Popolari o populisti?

20 gennaio 2005
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Una discussione fra Loredana Lipperini e Carla Benedetti (e tanti altri)

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Da Lipperatura, il bel blog letterario di Loredana Lipperini, riprendiamo un intervento di Lipperini stessa sull’articolo di Carla Benedetti (vedi qui). Segue un intervento di Carla Benedetti, comparso nella finestra dei commenti di Lipperatura. Tutta la discussione, compresi i commenti di Andrea, Wu Ming 1 qui menzionati, e tutti gli altri, li potete leggere qui.

Siete pronti per una bella polemica culturale? Perfetto, via.
Vengo chiamata in causa, pur senza essere nominata, da Carla Benedetti nell’articolo apparso su Nazione Indiana (vedi qui) e solertemente qui segnalato dall’ottimo Andrea. Oggetto dell’articolo, anche se il paragone alla Benedetti dispiacerà, qualcosa di non troppo dissimile dalla decadenza e caduta su cui si era in precedenza avvoltolato Camillo Langone sul Foglio. Un politico dei tempi andati avrebbe bofonchiato di opposti estremismi. Io penso che, semplicemente, quello di accoccolarsi sulla riva di un qualcosa (spiaggia, sponda, supporto cartaceo o pagina web) spargendo lacrime sulla fine dei tempi sia un piacere antico, e che Lucrezio abbia detto tutto quel che c’era da dire in proposito.

Attenzione: su alcune delle argomentazioni utilizzate da Carla Benedetti (la diffusione di librerie-blockbuster, la fine della logica del doppio binario editoriale) sono d’accordo. Non lo sono, invece, sull’aver scelto come simbolo della disfatta Giorgio Faletti, autore di due best seller, Io uccido e Niente di vero tranne gli occhi (premetto subito che non ho letto il secondo, e dunque non ne parlerò).

Per spiegarne il successo, e mettere in guardia dai pericoli che ne derivano, Benedetti parla della fine dell’editoria di progetto (che pure, se posso, non mi sembra affatto defunta) in favore della monocultura del best seller, con i grandi editori sempre più determinati a stampare soltanto quel che vende, tagliando fuori non soltanto nomi nuovi ma anche pilastri del passato recente.
Tutto ciò con la complicità di quello che nello strillo pubblicitario dell’ultimo libro di Oriana Fallaci viene chiamato “il silenzio dei chierici”, che son poi il bersaglio reale dell’articolo: i quali evidentemente tacciono come da copione, non dissezionano Faletti e lo accolgono “cordialmente”. Anzi, lo promuovono. Come avrebbe fatto la sottoscritta, su La Repubblica, nell’articolo che accompagnava l’uscita in edicola di Io uccido.

Veniamo subito a questo punto: non essendo un critico, anzi, credendo molto poco alla funzione della critica in questo preciso momento, e potendo concedermi il lusso dei cronisti, che raccontano quel che vedono, lasciando che siano altri ad interpretarlo e a sistemarlo nei lindi scaffali delle categorie, non ho mai scritto di un libro, o di un fenomeno, senza esserne convinta. Ergo, Io uccido mi è piaciuto. Di più. Mi è piaciuto proprio perché popolare: se posso citare l’articolo incriminato, diceva proprio questo: “a decretare la fortuna di Io uccido è la sua stessa, dichiarata origine: un romanzo popolare, scritto con l’idea di essere tale”.

E resto convinta non che il popolare non vada demonizzato: una negazione si allineerebbe a quel che paventa Benedetti, i chierici non si scagliano contro il popolare per non passare da “umanisti vecchio stampo”. Resto convinta che il popolare sia la sostanza prima con cui cimentarsi: perché credo, non da oggi, che le storie degli uomini possano essere raccontate in molte forme. Perché penso che la solitudine femminile, per dire, passi attraverso i versi di Silvia Plath come attraverso le sit com che tanto dispiacciono ad alcuni intellettuali militanti. Penso che si possa capire assai più su Mozart guardando Amadeus (il film) piuttosto che leggendo Paolo Isotta. Penso che l’equivalente contemporaneo di Wilhelm Meister sia il videogioco dei Pokémon. Penso che il popolare non sia una medicina amara che lo studioso deve ingoiare, o con cui l’intellettuale possa al più trastullarsi, ma l’indispensabile termine di confronto, a meno di non accarezzare il vecchio, delizioso sogno degli intellettuali italiani, che si scagliano contro l’ignoranza delle masse sperando, nel profondo dei propri cuori, che non accedano mai al privilegio del sapere.

