Genocidio culturale

18 gennaio 2005
Pubblicato da

di Carla Benedetti

faletti.jpgI due bestseller di Giorgio Faletti sono un fenomeno nuovo in Italia? Secondo alcuni si tratta semplicemente di thriller di successo che una volta tanto, invece di arrivare da oltre oceano, vengono prodotti in patria. Nient’altro? Proviamo a guardare meglio.

1. La monocultura del bestseller

Quattro anni fa un saggio di André Shiffrin, Editoria senza editori (tradotto da Bollati Boringhieri con una presentazione militante di Alfredo Salsano), lanciò un allarme al mondo della cultura. Sosteneva che l’editoria è cambiata negli ultimi dieci anni molto più che in tutto il secolo.

Una mutazione genetica ha trasformato il mercato del libro in una “monocultura del best seller”, spazzando via la “vecchia” editoria di progetto.

Shiffrin è stato per molti anni direttore della Pantheon Book. Ha potuto perciò descrivere il fenomeno dall’interno, con dati alla mano. Nella sua ricostruzione tutto ha inizio quando alcuni grandi gruppi dell’entertainment e dell’informazione cominciano ad acquistare case editrici indipendenti, in buona salute e con ottimo catalogo. Promettono di non cambiare la linea editoriale, e infatti non lo fanno. Però impongono un rendimento del 15 per cento, che è commisurato a altre industrie ma non all’editoria, abituata a marciare su utili del 3 o 4 per cento. E impone il rendimento immediato. Ciò significa che un libro di cultura, ad esempio un saggio di Foucault o un romanzo di Sartre (entrambi nel catalogo Pantheon), che come quasi tutti i libri di cultura rende negli anni, diventa di colpo, con questi nuovi parametri, un “libro che non vende”.

E nemmeno è più possibile che un libro commerciale possa servire a “foraggiare” libri meno redditizi, perché il profitto viene calcolato libro per libro. Salta perciò anche il doppio binario con cui per tanto tempo l’editoria era riuscita a mantenersi in equilibrio tra progetto culturale e esigenze del mercato. Così, per sopravvivere, anche un editore come Pantheon è costretto a produrre libri con tirature altissime, abbassando la qualità e uniformando l’offerta.

Questo meccanismo, semplice e micidiale, è stato chiamato “censura del mercato”: un’espressione efficace per dire che oggi certi libri subiscono una repressione analoga a quella dei regimi, anche se esercitata con parametri non più direttamente ideologici ma di mercato. Tutto questo fa impallidire il vecchio concetto di “industria culturale” coniato da Adorno e Horkheimer nel 1947. Questa nuova macchina che va a caccia solo di libri destinati alla lista dei bestseller, e del nome noto da pagare con anticipi vertiginosi, provocando la rovina di editori prima in attivo (un po’ come è accaduto alle società sportive fallite per i prezzi drogati dei calciatori), questa industria “mutante” che entra, salassa e fa il deserto, dovrebbe piuttosto essere chiamata “industria del genocidio culturale”.

Anche la distribuzione è mutata di conseguenza. Le piccole librerie “intelligenti” soccombono: al loro posto grandi catene organizzate per lo smercio veloce dei bestseller, occupate militarmente da valanghe di libri seriali, uccidono i libri di cultura, dal ciclo più lento. Tutto questo sta oggi accadendo anche in Italia. E con effetti forse ancor più devastanti che nel mercato anglosassone, che, essendo molto più vasto, consente margini di manovra e maggiore diversificazione.

Succede poi in Italia anche un altro fatto allarmante. La monocultura non viene più praticata solo dall’ editoria controllata dai grandi gruppi ma si è estesa trasversalmente, contagiando anche l’editoria indipendente e “di sinistra”.

2. Il deserto intorno: critici e pagine culturali

Il primo thriller di Faletti, Io uccido, sta viaggiando verso i due milioni di copie vendute, senza contare l’edizione tascabile e la ristampa che ne ha fatto “Repubblica” per la vendita nelle edicole. Il secondo, Niente di vero tranne gli occhi, appena uscito, è salito in testa alle classifiche dei libri più venduti. Non sono semplicemente dei thriller, ma thriller ricalcati su esemplari americani di successo, con personaggi, ambientazione e scrittura dozzinali, privi anche di quell’invenzione che da sempre caratterizza la letteratura di genere. Ma neppure questo è il fenomeno nuovo. Ciò che è davvero inedito non sta dentro a questi libri, ma nel deserto che si è aperto intorno, e nella quasi totale mancanza di consapevolezza da parte del cosiddetto mondo della cultura, che sembra assistere in silenzio alla desertificazione.

Appena pochi anni fa su libri di analoga tiratura si sarebbero cimentati decine di critici letterari, critici della cultura, psicologi, sociologi, con analisi e discussioni animate. Così capitò al romanzo di Susanna Tamaro Va dove ti porta il cuore. Negli USA ancora succede che un bestseller, per esempio Amabili resti di Alice Sebold, venga dissezionato sulla “New York Review of Books” da un noto critico letterario. Sui thriller di Faletti non c’è stato nulla di paragonabile. Il mondo della cultura italiano gli ha riservato un’accoglienza distratta e tutto sommato cordiale. Con un po’ di bonomia verso il libro popolare che è riuscito a raggiungere milioni di italiani, ha preferito non affondare il bisturi analitico. Nemmeno per smentire l’opinione di Antonio D’Orrico, dorricobig.jpg critico letterario del settimanale del “Corriere della sera” che presentò Io uccido come il romanzo d’esordio del “più grande scrittore italiano vivente”. Eppure di polemiche del genere un tempo le pagine culturali erano ghiotte.

Certo, quella di D’Orrico era un’iperbole, a cui si crede e non si crede, come a tutte le iperboli a cui ci ha abituato il linguaggio della pubblicità. Ma già questa difficoltà a distinguere la recensione di un critico da una promozione è un fatto nuovo. Nelle riviste di moda, salute e viaggi il confine è saltato da tempo. Ma è la prima volta che capita per un libro, e nel settimanale di uno dei più importanti quotidiani italiani.

Un altro elemento nuovo è che i quotidiani sono diventati editori. Ristampano i classici ma anche bestseller recenti. E le pagine culturali si riempiono di recensioni di questi libri, che quindi talvolta, al di là delle buone intenzioni del giornalista, diventano oggettivamente indistinguibili da una promozione. Era una recensione o una promozione l’articolo che “Repubblica” ha dedicato a Io uccido il giorno in cui il libro andava nelle edicole? Così neanche l’altro quotidiano più importante d’Italia ha potuto contrapporre un giudizio diverso. E gli altri giornali?

E tutti i critici militanti e della cultura cresciuti nei decenni scorsi nella scia della scuola di Francoforte, della critica dell’industria culturale, della società dello spettacolo?

Molti sono impegnati a discutere del canone, da qualche anno argomento dominante di convegni e volumi. Discutono di quali scrittori del 900 restano e di quali invece scompaiono dalla memoria e dalle antologie. Fanno inventari di fine secolo, malinconici diversivi.

