Pop e non più pop

28 gennaio 2005
Pubblicato da

di Marco Senaldi

KlineNudes.jpgPer aggiungere elementi alla discussione fra Loredana Lipperini e Carla Benedetti (vedi qui e qui) sui generi attualmente popolari in letteratura, mi sembra utile proporre una riflessione (pubblicata sull’ultimo numero di Exibart) del critico e teorico d’arte contemporanea Marco Senaldi su che cosa si può veramente considerare popolare oggi. T.S.

Apprezzo come tutti l’idea di una teoria fatta di domande – tesa, come si dice, a “sollevare interrogativi”, o meglio, a “generare inquietanti questioni” – sono nato insomma con Wittgenstein tra le mani, che diceva di voler scrivere un trattato filosofico composto soltanto da domande. Non che non mi piaccia più, che mi sia stancato, per carità, solo che ogni tanto qualche risposta non guasterebbe.

Di recente ho letto su Financial Times (per caso, eh!) buttata là quasi sbadatamente la risposta all’annosa domanda: ma chi è veramente ricco oggi? “Chi possiede almeno un milione di dollari, proprietà immobiliari escluse”. Ah, allora eccola una risposta – non un granché, intendiamoci, ma almeno (come diceva il prof di chimica) una rispostina, chiara e comprensibile (spero che qualche lettore, buon per lui, si riconosca nella definizione: io no, dal che deduco, se non proprio di essere povero, almeno di avere la certezza di non essere ricco).

Che bello se la stessa cosa si potesse fare rispondendo alla domanda: che cos’è popolare? (me l’ha posta di recente lo storico dell’architettura Marco Biraghi, a cui dobbiamo l’eccellente versione italiana del – per ora inarrivato – capolavoro di Rem Koolhaas, Delirious New York).

Potremmo rispondere: popolare è quella cosa conosciuta da almeno un milione di persone (bambini sotto i due anni esclusi). Sì, d’accordo, ma – e mi spiace dover rifare un’altra domanda – che vuol dire esattamente “conoscere”? Ad esempio, quando si sente la parola “popolare” si pensa al calcio o alla tv che sono molto conosciuti, come se fossero qualcosa di opponibile alla musica atonale o alla videoarte, che pochi conoscono. Tuttavia, nonostante Vieri sia senz’altro popolare, a vederlo, domenica 21 novembre, nella partita di Coppa Italia contro il Bologna c’erano 2600 spettatori paganti – cioè, più o meno una cifra paragonabile a quella di una kermesse di arte contemporanea regionale.

Il reality show più popolare è stato come tutti sanno L’Isola dei Famosi che, avendo ottenuto punte di oltre 10 milioni di spettatori, è dunque molto popolare. Un prodotto simile però, andato in onda quest’anno, La fattoria, ha toccato anch’esso vertici di share molto elevati, ma ormai pochi ricordano i nomi dei concorrenti – come si sono ormai persi dalla memoria i nomi della maggior parte dei partecipanti ad uno dei programmi più popolari degli ultimi anni, cioè il famigerato Grande Fratello.

Dall’altra parte, un “cosa” elitaria come l’arte contemporanea è davvero (im)popolare? Se l’esempio più famoso resta quello del museo Guggenheim di Bilbao che diventa una pista da pattinaggio per Megan Gale in una celebre pubblicità, venendo più vicino a noi Iannis Kounnellis, un artista famoso ma che sarebbe difficile definire “popolare”, è apparso su Magazine del Corriere della Sera come testimonial di Illy Caffè, mentre le opere del duo Perino e Vele hanno fatto da sfondo televisivo in una trasmissione di beneficenza.

Insomma, per tornare alla domanda, o meglio alla risposta, è difficile stabilire che cosa sia popolare rispetto a ciò che non lo è, perché sembra che ogni cosa si confonda nell’altra, e nessuno share è abbastanza oggettivo da convincerci appieno della natura di ciò che abbiamo davanti.

Però, invece di fermarci al fatto che ciascun termine smentisce l’altro, si potrebbe considerare il modo in cui ognuno dei due opposti, preso di per sé, tende a smentire se stesso. In effetti, in ciò che è inteso come popolare si trovano elementi così elitari da far pensare che il desiderio inconfessabile dentro ogni forma culturale “bassa” sia l’“alto”, l’inimitabile, l’autenticamente originale – come quando, nella prima edizione di Grande Fratello, i concorrenti hanno replicato le Anthropométries di Yves Klein.

Viceversa, se consideriamo le forme culturali autenticamente elitarie e sofisticate, come le installazioni di artisti contemporanei emergenti in luoghi di tendenza, ecco che proprio lì dentro finiamo per ritrovarci davanti gli elementi più “indigesti” e inqualificabili della cultura di massa – come nel caso dell’installazione Comizi di (non) Amore di Francesco Vezzoli alla Fondazione Prada che (non semplicemente si ispirava ma) ricreava alla lettera la forma più “popolare” di televisione, il (una specie di) reality show, con tanto di balletti scosciati e pubblico caciarone…

Già: non è che le domande siano più “intelligenti” delle risposte, o che le risposte siano più rassicuranti delle domande: è che – proprio come la cultura popolare e quella d’élite – nessuna delle due assomiglia più a se stessa.
E’ questa dissimiglianza a renderle identiche.