Penso, infine, e lo dicevo al telefono con un caro amico, che il disprezzo delle élite nei confronti dei generi renda ancor più prezioso difenderli anche nel momento in cui gli autori italiani più avvertiti li vanno scomponendo e superando.

Quando non è possibile parlare di avanguardia, tocca, per non retrocedere, fare battaglie di latoguardia. Anzi, fondarne una.

Loredana Lipperini

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Cara Loredana,
stimo molto il tuo lavoro di giornalista culturale, e perciò mi dispiace che tu ti sia sentita attaccata nel mio articolo pubblicato su Nazione Indiana. La mia intenzione era di mettere a fuoco un nuovo meccanismo perverso che si è innestato da quando i quotidiani sono diventati editori e si trovano a recensire, sulle proprie pagine culturali, i libri che essi stessi mettono in vendita nelle edicole. Un conflitto di interessi oggettivo, che rischia di chiudere ancor più gli spazi per il giornalismo culturale. Non ho mai pensato che tu piegavi a una vile promozione del libro di Faletti. Non l’ho pensato e neppure l’ho scritto. Se vai a rileggere quel passo, ti accorgerai che nemmeno nella lettera c’era alcuna ambiguità. Dicevo:

“Un altro elemento nuovo è che i quotidiani sono diventati editori. Ristampano i classici ma anche bestseller recenti. E le pagine culturali si riempiono di recensioni di questi libri, che quindi talvolta, al di là delle buone intenzioni del giornalista, diventano oggettivamente indistinguibili da una promozione”.

Quanto al popolare, mi dispiace che tu abbia letto nel mio articolo un disprezzo per ciò che ha grande diffusione. Io non disprezzo affatto né demonizzo i libri che sono popolari. Disprezzo però il populismo, e l’ideologia del populismo, che è tutt’altra cosa. La destra ha fatto del populismo la propria bandiera pubblicitaria. La sinistra subisce questa ideologia senza avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, e fare analisi di cosa sta succedendo davvero. I libri della Fallaci sono popolari. Anche di quelli diresti che vanno accettati per questa ragione?

Ringrazio Andrea e Wu Ming per i commenti puntuali che aprono alla discussione. Anch’io credo che in Italia ci sia ottima e coraggiosa editoria di progetto, e non me la sono affatto dimenticata. Semplicemente mi interessava in quell’articolo fotografare una tendenza, isolare un virus, dire con cosa abbiamo a che fare, con quali ostacoli e forze si trovano a combattere gli editori di progetto, e noi con loro. Non sono catastrofista, ho sempre guardato con sospetto gli apocalittici, e l’articolo di cui stiamo discutendo si chiude con l’affermazione che i giochi non sono mai già tutti fatti.

Carla Benedetti

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22 Responses to Popolari o populisti?

  1. alderano il 20 gennaio 2005 alle 21:07

    Mi pare che in molti interventi, anche contrastanti, siano comunque comparsi punti di verità. Non so nulla del mondo dell’editoria, né della critica ad esso legata, mi confesso del tutto ignorante – leggo da voi. Ma le cose dette da Carla Benedetti nell’ultimo intervento (commentando lo scritto di Scarpa su Covacich) le condivido totalmente. Questa realtà si descrive fin troppo. Si parla, senza mai riuscirsi a dire. Non è contribuendo a questa grande macchina descrittoria che si potrà uscirne. E’ semmai fermandola, sottraendo il corpo a quella macchina che lo scrive. Sospendendolo. Il meccanismo allucinatorio, per come lo vedo io, è un corpo sospeso, una parola che non deve avere per forza lo stesso ritmo del tempo da cui sgorga. Una parola difficile, dunque? Non necessariamente. Non vedo nulla di necessario, nessuna regola. Le regole, alla fine della fiera, lo scrittore se le fa da sé. E ogni serie matematica, qualunque, ha la sua propria regola. Credo però che chi abbia a cuore la parola non dovrebbe adeguarsi ai meccanismi della grande macchina descrittoria. Così facendo, la olia. Forse occorrerebbe indicare i granelli di sabbia che la fanno stridere, rallentare. Occorrerebbe sostenerne lo sforzo. Che poi è lo sforzo del lettore, lo sforzo di leggere una scrittura che ha un ritmo differente. Una ‘visione’ differente. (Ma come si può chiedere uno sforzo del genere a un critico del giornale di Fiat, Mediobanca, Gemina? Non sarà che si limita a fare il suo lavoro?).