Altri preferiscono ignorare i libri commerciali per dedicare energie a ciò che di migliore si pubblica in Italia. Una scelta nobile, che però non vede il conflitto all’ultimo sangue che si sta svolgendo nel campo della cultura ora che il doppio binario non esiste più, ma un’unica monorotaia, e sempre più ingorgata da un solo tipo di libri.

Infine, e sono la maggioranza, c’è chi pensa che libri come questi non si possono criticare perché sono popolari. Non vogliono passare per umanisti vecchio stampo, con un’idea elitaria di cultura, che guardano dall’alto in basso la letteratura di genere. Ma ibri di cui stiamo parlando non hanno niente a che fare con la letteratura di genere. Sono prodotti geneticamente modificati che stanno invadendo la coltura del libro. Eppure quell’argomento populistico-postmodernista riesce ancora a paralizzare molte menti. O a dar loro un alibi.

“E’ il pubblico a volere questo tipo di libri, quindi diamo loro il benvenuto”. Così ragionano molti. Non vedono, o fingono di non vedere, il tipo di target che si prefigge l’economia del bestseller. Non un pubblico da stimolare e conquistare libro dopo libro, ma un pubblico già conquistato, da spremere e basta. Si mette a frutto l’inerzia mentale e spirituale prodotta dalla macchina dell’entertainment di questi anni e da un’informazione manchevole e pilotata. Lettori inerti, tenuti a digiuno di verità, e abituati a chiedere a un libro un coinvolgimento solo esteriore e meccanico. E’ ovvio che la gamma delle emozioni, fantasie e riflessioni che un libro può scatenare, e di cui è fatto il piacere della lettura, è enormemente più ampia di quella su cui fa leva l’industria del genocidio culturale. Ma chi se ne importa. L’obbiettivo è il profitto, massimo e immediato.

Prima o poi questa follia verrà travolta. La specie umana non può sopravvivere senza trasmettere esperienza e pensiero attraverso la parola. Ma la macchina è miope al punto da credere di avere in mano una ricetta infallibile: prendi un personaggio televisivo, affiancagli un buon editor, attieniti a certe formule compositive ritenute di successo, assicurati la promozione di un importante canale mediatico, paralizza la critica con alcuni argomenti populistici, ed è fatta! I giochi però non sono mai già tutti fatti.

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Una versione più breve di questo articolo è uscita su “L’Espresso” del 7.1.2005

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26 Responses to Genocidio culturale

  1. Roberto Saviano il 18 gennaio 2005 alle 09:34

    Carla il tuo pezzo ha sollevato una questione complessa sui cui sarà necessario riflettere a lungo. Bisognerà immergersi nel pantano di questi libri nati nella brodaglia pubblicitaria e dissezionare, scartare, comprendere, valutare. Forse così si potrà ostacolare o quantomeno comprendere le dimensioni del fenomeno, sino in fondo. vitando il moralismo della distanza e l’indifferenza dell’invidia. Ottimo scritto che dimostra la possibilità di una critica fatta con le misure della regione e la foggia del fuoco.

  2. beppe il 18 gennaio 2005 alle 12:06

    Ottimo. Giustissimo. Mentre lo leggevo pensavo: perché Carla non lo dà anche all’Unità? Poi ho visto che è già uscito sull’Espresso. Bene. Un caro saluto, beppe s.

  3. GiusCo il 18 gennaio 2005 alle 12:33

    Pienamente condivisibile, da far riflettere anche su molto di quello che si legge in rete e che viene spacciato per grande letteratura: nel piccolo e quasi gratuito di internet vale lo stesso principio, in “contatti” e citazioni incrociate. La ganga dei poverelli.

  4. andrea inglese il 18 gennaio 2005 alle 13:46

    due osservazioni: seguendo l’impostazione fornita da Carla Benedetti sarebbe necessario un lavoro di natura propriamente sociologica, con tanto di ricerca empirica, per delineare come avviene questo mutamento all’interno delle diverse case editrici e delle testate giornalistiche che ad esse si appoggiano; ma esistono lavori di questo tipo in Italia? La domanda non è retorica, ma a me non viene in mente alcun titolo. E innanzitutto la rivolgerei a Carla. In Francia, Bourdieu aveva realizzato ricerche di questo tipo.

    I critici infatti, da noi, hanno spesso la tendenza a fare sociologia “intuitiva”. E forse è già meglio che niente, ma gli strumenti del critico non sono quelli del sociologo. Quanto ai critici, essi dovrebbero senz’altro occuparsi di valutare questo tipo di “libro-merce”, dal punto di vista stilistico, narratologico, ecc. come suggerisce Carla. E se ne vedrebbero allora delle belle! Ma non mi sembra il caso di colpevolizzare quei critici – neppure tantissimi – che continuano ad occuparsi di libri che non rispondono a criteri commerciali.

  5. graziano dell'anna il 18 gennaio 2005 alle 15:54

    Oltre all’articolo in sé, trovo interessante che nella pubblicazione dell’Espresso manchi proprio la parte dell’articolo in cui la Benedetti critica i ‘quotidiani-editori’, riferendosi anche esplicitamente a Repubblica. Interessante sarebbe anche sapere se si tratta di censura operata dai ‘piani alti’ della rivista, o di ‘autocensura’ della Benedetti? Con stima

    g.d.

  6. Raul Montanari il 18 gennaio 2005 alle 17:59

    Un gran bel pezzo, Carla. La descrizione della monocultura è davvero agghiacciante.
    Ho alcune osservazioni da fare.

    1. Nell’articolo non specifichi il grado di estensione di questo virus della monocultura.
    Per esempio: secondo te il mio attuale editore, Baldini Castoldi Dalai, fa monocultura? A me pare di no; anzi, Dalai mi ha detto esplicitamente che il successo di Faletti viene usato proprio per foraggiare libri di qualità. Ti posso fare l’esempio del mio prossimo, per il quale Dalai ha accettato praticamente tutte le mie condizioni; ma questo esempio non è probante, perché tutto sommato io ho sempre fatto guadagnare i miei editori, con l’eccezione di Rizzoli.
    Un esempio più azzeccato è la loro decisione di pubblicare il terzo romanzo di Franz Krauspenhaar, un artista della scrittura che sicuramente non garantisce una base di pubblico affidabile (Franz, al di là della sua bravura, potrebbe benissimo vendere 1000 o 2000 copie, se il pubblico non lo capisce; chiaro che gli auguro ben altro).
    Nel catalogo BCD, in mezzo alla solita confusione, vedo un sacco di proposte di qualità con le quali dubito enormemente che l’editore passa stare non dico su un rendimento del 15%, ma neanche del 3 o 4.

    2. Nel finale del pezzo ci sono tre affermazioni che mi hanno lasciato perplesso; la cosa buffa è che su due sono in disaccordo perché le trovo troppo negative, su una perché mi pare troppo ottimista!

