Letteratura popolare, terra di conquista

31 gennaio 2005
Pubblicato da

di Giuseppe Caliceti

conquistador1.jpgIl dibattito culturale più interessante di questo inizio anno si interroga sulla cosiddetta “letteratura popolare” e ha come protagonista due donne: Carla Benedetti, scrittrice e acuta critica letteraria e Loredana Lipperini, giornalista cultura di Repubblica. Tutto inizia da un articolo di Carla il 7 gennaio su L’Espresso, poi in versione integrale su Nazione Indiana (vedi qui), Genocidio culturale, che mette in guardia di fronte ai pericoli di una mutazione genetica che avrebbe trasformato l’editoria italiana in una monocultura del best seller, prendendo a esempio Io uccido di Giorgio Faletti.

I grandi editori sarebbero sempre più determinati a stampare soltanto quel che vende, tagliando fuori non soltanto i nomi nuovi, ma anche pilastri del passato recente della letteratura italiana. E tutto ciò con la complicità di troppi critici letterari e giornalisti culturali, ridotti praticamente al ruolo di operatori di marketing più o meno occulto.

Loredana risponde sul suo sito “Lipperatura” (qui) che Io uccido le è piaciuto proprio perché “popolare”. E spiega che il “popolare” non va demonizzato, e “le storie degli uomini possano essere raccontate in molte forme”.

Esempi? La solitudine femminile passa attraverso i versi di Silvia Plath come attraverso le sit com che tanto dispiacciono ad alcuni intellettuali militanti. Si può capire assai più su Mozart guardando Amadeus (il film) piuttosto che leggendo Paolo Isotta. L’equivalente contemporaneo di Wilhelm Meister può essere il videogioco dei Pokémon.

E spiega che il popolare non è una medicina amara che lo studioso deve ingoiare, o con cui l’intellettuale possa al più trastullarsi, ma l’indispensabile termine di confronto, a meno di non accarezzare il vecchio, delizioso sogno degli intellettuali italiani, che si scagliano contro l’ignoranza delle masse, sperando, nel profondo dei propri cuori, che non accedano mai al privilegio del sapere. “Penso che il disprezzo delle élite nei confronti dei generi renda ancor più prezioso difenderli”, conclude Loredana. “Anche nel momento in cui gli autori italiani più avvertiti li vanno scomponendo e superando. Quando non è possibile parlare di Avanguardia, tocca, per non retrocedere, fare battaglie di Latoguardia. Anzi, fondarne una”.

A un estratto live di questo dibattito/polemica che in Rete si sta allargando a macchia d’olio, si è assistito mercoledì da Marino Sinibaldi all’interno di Fahrenheit su RadioTre.
Carla ha ripetuto che oggi editori e librerie fanno leva più sull’inerzia spirituale e culturale del lettore, che sulla sua intelligenza o esigenza di arricchirlo culturalmente. Più o meno come fa la tv. Non solo. C’è chi pensa che ci siano libri che non si possono criticare perché sono popolari.
Loredana ha ribattuto che esistono tante piccole case editrici “di progetto”.

Ma la terza ospite, Benedetta Centovalli, editor di Rizzoli, le ha liquidate come “cenerentole” affermando che comunque anche per lei, oggi, in Italia, gli spazi per una letteratura e un’editoria di ricerca si sono ristretti ovunque e esiste una dittatura della “monocultura da best seller”

Alcuni appunti personali

1. Intanto grazie a Carla e Loredana per questo salutare dibattito, a cui sarebbe bello partecipassero non solo “giovani” critici e autori, ma anche autori meno giovani magari più venduti e critici e giornalisti di terza pagina dei media italiani. Se non accadrà, bisognerà chiedersi perché. Come bisognerà prendere atto che la Rete oggi è forse il luogo più adatto, se non l’unico, per provare a fare qualche ragionamento.

2. Loredana ha ragione: l’intelligencija di Sinistra per anni ha bollato come troppo facili importanti autori come Tolkien o Stephen King. Come per altri motivi Céline, aggiungo io. E’ vero, in Italia i libri di genere per tanto tempo sono stati visti con sospetto. Ma da decenni il genere è stato largamente sdoganato anche qui. E personalmente sono un po’ stanco del ritornello che si sente ripetere oggi su come proprio “la narrazione di genere è la più adatta a raccontare la contemporaneità italiana”. Pare quasi, leggendo alcune pagine culturali de L’Unità o di Repubblica, che i noir o i gialli siano gli unici romanzi sociali possibili oggi. Come se le fiction tv sui preti fossero gli unici possibili film impegnati socialmente. Insomma, calma.

