L’atterraggio del salone del libro a Roma

17 gennaio 2005
Pubblicato da

di Giovanni Carta

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Tutti i presenti hanno affermato che il salone del libro di Roma – quello che è stato denominato Terza Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria – toccando il suolo alle tre del pomeriggio, dopo un lungo volo da chissà dove, ha fatto buc! Atterrato su uno slargo, uno a caso dei grandi spazi che lascia all’occhio il quartiere EUR, questi presenti poi altri non erano che il fioraio all’angolo, la guardia giurata e il passante.

I tre uomini si sono guardati e non essendo romani, o meglio essendo romani da pochissimo, non hanno trovato una battuta colorita per esorcizzare l’avvenimento, e in silenzio hanno saputo solamente inarcare la bocca.
Il primo ad avvicinarsi all’enorme scatolone di carta e cemento armato – saranno stati duecento metri per duecento per cinquanta di altezza – pare che sia stato il passante; non per chissà quale sprezzo del pericolo, quanto piuttosto perché il turno della guardia giurata davanti alla banca finisce da anni alle sei e mezza, e il fioraio anche lui non poteva lasciare il suo botteghino incustodito. Il passante in ogni caso è stato il primo. Ha rotto coi tacchi il silenzio che seguiva l’atterraggio e, arrivato a un passo, è stato lì in attesa. Questo passante bisogna figurarselo una personcina piuttosto elegante: scarpe di vernice con il tacchetto, abito scuro, e una bella cravatta blu: probabilmente uno sportivo in libera uscita o un commercialista.
«Chiamo la polizia?» ha chiesto il fioraio, ricevendo immediatamente uno sguardo pieno di disprezzo da parte della guardia giurata. «Non lo dico per offendere, magari servono rinforzi».
«Calma, calma» ha fatto poi la guardia, e abbassato il berretto sugli occhi ha fatto ricorso alla ricetrasmittente.
Intanto il passante ha già percorso per intero uno dei lati dello scatolone e trovata una breccia in fondo, vicino allo spigolo, si è chinato a spiarne l’interno.
«Ragazzo, per cortesia!» gli ha urlato dietro la guardia. Ha riposto la ricetrasmittente che tanto è solo un giocattolo, è una ricetrasmittente finta, e con una mano alla fondina e una rapida occhiata intorno, che non ci fosse pericolo per la sua banca, ha percorso a passo svelto lo spiazzo e raggiunto il passante all’apertura vicino allo spigolo. Si tratta di un piccolo squarcio prodotto dall’impatto della caduta, però chiaramente, viste le dimensioni colossali dello scatolone, è uno squarcetto largo un buon metro e mezzo.

Constatato che non c’era pericolo, la guardia giurata ha sfilato la pistola – che qui già non si dovrebbe sapere per non rovinare la suspence ma, visto che dalla parola pistola possono nascere degli equivoci o può essere diseducativo in qualche maniera guerrafondaia, specifichiamo subito che in pratica anche la pistola è un giocattolo – si è chinato e ha imbucato lo squarcio, facendo quel segno con la mano che vuol dire: “Seguimi!”. Quel gesto là era tanto che lo voleva fare. Molti anni prima aveva infatti colpito la sua fantasia di bambino davanti al televisore, e dopo la terza media lo aveva spinto a sostenere l’esame per guardie giurate.
«Aspettatemi!» ha detto il fioraio, che a questo punto ha dovuto fare una bella corsa per raggiungerli prima che sparissero dal sole del primo pomeriggio. Un mazzo di viole del pensiero in mano, è scattato nella corsa gettando a terra le forbici. Al momento dell’atterraggio stava infatti il fioraio preparando, visto che quel giorno lì era particolarmente triste e meditabondo, un bel mazzolino di viole del pensiero, le sue preferite: non per qualche cliente particolare, ma per se stesso, perché gli andava di farlo, e siccome nella corsa gli era sembrato spreco buttarli, è entrato anche lui nello scatolone con fiori, grembiule e tutto.
Dentro, ancora lo scatolone si sta assestando dopo l’impatto. Forti scricchiolii rimbombano come se gran parte della struttura fosse vuota, e al buio che segue sempre una caduta, i tre uomini avanzano tentoni in cerca dell’interruttore.