    2.1 Tu parli di un pubblico “non da stimolare e conquistare libro dopo libro, ma già conquistato, da spremere e basta”.
    Sai che non capisco cosa intendi?
    A me sembra invece che il best seller, per definizione, sia il tipo di libro che conquista una tantum (questo è il punto vero!) un lettore debole o debolissimo: quel genere di persona che non è affatto già abituata alla lettura (nemmeno alla lettura di un certo genere o sottogenere letterario), ma che di solito non legge e basta.
    Su questo punto si apre sempre la stessa discussione: meglio che qualche milione di persone leggano, leggano comunque, anche una schifezza come la Tamaro, o sarebbe meglio a quel punto che non leggessero ma facessero qualcosa di più creativo, per esempio su Internet, oppure consumassero, non so, fumetti di qualità, musica e cinema di qualità, ecc.?
    Io sono della seconda opinione.
    Non ho per niente il feticismo del libro; non è vero che il libro è bene, di per sé, sempre e comunque, e non è assolutamente vero che anche un brutto libro può essere un ponte che guida il lettore occasionale verso un libro bello.
    Fra una persona che legge romanzi rosa e una che occupa lo stesso tempo facendo, per esempio, un blog divertente, intelligente, ingegnoso (o qualunque altra cosa a cui si applichi uno dei tre aggettivi), preferisco la seconda; e se scoprirò che non legge, pazienza.

    2.2 Poco oltre, sempre riferendoti alla monocultura del bestseller, scrivi: “Prima o poi questa follia verrà travolta. La specie umana non può sopravvivere senza trasmettere esperienza e pensiero attraverso la parola”.
    Sai che qui invece mi sembri troppo ottimista?
    La specie umana può vivere tranquillamente senza i libri di Moresco, per citare un autore simbolo di una narrativa di elevatissimo livello artistico che vende, in proporzione, relativamente poco.
    La scelta di leggere Moresco o chi per lui è legata a un’educazione alla fatica, allo sforzo nella lettura (come nell’ascolto della musica, per esempio) che sta andando in disfacimento, senza che si vedano effetti sulla specie umana tranne il suo impoverimento spirituale e a livello di capacità autocritica, cosa di cui importa ben poco a chi ha il potere.
    Fra vent’anni, chi ascolterà la musica classica? I giornali ne parleranno ancora? I suoi spazi diminuiscono sempre più, perché non ha mercato: non ci sono “novità” nel campo della musica classica, solo reinterpretazioni e riproposte. La musica contemporanea è considerata, a torto o a ragione, un fatico esercizio di ascolto per iniziati; e la fatica è esattamente quello che la massa del pubblico cerca di evitare: Santo dio, torno a casa stanco, non mi dite che devo pure mettermi lì ad ascoltare Stockhausen! A leggere Moresco! A guardare la personale di De Oliveira!

    2.3 “Una ricetta infallibile: prendi un personaggio televisivo, affiancagli un buon editor, attieniti a certe formule compositive ritenute di successo, assicurati la promozione di un importante canale mediatico, paralizza la critica con alcuni argomenti populistici, ed è fatta.”
    Mah! Vogliamo applicare questa “ricetta” a Faletti?
    Faletti era un personaggio televisivo completamente bollito, dimenticato dal pubblico.
    Sull’editor si può discutere per anni, perché l’editing al romanzo è stato fatto da Piero Gelli, che è tutto tranne uno specializzato nel creare macchine narrative dal successo garantito.
    Le formule compositive sono certamente riconoscibili, ma allora perché la gente ha scelto Faletti? Quanti thrilleroni sono stati scritti e non hanno avuto il successo di quello? Quanti romanzi sentimentalucci vengono scritti e non hanno neanche alla lontana il successo della Tamaro?
    La verità è che le formule sono sempre desunte a posteriori; è molto difficile dire a priori che un libro avrà successo, tranne quando si tratta di un autore consolidatissimo (vedi De Carlo, per capirci); ma per un’opera prima come quella di Faletti, la scommessa era talmente rischiosa che, almeno a quanto risulta a me, l’autore non ha preso UNA LIRA di anticipo: non stiamo certo parlando degli anticipi altissimi, rovinosi, che citi giustamente in un altro passo del tuo articolo.
    Terminiamo con il canale mediatico e la critica. Il successo di Faletti è stato sicuramente favorito dall’innamoramento di D’Orrico, dalla copertina del “Corriere della Sera Magazine”. Però attenzione. Anzitutto D’Orrico è ingovernabile. Fra lui e Dalai corre cattivo sangue da molti anni, e personalmente escludo nel modo più assoluto che per D’Orrico si possa parlare di connivenza critico-editore. In secondo luogo D’Orrico ha sparato forte anche su altri autori, senza avere l’effetto dirompente che ha gratificato Faletti. Un esempio? Gianni Biondillo, a cui il critico del “Corriere della Sera Magazine” ha dedicato addirittura una recensione in due puntate, un vero (giustificatissimo, nel caso di Gianni!) ritratto d’autore, pieno non solo di stima ma anche di una certa astuzia, di una ricerca di tonalità accattivanti, cordiali, gradevoli. Risultato: Biondillo è stato proiettato nel pantheon del noir italiano, sono fioccate le interviste e gli inviti a serate e dibattiti. Ma chiunque abbia tenuto sott’occhio le classifiche ha potuto constatare che le vendite non sono decollate nemmeno lontanamente nelle dimensioni che a quel punto ci si poteva attendere.
    Come mai?
    Per me i motivi sono due: uno è che Biondillo è molto più bravo e raffinato di Faletti, e nonostante D’Orrico abbia cercato di farne un ritratto pop non è affatto un autore pop; l’altro motivo non riesco a definirlo, perché non è legato a Biondillo ma a Faletti stesso: è il motivo per cui Faletti ha funzionato (in termini di vendite massicce) e almeno cinquanta ottimi, in certi casi eccellenti autori noir italiani non si sono mai nemmeno avvicinati a quel tipo di impatto sul pubblico.

    Tutto questo per dire che il caso può moltissimo, e che a volte, quando dipingiamo l’editoria come una macchina da guerra bene oliata, perfettamente funzionante, in grado di essere usata bene (libri di qualità) o male (libracci imposti al pubblico con la certezza del successo) le attribuiamo un’incisività e una potenza che sarebbe ben felice di avere, ma non ha.
    I meccanismi editoriali, visti dal di dentro, sono farraginosi, a volte penosi; le cose succedono o non succedono, un po’ a casaccio.
    Un art director può impuntarsi su una copertina che non funziona e ammazzare le vendite di un libro; il famoso critico non riceve le bozze e si incazza; l’altro si incazza il doppio perché le riceve senza averle sollecitate; l’autore fa un passaggio televisivo disastroso, oppure neutro, oppure incredibilmente brillante (ricordate Carmen Covito da Costanzo? La Covito aveva naturalmente anche un bel libro con un bellissimo titolo busiano e con un argomento azzeccatissimo); all’ufficio stampa mettono una persona incompetente (parlo di cose che conosco); l’editore cambia il sistema di distribuzione e per qualche mese il libro non è presente in libreria; eccetera eccetera.
    Parlate con qualunque editor, e vi dirà questo: che fare narrativa è molto difficile, molto più che fare saggistica, per non parlare poi di quello che fanno i discografici con tutti i loro incredibili privilegi. Che le previsioni smentite – in senso positivo o negativo – sono all’ordine del giorno. Che ci vuole fortuna, fortuna, fortuna.
    Anche.

