Storie di classe. Quarta storia

16 gennaio 2005
Pubblicato da

di Antonio Sparzani

giostra1.jpg Anni sono passati. Abbiamo l’adolescente S, che ora frequenta la terza media, e che incontra il suo compagno G al parco di divertimenti ‘Einstein’. G ama più le giostre dei treni e S, non intraprendente ma sempre riflessivo, sta ad osservare G che sale su una giostra: non una di quelle che fan di tutto per offrire il brivido più spericolato e terrorizzante, ma di quelle per i più piccoli, che ruotano tranquillamente intorno ad un perno centrale senza le velocità azzardate che appiattiscono contro qualche parete rotante: anzi, ogni bambino che sale sta seduto e ha davanti a sé un bel piano a mo’ di tavolino, dalla superficie chiara e molto levigata.

Prima che la giostra si metta in moto, G ha appoggiato la propria pallina su quella chiara superficie, ed essa, delicatamente deposta dalla mano di G, rimane immobile nel punto dove è stata messa. Non appena la giostra si muove, la pallina si sposta, ma G fa in tempo ad afferrarla; G pensa che quel subitaneo spostamento sia dovuto al fatto che la giostra si sia ‘messa in moto’; aspetta quindi che il moto della giostra si sia stabilizzato ad una velocità regolare e riprova ad appoggiare lentamente la pallina sul tavolino. Nota però che, non appena la sua mano lascia la presa, la pallina si mette in moto verso l’esterno della giostra.

A ben pensarci, G osserva che anche il suo corpo non è così stabile come quando la giostra era ferma, ma ha una certa tendenza a spostarsi verso l’esterno della giostra, tendenza fortunatamente contrastata dai robusti braccioli della sedia che lo ospita.

S osserva tutto ciò da terra ed anch’egli ha, nella certezza dei propri ricordi, il fatto che una pallina posata su un tavolino posto in piano si mantiene ferma.
Neanche stavolta S si stupisce molto: se egli guarda con occhio attento, capisce che in realtà la pallina semplicemente tende a restare al suo posto (o, per meglio dire, a continuare a muoversi con la velocità posseduta nell’istante in cui viene lasciata dalla mano di G), mentre il tavolino della giostra le si sposta di sotto.

G forse si stupirà un po’ constatando che mentre egli posa la pallina, ferma, sul tavolino, questa tende subito a spostarsi; c’è però quella sensazione di spinta del proprio corpo contro il bracciolo della sedia che gli certifica che il moto rotatorio della giostra produce vari bizzarri effetti. E poi G non è più tanto sicuro del corretto uso dell’aggettivo “ferma”: si può dire ferma la pallina che lui appoggia sul tavolino, mentre la giostra va? G si rincuora perché si ricorda l’Orlando Furioso e il duello con tuffo nel fiume di Brandimarte (cavaliere di Carlo, che fa una figuraccia terrificante) con Rodomonte che custodisce il famoso ponticello.

Nel volersi levar con quella fretta
che lo spronar de’ fianchi insta e richiede,
l’asse del ponticel lor fu sì stretta,
che non trovaro ove fermare il piede;
sì che una sorte uguale ambi li getta
ne l’acqua; e gran rimbombo al ciel ne riede,
simile a quel ch’uscì del nostro fiume,
quando ci cadde il mal rettor del lume.

I duo cavalli andâr con tutto ‘l pondo
dei cavallier, che steron fermi in sella,
a cercar la rivera insin al fondo,
se v’era ascosa alcuna ninfa bella.
Non è già il primo salto né ‘l secondo,
che giù del ponte abbia il pagano in quella
onda spiccato col destrero audace;
però sa ben come quel fondo giace.

Anche qui, dice l’Ariosto, “steron fermi in sella”, sì, pur cadendo nel fiume. Così G si tranquillizza, perché comincia a pensare che l’importante sia star fermi rispetto a qualche cosa di ben specificato.

Finita la corsa sulla giostra, S e G, come sempre, confrontano le proprie esperienze e misure, che essi ormai sono perfettamente in grado di effettuare, e trovano, ora sì con qualche stupore, che stavolta anche le accelerazioni, e non solo le velocità, della stessa pallina, misurate dai rispettivi differenti punti di vista, sono diverse. Infatti S valuta l’accelerazione della pallina con questo ragionamento: finché questa sta nella mano di G, ha accelerazione diversa da zero, perché, rispetto a lui S, G si muove di moto circolare; non appena G l’abbandona, la pallina smette di accelerare, cioè la sua accelerazione è nulla ed essa inizia un moto rettilineo uniforme che la porta a scivolare sul tavolino (che, ricordiamolo, è perfettamente liscio e non offre attrito) e quindi a cadere verso l’esterno, subendo, non appena fuori dalla superficie del tavolino, l’accelerazione di gravità g. Mentre per G l’accelerazione della pallina è ovviamente nulla finché egli la tiene in mano e questa invece comincia a diventar diversa da zero quando – s’intende rispetto a G – la pallina comincia a scivolare sul tavolino.

S e G hanno davanti a sé almeno due scelte possibili: possono decidere che A:: i punti di vista quali le giostre non vanno bene per riflettere sui – e misurare i – fenomeni, o B: che in verità tutti i punti di vista vanno ugualmente bene, ma che neppure le accelerazioni sono tra quelle caratteristiche abbastanza profonde e assolute che si desidererebbero proprie di un fenomeno di movimento. Ossequienti al carismatico nume cui è dedicato il parco, optano immediatamente per B.

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Il sedano, buttato in pentola, v’incontrò la culatta del bue. Ne venne un brodo: ch’ebbe succhi e pepsine dalla culatta del bue, e il gusto e il profumo del sedano.

Questa favoletta ne ammonisce, o uomini battiferro, a non dileggiare gli scrittori.

Carlo Emilio Gadda, favola 24 dal Primo libro delle favole.

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