A trovarlo è stato il passante, che poi subito ha fatto una bella espressione che è piuttosto nota anche fuori Roma, e grosso modo vuole dire: “Ah, però…”.
Il fioraio ha coperto gli occhi per la grande luce, e anche se il pericolo non era scampato definitivamente, la guardia ha riposto la pistola, lasciando però la mano poggiata sulla fondina: “Sempre pronti!” è infatti il motto della compagnia di guardie giurate per cui lavora dal settantuno.
La luce di diverse migliaia di lampadine da sessanta volt illuminava un larghissimo spazio quadrato vuoto, vuoto fino ad arrivare agli angoli e vuoto poi lungo gli angoli, a percorrerli con gli occhi in alto per un bel po’, prima di arrivare a un soffitto liscio e perfetto nonostante la caduta. Gli scricchiolii intanto erano stati superati da un altro suono, un suono abbastanza noto alle orecchie di tutti gli uomini e di tutte le donne d’Italia, e quindi anche a quelle della guardia giurata, del fioraio e del passante: il suono che fanno i bambini dell’asilo quando, dopo la pennichella sulle sdraio schierate nel refettorio, alle cinque puntali del pomeriggio si svegliano tutti insieme per la merenda.
«Vedi un po’» ha detto il fioraio, e nel dirlo un pochetto si rivolgeva ai suoi due compagni, ma per il resto parlava più che altro con se stesso, per dirsi che era davvero una bella meraviglia quella sotto i suoi occhi, una meraviglia che proprio non si aspettava in quel pomeriggio, tanto solitario e meditabondo fino a qualche attimo prima. E d’altronde il passante e la guardia giurata stavano ancora a cercare crepe sul soffitto, ad accertarsi che la situazione fosse totalmente sicura e il fioraio così è stato il primo a scoprire cosa veramente l’enorme scatolone conteneva.

Un bel po’ del salone del libro infatti nell’atterraggio è sprofondato sotto terra e quello che il fioraio e le sue violette stanno guardando altro non è che il risveglio di tanti standisti-formichina, nell’intricatissimo labirinto che occupa la faccia più bassa della smisurata struttura.
La parola standista il nostro fioraio sicuramente non la conosceva, dato che non era mai entrato in uno scatolone fino a quel giorno, ma se avesse avuto un vocabolario avrebbe scoperto che proviene da un’altra parola: stand, che nel significato uno, quello che a noi serve di più, vuol dire spazio riservato a ciascun espositore in una mostra o fiera. Questa specie di standisti-extraterrestri erano dunque, per il nostro fioraio con le violette ma senza vocabolario, dei semplici ragazzi e delle semplici ragazze e anche dei vecchi, che in quel momento si stavano svegliando, in tutti i modi diversi di risveglio che uno può immaginare: chi con il sorriso, chi saltando in piedi pieno di energia, chi con il broncio, chi piangendo, e c’era pure un vecchietto forzuto che stava facendo le flessioni per scacciare il sonno più in fretta.«Tutto a posto, tutto sotto controllo, passo e chiudo» ha detto, facendo chiaramente finta, la guardia giurata, quindi ha spento definitivamente il suo walkie-talkie. Infatti non solo questi standisti non erano armati – l’unica pistola che fu avvistata altro non era che una pistola per lo scotch usata da una ragazzetta bionda per chiudere un pacco di libri – ma addirittura oltre alle armi nell’immenso dedalo di stand mancavano totalmente i rappresentanti dell’Essere Umano Adulto, intendendo per esso un uomo o una donna dai trenta ai sessant’anni di età.

Di giovani quanti ne vuoi, anche parecchi bambini, vestiti con le magliette colorate infilate nei pantaloni e le scarpe da skateboard; ragazzi di tutte le altezze e i colori di capelli, qualcuno perfino con le treccine o con la testa rasata, la maggior parte vestiti sullo sportivo ma anche diversi elegantini; ragazze figurarsi, magre grassotte con o senza orecchini sul naso ma tutte invariabilmente bellissime e sorridenti; di vecchietti e vecchiette poi un bel po’, riconoscibilissimi per i capelli bianchi lustri e ben pettinati… ma di adulti, nemmeno una scarpa.
Il passante intanto aveva scovato lungo la parete una scaletta stretta per scendere al pian terreno e, senza aspettare i due compagni, già scivolava sul passamano verso il labirinto. Era un passante già grande, diciamo un pizzico adulto, per essere precisi però della guardia giurata coi suoi cinquant’anni poteva anche essere il figliolo, quindi bisogna anche aspettarselo che la guardia, già per la seconda volta dietro le sue mosse imprudenti, cominciasse a spazientirsi.
«Oi ragazzo, stai cominciando a farmi girare…» si dice abbia detto la guardia; poi però, non senza un pizzico di sorriso d’approvazione, gli è corso dietro traballante sui suoi ottanta chili per un metro e sessanta.
Il passante presto è atterrato su questo stand piccolino, quasi grande quanto uno sgabuzzino, dove un bambino con i suoi cinque anni di esperienza preparava una bella piramide di libri sulle civiltà antiche e ormai scomparse. Il bambino non ha pianto per niente quando poi la sua bellissima costruzione è andata all’aria anzi, cercando di interrompere gli inchini di scusa del passante, alla fine per farlo smettere gli ha regalato un bel libro di fumetti degli antichi Sumeri, un libro introvabile con traduzione a fronte dal cuneiforme, e con anche un bel numero di parolacce colorite che con il passare dei millenni erano andate perdute. Aiutato il bambino a rifare la sua piramide, il passante, la guardia e il fioraio si sono poi incamminati in fila indiana per gli stretti passaggi del labirinto.