  2. La Lipperini il 20 gennaio 2005 alle 21:53

    Alderano, ti assicuro che ci sono non pochi critici che fanno il proprio lavoro senza chiedersi a chi appartiene la testata su cui scrive. Non tutti, ma ci sono. Così come ci sono non pochi scrittori che scardinano invece di descrivere, o scardinano descrivendo…

  3. riccardo ferrazzi il 20 gennaio 2005 alle 23:05

    Beh, io in genere cerco di non essere mai intollerante, ma quando una persona adulta arriva al punto di scrivere che capisce Mozart più dal film che da una pagina di Paolo Isotta, anche se lo scrive per enfasi retorica, o per antipatia, o per chissà quale motivo, io do forfait.

  4. La Lipperini il 21 gennaio 2005 alle 09:08

    Liberissimo di dare forfait, riccardo, visto che siamo fra adulti. La mia non è nè enfasi retorica nè antipatia: ai tempi, ho anche scritto un libro sull’ascolto “popolare” (ai tempi, si diceva gastronomico) di Mozart e sulla dorata quanto criptica lettura che ne dava parte della musicologia. Quella, per intenderci, di cui Isotta è uno degli esponenti di punta, e che mal tollerava che esistesse un approccio puramente edonista alla musica colta. Che non tollerava, per esser chiari, che la medesima smettesse di essere predominio di pochi eletti grazie ad un film divulgativo. Se ti interessa, l’interpretazione di Forman, che a sua volta viene da un testo teatrale di Shaffer, che a sua volta deriva da Puskjin, è molto più vicina, documenti alla mano, alla realtà di quanto non siano le interpretazioni tuttora posromantiche e dionisiache dell’opera di Mozart. Stammi bene.

  5. Mario Bianco il 21 gennaio 2005 alle 09:56

    Questo dibattito è stato ed è interessante tuttavia è monco perché privo di contributi forse più utili per comprendere il problema posto sull’editoria italiana:
    1. Manca qualsiasi intervento di un pur piccolo editore che potrebbe darci maggiori lumi sulla situazione reale italiana ed eventualmente europea e ancora darci elementi di giudizio sulla vita di un editore come imprenditore e non solo romanticamente diffusore, promotore di cultura.
    2. L’esempio ricordato da Benedetti sul libro di Riffin pubblicato da Boll.Boringhieri evoca il compianto Salsano che fu ottima persona ma poté svolgere il suo lavoro di scelta in condizioni più uniche che rare lavorando per Romilda Bollati di Saint Pierre che può permettersi ,(essendo ricchissima), con la sua editrice, un passivo anche di un milione di euro all’anno.
    3. Un esempio inquietante non citato è che diverse case editrici anche abbastanza note e con discreti cataloghi chiedono ora contributi agli scrittori il che, come si sa, provoca una selezione di base per censo del tutto negativa, e non invoglia il l’editore, già cautelatosi nelle spese, ad una promozione/distribuzione efficace.
    4. Non capisco francamente la boutade al massacro della Benedetti: ” Mi verrebbe anche voglia di lanciare una campagna che dice “Leggete di meno!”. Mi da un poco di fastidio anche perché proprio noi che qui scriviamo passiamo molto meno tempo di una volta davanti ad un testo cartaceo, non fosse altro per svagarci o per passatempo; noi e moltissimi italiani sostiamo davanti al pc ore nella lettura sul web, ormai, e non induciamo certo alla stampa di nuovi libri.
    5. Altro esempio fastidioso è la editoria assistita dal denaro pubblico in regioni a statuto speciale che a volte ha permesso la pubblicazione di ottimi libri ma pure è servita a produrre tanta robetta clientelare o familista e ,anche in questo caso, non favorisce una politica di distribuzione efficace.

