Da Odessa

25 gennaio 2005
Pubblicato da

di Giovanni Catelli

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Piat rubliei, dice il negoziante, et voila’ Odessa, come tornare a casa: la stazione, dalla grande piazza, sembra il terminal delle astronavi per la luna, con i pionieri della rivoluzione a trainare la cupola d’argento. Odessa, citta’ da sempre di cultura russa e cosmopolita, ove ancora usa chiamare Rublo l’attuale Hrivnia, sembra navigare nella sua perenne saggia indifferenza, al di la’ di momentanee rivoluzioni che ancora devono mostrare la loro vera natura: qui, la maggioranza e’ stata sempre a favore dello sconfitto Yanukovich, filorusso, e ben lontano dal nazionalismo integralista delle regioni occidentali, dove si parla in prevalenza l’ucraino, e il russo e’ visto sempre piu’ come una lingua d’invasori, poco gradita pure quando e’ parlata dal turista.

Ora, si vedra’ come Yushenko riuscira’ a comporre morbidamente la questione linguistica, dato che il suo successo e’ venuto in prevalenza dalle regioni dell’ovest, oltre che dalla capitale Kiev. L’ucraino e’ ormai prevalente negli uffici pubblici e nelle scuole, come lingua ufficiale, ma e’ affiancato dal russo, che ancora e’ la lingua corrente delle regioni centro-orientali e della Crimea, dotata di una speciale autonomia.

Sotto un cielo nuvoloso, con improvvisi squarci di luce mediterranea, e una temperatura tornata prossima allo zero, la citta’ muove i suoi commerci abituali, e celebra secondo l’antico calendario il “vecchio capodanno”, l’attuale 13 gennaio. L’economia cerca di riprendere gli abituali ritmi accelerati, dopo la grande paura fra i due ballottaggi, con il blocco dei depositi bancari e dei crediti, che aveva paralizzato il dinamismo neocapitalista del paese.

Ci si sente un poco piu’ leggeri, qui, lontani dal cupo e rancoroso nazionalismo di Leopoli e dell’ovest, cittadini del mondo senza temere la madre Russia, abitanti di una citta’ che dimentica ogni anno l’ufficialita’ e la retorica dei festeggiamenti per l’indipendenza, spalancata di fronte a un mare che porta a Istanbul e all’oriente, infinitamente lontana dal peso continentale di neve, buio ed invasioni, che grava perenne sulle regioni d’occidente.

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