È facile guardare le cose dall’alto! La situazione vista dall’alto è sempre di una grande abbordabilità e non fa nessuna paura, ma una volta al livello del terreno il fioraio, la guardia giurata e il passante erano non proprio spaventati, ma diciamo un bel po’ timidi. Passare davanti agli stand ordinatissimi e ben preparati e colorati, con alte pile di libri di tutte le dimensioni, e davanti a queste facce poi degli standisti che li guardavano sorridenti e incuriositi… be’, diciamo che i tre uomini si sono messi un pochino di paura.
Il passante poi, un po’ per gioco, un po’ per predisposizione allo sport, ha cominciato un passo veloce, un passo da marcia che presto si è trasformato in corsetta leggera, i suoi due amici appresso.
Corri corri, la guardia giurata e il fioraio alla fine non riuscivano più a stargli dietro, il passante infatti ormai andava forte come un forsennato; a dirla tutta, dobbiamo confessare che la corsa del nostro passante non era neanche una corsa contenta, sembrava piuttosto la corsa di un Superman nei suoi vestiti borghesi che, anche se ce la mette tutta, non riesce proprio a trasformarsi e a prendere il volo.
Il fioraio è stato il primo a perdersi. A perdersi proprio no, diciamo che dopo non molto si è stancato di andare dietro a quei due, e in più il mazzolino di violette si stava anche sciupando e al fioraio questo non sembrava davvero giusto: «Va bene le avventure!» pare che abbia detto, «ma cerchiamo di non perdere la testa!». Qualcuno allora gli ha prestato una seggiola morbida e ci si è seduto. Poi gli sono stati offerti dei dolcetti e una tisana e un vasetto d’acqua per i suoi fiori ed è stato solo dopo che si è riposato e ha mangiato fino a stancarsi che il fioraio ha tirato un sospiro di sollievo, e alla bella faccia paffuta che gli si è presentata davanti ha detto: «…ciao!».
Il passante intanto, gira e rigira, il labirinto se lo era fatto già un paio di volte. A un certo punto però lo stand davanti al quale passava più di frequente era questo stand di libri un pochino diversi, uno stand di libri allungati. Prima addirittura aveva pure pensato che i libri li vedesse solo lui allungati, per la velocità pazza della corsa; poi però provò a rallentare, e si accorse che gli strani libri di questo stand rimanevano lunghi. Quando poi si è fermato del tutto e si è incollato al bancone ricoperto di bei volumi effettivamente stretti e in più un bel po’ colorati, ha visto una signora magra, con moltissime rughe e dei bei capelli lunghi raccolti in una coda. Parlava e parlava la signora, un sacco di parole una dietro l’altra uscivano dalla sua bocca senza un senso preciso. Un urlo di spavento ogni tanto e anche il rumore che fa la tempesta quando spezza l’albero di una nave, anche se aveva gli occhiali sul naso non si capiva se stesse leggendo o rimuginasse qualcosa tra sé. Pare però che, appena si sono accorte della presenza del nuovo ascoltatore, le parole una sull’altra della donna alla fine abbiano preso un ordine, un ordine ben preciso.