  6. Gianni Biondillo il 21 gennaio 2005 alle 10:32

    Riporto di peso il commento di Franz Krauspenhaar fatto più sotto, al pezzo di Carla. Ho paura che venga perduto:

    “Non vedo cosa ci sia di scandaloso nel libro di letteratura popolare. Produce profitto. Le case editrici sono aziende molto particolari, come ha spiegato efficacemente Raul; ma sempre aziende sono. Faletti: credo proprio che i suoi libri se li scriva da solo. E ricordo anche che un sacco di personaggi televisivi si sono cimentati con il romanzo, negli ultimi 20 anni, e hanno fallito. Un esempio: Funari – “Famiglia svendesi”. (Primo rigo: “Era un sabato dell’era fascista…”). Faletti ha scritto un romanzo popolare con personaggi di fantasia, ha fatto un’operazione letteraria. I libri che ammazzano la letteratura sono altri, quelli dei comici, per esempio. Trascrizioni pedestri. O quelli dei cantanti che vengono spacciati per scrittori per il loro pubblico di fans in bandana pronti a tutto come la Contessa Garavaglia. Nonlibri. Antilibri. Prese dirette per il culo. Faletti è un ex comico. E ha avuto un chiaro processo evolutivo: da Drive In passando da Sanremo 94 (Minchia Signor Tenente), alle collaborazioni con Angelo Branduardi, a due o tre suoi CD che vendettero poco, a Io uccido. Un medico o un avvocato possono scrivere romanzi e perchè un ex comico no? E poi: vendere 700mila copie con queste credenziali? Solo perchè è un nome popolare? Popolare soprattutto, diciamolo, negli anni 80? Si, ci sta, ma fino ad un certo punto; non spiega tutto il fenomeno. La verità, a mio avviso, è che 700.000 copie, in Italia, oggi, si vendono anche – anzi soprattutto- perchè si è capaci di avvincere un pubblico; al di là di ciò che dice la critica. Barando? Puo’ darsi. Ma l’arte (popolare, per pochi intimi, non importa) per me è gioco di prestigio, è illusionismo. Poi va stabilito (dalla critica) chi è Houdini e chi è(con tutto il rispetto)Tony Binarelli. E ve lo dice uno che nella vita ha venduto soprattutto altro (non equivocate).
    Quello che dice Ferrazzi è sacrosanto. Le Caroline Invernizio che oggi si chiamano Tamaro. E c’era (una volta) anche un certo Guy de Maupassant, che attorno al 1890 vendeva 700.000 copie a libro. Proprio come Faletti. Ma a quel tempo. E con quel genio. Perchè lo sapete tutti che Guy era un genio della letteratura popolare. E i suoi racconti e i suoi romanzi tengono ancora, e in maniera eccellente. Un artista puro. E’ nella storia. La storia, sempre quella, che si ripete continuamente.”

    Franz Krauspenhaar

  7. riccardo ferrazzi il 21 gennaio 2005 alle 11:29

    Sto benino, grazie. E Lei, gentile L.L. ? Per stare come me, e anche meglio, consiglio a tutti i musicofili (ma quelli veri lo sanno già) di non perdersi gli articoli e i libri di Paolo Isotta. Al di là dello stile, che se non altro è divertente, c’è sempre qualcosa da imparare. Qualcosa di serio, voglio dire.

  8. andrea barbieri il 21 gennaio 2005 alle 12:35

    Non dimenticate che alle persone comuni arriva solo Faletti. Le persone comuni non sanno nemmeno chi è Tiziano Scarpa. Le persone comuni scoprono uno scrittore coi controcazzi come Montanari dai suoi articoli su Glamour (e non è detto che capiscano subito che è uno scrittore coi controcazzi). Quindi, quando si dice che Faletti sa avvincere il pubblico (che sarà anche vero) bisognerebbe però aggiungere che lo fa in una specie di oligopolio. Non è detto che se l’informazione fosse diversa, anzi se esistesse, le cose non andrebbero diversamente e altri autori avvincerebbero il pubblico. Qualche anno fa regalai tre copie di “Gli scarti” di Nori a tre colleghe che non sapevano chi fosse e a una quarta ne parlai visto che non lo conosceva. Dopo poco tutte hanno comprato altri libri di Nori e assistito alle sue letture, e la quarta collega ha parlato di Nori a una sua amica che non aveva letto ancora niente. Questa amica una settimana fa a portato in scena uno spettacolo su testi di Nori, “Ustions”, con la sua collaborazione, e mi hanno detto che Nori si è anche divertito molto allo spettacolo. Quindi vorrei che fosse chiaro quanto è facile per un ex comico avvincere e quanto è facile per chi scrive cose di alta qualità non arrivare ai lettori. La critica, chi media coi lettori, dovrebbe tenere conto di questo problema, non tanto per l’argomento che è una partenza ai nastri di certi scrittori di qualità, ma piuttosto per il rispetto che devono avere nei confronti del lettore (che evidentemente ritengono un bove da spremere). Naturalmente tutto questo non è un processo a Faletti, io sono contento di avere il suo secondo libro, cioè “Io uccido” nella mia libreria (il suo primo libro era invece di genere comico). Non sono riuscito a leggerne molte pagine perché mi annoia, ma questo è un problema mio, “io uccido” non è certo geniale ma nemmeno una porcheria assoluta. Però ci sono centinaia di cose migliori da leggere e preferisco quelle, anche perché lavorando non ho il tempo di leggere tutto: devo scegliere. “Scelgo” perché conosco altri libri, chi ne sa poco non può scegliere.

