Il giovane collega

28 gennaio 2005
Pubblicato da

di Giovanni Maria Bellu

giornaver copia.jpg

Sabato 19 febbraio al Teatro i di Milano (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo GIORNALISMO E VERITA’ (vedi qui), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d’inchiesta.
In vista dell’appuntamento, pubblichiamo questo intervento di Giovanni Maria Bellu, inviato de ‘La Repubblica’, in uscita su “Problemi dell’informazione”, trimestrale edito da Il Mulino. Ringraziamo l’autore per l’anticipazione.

Di solito ha tra i venticinque e i trent’anni. Se ha avuto fortuna lavora come praticante nella redazione d’un giornale, spesso d’un giornale on-line, o nell’ufficio stampa di qualche ente pubblico.
Lo riconosci subito per una certa inquietudine che lo pervade. E’ il giovane giornalista di buone letture, di buoni studi, di buoni principi: al contrario del suo direttore, del suo caporedattore, e di buona parte dei direttori e dei redattori capo che incontrerà nella carriera, pensa che il suo mestiere possa migliorare il mondo
Non è rimasto sorpreso nell’apprendere che secondo un grandissimo giornalista, Ryszard Kapuscinski, “il cinico non è adatto a questo mestiere”. Lui l’ha sempre dato per scontato: ancora si commuove davanti a quei disperati che di tanto in tanto entrano in redazione con un fascicoletto di lettere scritte a tutte le autorità – l’ultima di solito al capo dello Stato, al papa nei casi più gravi – per denunciare qualche vessazione subita. I colleghi lo sanno e li indirizzano tutti a lui.
Se nella tua vita professionale hai fatto qualcosa di buono o anche se, semplicemente, lavori in uno dei cosiddetti “grandi giornali”, il giovane collega, immancabilmente, a un certo punto assume un’aria grave. Ti lancia uno sguardo complice e ti chiede di svelargli un mistero: “Perché in Italia sono così rari i casi di giornalismo investigativo?”.
Anche se non hai la sensibilità di Kapuscinski, basta solo un minimo di coscienza e di umanità, resti colpito dalla domanda. Ma ancora più dalla monotonia della risposta che ricevi se, per capire meglio o semplicemente per prendere tempo, chiedi al giovane collega: “Secondo te qual è stata la più grande inchiesta di giornalismo investigativo?”.
A rischio d’apparire d’un visionario, giuro di aver colto, in un’occasione, scaturire dallo sguardo del mio interlocutore un lampo che disegnava nell’aria il profilo di Robert Redford in “Tutti gli uomini del presidente”. Le altre volte, dopo un certo numero di secondi di silenzio, ho comunque avuto come risposta: “il Watergate” (a parte un ragazzo di Palermo che parlò dell’indagine di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano).
Non so – ma non credo – che un sondaggio del genere sia mai stato svolto in modo sistematico nelle scuole di giornalismo o tra i praticanti che s’assiepano nella “sala concorsi” a Roma per sostenere l’esame di Stato. Tuttavia sono abbastanza convinto che darebbe risultati molto simili a quelli che ho potuto empiricamente raccogliere.
La risposta dei giovani giornalisti rivela che il luogo comune secondo cui “in Italia non c’è giornalismo investigativo” deriva dal modello fondamentale dominante: un’inchiesta che determinò le dimissioni del presidente degli Stati Uniti d’America.
Certo, si potrebbe far notare al giovane collega che lo scoop di Bernstein e Woodward non può essere considerato il modello del giornalismo investigativo per il semplice fatto che il giornalismo investigativo è un metodo e non un risultato. Una risposta “tecnica”. Ma non basta: il luogo comune “americano” è diffuso ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori e pesa come un marchio di provinciale inadeguatezza su tutto il giornalismo italiano. Resiste nel tempo, inossidabile, a dispetto del fatto che nel nostro paese “il giornalismo d’approfondimento, nelle sue diverse declinazioni, si sta ritagliando nuovi spazi d’azione, tornando a rivestire il ruolo svolto verso la metà degli anni settanta” (Enrico Bianda, Verso un ritorno del giornalismo d’approfondimento”, pag. 245 e ss. in “Il giornalismo in Italia”, Carocci, 2003).
Bianda cita tra gli altri “Report” di Milena Gabanelli, le inchieste “vecchio stile” di “Diario”, i libri di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio, “Blu notte” di Carlo Lucarelli. Ma anche “Le iene” e “Striscia la notizia” oltre che il soppresso “Sciuscià” di Michele Santoro. Si tratta, come si vede, di generi e stili molto diversi. Alla lista possono essere aggiunte le inchieste di Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo per “La Repubblica”, i reportage di costume di Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” o – forse la più ‘investigativa’ di quelle recenti – l’indagine, apparsa sempre sul “Corriere della Sera”, di Fabrizio Gatti sui centri di prima accoglienza per gli immigrati. L’elenco potrebbe continuare e ci sarebbe sempre il rischio di dimenticare qualcuno. Non è affatto piccolo lo spazio del giornalismo d’approfondimento in Italia.
Ma il giovane collega si è formato su buone letture e su buoni principi. La sua formazione è la ragione dello sconforto. Crede al giornalismo come strumento di controllo sulla cosa pubblica. La sua risposta non comunica solo un’idea della professione ma anche un’aspettativa rispetto alla società e al suo sistema di valori, alla capacità di difenderlo fino al punto d’obbligare anche l’uomo più potente a dimettersi se si dimostra che quel sistema di valori egli ha tradito. Il giornalismo investigativo, come metodo, attiene alle tecniche della professione. Il giornalismo investigativo come percezione dei possibili effetti di un’inchiesta chiama in causa una questione più ampia e complessa: l’esistenza di un’opinione pubblica sensibile e avvertita – questione, come è noto, antica – in assenza della quale nemmeno un esercito di Bernstein e Woodward coadiuvato da una moltitudine di gole profonde sarebbe stato in grado di condurre alle dimissioni il portaborse di Richard Nixon. Insomma, i risultati di un’inchiesta che denuncia un caso di malcostume politico – è questo che va detto al giovane collega e ricordato a noi stessi – non dipendono solo dall’accuratezza dell’inchiesta ma dal grado di condanna sociale del malcostume.