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Pubblicato su Exibart, dicembre-gennaio 2005

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28 Responses to Pop e non più pop

  1. luminamenti il 28 gennaio 2005 alle 07:28

    Spero tanto che l’arte contemporanea rimanga impopolare, nel senso che mi dispiacerebbe tanto che la gente si guastasse la testa con altra immondizia. Pittura contemporanea e Musica contemporanea per me non valgono nulla.
    La filosofia (che considero una forma artistica) contemporanea è penosa. La letteratura è ancora viva nonostante la sua impronta decadente, l’architettura contemporanea è invece a mio parere la vera avanguardia dell’Arte, evoluta, capace di dire cose realmente nuove, originali e positive,la vera filosofia positiva nuova dell’Uomo.

  2. gianni biondillo il 28 gennaio 2005 alle 10:27

    Luminamenti: sull’architettura, forse un po’ di parte, sottoscrivo.

  3. Tiziano Scarpa il 28 gennaio 2005 alle 10:28

    Caro Luminamenti,
    conosci Morton Feldman? E’ un musicista “contemporaneo” (ammesso che l’aggettivo abbia qualche significato), morto nel 1987. Me l’ha fatto conoscere Raul (Montanari), che non ringrazierò mai abbastanza. Anche Feldman per te non vale nulla? Lygeti non vale nulla? Cage, Messiaen, Berio e Sciarrino ti buttano giù? Giusto per capire se provochi spiritosamente o dici sul serio. Te lo chiedo senza polemiche, eh!, ma giusto per capire.

  4. g. choukhadarian il 28 gennaio 2005 alle 11:34

    alcuni dei compositori citati da Tiziano buttano giù (l’ultimo Sciarrino, per esempio; parecchio Cage, sebbene sia vietato dirlo). Di qui a dire che la musica contemporanea non vale nulla corre l’abisso oppure, come è possibile e legittimo, è il trionfo del rinato giudizio di valore, messo a tacere da tanti, benemeriti anni di metodi e teorie.
    Morton Feldman è stato uno importante, ma non credo che le sue cose migliori valgano le Variations pour une porte et un soupir di Pierre Henry, che è contemporaneo anche lui e ancora vivente, per di più.

  5. luminamenti il 28 gennaio 2005 alle 12:39

    Sì Marton Feldman può essere definito musicista contemporaneo. Contemporaneo ha sì un significato se lo si inquadra in un contesto storico, nello specifico di storia dell’evoluzione musicale. E’ un fatto storico che nel 1946 a Darmstadt vi è una rottura con il passato. Agli Internationale Ferienkurse fur neue Musik si riuniscono i più agguerriti esponenti delle varie avanguardie, fra cui i tedeschi Stockhausen e Henze, il francese Boulez, gli italiani Nono, Maderna e Berio, il belga Pouseeur, a rappresentare una nuova via espressiva nel processo di serializzazione integrale, in cui il concetto di serie veniva esteso ai valori timbrici, ritmici, di durata ed intensità. Se Schonberg era stato il padre della dodecafonia, il punto di riferimento a Darmstadt per i sopracitati fu Webern, tanto che si è soliti indicare la loro nuova corrente come postwebernismo. Il processo della serialità integrale, con la conseguente rarefazione sonora rese impossibile la percezione di una qualsiasi forma significativa, così che il suono risultò costituito da un insieme di particelle isolate e interscambiabili: da cui l’ulteriore definizione di musica puntillista. Verso il 1956 i postweberniani iniziarono ad applicare nel processo delle proprie composizioni una forma particolare di alea, un alea controllata a differenza delle prime forme di alea pura introdotte da Cage e Feldman. Stockausen è stato il più attivo sperimentatore, passando attraverso la serializzazione integrale, il puntillismo, l’alea e la musica elettronica, approfondendo molto la spazialità sonora e lo studio degli armonici, cosa che ha fatto anche Lygeti. Questo in breve. Gli esiti? A mio parere mediocri, talvolta sufficienti ma quasi mai geniali nel senso di sapere restituire all’ascolto attraverso queste nuove vie espressive e teorizzazioni concettuali quella gamma di emozioni che prima era stato possibile. Naturalmente ci sono persone che sostengono di emozionarsi tanto ad ascoltare Sciarrino, Cage, e mica lo metto in dubbio. Spero nel loro risveglio.
    Mi conforta la certezza che di quelli che citi molti saranno dimenticati in futuro, Cage è già dimenticato, per altro uomo intelligente e provocatorio che ha usato il suono per parlare d’altro, come ben illustra Michele Porzio in Metafisica del Silenzio. Lygeti non dico che vale nulla, ma non lo sopravvaluto, ha composto buone musiche per film e per queste sarà ricordato, ha compiuto tecnicamente qualche cosa d’innovativo sul piano dello studio degli armonici in Lux Eterna, dopo di che si è arenato.Messian è il vero padre della musica contemporanea e di lui non apprezzo la ricerca sul suono e il serialismo per la ragioni che ho detto prima, mentre ne apprezzo la sua ricerca dell’emozione e della sincerità avanti tutto, come ebbe a dichiarare nella prefazione a La Nativité du Seigner. Ne apprezzo la ricerca ritmica. La sua produzione va inquadrata a cavallo tra due epoche radicalmente diverse nel concepire la musica. Di Feldman potrei dire lo stesso di Cage. Berio come Nono sono supercelebrati e mi sono sempre sembrati bravissimi a costruirsi il loro successo su fattori extramusicali. La loro musica non mi desta alcun interesse.
    In complesso vedo in giro poca roba buona e quello che c’è di buono non così straordinario come si vuole fare credere.
    Più in profondità direi che non credo nella teoria del progresso artistico nella musica, nella pittura e in filosofia. Il meglio per me è stato fatto anche se nulla esclude un comparire di un nuovo balzo quantico in avanti.