  9. GiusCo il 21 gennaio 2005 alle 12:48

    Mi sembra un paradosso: il “popolare”, che in quanto tale ha già voce grossa (il film che trasmetterebbe Mozart meglio di Isotta è esemplare perfetto e identificativo), fa can can contro il “populista” (voce grossissima dell’editoria che sì, incentiva la redditività a scapito della qualità, ma di quale qualità non si può dire perché non ce n’è l’idea) ed entrambi dimenticano che l'”elite” (la qualità storicizzata e riconosciuta a posteriori del prodotto artistico) è il solo giustificativo a meritare la fascetta ARTE. Vogliamo essere seri? Parliamo di MESTIERE. Diciamo che se la torta si fa più sostanziosa può mangiare più gente e che il resto si vedrà. A questa maniera ogni discorso entra legittimamente in gioco e fa la sua vita, dal noir che interpreterebbe il mondo, al neometricismo che recupererebbe la filologia, al bestseller che vende un milione di copie fino al film che spiegherebbe Mozart; ma levando a tutti questi il budget-denaro, levandoglielo fino all’ultimo centesimo di euro fra processo e indotto (cioè separando industria da prodotto), cosa sopravvive? Carta e penna per rifare Bibbia / Omero e rumori dai quali riarrivare a Mozart. Cosa sarebbe, quindi, il vero “popolare” e cosa “elite”? E cosa, invece, fuffa eteroindotta, succhiasoldi e senza alcuno spessore, detta altrimenti MODA? Paradosso dei paradossi è che sembro un ultras conservatore.

  10. andrea raos il 21 gennaio 2005 alle 14:03

    trovo un peccato che la discussione si sposti su una contrapposizione fra letterature alta e popolare. nel pezzo di carla benedetti mi ha molto interessato, invece, la denuncia di un rischio di omogeneizzazione, di appassimento dell’inventività formale (le scritture-ogm cui anche altri hanno accennato). in questo senso, il riferimento a faletti era forse fuorviante, perché in realtà tali appiattimenti esistono ovunque, a tutti i livelli di scrittura (e di tiratura). nella poesia, per prendere un caso a me vicino, gli esempi si sprecherebbero, eppure l’obiettivo li’ non è certo quello di fabbricare best-seller…
    mi sembra un problema innanzitutto degli scrittori stessi, e solo in seguito delle case editrici (e quindi dei lettori). è sempre più facile scrivere come qualcun altro, inserirsi in una nicchia, un filone (il genio di stephen king, per esempio, per me sta proprio nel suo costante entrare ed uscire dal “genere” – ma in fondo è cio’ che fanno tutti i grandi, anche quelli che non si tirano dietro i lettori come riesce a fare king).
    l’interiorizzazione della norma (linguistica, letteraria, sociale – il pensare di essere unici quando invece non lo si è per nulla) è il principe dei tarli. un po’ di sociologia, in questo senso, non farà mai male (andrea inglese voleva forse dire questo quando citava pierre bourdieu). faletti sarà senz’altro una degnissima persona – cio’ che mi deprime è che gli possa anche solo VENIRE IN MENTE di scrivere in quel modo. ripeto che non ne faccio una questione di successo, se vende tanto sono contento per lui – la miniaturizzazione delle menti e dei corpi si osserva benissimo anche nell’editoria “di qualità”, ben rattrappita, troppo spesso, dietro al suo gergo da agenti immobiliari.
    la risposta ovvia sembrerebbe dunque di preconizzare la trasversalità, l’uscita dagli schemi già appresi. eppure, è fenomeno ben studiato nella sociologia della cultura (ed è d’altra parte nell’esperienza di ciascuno) che la trasversalità è già uno dei tratti essenziali del nostro essere nel mondo (della cultura e no) oggi. discutiamo di flaubert e di evangelisti, ascoltiamo i chemical brothers e stockhausen (o possiamo almeno esserne sfiorati, a cena da amici, su internet – chi non l’ha mai sentito nominare?). cose del tutto impensabili sino a pochi decenni fa. eppure – parlo per me – non per questo mi sento meno omogeneizzato, meno vittima involontaria.
    comincio a desiderare una creazione di spazî – intendo spazî fisici: luoghi di incontro, di scambio -, un’azione cioè più immediatamente politica, che accompagni, sia al tempo stesso stimolo e verifica degli atti di fruizione e produzione artistiche.