  7. Elio Paoloni il 18 gennaio 2005 alle 19:43

    Concordo: Faletti non è il solito “personaggio televisivo”. Non ho letto il libro, come molti di quelli che lo disprezzano per partito preso. Ma è sicuramente vero che non ha venduto solo grazie a D’Orrico o al non brillantissimo passato televisivo. Probabilmente ha delle qualità. Ma lo scrittore – o il critico – serio non possono che vedere in lui il solito comico televisivo. Come se quasi tutti gli scrittori, di solito i più grandi, non facessero comunque un altro mestiere. Succede che molti oggi facciano il mestiere televisivo. Non è detto che siano dei cani come scrittori solo per questo.
    Perchè un bancario, o un architetto, o un biologo, o un venditore di vernici, o l'”Ingegnere”, avrebbero più titolo a scrivere?
    Non sto discutendo di Faletti, ripeto. Non so nulla di lui. Ma del pregiudizio contro il “comico”, che non è di Carla Benedetti ma di molti con cui mi capita di parlare.

  8. b.georg il 18 gennaio 2005 alle 21:53

    non so se le (grandi) case editrici facciano davvero quello che dice Benedetti, cioè tagliare quello che non vende sotto una certa soglia a prescindere da giudizi sull’opera, ma non mi stupirei: la stupidità e la tendenza al suicidio strategico è assai diffusa nelle aziende, credo che sia un fatto assodato in sociologia delle organizzazioni.

    Ritenere che questo distrugga tout court la cultura non mi pare però molto motivato. Al massimo distrugge il patrimonio di quegli editori, che disperdendo il proprio patrimonio, anche interno, aziendale, di cultura e sapere, stanno firmando per la propria fine (è nella logica: prima o poi saranno mangiati anche loro da uno più grosso). Chi legge certi libri è tuttavia e giocoforza un numero relativamente piccolo di persone, così come chi salta in alto due metri è meno di chi ne salta uno, questo lo capiscono tutti. Evidentemente ci vuole talento anche per leggere, e probabilmente si può campare bene anche senza saltare due metri o leggere foucault (e magari uno che legge faletti perché di letteratura non capisce una cippa, ha in biblioteca tutti i saggi sulla termodinamica e la fisica dei quanti, e li capisce pure, e io lo invidio). Ma il punto è che in passato le cose andavano molto ma molto peggio. O vogliamo pensare che 100 anni fa la letteratura di qualità fosse diffusissima? Ma se il 90% della gente era analfabeta? Ma di cosa state parlando? Semmai oggi il numero dei laureati e in generale di chi può affrontare una lettura, non necessariamente di quel che piace a noi (giacché non di sola letteratura vive una società, e per fortuna) è un pochetto superiore e magari non sono tutti figli di possidenti. Sarebbe il caso di fare qualche riflessione un po’ matura su cosa sia la cultura – e la società – di massa, che nelle sue contraddizioni ha per lo meno il merito di garantire una maggiore uguaglianza di partenza ad un numero maggiore di persone di quanto succedesse in passato. Se non va bene, ok, anche per me occorre riformare le cose, e profondamente, ma si dica come. E senza per cortesia imporre l’etica per contratto.

    Finora accade che se qualche editore dismette certi mercati, altri editori intelligenti li occupano (posto che non stiano a lamentarsi sul destino cinico e baro). Nessuno pubblicava più Barth o Barthelme, per fare un’esempio stupido, da decenni, minimum fax lo fa e ci campa benino, mi pare (non solo su quello, of course). Se certi critici non si occupano sui giornali di fare critica seria, l’intelligenza e il desiderio di sapere e condivisione si riversano in rete (sempre che le si voglia esercitare positivamente e non solo per fare il pianto greco). In rete, dove tra l’altro si comprano libri molto comodamente, di ogni tipo e sorta e te li portano pure a casa.

    Dei milioni che hanno letto faletti, quanti hanno sottratto tempo per leggere moresco? Azzardo: nemmeno uno. O si vuol dire che se moresco venisse strombazzato dal corriere sarebbe letto dalle masse? Ma andiamo. E poi a quale scopo? Il mondo salvato dalla (nostra) cultura? Posso dubitare sommessamente di fronte a questo idealismo spinto? Fosse letto dalle masse, poi, probabilmente moresco smetterebbe di scrivere :)
    Il catastrofismo, si dovrebbe saperlo, è solo messianismo rovesciato.

    Mi trovo d’accordo con quanto dice sopra Montanari nel suo ottimo e misurato intervento (molto meglio del mio, insomma): l’idea del “prodotto di laboratorio” è secondo me piuttosto romantica. Parliamo piuttosto, nel caso specifico, di botta di culo e di fortunata coincidenza di fattori. E di un prodotto che tutto sommato si legge, dato che di amanti del genere in italia ce n’è tanti (e cosa dobbiamo fare, ammazzarli? Rieducarli in siberia? Proibire i thriller? Legarli a una sedia e leggergli baudelaire per un mese? Perché queste critiche non danno mai soluzioni, anche solo per divertimento?).
    Il che non toglie quanto detto all’inizio sull’insipienza degli editori, semmai lo corrobora.
    Solo in un punto non concordo con Montanari: si ascolta meno musica classica di 50 anni fa? Forse, meglio, una fetta privilegiata di popolazione ne ascolta meno, perché la maggioranza già non l’ascoltava manco prima. Forse, anzi, una fetta più vasta di popolazione ascolta una quota di musica più varia di quanto non succedesse 50 anni fa, tra cui musica colta, musica semicolta e musica pop, e se ci sono meno “picchi” di prima, c’è anche un livello medio più alto. Forse, ancora, si ascolta poca musica colta “contemporanea” perché una buona maggioranza di quest’ultima si è suicidata da tempo. Ma questo è un altro discorso.