  6. g. choukhadarian il 28 gennaio 2005 alle 15:06

    Il lungo post di Luminamenti è molto informato ma anche un po’ misoneista. Che il meglio sia stato fatto lo si sente ripetere da un 2-3mila anni almeno e, per chi dubitasse di questo, ci sono passi a iosa del troppo citato (quindi sopravvalutato?) libro dell’Ecclesiaste come testimonio.
    Mi sembra comunque più interessante la questione della scrittura critica on line. Si possono scrivere robe corpose sul web? Nazione Indiana farebbe pensare che sì, io ne sono meno convinto.

  7. Franz Krauspenhaar il 28 gennaio 2005 alle 16:25

    Sono molto d’accordo con Luminamenti; per quanto Boulez è, a mio parere, di gran lunga il migliore (e grandissimo direttore d’orchestra, oltretutto) della schiera dei cosiddetti postweberniani. Messiaen è stato il vero padre della musica contemporanea e lo apprezzo, anzi lo amo, per lo stesso motivo indicato da Lumina. Non dimenticherei, tra i viventi, l’italiano Luca Francesconi, compositore di una preparazione fuori dal comune su ogni genere musicale. E l’estone Arvo Parti, con la sua musica ascetica, nonché il polacco Henryk Gorecki con il suo minimalismo spirituale. Ma queste sono ormai esperienze novecentesche, per quanto Francesconi credo non abbia più di 50 anni.

  8. luminamenti il 28 gennaio 2005 alle 16:28

    Sì, si possono scrivere robe corpose sul web. Molti di voi sono sopravvissuti per anni ai miei lunghissimi post. Piuttosto Nazione Indiana farebbe bene a girare su un server più potente e ad essere impaginato con più criterio per sfruttare il caricamento veloce delle pagine.
    In quanto al fatto che almeno in musica il meglio (fino ad adesso) è stato fatto mica l’ho deciso io. Poi ognuno crederà a quello che gli pare, ma fra cento anni di Sciarrino non si ricorderà nessuno, tranne gli storici della musica. Ma quelli non fanno testo quando ascolti musica. La musica superlativa si ricorda e si riconosce, è il cervello che lo dice.

  9. g. choukhadarian il 28 gennaio 2005 alle 16:40

    A parte il fatto che il thread si occupa di materia poco attinente all’articolo del Sebaldi, la musica di Berio è riconoscibilissima, quella di Nono pure. Che cosa voglia dire ‘ricordare’, poi, non è chiaro. Mandare a memoria, nel senso di suonare o dirigere senza la parte davanti? E il cervello di chi dice che la musica è superlativa? Gli storici della musica sono esclusi, immagino che a fortiori lo siano i musicologi. Bruno Bettinelli è morto, restano Pippo Baudo e pochi altri, si direbbe.

  10. andrea raos il 28 gennaio 2005 alle 17:27

    semel in anno, luminamenti (mi) delude. a parte il tono da scolaretto del suo riassuntino sulla musica del secolo scorso… (dove l’hai trovato, su encarta?) resta ben poco da capire, mi sembra. ridurre la “musica di oggi” alla “rottura col passato” del 1946 a darmstadt (solo in musica, nevvero, luminamenti? mentre intorno tutto andava per il meglio…) è semplicemente sciocco. non voglio contrapporre nomi ad altri nomi (è noioso e non serve a nulla, ognuno ha i suoi). ma mentre io, per riprendere le tue parole, aspetto il mio “risveglio”, tu, luminamenti, dimostri di essere sordo. trattandosi di musica, non so cosa sia meglio (va pero’ detto che con la “ricerca ritmica” di messiaen mi hai fatto fare una sana risata, e di questo ti ringrazio).

  11. Elio Paoloni il 28 gennaio 2005 alle 19:42

    La discussione è andata un po’ fuori tema. Ne approfitto per infilare un comunicato di servizio, aggrappandomi al “Per aggiungere elementi alla discussione fra Loredana Lipperini e Carla Benedetti” in apertura.

    Parallelamente a questa discussione se ne teneva un’altra dalle mie parti: Rossano Astremo, indignato dalle richieste di denaro di editori locali se n’è andato fuori Puglia e ha pubblicato il suo romanzo in rete. Massimiliano Zambetta, redattore di Nuovi Argomenti, si è quindi interrogato sulle opportunità che il sistema editoriale pugliese (o meglio tutto il “sistema” Puglia) offre agli scrittori. Dopo di lui, sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno (inserto del Corriere della Sera), sono intervenuti in molti, da Nicola Lagioia a Raffaele Nigro, da Michele Trecca a Gianrico Carofiglio. Ne è venuta fuori una proposta di Forum da tenere a Bari a fine febbraio, sperando di farne un appuntamento fisso.
    Adesioni e proposte a culturapuglia@corrieredelmezzogiorno.it.

  12. Franz Krauspenhaar il 28 gennaio 2005 alle 19:57

    Caro Raos, lo sai bene che a Darmstadt si è aperto un ciclo che ha portato la musica contemporanea in un vicolo cieco. O meglio, forse non lo vuoi accettare. O forse pensi che questa mia affermazione meriti un silenzio o una bella risata. Non è noioso contrapporre nomi da altri nomi, perché? Scusami ma non riesco ad apprezzare la tua risata che arriva, se ho sentito bene, dall’alto. “Mentre il resto andava per il meglio”, scrivi ironicamente. Magari andava meglio. La musica contemporanea se la filano in pochi; una ragione ci sarà. E se cerchiamo la vera musica contemporanea dal 46 in poi, perché non rivolgerci a gente come Charlie Parker, per esempio? E il rock non è forse musica contemporanea? Chiudo il fuori tema e saluto.