E la nostra guardia? Dov’è finita la guardia che ormai non si vede più già da un po’? E vabbe’ che è pure una guardia un poco bassina e che la pistola e la ricetrasmittente sono solo giocattoli, però forse meriterebbe una maggiore attenzione dopo trentaquattro anni di servizio effettivo! La guardia era proprio stanca e alla fine si era allungata sotto un tavolo e si era pure addormentata, e ora che siamo tornati sta facendo un incubo dove non esistono più banche e nemmeno rapinatori, ma solo un terribile capo delle guardie giurate che obbliga tutti a correre, così che tutto il mondo, guardie e non guardie, si corre per forza e chi poi si ferma deve almeno camminare veloce.
«Signore…»
«Signore!»
«Mister!»
Al terzo richiamo la guardia si svegliò. Un ragazzo altissimo gli chiedeva di ascoltarlo e la guardia allora si impegnò, prese una sedia e afferrò le sue ginocchia nella posa più ricettiva che conosceva: «Qual è il problema?» fece, col mento all’insù.
«Il problema è che nei libri non c’è abbastanza spazio!» disse il ragazzo altissimo, piegandosi verso l’ascoltatore e mostrandogli un’espressione sul viso abbastanza triste.
Puoi capire la nostra guardia! Non vedeva un libro dalla terza media e dei libri sapeva solo due cose: che si vendono nelle librerie, vicino ai cd, e che si fanno con la cellulosa proveniente dagli alberi. In più però c’era un’altra cosa… un ricordo dopo anni e anni gli tornava in mente solo ora: una cosuccia di quando ancora vestiva i pantaloni corti che poi, dopo aver preso il diploma di scuola media, con la pistola e la ricetrasmittente giocattolo aveva trovato il modo di dimenticare.
Torniamo ora però al passante, e alla sua signora che ormai lo aveva completamente incantato. Intanto che noi eravamo via lo ha portato in terre lontane, un po’ raccontando le storie che lei già aveva letto nella sua lunga vita e un po’ leggendo là, nel suo piccolo stand, in quel momento, solo per lui: quei suoi libri lunghi lunghi dalle bellissime copertine colorate. In appena dieci minuti la signora lo aveva guidato a bordo di navi affollate, tra i ghiacci del sud e nelle terre più sconosciute che uno può immaginare, piene di avventure e di uomini altissimi e coraggiosi dai grandi baffi bianchi. Figurarsi il passante – che tanto di lui e del suo passato non si sa, ma che almeno un’informazione ce la concediamo: non ha mai preso un traghetto neanche per andare all’isola d’Elba – figurarsi la faccia che ha fatto quando quella signora magra con le sue rughe, la voce profonda e il fumo delle mille sigarette che intanto si era accese, lo ha portato in quei posti così lontani! Si è allentato la cravatta, ha mollato di un buco la cintura e si è bevuto tutte quelle parole in fila. Poi, a un certo punto, ha fatto con gli angoli della bocca un’espressione incomprensibile all’intero genere umano, ma che nella strana lingua che in quei dieci minuti era nata tra lui e la signora fumatrice, non voleva dire altro che: grazie!!! , proprio così, con tre punti esclamativi. E all’improvviso, come era arrivato, si è alzato, ha preso i piedi e se n’è andato. Per conto suo, senza aspettare nessuno. Solo, una volta in cima alle scale, con un piede già di nuovo nello squarcio da cui ormai arrivava la luce di un lampione e il freschetto invernale, si è voltato, ha fatto un fischio alla guardia giurata e lo ha salutato con la mano prima di sparire.