  9. b.georg il 19 gennaio 2005 alle 00:00

    scusate, mi ero scordato quello che volevo dire per davvero: un raccontino. Una volta Paolo Villaggio fu invitato da una prestigiosa accademia di Mosca di cui ignoro il nome, a quei tempi in Unione Sovietica si dice che la cultura fosse tenuta in grande considerazione, ovviamente ben purgata, ma insomma pare ci tenessero a far laureare un sacco di gente. Bene, Villaggio viene invitato per ritirare un premio che l’accademia di letterati moscoviti assegna annualmente, credo, a scrittori italiani, e glielo vuole conferire per il suo libro “Fantozzi” (da non credere, eh?), che secondo loro è un feroce ed esilarante spaccato della burocrazia e del capitalismo occidentali che mutua la lezione della migliore tradizione letteraria russa (uh?). Incredibilmente quell’anno, insieme a Villaggio, i cattedrattici premiano pure Moravia, per un suo libro che non ricordo. Dunque, Villaggio fa il viaggio in aereo assieme a Moravia. Ovviamente è in grande soggezione di fronte al famoso maestro, e soprattutto è vigorosamente imbarazzato nel ricevere un premio assieme a lui. Più volte durante il viaggio tenta, fantozzianamente, di rivolgergli la parola, anche solo per strisciare ai suoi piedi e manifestargli la sua ammirazione. Moravia non lo degna nemmeno di uno sguardo, solo ad un certo punto storce il naso e fa una smorfia come di disgusto, letteralmente schifato, e in verità sinceramente offeso di essere accostato nell’opinione di siffatti letterati a un tale subvivente di scribacchino come Villaggio. Scesi dall’aereo i due non si incrociano praticamente mai più.
    Fine del racconto.
    Ah no, ecco: qualcuno ha più sentito parlare di Moravia, ultimamente?

  10. GiusCo il 19 gennaio 2005 alle 00:54

    Mi pare che i commenti stiano scivolando sul piano inclinato di cosa sia utile pubblicare per far risparmiare tempo (a chi pubblica) e fatica (a chi legge), che nel post appare quale problema, mentre qui come dato di fatto da accettare. Io sono con Benedetti. Il compito di chi fa cultura è dare voce alle diversità, non massimizzare i profitti (propri) e minimizzare la fatica (propria e del pubblico); che poi gran parte del pubblico non sia interessata, o non ne voglia fare che pochissima, affari suoi: io voglio farne e ho diritto di trovare a prezzi ragionevoli il mio pane, musica classica, moresco, poesia, grandi inchieste o altro che sia. Ho il diritto! E venendomi incontro, la tecnologia abbatte i costi a valle, aumentando a monte le abilità/conoscenze che devo esercitare per soddisfarmelo. Non sono io l’alieno o l'”iniziato”, è il grande pubblico che arretra progressivamente e si bastardizza nell’immediato soddisfacimento di bisogni elementari indotti dall’esterno. Fra Fantozzi e Moravia, io ricordo Moravia.

  11. b.georg il 19 gennaio 2005 alle 08:31

    arretra e si bastardizzza? cioè, dici che 50 o 100 anni fa il “grande pubblico” era colto? peccato che non esistesse, altrimenti potrei anche seguirti. “Bisogni indotti”? Esempi, please.
    temi di non trovare più in negozio la musica classica e la poesia perché vendono poco? e secondo te in passato vendevano di più? a chi? hai i dati?
    le grandi inchieste? se pensi che sia un problema di mercato, hai proprio sbagliato analisi, lascia che te lo dica.
    io poi ho detto tutt’altro dal fatto che occorre massimizzare alcunché, ma so che leggere in rete e cogliere pure le sfumature è sempre piuttosto difficile.
    (tra fantozzi e moravia io non ricordo nessuno dei due, volendo proprio.)

  12. luminamenti il 19 gennaio 2005 alle 10:42

    Constato nel mio lavoro (scuole e università) un’interesse sempre minore per il tempo da dedicare a un libro. Penso, vagamente, che ciò accelleri l’accesso alla casualità, come qualcuno ha detto; cioè, intuisco (o credo di intuire) che da qualche parte deve esserci una relaziona matematica tra tempo da voler-poter dedicare a un libro e criterio di scelta di un libro. Forse.
    Ma mi pongo una domanda su un punto che è stato evidenziato. Ci sono persone che leggono della saggistica estremamente impegnativa, saggi scientifici, di fisica ect…e poi contemporaneamente scelgono della narrativa che definirei non impegnativa sul piano delle comprensione cognitiva, della lettura.
    Ricordo una persona che leggeva testi di fisica altamente impegnativi, ma che amava libri tipo La profezia di Celestino.
    Mi sembra che il desiderio di allegerire l’impegno cognitivo sia molto diffuso e crescente.
    Continua a sembrarmi difficile giudicare un libro di narrativa e sopratutto estrapolare un valore oggettivo e assoluto e ancora più difficile insegnare il piacere (e non solo) ricavabile dal saper affrontare la fatica cognitiva.
    E il rapporto dell’editore con il lettore?
    Fanno parte dello stesso ingranaggio: figli della modernità! solo una critica alla genesi della modernità potrebbe mettere in luce ciò che non può più accadere. Uno dei Mondi Possibili è saltato!

  13. Orlando il 19 gennaio 2005 alle 12:46

    La mia tribù (parenti, amici, conoscenti vicini e lontani) mi porta ad essere mediamente ottimista.
    Diciamo che un buon 75% legge. Il restante 25% fa altro, e sono d’accordo con Montanari, è meglio così.
    La prima porzione è composta da persone che hanno con la lettura un rapporto molto naturale, la considerano qualcosa di fisiologico, punto. Altri leggono un po’ per dovere, per sentirsi bravi bambini e per avere argomenti di conversazione.
    I lettori, un po’ grossolanamente, li divido tra:
    1. Puristi del libro: leggono solo i classici, perchè, dicono, la vita è troppo breve,quindi meglio andare sul sicuro;
    2. Onnivori: ando cojo cojo. Se la voce dell’autore è di gradimento si possono “sorbire” qualsiasi argomento. Sperimentatori, funamboli della pagina, tentano, alle volte rimangono delusi, altre fulminati. Nel frattempo si chiariscono le idee, definiscono i loro gusti;
    3. Amanti del pappone: se il libro non è di seicento pagine (o di 100, pesanti come la ghisa)e non è collocato nel dispenser dei Best, non lo comprano. In genere non leggono molto e si fidano del tam tam di giornali e televisione.
    Per quanto riguarda Faletti, stufa delle pressioni degli “amici del pappone”, ho comprato il libro (Io Uccido). Non ho idea di come finisca, sono arrivata faticosamente verso pagina 80. Se qualcuno si fosse degnato di fare editing il numero della pagina sarebbe stato 20, al massimo 21. Poi ho scoperto che tra gli amanti del mattone vige la regola del salto. Zompettano da un dialogo all’altro, quindi chissenefrega se ci sono trecento pagine di descrizioni.
    E io che credevo avessero frequentato un corso di lettura veloce…