  13. emma il 28 gennaio 2005 alle 21:53

    Liquidare in poche righe arte, filosofia e letteratura contemporanee è poi così originale?
    Luminamenti, con tutte le sue pose da intellettuale onnisciente, dopo tanto faticoso e involuto elucubrare arriva esattamente al luogo comune dell’uomo della strada (l’uomo-pop?).
    Con ciò peraltro fornendo ottime ragioni a Senaldi.

  14. luminamenti il 29 gennaio 2005 alle 09:28

    Per Andrea Raos: so di quello che parlo mentre tu hai parlato solo della tua risata e di quello che pensi di me ignorando evidentemente di parlare di musica perché credo ti interessi più screditare a vanvera una persona piuttosto che fornire ragioni musicali. Aggiungo allora qualcos’altro che forse interesserà qualcun’ altro animato da maggiore spirito di educata e tollerante conversazione e che abbia voglia di appronfondire la riflessione sulla musica contemporanea ed eventualmente riferire opinioni diverse cercando quantomeno di non alterare i fatti.
    E’ un fatto che non m’invento certo io, né è soggetto a interpretazioni che Messiaen nato nel 1908 è stato ossessionato dalla ricerca ritmica. La testimonianza di ciò è data dai due primi cicli vocali, Poèmes pour Mi del 1936 e Chants de terre et de ciel del 1938 e inoltre in Les corps glorieux del 1939. Chi è interessato se li cerchi e li ascolti invece di ridere. Per chi poi sa leggere uno spartito comprende facilmente quello che dico e certo non si mette a conversare con chi vuole leggere o parlare di uno spartito senza conoscere le note musicali sostenendo di conoscerle e non volendo impararle.
    Siamo ormai arrivati al punto che c’è gente come Andrea Raos che vuole parlare di musica ridendo. Siamo ormai nell’epoca del nichilismo della conoscenza più elementare. Se uno va a scuola e studia cos’è e come si definisce il ritmo in musica e come lo si segna su carta e poi si va a leggere le carte di Messiaen scopre l’ossessione segnica specifica in questo senso. Qaunto ho detto sul ritmo lo sa qualsiasi studente di Conservatorio.
    Non ho voglia di conversare con chi non sapendo nulla di qualcosa non ha alcun interesse ad apprendere qualcosa che non sa e si mette pure a ridere da maleducato. Ma per molti intellettuali moderni e studentelli universitari l’educazione civica nella conversazione, nella discussione appassionata ma civile è cosa antiquata, non è contemporanea. La loro capacità di critica si riassume in slogan del tipo: sei sciocco, mi fai ridere, mi viene voglia di farti una pernacchia.
    Su Darmastadt non ho detto niente di esoterico, è stranoto ovviamente a chi s’interessa di musica al di là del livello dell’ascolto e a chi sa leggere uno spartito di musica contemporanea.
    Ho fornito, se pure brevemente, una ragione del fallimento, che mi sembra confermato dai dati di ascolto. Fortunatamente sempre più giovani riempono le sale di concerto per ascoltare la musica di Rachmaninov.
    Per Emma: non c’è proprio bisogno di originalità per avere una bassa idea dell’arte contemporanea. Basta non farsi prendere per il culo! La letteratura non l’ho liquidata, ma ho espresso un giudizio (brevissimo) diverso. Se ti mettevi gli occhiali prima di accendere il Pc te ne saresti accorto, non mi stupisco quindi che tu appartenga al gruppo che in fatto di arte contemporanea scambia le lucciole per le lanterne. E’ comprensibile quindi che ti appaia anche la mia posa di intellettuale onniscente!

  15. andrea raos il 29 gennaio 2005 alle 13:47

    caro luminamenti, chiedendo venia (preventiva e retroattiva) per il tono brusco, mi dispiace, ma questa proprio non te la lascio passare. lasciando stare messiaen (se i suoi ritmi ti interessano fai pure, in fondo è questione di gusti – io lo trovo noiosissimo) è inaccettabile che tu getti dalla finestra un secolo di ricerca musicale in questo modo. darmstadt non esce dal nulla, ha antecedenti chiarissimi, la sua radicalità era in reazione a un momento storico ben preciso, e non ha esaurito nulla; nessuno dei compositori che vi hanno partecipato si è fermato li’ -non quelli bravi, perlomeno-, non è stato affatto un vicolo cieco, ma una formidabile apertura. per fare un esempio a caso, se ascolti la musica di stockhausen attraverso i decenni ti sembra di avere a che fare con dieci compositori diversi -tutti eccelsi, a mio giudizio-. per non parlare delle generazioni successive.
    i giudizi negativi del tuo primo post sono tutti immotivati -non dico di necessità falsi, ma immotivati-. cage è dimenticato? non me ne ero proprio accorto -ma saro’ io che sono antico-; dire che ligeti ha fatto qualcosa di buono come compositore di musica da film è a dir poco grottesco -talvolta si ripete, questo è vero, ma la sua ricerca sulla scrittura per pianoforte, ad esempio, o ancora il “grand macabre”, sono delle pietre miliari, mi sembra-.
    scusa se dico una banalità, ma il problema è che è più difficile criticare che lodare – si è obbligati a giustificare cio’ che si intende dire. che tu spazzi via tutto in nome di un non meglio precisato “salto quantico” io lo trovo sconcertante. cosa intendi dire? se non argomenti, l’arroganza è tua, nella sostanza se non nelle parole.
    quanto al fatto che in musica non accada più nulla -a parte il fatto che lo si sente ripetere da millenni, come giustamente notava qualcuno- mi sembra dettata da quella stessa idea di progresso che affermi di rifiutare: il progresso è già avvenuto, quindi più nulla puo’ avvenire. “progresso” è una parola per cui anch’io ho poca simpatia -cio’ non impedisce a nessuno di fare cose diverse, di reagire al proprio tempo – con tutte le inevitabili montagne di spazzatura che cio’ produce-.
    non giudico i tuoi gusti: se ti piace rachmaninov buon per te (piace molto anche a me, fra l’altro), né voglio convincerti di nulla: voglio solo esprimere il mio disaccordo con una visione della storia della musica -delle arti- che non condivido: la quantità di schifezze che si vedono-leggono-ascoltano oggi è fisiologica, e non impedisce, non blocca nulla.
    in realtà la cosa è più complessa, ma vorrei continuare rispondendo a krauspenhaar.