Ma tanto anche la guardia aveva finito. Anzi, gli facevano pure male i piedi per il troppo camminare. Dopo avere ascoltato infatti il ragazzo altissimo per molti minuti, si era fatto tutti gli stand del labirinto: uno per uno, senza saltarne nemmeno mezzo. Aveva scambiato un bel po’ di chiacchiere con tutti, e ognuno gliene aveva raccontata una, ma nessuno standista aveva svegliato di nuovo la sua fantasia come il ragazzo altissimo, né di libri ne aveva comprati altri.
Ora, la conversazione tra i due non la possiamo riportare per intero, perché è un po’ lunga e siamo quasi alla fine; il ragazzo altissimo poi ogni tanto si metteva anche a piangere, soprattutto all’inizio, poi scoppiava a urlare all’improvviso, e infatti una volta, per calmarlo, la guardia aveva anche sfilato la pistola ed esploso un finto colpo in aria. Il succo comunque era questo: nei libri non c’è mai spazio e la gente allora cosa deve fare? Li legge come se stesse guardando la televisione, così, “in modo passivo” si dice; legge legge e un po’ si diverte pure, e allora per qualche minuto crede anche di essere Robinson Crusoe o Peter Pan, ma dura poco, e chiuso il libro poi si dimentica la storia, si dimentica la fine e soprattutto l’inizio, e allora deve riprendere a occuparsi dei problemi che ha, come la scarpa slacciata o la moglie troppo bella. «Questo» ha detto a un certo punto il ragazzo altissimo, «a me ha fatto venire l’esaurimento nervoso. E siccome i problemi non mi piacciono e però sempre sui libri ventiquattrore non si può stare – gli unici che possono sono gli scrittori ma io non sono abbastanza bravo a scrivere l’italiano – mi è venuto un esaurimento nervoso doppio. Poi un giorno mi sono ricordato di quando ci facevano fare i temi a scuola: mezza pagina. Una metà per lo svolgimento e una metà lasciata alla professoressa per le correzioni. Allora mi sono inventato questa forma di libro che si chiama libro-bis. Metà pagina è tutta scritta: nel nostro stand abbiamo tutti i generi dei libri, cosa crede?: i polizieschi, i libri rosa, i libri per bambini, i libri del terrore…»
«E l’altra metà?» ha chiesto la guardia.
«L’altra metà è lasciata al lettore. Questo nuovo modo l’ho anche brevettato, e ho inventato una nuova parola, per la precisione un verbo: scrileggere. Piacere Francesco Arleo, casa editrice Beati i Secondi!» ha detto poi il ragazzo altissimo allungando la mano. La guardia allora, gli è tornato chiarissimo in mente che quando era a scuola, altro che pistola giocattolo!, altro che ricetrasmittenti! Allora sì, si combattevano le vere battaglie! C’erano sempre nei libri questi bambini-eroi che lottavano contro dei cattivi davvero pessimi! Poi però in terza media si era stancato di assistere alle loro avventure solitarie, cui non poteva mai partecipare, ma proprio mai, ed era andato a fare la guardia giurata. Subito allora la nostra guardia ha comprato un bel libro-bis, genere poliziesco. Gli era anche venuta una mezza idea di prendere un libro-bis anche per la moglie, un libro d’amore, ma capirai, non esageriamo con l’altruismo: quel libro di guardie-e-ladri se lo sarebbe tenuto imboscato nella valigetta degli attrezzi da guardia giurata e, di nascosto dalla moglie, davanti alla banca, con quelle ore dalle sette del mattino fino alle sei e mezzo di sera, aveva tutto il tempo per leggere. Nel cinturone poi, vicino alle manette finte, c’era anche un bella penna se non ricordava male, visto che non le aveva mai tolto il tappo da quando era in servizio. Nelle mezze-pagine vuote avrebbe partecipato finalmente anche lui alle avventure del libro, avrebbe disegnato le mappe per gli inseguimenti e chissà quante parole d’ordine per superare i passaggi segreti avrebbe inventato! Altro che pistole giocattolo dall’indomani!
La nostra guardia, ora che l’abbiamo ritrovata, è così di questo umore allegro e comunicativo, come sempre capita quando si ha un bel segreto tutto per sé, e ha conosciuto tutti gli standisti del salone. Intanto però, a forza di camminare gli è venuto male ai piedi, che per le fiere, anche per le fiere del libro che atterrano all’improvviso, dopo un po’ viene l’ora che uno si stanca. Così a un certo punto ha preso la scala ed è uscito nella notte all’Eur.

Tutti i palazzi ora che è tardi sono un po’ illuminati e un po’ no, e le strade deserte e larghe come nei telefilm tedeschi che danno in televisione, quei polizieschi che le strade sono larghissime e le piazze sembra sempre di vedere la Russia in lontananza. Ma intanto, divagando divagando, la guardia aveva come l’impressione di essersi dimenticato qualcosa. Allora è corso alla banca a controllare che tutto fosse a posto. Fortunatamente, nessuna ruspa aveva sfondato le vetrine e nemmeno un bancomat si era inceppato: la luce verde dell’insegna brillava tranquilla sullo slargo, così anche la guardia giurata se n’è andata per i fatti suoi.
E il fioraio? Dov’è finito il fioraio, che è già ora di cena? Intanto bisogna sapere che qualcuno, forse il passante, ha chiuso le serrande del suo chiosco, in modo che nessuno porti via i fiori e, in questo momento che anche la guardia è andata via, due ragazzini con delle bombolette spray stanno scrivendo qualche parolaccia rivolta a chi legge, parole che qui è meglio non riportare. E il fioraio allora, ora che ormai è tardi e la storia è già finita? Io lo so che fine ha fatto, ma non ve lo dico, perché certe cose non si raccontano.

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