  14. andrea inglese il 19 gennaio 2005 alle 17:09

    Montanari e Georg mi sembra abbiano integrato la visione di Carla Benedetti; Montanari: non c’è solo programma e controllo e manipolazione, da parte di chi confeziona la merce-libro, c’è anche il CASO, l’imprevedibile; ed esso gioca un ruolo importante, fino ad oggi. Cio’ e altre osservazioni di Raul, rendono più sfumato il paesaggio dipinto da Carla. E mi sembra importante operare questo tipo di “correzione”. La questione di fondo rimane pero’ identica. Qual’è il “programma” (magari illusorio) delle case editrici, dopo la grande svolta aziendale? E, sopratutto, questo programma quanto tollera, lascia spazio, incoraggia anche “prodotti” di non immediato rendimento? Ed infine, questione che Montanari tocca seppure al volo, esiste un nesso tra la lettura di determinate opere e qualcosa di simile ad una “progresso nella comprensione di sé o del mondo”? Se questo nesso esiste, non è più indifferente, sul piano etico, difendere l’importanza di un certo tipo di opere (con tutti i rischi di errore che cio’comporta);

    quanto a Georg: verissimo, oggi molti più lettori di un tempo; ma quel 20% per cento di lettori della grande cultura borghese tra XIX e XX secolo erano anche i quadri della società borghese; quella cultura era circoscritta, selettiva, ma portava le sue contraddizioni e tensioni nelle coscienze stesse di quelle fasce di borghesi e piccolo-borghesi che svolgevano un ruolo importante sul piano politico e sociale. Ora il pubblico di lettori si allarga, ma la lettura sembra perdere la capacità di influire a fondo sulla mentalità. In molti casi, essa funziona come anestetico in caratteri alfabetici. Non ho nulla, in principio, contro gli anestetici. E se l’eroina non avesse controindicazioni la riterrei una delle più importanti scoperte dell’umanità. Il punto è un altro. Fino a quando saremo in grado di fare la differenza tra Moresco e Faletti, sapendo dare a ciascuno autore il giudizio che gli spetta?

    Io credo nelle sette, nel lavoro clandestino, nelle talpe, e in tutte le possibilità di trasmettere anarchicamente certe chiavi del sapere e dell’agire umano. Quindi non dispero. Ma il pericolo resta. Il pericolo di credere che cio’ che distingue un’opera da un’altra è, in fondo, solo il suo tasso di commerciabilità, di vendibilità.

  15. b.georg il 19 gennaio 2005 alle 17:47

    non saprei, andrea: in quanto agli oppiacei, aver sostituito vino e religione con cultura di massa è una scelta che in qualche modo è stata fatta (e si trattava di una scelta “moderna”, con le contraddizioni che comporta). Ma è stata fatta a tavolino o è un prodotto della “macchina desiderante”? Convengono letture apocalittiche (cioè messianiche) o apologetiche? Nessuna delle due probabilmente.
    Il rapporto tra cultura alta, cultura bassa, classi sociali, consumo e produzione è del tutto mutato non solo rispetto al XIX secolo, ma anche rispetto agli anni 70 del 900. Certo è utile ripercorrerlo e le letture non mancano (che gli “elementi immateriali” siano oggi al centro della produzione oggi lo dicono tutti, 20 anni fa solo qualche sociologo e toni negri. Tu dici che “non influenza”? Mah, è da discutere cosa significhi, distinguere, comprendere come sono mutati i ruoli, gli attori… Capire cosa accade quando l’immaterialità della produzione si fa tautologica, cioè investe la sua propria riproduzione). Su cosa questo significhi, e come si riconfiguri il piano, ovviamente, è legittimo dibattito.

  16. a il 19 gennaio 2005 alle 18:27

    oh, letissia!

  17. sarkhozy il 20 gennaio 2005 alle 01:00

    Riproducete le stesse dinamiche che criticate. E’ una cosa enorme.

  18. Carla Benedetti il 20 gennaio 2005 alle 02:58

    Grazie di tutti questi commenti, meditati e pertinenti. Rispondo intanto a Raul, perché nelle sue tante domande e obiezioni sono contenute anche quelle di altri. Metto prima le sue parole, poi la mia risposta.

    1. “…Grado di estensione di questo virus”

    Ho cercato di fotografare una tendenza. Ma non so esattamente fino a che punto sia estesa oggi in Italia. Bisognerebbe avere più dati, appoggiarsi a indagini che però non credo siano mai state fatte in Italia, o per lo meno io non le conosco (e in questo rispondo anche a Andrea). Certo Baldini Castoldi Dalai sta facendo anche libri diversi, di qualità, come i tuoi, quelli di Franz Krauspenhaar, e molti altri. Speriamo che regga!
    Non credo affatto che l’editoria di progetto sia spacciata. Non era questo che volevo dire. Volevo semplicemente isolare il virus, e dire contro quali forze quest’altra editoria, che esiste per fortuna, sta combattendo, e tutti noi stiamo combattendo.

    2. “Tu parli di un pubblico “non da stimolare e conquistare libro dopo libro, ma già conquistato, da spremere e basta”. Sai che non capisco cosa intendi “

    Voglio dire che questa editoria mutante cerca di sfruttare al massimo le reazioni già previste dei lettori, anche dei lettori che leggono una tantum.. Se le statistiche e le indagini di mercato dicono che i piselli vendono, e che riescono a conquistare anche gli anoressici, mettono tutti in circolazione piselli, e basta. Il thriller vende? E noi pubblichiamo altri thriller. Chi se ne frega se potremmo conquistare un pubblico anche facendo leva su altre emozioni, altre domande, altri bisogni, con altro tipo di libri. E’ anche un’editoria che va a caccia del catalogo altrui, come fanno ora anche i quotidiani quando ristampano i bestseller.

    3. “non è vero che il libro è bene, di per sé, sempre e comunque, e non è assolutamente vero che anche un brutto libro può essere un ponte che guida il lettore occasionale verso un libro bello

    Sono d’ ccordissimo. Mi verrebbe anche voglia di lanciare una campagna che dice “Leggete di meno!”. Certi libri abbrutiscono, addormentano. Un analfabeta, di quelli di una volta, di quando non c’era la tv, sarebbe oggi molto più saggio e aderente all’esperienza, di quanto non lo siano gli alfabetizzati di oggi che leggono Faletti o Vespa.

    4.” …scrivi: “Prima o poi questa follia verrà travolta. La specie umana non può sopravvivere senza trasmettere esperienza e pensiero attraverso la parola”.
    Sai che qui invece mi sembri troppo ottimista? ”

    Ottimista non direi. Pensavo anzi a una catastrofe antropologica che potrebbe travolgere la specie umana, e con lei molte altre specie viventi sulla terra. L’uomo non può fare a meno di trasmettere esperienza per sopravvivere in un ambiente, e infatti tramanda narrazioni oralmente o per iscritto da migliaia di anni. Ora l’industria del genocidio culturale sta erodendo questa possibilità

    5. “La specie umana può vivere tranquillamente senza i libri di Moresco…. ”

    Lascia perdere Moresco, e pensa invece a Omero. Se al posto dell’Iliade ci fosse rimasto un Faletti di quei tempi, cioè narrazioni semplificate, astratte e senza vita, forse non avrebbe potuto crescere alcuna organizzazione del vivente. E poi un libro come quello di Faletti non ci sarebbe stato tramandato. Essendo pieno di cliché, non avendo in sé alcuna meraviglia della parola, nessuno narratore orale avrebbe avuto piacere a memorizzarlo e a ridirlo.