  16. luigi w il 29 gennaio 2005 alle 13:59

    Mi associo completamente al finale dell’intervento di Franz Krauspenhaar: “E se cerchiamo la vera musica contemporanea dal 46 in poi, perché non rivolgerci a gente come Charlie Parker, per esempio? E il rock non è forse musica contemporanea?”. Mi pare che Miles Davis, Charles Mingus, John Coltrane, Thelonious Monk, Roland Kirk, Bill Evans, Eric Dolphy, Paul e Carla Bley, gli Art Ensemble of Chicago e quanto meno Frank Zappa, hanno dato alla musica del Novecento (oltre che alla gente del Novecento) parecchio di cui esser loro grati.

  17. andrea raos il 29 gennaio 2005 alle 14:18

    caro franz, guarda che quando dicevo di non voler contrapporre nomi a nomi non me la prendevo né con te né con nessuno, volevo solo evitare che la discussione si incartasse su una miriade di liste -per esempio, gorecki mi lascia indifferente, francesconi, per quello che ho sentito, mi smuove ben poco; e allora? non credo che i gusti o la quantità di conoscenze di tizio o caio siano la cosa più interessante che si puo’ trarre da questa conversazione-. pero’ non sono d’accordo con te sul vicolo cieco di darmstadt; è un’esperienza che, con tutti i suoi limiti, si è dilatata per vie anche inattese. è nota, per esempio, la stima e l’influenza reciproca fra stockhausen (mi accorgo che cito sempre lui – cerchero’ di variare) e miles davis -e quanto a quelli che ha influenzato quest’ultimo, si farebbe notte solo per citarli tutti, come ben sai-.
    allargando un po’ il discorso, i rapporti fra arte “alta” e “bassa” (con tutta l’antipatia che ho per questa distinzione) non sono mai univoci, i rivoli sono infiniti (col che vedi che non siamo affatto fuori tema rispetto all’articolo di senaldi). visto che citi charlie parker, sai bene che la destinazione da lui cercata per la sua musica era “alta” per eccellenza (per esempio, la velocità estrema dei tempi del bebop aveva anche per obiettivo di IMPEDIRE al pubblico di ballare, di costringerlo ad ASCOLTARE la musica – con ovvî risvolti politici e sociali, visto che i musicisti erano in maggioranza neri ed il pubblico in maggioranza bianco).
    non sono nemmeno d’accordo sulla scarsità di pubblico per la musica cosiddetta “colta”. giusto stasera vado alla serata inaugurale di un ciclo di concerti dedicati a marc-andré dalbavie (un musicista che ti consiglio, se non lo conosci, una bella sintesi fra ripetitività alla reich, musica spettrale e rielaborazione di cellule ritmiche alla ligeti); ebbene, andro’ con un certo anticipo, perché sono certo che trovero’ una coda pazzesca (per l’auditorium di radio france, che non è piccolo). se certe cose vengono messe a disposizione, il pubblico arriva, e partecipa -non sono certo le folle di eros ramazzotti, ma spero non sia lui il tuo parametro-.
    non ho una morale con cui concludere, reagivo solo alle tue sollecitazioni; quel che è certo è che un’arte che si vorrebbe “alta” e non trova niente di meglio da fare che parodiare i reality show mi deprime. su pratiche alternative, antagoniste, quale che sia la posizione che si sceglie per sé nel campo dell’arte, è senz’altro urgente riflettere. cordialità,

    p.s. ancora per luminamenti: la risata in effetti me la potevo risparmiare. taihen goburei itashimashite…

  18. Franz Krauspenhaar il 29 gennaio 2005 alle 16:11

    Caro Andrea, sono contento del tuo intervento che serve a chiarire a mio parere molte cose – a parte che a chiarirci tra noi. Su Darmstadt sono stato effettivamente vittima di una sorta di “raptus brutale di sinteticità”… E’ vero che l’esperienza di Darmstadt si è dilatata e fai benissimo a citare il rapporto tra Stockhausen e Davis. Ma dove sta la differenza tra i due? KHS ha anche influenzato Davis, il quale però è andato – lui così aristocratico e spocchioso – a inseminare dappertutto, soprattutto verso il cosiddetto/cosicodificato basso. Si è spinto fino al rap, fenomeno musicale apparentabile, per forza dirompente e per nascita plebea, al be-bop di Charlie Parker. Passando attraverso il rock. In questo senso mi sento di affermare che Miles Davis – molto più di KHS – rappresenta il vero musicista contemporaneo, è una specie di simbolo, assieme a Frank Zappa, del vero musicista contemporaneo. Il vicolo cieco di cui parlavo non era poi così cieco, è vero, ma in “contemporanea” c’è stato appunto Parker – di cui hai parlato definendo la destinazione della sua musica come alta. Forse fraintendo cioè che hai voluto dire, ma Parker non cercava nessuna destinazione, Parker era un genio anticipatore e un uomo profondamente fragile che voleva, ad ogni costo, suonare la SUA musica. Una musica che faceva a botte con la musica da ballo per bianchi allora in voga per le ragioni che tu hai spiegato. Anch’io ho in antipatia, un’antipatia viscerale, la distinzione che si fa tra arte “alta” e “bassa”. In quanto alla scarsità di pubblico , a me pare che la musica “colta” – da Frescobaldi a Reich, per dirne due di due epoche molto distanti tra loro- sia seguita soprattutto da una elite. La musica cosiddetta classica (e diciamola, questa parola!) almeno qui in Italia è seguita da un ristretto numero di appassionati. L’età media ed il reddito medio dei frequentatori di concerti, qui da noi, è, anch’essa, alta. Si: perché qui, tra alto e basso, una distinzione ci sta. Mi parli di un ciclo di concerti di Marc-André Dalbavie (che non conosco); da come me ne parli mi interessa, e infatti farò in modo di ascoltarlo il prima possibile- e credimi, non lo dico tanto per dire. Ma tu parli di Radio France, e dunque arguisco che tu viva in Francia, dove la situazione immagino sia un po’ diversa che da noi. Se a te, e qui concludo, un arte che fa la parodia dei reality show deprime, a me fa direttamente incazzare. Mi fa direttamente incazzare un’arte che, molto semplicemente, cavalca l’onda imbrogliando.Cosicché la parodia diventa mezzo di legittimazione di una porcata, che a sua volta legittima – dall’alto! -le porcate che sono i reality show.La cordialità è tutta mia.