    quanto alle pagine culturali, sono con diego rivera, che girava alle vernici con la pistola.
    “per orientare la critica”, diceva.

  11. Franz Krauspenhaar il 21 gennaio 2005 alle 14:16

    Mi autocopioincollo dal blog di Loredana Lipperini,scusate…:

    “Già che ci sono aggiungo una cosa di cui, mi pare, non si è parlato, nè qui nè su NI. In Italia si pubblicano TROPPI libri. E vengono sparate troppe cartucce a salve, a fronte di una domanda nettamente inferiore al’offerta. Il difetto di tutto questo sta in una mancanza di progettualità, credo, che coinvolge tutti i facitori di cultura: gli editori, la critica accademica, il giornalismo culturale. Ho l’impressione che ci sia un vizio di fondo, in Italia, del quale però non riesco a individuare le cause. Se qui da noi si pubblicano più titoli che in Germania o in Francia (dove il mercato è più grosso) diventa difficile per non dire arduo, per non dire addirittura impossibile, per il mediatore culturale, discernere il pesce vivo nella “pescheria letteratura” di oggi, nella quale i libri vengono buttati ancora vivi ma – come l’ospite- dopo 3 giorni puzzano. E sopra, a brevissimo, vagonate di altri pesci a coprire gli altri. Sarebbe interessante fare una verifica sui malfunzionamenti generali di tutta quanta la macchina. In questo affastellarsi convulso di titoli, l’impresa dei piccoli editori, poi, diventa eroica; oltretutto per i piccoli, spesso, manca la possibilità di arrivare ai banchi della “pescheria”; parlo di distribuzione parziale, spesso su base regionale. E così autentiche chicche, addirittura perle, non hanno nemmeno la possibilità di arrivare al banco. Ripeto: bisognerebbe andare, eventualmente, a smontare pezzo a pezzo il “motore letteratura” e verificare quali sono i pezzi maggiormente bisognosi di una revisione.”

  12. gina il 21 gennaio 2005 alle 15:24

    Che caso. Sto leggendo proprio in questi giorni la dominiazione maschile, e qui si (ri)cita bourdieu.
    A prima vista, l’intento è buono, anzi ottimo. Ma non so se sia davvero riuscito a liberarsi dell’I-eye. Insomma, saccheggia il pensiero altrui (quello femminista in particolare) senza citarlo. O citandolo poco. Anzi, cita molto se stesso. Sembra ricascarci, nell’interiorizzazione della norma. Ma non so. Sono ancora all’inizio del libro.
    Comunque, visto che si è citato un pistolero, nella persona di Diego Rivera, ecco il testo dell’invito all’ unica mostra individuale di Frida Kahlo presentata in Messico con lei ancora in vita. “Gli inviti che furono distribuiti, contenevano alcuni versi di stile popolare (! ndr)redatti dalla stessa Frida, manoscritti e stampati in tre cartoncini legati con un nastrino rosso”

    Con amicizia e affetto
    nati dal cuore
    ho il piacere di invitarti alla mia umile mostra.

    Alle otto della sera
    di sicuro hai l’orologio,
    ti aspetto alla galleria
    di questa Lola Alvarez Bravo

    Si trova in Calle Ambers 12
    e con le porte sulla strada
    in modo che tu non ti perda
    perché i dettagli si perdono.

    Voglio solo che tu mi dica
    la tua opinione buona e sincera.
    Sai leggere e scrivere;
    il tuo sapere è di prima scelta.