    5. “…sforzo nella lettura (come nell’ascolto della musica, per esempio) che sta andando in disfacimento, senza che si vedano effetti sulla specie umana tranne il suo impoverimento spirituale e a livello di capacità autocritica, cosa di cui importa ben poco a chi ha il potere. “Fra vent’anni, chi ascolterà la musica classica?

    Sì, a chi ha il potere importa ben poco. Ma non è detto che chi ha il potere non stia oggi distruggendo la terra.
    Una volta passeggiavo con il walkman, e uno degli ultimi quartetti di Beethoven nelle orecchie. Vedevo il mondo piccolo, un globetto sospeso nel cosmo. Pensavo: “che meravigliosa cosa si alza dalla terra, dalla zattera d’Europa, per tutti gli anni futuri, nel deserto del mondo, da quelle note!” L’umanità non potrà sopravvivere senza cose del genere. E se tra ventanni nessuno ascolterà più musica di quel tipo, verrà un’onda scellerata (così in francese chiamano lo tzunami: “vague scellerate”) e ci travolgerà tutti!

    6 ” La verità è che le formule sono sempre desunte a posteriori; è molto difficile dire a priori che un libro avrà successo”

    Mi fa piacere che mi fai questa obiezione, perché così posso correggere un possibile fraintendimento. Io non credo affatto che esista una ricetta infallibile per fare bestseller. Sono gli editori, certi editori, a crederlo. Perciò saranno travolti, come è successo alle società di calcio. (Anche Shiffrin riporta molti casi di editori falliti per aver inseguito quella formula). Quella frase che ho scritto nell’articolo (“prendi un personaggio televisivo, affiancagli un buon editor, attieniti a certe formule compositive ritenute di successo, assicurati la promozione di un importante canale mediatico, paralizza la critica con alcuni argomenti populistici, ed è fatta”) era sarcastica,. Come dire: ma siete pazzi! Non è così. Non potete prevedere ciò che avverrà. I giochi non sono mai tutti fatti.

    Mi dispiace che questo non si capisca bene nell’articolo. Non esiste lo stampino per i bestseller. Esiste però una monocultura, un campetto in cui tutti vanno a seminare zecchini d’oro sperando che fruttino.
    Quanto a Faletti, credo a quello che mi dici. Che non gli abbiano pagato anticipi ecc. E’ possibile che all’inizio non ci abbiano puntato molto. Ma il problema, ti ripeto, è la monocultura. La formula non riguarda il singolo libro, ma l’insieme, il terreno che stanno arando, lasciando tutto il resto nell’abbandono. L’editoria mutante è come un giocatore di roulette che punta sempre sullo zero. Spesso perde, ma non importa, continua a puntare solo sullo zero, in attesa di sbancare. Vuole sbancare. E cerca libri di quel tipo, indipendentemente dalla riuscita di ogni singola puntata. Intanto, tutt’intorno, si fa il deserto.

    7 Il successo di Faletti è stato sicuramente favorito dall’innamoramento di D’Orrico, dalla copertina del “Corriere della Sera Magazine”.Però …..escludo nel modo più assoluto che per D’Orrico si possa parlare di connivenza critico-editore.

    Neanch’io credo che ci sia stata tutta questa sinergia tra critico e editore. Ma non è questo il punto. Il punto è che anche nella cultura è saltato il confine tra la recensione e la promozione. Nelle riviste di viaggio, di moda, di salute ecc, il confine è saltato da molto tempo. Ma è la prima volta che succede per un libro, e nelle pagine culturali del più importante quotidiano italiano. E di questo nessuno si scandalizza. E’ considerato normale!
    Quanto alle ragioni per cui D’Orrico lo fa, possono essere diverse. Qualche malalingua dice che si fa anche pagare. Ma è molto più probabile che lo faccia perché semplicemente gli piace esercitare questo ruolo di arbiter, che può far pendere il piatto della bilancia da una parte o dall’altra. A chi piace il potere questo gioco dà ancora più soddisfazione dei soldi. Ma il punto non è neanche questo. Ciò che è davvero nuovo è che esistono dei critici come D’Orrico che possono fare ciò impunemente. Che nessuno faccia argine a questo meccanismo sempre più esteso .

    8. “In secondo luogo D’Orrico ha sparato forte anche su altri autori, senza avere l’effetto dirompente che ha gratificato Faletti. Un esempio? Gianni Biondillo… ma… le vendite non sono decollate… Come mai? Per me i motivi sono due: uno è che Biondillo è molto più bravo e raffinato di Faletti…

    Sì, questo è senz’altro vero!

    9. “l’altro motivo non riesco a definirlo, perché non è legato a Biondillo ma a Faletti stesso: è il motivo per cui Faletti ha funzionato ..”
    Non dimenticare che Faletti è noto al pubblico televisivo, Biondillo no. Questa è probabilmente l’altra ragione.

    10. Tutto questo per dire che il caso può moltissimo, e che a volte, quando dipingiamo l’editoria come una macchina da guerra bene oliata, perfettamente funzionante, in grado di essere usata bene (libri di qualità) o male (libracci imposti al pubblico con la certezza del successo) le attribuiamo un’incisività e una potenza che sarebbe ben felice di avere, ma non ha.

    Questa a cui tu obietti non è però la mia opinione. Io non credo che questa editoria, che chiamo monocultura del bestseller, sia una macchina ben oliata. Anzi. Mi pare più una macchina guidata da un malvivente ubriaco, che cerca d’arraffare quel che può, e poi scappare, o precipitare in una scarpata. Vedo la sua follia e i suoi effetti distruttivi. Ma non le attribuisco alcuna intelligenza diabolica.

    11. “I meccanismi editoriali, visti dal di dentro, sono farraginosi, a volte penosi; le cose succedono o non succedono, un po’ a casaccio. Un art director può impuntarsi su una copertina che non funziona e ammazzare le vendite di un libro; il famoso critico non riceve le bozze e si incazza; l’altro si incazza il doppio perché le riceve senza averle sollecitate; l’autore fa un passaggio televisivo disastroso…. le previsioni smentite – in senso positivo o negativo – sono all’ordine del giorno”

    Sono d’accordo anche su questo.

    Però a me quel che continua a impressionare non sono tanto i meccanismi editoriali, ma il deserto che si sta aprendo intorno. Che di fronte a D’Orrico che dice che Faletti è il più grande scrittore italiano vivente nessuno ribatta, nessuno s’incazzi. Che gli scrittori (quelli che fanno questo mestiere, e non i comici, gli intrattenitori televisivi o i leccapiedi di Berluisconi ecc.) non si incazazzino. Che le pagine culturali dei maggiori quotidiani siano diventate il luogo in cui si recensiscono bene i libri di Faletti con l’argomento populistico che Faletti piace al pubblico, che i critici si ritirino nel retrobottega a discutere di canoni, e che tutto questo deserto si chiami ancora cultura, letteratura. Certo che tutto ciò sarà travolto da un qualche onda scellerata. Troppo abnorme, troppo sproporzionata è la cosa.