  19. Xxxx xxx il 29 gennaio 2005 alle 20:23

    John Zorn.

  20. andrea raos il 29 gennaio 2005 alle 21:26

    si’, pero’ vedi, caro franz, la contaminazione fra miles e karl-heinz è andata davvero nei due sensi; a partire degli anni 70, le influenze jazz (cioè tutt’altra cosa dall’alea) nella musica di KHS diventano impressionanti (senz’altro anche per influenza del figlio markus, trombettista (!) eccelso). cio’ non toglie che stockhausen è senz’altro elitario, innanzitutto per sua scelta (nel senso che ormai parla col sistema solare direttamente…). ma questi sono affari suoi, e non tolgono nulla alla qualità di cio’ che fa.
    quanto al pubblico della musica classica, ristretto certo, è un problema per cui sono innanzitutto i compositori (gli artisti in genere, se hanno un minimo di sincerità in cio’ che fanno) a soffrire. i tentativi per uscire dalla gabbia (che è poi una gabbia di mercato) ormai non si contano, più o meno riusciti.

    quanto al concerto di stasera, da cui torno or ora (vivo a parigi in effetti – cose che càpitano) era gratuito, in un auditorium da mille persone strapieno. eppure era cosi’ anche in italia, una volta… ricordo quando ero ragazzino, isolato in una campagna nebbiosa oltre ragione, radio3 era la mia unica faglia verso l’altrove, e la quantità di musica contemporanea che mandavano (di suoni mai sentiti, che mi facevano intravedere nuovi mondi) era impressionante. come sarà adesso?
    al concerto sono arrivato in ritardo, per cui ho perso il pezzo di dalbavie, e mi sono beccato quello di un certo rené koering, per orchestra e gruppo techno (un dj che mixava l’orchestra in diretta, l’altro che andava, mi è parso, un po’ per i c***i suoi…). carina l’idea, ma poi in pratica una musica che non andava da nessuna parte, continue esplosioni di nulla… di frank zappa non ne nascono tutti i giorni, purtroppo. divertente pero’ il pubblico, c’era un sacco di gente di cui era chiaro che erano stati attratti dal lato techno; io mi sono ritrovato di fianco a un ragazzino visibilmente sfondato di canne, che ha continuato per tutto il tempo ad agitarsi a tempo (?) e a schizzarmi di birra… in mezzo ai signori anziani in giacca e cravatta… simpatico davvero.
    insomma in tutti i campi delle arti, quali che siano le buone intenzioni, le contaminazioni sono scivolosissime…
    spero di non avere straparlato, pis en lov,

    p.s. se davvero ti interessa, i concerti li puoi forse ascoltare in stream o come diavolo si dice. non so, prova:
    http://www.radiofrance.fr/chaines/france-musiques
    senno’, di dalbavie esistono due o tre dischi. è un artista che consiglio davvero.

  21. Franz Krauspenhaar il 29 gennaio 2005 alle 21:46

    Caro Andrea, Markus Stockhausen è un ottimo trombettista. Jazz? Si, più o meno.
    Per il resto, come non dire “Paris c’est tout le monde”? Ci fanno i concerti gratis, all’auditorium. Mica sono cose che capitano. Cioè, qui non capitano. Grazie per le dritte su Dalbavie. Mi parli di Radio 3. Ma da quant’è che manchi da questo nostro Bel Paese? Esiste ancora, e trasmette ancora – non troppo spesso, devo dire- musica contemporanea. Devo alla radio quel poco che so in materia, ché se dovessi acquistare tutti i dischi di tutta la musica che ascolto starei fresco, anzi, al fresco…