C’è un libro di giornalismo investigativo che, benché piuttosto conosciuto, di solito non viene incluso nella categoria. Ma “Il venditore” di Giuseppe Fiori – che ha come sottotitolo “Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest” (Garzanti) – è a tutti gli effetti un esempio di giornalismo investigativo di alta qualità e rara accuratezza. La sua lettura, ho sperimentato, ha un effetto prodigioso: come se nelle orecchie dei fan del reporter Robert Redford cominciasse a risuonare il salutare e realistico ritornello: “Tu vo fa’ l’americano, ma si nato in Italì”. Così suggerisco al boy di leggerselo tutto o, almeno, d’andarsi a guardare il quarto paragrafo del quinto capitolo, quello che racconta come Silvio Berlusconi divenne proprietario della villa di Arcore grazie al “raggiro” orchestrato da un suo amico, Cesare Previti, che era anche il legale della proprietaria, la marchesina Anna Maria Casati Stampa rimasta improvvisamente orfana, il 20 agosto del 1970, del padre e della madre.
Il termine “raggiro” è quello che Fiori utilizza per definire la vicenda. Una rara sintesi di cinismo e scorrettezza, accompagnati da una assenza totale di umana pietà. Su suggerimento di Previti, diventato suo pro-tutore e legale, la marchesina, orfana minorenne, cede la villa a per 500 milioni di lire, il costo che all’epoca aveva un appartamento nel centro di Milano. Il giovane collega, o chiunque altro, conclusa la lettura potrà facilmente mettere a confronto la gravità dei comportamenti denunciati da Fiori (e anche da Giovanni Ruggeri e Mario Guarino nella loro Inchiesta sul Signor tv”, Kaos, 1994) con altri comportamenti segnalati negli stessi anni da giornalisti investigativi americani – per esempio il caso della ministra della Giustizia di Clinton costretta a dimettersi per non aver pagato i contributi alla colf – e dunque domandarsi se il problema sia, in Italia, l’insufficienza di giornalismo investigativo o di etica pubblica. Un dubbio sano, formativo. Anche perché prendere atto di questa condizione aiuta a spiegare un’altra peculiarità nazionale: l’inclusione nella categoria del “giornalismo investigativo”, o quanto meno in quella del “giornalismo di approfondimento”, di formati molteplici e diversi: dalle cronache di Tangentopoli ai blitz delle Jene e del Gabibbo.
Si potrebbe risolvere il problema attribuendo questa varietà al fatto che la categoria del giornalismo d’inchiesta è definita in modo inadeguato. Ma, come nel caso del modello-Watergate, qualunque argomento di tipo tecnico non basta a spiegare il puro dato di fatto della percezione comune di queste forme diverse di informazione come in senso lato “investigative”, “di denuncia” e così via. Percezione, d’altra parte, confermata dal fatto che negli ultimi anni i colpi della censura politica hanno raggiunto le une e le altre: Sabina Guzzanti come Michele Santoro, Paolo Rossi come Enzo Biagi. Del resto, non fu proprio da un incontro tra le due forme – l’intervista di Luttazzi a Travaglio poco prima delle elezioni politiche del 2001 – che scaturì la madre di tutte le polemiche (e di tutte le epurazioni)?
Sorge un dubbio o, forse, un’ipotesi di lavoro: che il giornalismo degli atti giudiziari e il giornalismo della satira siano due modi diversi di fronteggiare lo stesso problema – la debolezza dell’etica pubblica, quel moto d’indignazione che altrimenti, davanti a una violazione di regole condivise, dovrebbe scattare in modo immediato e spontaneo – e che sia questo ad accomunarli. L’atto giudiziario in questa prospettiva può essere visto come lo strumento che, sancendo formalmente, per la sua stessa natura, una violazione delle regole, riempie il vuoto della condanna morale. Allo stesso modo le denunce formulate in chiave satirica, mettendo in moto il meccanismo della risata – che è costituito dalla sorpresa, dall’interruzione dell’ordine logico delle cose – sottolinea la difformità d’un comportamento rispetto alle regole della convivenza in un paese democratico e civile: “Ciò che provoca un vivace scoppio di risa non può che essere qualcosa di assurdo”, Immanuel Kant.L’Ordine nazionale dovrebbe rendere obbligatori incontri periodici tra professionisti maturi e professionisti in formazione. Full immersion dei ‘vecchi’ nelle ragioni che oggi sono alla base della scelta di fare questo mestiere. La domanda del giovane collega è un richiamo alle nostre responsabilità non solo di professionisti ma anche, e soprattutto, di cittadini. Ed è per questo che non può essere elusa con risposte tecniche. La nostra tecnica attiene al reperimento, alla verifica delle notizie e alla chiarezza nel riportarle. Il quesito sul ‘giornalismo investigativo’ si riferisce invece alla capacità delle notizie di produrre effetti.
Kapuscinski non dice solo di non essere cinici. Ci mancherebbe altro. Dice anche che “il vero giornalismo è quello che si dà uno scopo e che mira a produrre qualche forma di cambiamento”. Oggi in Italia il giornalismo investigativo, “di approfondimento”, “di denuncia” deve produrre le notizie e, assieme, richiamare le ragioni dell’indignazione.

Tag: ,



indiani