    Perciò io non credo che ciò di cui abbiamo bisogno ora sia solo un “lavoro di natura sociologica” (come mi pare suggerisse Andrea). Ci vorrà un lavoro di natura totale per contrastare questo deserto e questo genocidio.

  19. riccardo ferrazzi il 20 gennaio 2005 alle 11:52

    Non è vero che la produzione letteraria si sia squalificata tutta a un tratto. Provate a fare un giro su certe bancarelle d’antiquario nei mercatini: ci troverete una infinità di romanzi di fine 800/inizio 900, scritti da sconosciuti che imitano i vari Ponson du Terrail, Eugène Sue, Carolina Invernizio, e poi Guido da Verona, Pitigrilli e compagnia cantante. Tutta gente di serie C che imitava scrittori di serie B. Ma il pubblico leggeva queste cose. Gli editori li pubblicavano. E’ stato il tempo a setacciare la produzione letteraria delle epoche passate, a gettare il loglio e a conservare soltanto il grano. Oggi ci guardiamo indietro e diciamo: “Cazzo, ai tempi di… era tutta un’altra cosa !” Ma non è mica vero. I Faletti, le Tamaro, i Wilbur Smith, ci sono sempre stati. Gli editori li hanno sempre pubblicati, perché sarebbero stati fessi a non farlo, e perché, anche quelli che avevano fisime da intellettuali, dovevano pagare stipendi e affitti e bollette ogni santo mese. Quindi non mi allarmo per un preteso degrado dell’editoria, degrado che non c’è, o c’è sempre stato.
    Dove invece sono completamente d’accordo con Benedetti è sulla funzione della critica. Credo anch’io che D’Orrico non possa aver determinato le cifre del successo di Faletti. Ricordo che definì capolavoro un libretto qualunque come Pericle il nero, e non credo che gli abbia fatto vendere milioni di copie. Però è una indecenza che la critica abdichi al suo compito. Il pubblico può indirizzarsi dove meglio crede: è lui che paga, è lui che dedica parte del suo tempo a leggere. Ma la critica no. Il critico ha il dovere di non sparare aggettivi e sostantivi alla cazzo, proclamando capolavori dove non ce n’è neppure l’ombra, migliori scrittori italiani viventi, eccetera eccetera.

  20. Luminamenti il 20 gennaio 2005 alle 12:18

    Mi è chiara finora una sola cosa: che è un brutto mestiere quello del critico: è criticato da tutti!

  21. Franz Krauspenhaar il 21 gennaio 2005 alle 00:58

    Ehi grande Raul, grazie, e speriamo di migliorare almeno un po’!

    Non vedo cosa ci sia di scandaloso nel libro di letteratura popolare. Produce profitto. Le case editrici sono aziende molto particolari, come ha spiegato efficacemente Raul; ma sempre aziende sono. Faletti: credo proprio che i suoi libri se li scriva da solo. E ricordo anche che un sacco di personaggi televisivi si sono cimentati con il romanzo, negli ultimi 20 anni, e hanno fallito. Un esempio: Funari – “Famiglia svendesi”. (Primo rigo: “Era un sabato dell’era fascista…”). Faletti ha scritto un romanzo popolare con personaggi di fantasia, ha fatto un’operazione letteraria. I libri che ammazzano la letteratura sono altri, quelli dei comici, per esempio. Trascrizioni pedestri. O quelli dei cantanti che vengono spacciati per scrittori per il loro pubblico di fans in bandana pronti a tutto come la Contessa Garavaglia. Nonlibri. Antilibri. Prese dirette per il culo. Faletti è un ex comico. E ha avuto un chiaro processo evolutivo: da Drive In passando da Sanremo 94 (Minchia Signor Tenente), alle collaborazioni con Angelo Branduardi, a due o tre suoi CD che vendettero poco, a Io uccido. Un medico o un avvocato possono scrivere romanzi e perchè un ex comico no? E poi: vendere 700mila copie con queste credenziali? Solo perchè è un nome popolare? Popolare soprattutto, diciamolo, negli anni 80? Si, ci sta, ma fino ad un certo punto; non spiega tutto il fenomeno. La verità, a mio avviso, è che 700.000 copie, in Italia, oggi, si vendono anche – anzi soprattutto- perchè si è capaci di avvincere un pubblico; al di là di ciò che dice la critica. Barando? Puo’ darsi. Ma l’arte (popolare, per pochi intimi, non importa) per me è gioco di prestigio, è illusionismo. Poi va stabilito (dalla critica) chi è Houdini e chi è(con tutto il rispetto)Tony Binarelli. E ve lo dice uno che nella vita ha venduto soprattutto altro (non equivocate).
    Quello che dice Ferrazzi è sacrosanto. Le Caroline Invernizio che oggi si chiamano Tamaro. E c’era (una volta) anche un certo Guy de Maupassant, che attorno al 1890 vendeva 700.000 copie a libro. Proprio come Faletti. Ma a quel tempo. E con quel genio. Perchè lo sapete tutti che Guy era un genio della letteratura popolare. E i suoi racconti e i suoi romanzi tengono ancora, e in maniera eccellente. Un artista puro. E’ nella storia. La storia, sempre quella, che si ripete continuamente.

  22. Emanuele C: il 22 gennaio 2005 alle 11:32

    Il lancio del primo Faletti è coinciso, guardacaso, con un (suo) infarto. Notizia che ha avuto forte risonanza, tanto da essere prolungata nei giorni per il monitoraggio delle condizioni di salute del sig. Faletti.

    Avesse pubblicato postumo avrebbe doppiato le vendite.

  23. riccardo ferrazzi il 22 gennaio 2005 alle 14:24

    Questa è davvero una cattiveria gratuita della quale non si sentiva il bisogno.

  24. Emanuele C: il 23 gennaio 2005 alle 14:51

    Semplice dato di fatto. Al più concedo il cattivo gusto di ricordarlo, ma lo farei coincidere con il cattivo gusto della vocazione funerea, propria di giornalismi e letterecci.

    Saluti bonari.

  25. Nick Names il 23 gennaio 2005 alle 17:36

    ‘Azz… avevo snobbato il tomo falettiano che qualche consanguineo s’è digerito tempo fa, e ora, dopo tutto questo battage, lo sto rapacemente occhieggiando sullo scaffale… eppure le prime pagine sono sbobbetta, dddai.

  26. Emanuele C: il 26 gennaio 2005 alle 18:26

    Ah, e cmq inviterei a non sminuire lavori come Pericle il nero, che libretto qualunque non è, e che centomila copie se le è vendute. Non tanto grazie a D’Orrico, quanto piuttosto a furberie di Adelphi e che sulle leccaculaggini di giornalisti e recensori qualcosa ne sa.



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