    Questi quadri di pittura
    dipinsi con le mie stesse mani
    e aspettano appese ai muri
    che piacciano ai miei fratelli.

    Bene,caro fratello:
    con amicizia sincera
    ti ringrazia di cuore
    Frida Kahlo de Rivera

    (da Frida Kahlo, una vita d’arte e di passione, Rizzoli 2003)

  13. helena il 21 gennaio 2005 alle 15:53

    Provo a ritagliarmi anch’io da Lipperatura, per integrare quel che dice sopra Franz. Molto denso l’intervento di Andrea Raos. Oggi m’ ha steso l’influenza: non c’è la faccio a contribuire più di così.

  14. helena il 21 gennaio 2005 alle 15:59

    Ho schiacciato il tasto sbagliato. Sono veramente conciata male. Scusate, ecco il “riporto”:

    Loredana, mi fa due volte piacere che tu abbia segnalato “Zero Kill”: perché è un bellissimo libro (a chi diceva che non si ride di certe cose, ripondo solo: questa è una satira spietata, non minimizza niente tramite la comicità, anzi fa più male) e perché parlandone rimetti in funzione il secondo binario proprio laddove oggi rischia di terminare. Esistono, come ricordava Wu Ming I, le piccole e medie case editrici che continuano a lavorare con un senso di progetto, si sbattono come matti e per fortuna in quel modo ottengono i loro piccoli spazi di visibilità. Salvo poi spesso farsi portare via dal portafoglio grasso e dalle migliori condizioni distributive ecc. delle grandi case editrici gli autori che hanno contribuito a lanciare. Le grandi casi editrici hanno invece altri problemi.
    In Italia quasi tutte le casi editrici, sia quelle considerate “di cultura” sia quelle “generaliste”, pubblicano ancora libri da cui non si aspettano guadagni e nemmeno tornaconti d’altro tipo, libri “soltanto” buoni. Ma poi- ed è lì che non funziona più il “doppio binario”- non possono più sostenerli, perché oggi il mercato è fatto di pochi libri e quindi bisogna scegliere prima su quali concentrare li sforzi di comunicazione. Gli altri, cioè la maggioranza, devono cercare di camminare con le proprie gambe e in più rischiano davvero di perdersi nel mare della produzione di un editore, appunto, grande. Vale non solo per la cosiddetta alta letteratura, riservata a un pubblico ristretto, ma anche (anzi:forse di più) per thriller, noir, fantascienza ecc. Ed è lì che scatta il problema: chi aiuta questi libri a sfuggire al probabile destino di nati-morti, chi li indirizza verso i lettori che meritano d’avere? Il passaparola, innanzitutto, fra cui quello dei blog mi sembra sempre più importante. Invece i recensori di giornali e riviste – a differenza, metti, di quel che succede in Germania dove l’editoria è in gran parte in mano a megagruppi che fanno sembrare Mondadori una formica e di consequenza sta evolvendo complessivamente in senso turbocapitalista-, spesso mi appaiono nella media piuttosto pigri, contenti di farsi imboccare dagli uffici stampa.
    Non è questione di cultura alta e bassa, popolare o d’elite. In questi anni ci sono stati molti bestseller -di genere e non- che erano libri eccellenti. Ma se degli altri non si fa carico nessuno (secondo i propri gusti, o meglio: le proprie idee estetiche)., temo che arriveremo sì a un paesaggio sempre più povero.
    Per tornare a Y.B: un autore straniero che “non va”, già adesso non viene più pubblicato dopo il secondo o terzo tentativo. Quindi, spudoratamente: currite a comprare “Allah Superstar” e “Zero Kill”, sostenete il futuro di uno che non si è fatto ammazzare dal Gia e che è una purga potente contro le peggio idiozie oriental-occidentali!

    L’ho lasciato così com’era:tanto risegnalare un autore davvero notevole, non può far male.

  15. Mario Bianco il 21 gennaio 2005 alle 20:01

    Volevo chiedere a Franz:
    E’ davvero è attendibile la notizia che dai che si pubblicano più titoli in Italia che in Germania ed in Francia?
    Se sì, ed io lo credo, vorrei sapere, in vero, quanti sono i titoli, sicuramente inclusi, sfornati dalle case editrici a pagamento (che sono tantissime)di prosa e poesia.

    Siccome credo che questa somma inquini fortemente il bilancio sarebbe bello conoscere una statistica veritiera.
    Questo darebbe un quadro, anche sociologico, interessante.