  22. luminamenti il 30 gennaio 2005 alle 08:25

    Non ho mai parlato di gusti. La sfera percettiva del gusto è impenetrabile, né infatti ho fatto nomi rispetto ad altri nomi, quindi se una persona ha piacere di qualcosa mica mi metto a criticarlo! Ho invece espresso un giudizio concettuale.
    Leggo citati alcuni nomi. Mi si parla di Stockhausen. Non sapevo che la musica contemporanea fosse rappresentata da una sola persona!!! Ho detto invece qualcosa di molto diverso e di oggettivo che è riconoscibile da chi sa leggere le carte di musica. Ho detto che l’evoluzione successiva a Darmstadt e che è “ancora prepotentemente visibile e udibile” nelle carte musicali del 95% dei compositori di musica contemporanea ha dato esiti negativi rispetto alle promesse espressive che si volevano ottenere dai loro stessi teorizzatori successivi al’esperienza dedacofonica e seriale. Questo è un fatto (tecnico)! Sul piano popolare altrettanto è il fallimento. Uno, due, tre nomi non sono indicativi di nulla, ma proprio perché il piano teorico musicale contemporaneo è privo di sbocchi e naturalmente ci sono motivazioni anche di natura matematica che ne impediscono l’evoluzione espressiva. Come recentemente e giustamente ha detto Ennio Morricone, la musica in buona sostanza è arrivata al traguardo, è molto difficile esprimersi ai livelli del passato. Ci sono anche ragioni fisiologiche uditive di ascolto che impediscono la restituzione espressiva se non in maniera molto limitata a fronte dell’utilizzo di certi concetti applicativi di natura matematico-musicale. Oltre a ciò ci sono molte cose che vengono spacciate per novità ma sono solo variazioni allegerite di combinazioni armoniche del passato. Che una variazione possa piacere mica lo metto in dubbio, ma non si deve dire che c’è innovazione e progresso. Un esempio con lo stesso Morricone. Tutte le sue musiche per film sono allegerimenti matematici delle composizioni nientemeno che di Bach! Nulla di nuovo!
    Per ultimo. La musica contemporanea è un fallimento che invece si tenta di far passare per modernità, per innovazione, per qualità alta ed elitaria, per valore concettuale. Questo è un discorso portato avanti principalmente dagli stessi che producono questa musica contemporanea che sanno benissimo di mentire.
    Si tratta proprio di un’operazione di falsificazione e mistificazione ben organizzata da un ambiente musicale estremamente chiuso e con grandi difficoltà a sopravvivere (altro che editoria libresca!)!
    Su Stockhausen ci sarebbe da dire parecchio. Molte delle sue cosidette idee innovative non sono tali, è famoso anche per un sacco di fesserie musicali, come quella della musica cinese che sarebbe basata sui microintervalli e che la musica indiana è pentatonica, che sottodominante, dominante e tonica avessero una corrispondenza nella ritmica. Che stupidagine! Affetto da solipsimo, furbastro che si inventò il concetto di musica intuitiva!!! e sembra sia vissuto su Sirio! da cui sembra provenga la buona musica! Stockhausen ha fatto delle ottime cose proprio quando ha rotto con le teorie seriali e utilizzato i moduli mozartiani che chi ha orecchio e sa leggere la musica sa bene, confermando quanto dico e per quelle sarà ricordato. Quando si parla di musica contemporanea bisogna sapere di cosa si sta parlando! Quando invece qualcuno parla di quanto gli piaccia la musica contemporanea sta parlando solo delle proprie affezioni musicali. Altro discorso è quello del Jazz, anche qui bisognerebbe distinguere per fasi temporali. C’è un grande Jazz e c’è un arretramento contemporaneo del Jazz.

  23. Tiziano Scarpa il 30 gennaio 2005 alle 11:58

    Grazie a Luminamenti per avermi risposto, e a tutti quanti della fantastica discussione, che a mio parere non è affatto fuori tema. In particolare, vorrei ringraziare Giovanni Choukhadarian e Andrea Raos per aver fatto due nomi di musicisti (Pierre Henry e Marc-André Dalbavie) che non conoscevo assolutamente, e che ora ho una gran voglia di ascoltare.

  24. g. choukhadarian il 30 gennaio 2005 alle 18:39

    per Tiziano: il brano di Henry che ho citato si trova a poco in un vecchio cd Harmonia Mundi, abbinato al Voile d’Orphée (un celebre negozietto milanese che sta in Magenta lo vende a 8 euro, per dire)

  25. andrea inglese il 31 gennaio 2005 alle 00:38

    comunque nessuno hai mai scoperto come e con quale arnese Keith Richard sia riuscito ha produrre il riff di “Satisfaction” nella sua prima versione su 45 giri del 1965; e nessuno da allora, tanto meno lo stesso Richard, è riuscito a riprodurre, dal vivo o in studio, in stato di ipnosi o di trance sciamanica, quel pastone sonoro scatenante

    (alcuni ipotizzano che Richard abbia utilizzato l’aspiratore difettoso della nonna di Charlie Watts, da tempo abitato da un loa haitiano, soffiandoci dentro come fosse un digeridoo)

