incredibile che, con tutti gli stili e le scritture che sono state praticate nei secoli, ci sia ancora qualcuno che ne inventa di originali: è impossibile aprire una pagina di Aldo Nove senza riconoscerne lo stile, il tono inconfondibile. Questa, secondo me, non è “maniera”: è un pregio, ed è l’apertura di una possibilità, lo spalancamento di una dicibilità, come bene ha spiegato lo stesso Nove in un commento qui sopra. Ma forse la motivazione della critica di Mario Bianco sta nelle sue stesse parole: “così magari uno si diverte, io francamente no”. Forse Mario Bianco dagli scritti si aspetta solo divertimento: e visto che lui l’ha detto, lui ci si dovrebbe fermare un po’ sopra. Absit iniuria, naturalmente.

  9. Mario Bianco il 15 gennaio 2005 alle 08:38

    Già, indubbiamente qui c’è una forte creazione di stile, non vi sono dubbi, ma c’è poco sostegno allo stile.
    Mettere Cèline in paragone mi pare eccessivo, ridondante.
    La scrittura non è fatta solo di ricerca stilistica.
    La signora Giorgia si sbaglia ed azzarda: io mi aspetto anche divertimento, anche gioia, anche dolore, anche riflessione, anche strazio, anche illuminazione, a volte.
    Qui queste cose non le ho trovate: il mondo è grande.
    Auguri sinceri ad Aldo Nove.

  10. gina il 15 gennaio 2005 alle 19:42

    Sulla terra, e non in cielo, è il cavalluccio marino maschio che si gonfia e partorisce. E allora così sanguineti “Penso che culla è pancia di cavalluccio, e casa è pancia che che non tiene gonna, è pancia è cassa, che arriva al finire, che arriva il giorno che andiamo a dormire: perché il cavalluccio non è cielo è terra, carne di terra che non vuole guerra, è questa terra che io fui seminato, vita ho vissuto che dentro ho covato, qui sento il caldo che il cuore ci sente, la lunga notte che divento niente: cavalluccio penso se penso l’umano, cavalluccio penso se penso la gioia: pensarci l’uomo mi viene la noia:”.
    Questo senza nulla togliere al pezzo, che mi è piaciuto.

  11. gianni il 15 gennaio 2005 alle 22:21

    è il mondo e l’uomo mondo, è la donna mondo e tutti mondi, è tutto il mondo che si monda da sé, da casse, da panche, da casse di panche, da cassapanche e mondandosi viene alla luce, o al buio non ricordo, e una volta venuto piange e io con lui e noi con me e tutti insieme

    pietosamente il vostro
    gianni d’elia



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