  16. Franz Krauspenhaar il 21 gennaio 2005 alle 22:04

    Certo che è attendibile. Lo sanno tutti. Basta chiedere nell’ambiente. Non so con esattezza i numeri, sicuramente qualcun altro potrà essere preciso.

    Io mi riferivo alle case editrici non a pagamento, carissimo Mario. Quelle a pagamento non sono case editrici: sono stampatori che oltretutto non stampano nemmeno in proprio(Nessuno lo fa più d’altro canto).

  17. Mario Bianco il 22 gennaio 2005 alle 08:34

    Caro Frankzelo,
    un po’ qui un po’ la da Lipperini,
    facciamo i conti:
    Sei sicuro che nel computo non vengono contati i libri stampati a pagamento?
    Guarda che buona parte di essi hanno il loro codice ISNB e tu potrai dire, giustamente, che cotesti non sono editi da editori ma da stampatori,tipografie; di fatto nella statistica contano ed anche tanto.
    Per questo insisto su questi dati.

  18. Franz Krauspenhaar il 22 gennaio 2005 alle 10:03

    Supermario, non ti fermi mai… Che ti devo dire? Nel blog della Lipperini ho appena letto Piero Sorrentino che fornisce dati molto precisi. Avrà senz’altro ragione. Evidentemente credevo che gli editori a pagamento non fossero inclusi nel computo. Ma insomma, il problema vero resta: se è vero, come dice sempre sul blog della Lipperini Biondillo, che un manager in Francia legge mi pare 50 libri l’anno e in Italia 7 di cui la maggior parte tecnici, rimane il fatto, a questo punto, che in Italia si pubblica troppo. Si parlava infatti di offerta che supera di gran lunga la domanda. Te capì? E’ lì il nocciolo del problema. O forse bisogna recuperare lettori non tra i manager (troppo stressati e/o ignoranti)ma tra la gente cosiddetta più semplice, o meno abbiente. Hai detto niente!

  19. squirt il 23 gennaio 2005 alle 19:32

    I dati tirati in ballo come “lo sanno tutti che in Italia si pubblicano più libri…” sono assolutamente inattendibili. Si viaggia più o meno sullo stesso numero di titoli (in aumento, questo sì, per regole economiche relative al ciclo editoriale e basta leggere Editoria senza editori di Schiffrin). Il problema semmai è nel diverso numero di lettori in Francia e Germania rispetto all’Italia (basta leggere Tirature, il Giornale della libreria, i rapporti annuali di Vigini…).
    Dire che pubblicare troppi libri (numero di titoli) è male in assoluto è un’affermazione miope. Il grado culturale di un paese si misura anche da questo. Avere una maggiore offerta non può falsare la mia scelta (o si è per un regime librario da ex unione sovietica?) semmai sono altri i fattori da tenere in considerazione: buon funzionamento della distribuzione, capacità di selezione del libraio (ma le Feltrinelli salteranno questo passaggio ordinando centralmente il numero di copie per le sue librerie) e soprattutto ruolo della critica (capace di evidenziare ciò che sul bancone del libraio può non arrivare più).

  20. Franz Krauspenhaar il 23 gennaio 2005 alle 19:56

    Mai detto (basta leggere i commenti) che pubblicare troppi titoli è un male assoluto. Si parlava di malfunzionamento
    dell’intera “macchina”. Nella “macchina letteratura” è ovvio che ci sta anche la distribuzione, che è cruciale. Sul resto ripeti quello che gli altri hanno già detto, però con parole tue. Niente di nuovo, insomma.Il grado culturale di un paese si misura anche da questo.

  21. squirt il 23 gennaio 2005 alle 20:33

    Non intendevo dire per forza qualcosa di nuovo, io. Non pensavo la prendessi sul personale. Volevo solo esprimere un’opinione “dal di dentro” (qualche post sopra se ne parlava) il mondo editoriale. Probabilmente il riferimento al salto del passaggio “promotori” da parte delle Feltrinelli (che mi sembrava interessante)mi è sfuggito se già era stato tirato in ballo.
    buone letture…

  22. squirt il 23 gennaio 2005 alle 20:43

    Solo ora ho trovato il riferimento alle librerie fatto da Sorrentino nel blog della Lipperini. Avevo perso una parte della discussione, scusa le ripetizioni Franz.



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