  26. luminamenti il 31 gennaio 2005 alle 08:27

    A proposito di letteratura e musica e di affinità evolutive tra pianisti e i loro simulacri, A. Lincoln, androide di Philip K. Dick inizia in Oregon, nel quartier generale di un immaginario costruttore di strumenti musicali, ormai in netto ritardo nella corsa alla tecnologia. I suoi rivali, Hammerstein e Waldteufeul, costruiscono tastiere che, sfruttando le ricerche sulla topografia cerebrale, stimolano direttamente l’ipotalamo. Il narratore, impegnato in una discussione con il suo socio d’impresa, è scettico. “Come la maggior parte della gente” dice “mi sono dilettato anch’io con i tasti dell’Hammerstein Mood Organ, e mi ci sono divertito. Ma non ha niente di creativo. Sì, è possibile escogitare nuove configurazioni di stimoli cerebrali, e perciò provocare emozioni completamente nuove nella vostra testa, emozioni che altrimenti non si sarebbero mai rivelate. In teoria, avreste potuto anche imbattervi nella combinazione che vi avrebbe portato al nirvana. Sia la Hammerstein che la Waldteufel hanno istituito grossi premi, a questo proposito. M quella non è musica. E’ una scappatoia. E chi la vuole?” (Dick 1974, p.15)
    Se non ricordo male Marc-André Dalbavie è quel compositore che ha studiato con Hugues Dufourt, direttore e fondatore del Centro Recherce Musicale, compositore e autore di un testo a mio parere tra i più avanzati sulla ricerca musicale d’avanguardia. Un libro almeno sul piano teorico bellismo (Musica, Potere, Scrittura, ed. Ricordi, nella collana Le Sfere), e di critica postiva ed equilibrata della musica contemporanea e della ricerca elettroacustica, psicoacustica e informatica in musica.
    Per pareri critici invece negativi c’è il testo su Arvo Part che già avrete visto e in gran parte lo stesso testo-intervista a Ligeti.
    Con la rivista Avidi Lumi quadrimestrale di culture musuicale edito dalla Fondazione Teatro Massimo sono usciti 2CD dei 50ans de musique électroacoustique au Groupe de Recherches Musicales (Paris 1948-1988) dove è possbile farsi un’idea panoramica di certi risultati e che contiene anche alcuni brani del citato Pierre Henry.
    Per Franz: sì per Arvo Part che è un magnifico esempio di come si possa fare musica d’avanguardia e moderna rifiutando il dogmatismo soffocante del serialismo contemporaneo.

  27. Mario Bianco il 31 gennaio 2005 alle 11:08

    La discussione sulle arti e sul pop, non popolare o im/popolare mi stuzzica assai.
    Per me ora vale, (che mi piaccia o no), nel mondo delle arti una sola legge nata dal postulato di Rose Selavy, ovvero:
    “Dal 1913 dicesi opera d’ARTE qualsivoglia oggetto definito tale da critici importanti ed egualmente asseverato da mercanti influenti”.
    Questo in linea di massima per il mondo “ufficiale” delle arti figurative che assorbe prevalentemente oggetti storicamente accettati o nuove cose esposte nei luoghi deputati all’alto mercato. Poiché i costruttori di immagini ora sono prevalentemente trasmigrati, in genere, praticano il loro talento, le abilità tecniche in altri campi come: fumetto, animazione, filmati scopo commerciale, spot, rari settori di video arte informatizzata.
    Quindi, il mondo dell’immagine, eccetto che per sussulti e movimenti di tendenza verso la foto, è escluso dal mercato alto ufficiale (per quanto l’immagine verosimile, oggi, venga usata più che mai perché la riconoscibilità garantisce la comprensione anche al più gonzo dei miliardari eventuali acquirenti: vedasi fenomeno Cattelan e moltissimi altri).
    Soltanto la borsa valori ufficiali fa si che un “lavoro” venga dichiarato artistico e degno di acquisto, investimento: non interessano più canoni o categorie fluttuanti, quali: bello, comprensibile, espressivo, profondo, tecnicamente abile, di alto mestiere etc.
    Se mai rende ancora il trucco o stratagemma per emergere che espresse Marcel Duchamp in una delle sue ultime lucidissime interviste:” E’ necessario ad un artista, in questa epoca, per emergere di creare un po’ di scandalo e così feci io..” .
    Per cui, emulando, esporre plastici, fotopitture di esercizi sadomasochisti, colossali merde di elefante, madonne/puttane rende ancora, fa un discreto scandalotto crea un certo ritorno di immagine che spesso ( non sempre) paga, a volte moltissimo se ben giostrato da validi operatori economici .

    Per quanto riguarda il mondo delle altri arti, un tempo dette liberali( eh eh eh…), mi pare che la letteratura narrativa sia in parte ancora esente da una tutela o tirannia universale del mercato; vedo comunque da anni una tendenza forte alla omologazione dei linguaggi ed anche verso corse forsennate a trend espressivi o mode che, come si fanno, tanto rapidamente si disfano. Così da splatter alla grande, a giovanilismi qui e là, da noirs a gialli a legal thriller: il mercato vuole le etichette, caspita, e gli operatori si danno un gran da fare ad applicarne ed eventualmente ad inventarne di nuove perché le etichette di genere semplificano le cose, pemettono di ragionarci poco sopra ed il gioco è fatto: sparato via un libro subito un altro, evvia dai…facciamone tanti e tanto uguali.
    Una bella Macdonaldata di narrazioni.
    Per fortuna non è proprio così, ora, e io sto esagerando.
    La tendenza in tale direzione, tuttavia, è forte, mentre il pubblico non è ancora del tutto convertito alla televisione esistono ancora clienti che amano il testo di ricerca o di progetto e qualche editore che vi da spazio esiste.
    Ma temo che stiano languendo sia gli autori che gli editori.
    Andrebbe, a mio modo di vedere, convertita la discussione su chi oggi lavora ad una scrittura di storie di progetto e di ricerca e su come opera.
    Cosa assai delicata che forse farebbe scatenare terribili putiferi transazionali.

    A me, di musica mi piace Sciarrino da anni da quando trasmettevano la sua Alice alla RAI e pure il jazz, tantissimo. Tanto per dire.

  28. andrea raos il 31 gennaio 2005 alle 12:59

    [leggendo e rispondendo in ritardo] benissimo, caro luminamenti. dato che nel tuo secondo post citavi alcuni nomi, avevo pensato che tu parlassi di musicisti anziché di Musica, come invece, se non capisco male, fai. ti ringrazio di avermi chiarito il tuo pensiero. molto cordialmente,
    [constato anche che critichi il serialismo. non sei l’unico. a tal punto che pensavo lo si fosse superato da un bel po’ di anni. “serialismo contemporaneo”? a chi pensi di preciso? vieppiù cordialmente,]



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