3. Da una parte, alle volte sembra sentir parlare della Cultura e della Letteratura con la C o la L maiuscole (Carla). Dall’altra si dicono cose acute e sacrosante soprattutto sulla cosiddetta Divulgazione Culturale. (Loredana). Quando Carla afferma che oggi l’industria editoriale tende a non accorgersi o a far finta di non accorgersi della differenza tra scrittori e divulgatori, – semplifico a modo mio, per essere divulgatore a me stesso – , perché quello che conta è la vendita, dice una verità abbastanza ovvia e sotto gli occhi di tutti. E quando aggiunge che questo mutamento in atto può avere degli effetti collaterali sgradevoli, mi pare condivisibile. Ma le due tostissime ragazze non parlano di “divulgazione culturale” o “educazione” (sono sinonimi di Latoguardia?) che potrebbero giovare al confronto.

4. Loredana si chiede giustamente perché la Sinistra e la cultura di elite hanno lasciato che il popolare diventasse in Italia predominio della Destra? Conoscendola, so che ha le sue buone ragioni per farsi domande del genere. Ma fa bene Carla a ricordarci quanto sia equivoco il concetto di popolare e l’idea consolatoria che “il popolo” sia sempre orientata a Sinistra. La Fallaci per esempio scrive libri popolari ma terribilmente di Destra. La Sinistra non può dunque difendere questo terreno come un suo latifondo, ci ricorda Carla. E’ finita l’epoca dei proprietari terrieri. Il “popolare” non è zona neutra, ma terra di conquista, campo di battaglia politico e culturale. E non si può neppure confondere il “popolare” con il “populistico”. O un “prodotto culturale di intrattenimento” con un “prodotto culturale di ottundimento”. Insomma, rivendica alla cultura e alla letteratura una sua moralità e tensione etica che vadano oltre al consenso immediato del cittadino elettore consumatore. E a una loro funzione vitale anche formativa e di conoscenza della complessità del reale, che non si limiti solo a raggiungere il portafoglio del lettore, ma raggiunga anche le sue zone più profonde, meno standardizzate, dove forse risiedono ancora speranze e voglia di cambiamento, bisogno di cambiamento. Chi può darle torto?

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Questo intervento è stato pubblicato venerdì 28 gennaio 2005 su Liberazione

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11 Responses to Letteratura popolare, terra di conquista

  1. massimo il 31 gennaio 2005 alle 11:10

    Sui quattro punti di Giuseppe Caliceti (il cui busto mi è piaciuto, grazie):
    1. La Rete è forse l’unico luogo…
    Forse sì, al momento (e quanto sia ampio questo momento non so). Se sia il più adatto, nemmeno so (Ma chi lo sa).
    2. “Insomma, calma”. Certo, calma.
    3. Se Carla Benedetti denunciava fatti, allora la sua opinione va discussa nei termini di un accertamento dei fatti. Il che vale anche per i ‘possibili effetti collaterali sgradevoli’ (anche se qui l’accertamento è più difficile). Io mi sono ostinato a dire che secondo me il suo articolo conteneva la denuncia teorica di un ‘sistema’ (almeno qui stava il mio interesse), il suo testo era costruito secondo precise e per me un po’ discutibili (cioè schematiche, molto schematiche) categorie, aveva l’ambizione di segnalare la possibilità che si stia toccando un punto di non ritorno, ecc. Ho visto però che la discussione è andata nel senso, per me del tutto insufficiente: però c’è questo libro, e quell’editore, e quel filone, oppure: però quel libro, quell’editore o quel genere non bastano, son cenerentole. Bah.
    4. “Chi può darle torto?” Già. Ma chi VUOL darle torto, sul punto? Chi ha detto o polare che popolare sia buono a prescindere, e sia sempre uguale? O chi ha detto il contrario? Nessuno, mi pare. Certo non lalipperini.
    Insomma, calma.

  2. g. choukhadarian il 31 gennaio 2005 alle 13:48

    il punto 2 dell’articolo di Giuseppe è sacrosanto. Ci sono tanti maniere per accedere al mondo di oggi e poi rappresentarlo. Una, per esempio, è lavorare: un altra è la narrazione non-gialla e non-noir, di cui i romanzi di Giuseppe sono un ottimo esempio (ma anche quelli, del tutto diverso, di Sandro Pallavicini).
    Le pagine culturali dei quotidiani, peraltro, sono abbastanza prescindibili.

  3. Marco il 31 gennaio 2005 alle 17:10

    Anch’io sono d’accordo sulla centralità del punto 2° dell’articolo: non se ne può proprio più di questo clima arrendevole, sbracato, depresso. L’autorialità, anzi ripuliamo le parole, e usiamole senza timori… L’INTELLIGENZA è prerogativa dell’opera degna di questo nome. E poi ci sono le opere popolari – standardizzate colpevoli del pasoliniano “genocidio culturale”. Io sono assolutamente d’accordo con la Benedetti. Ma come si fa a non ammettere che quel monito sulla lingua tecnologica, e le sue conseguenze socio-politiche, che Pasolini lanciò ormai 40 anni fa, sta mostrando un carattere profetico?!
    A mio parere, a questo punto c’è una discriminante quasi infallibile per separare ciò che è popolare (nell’accezione negativa benedettiana) da quel che non lo è: l’opera popolare che tanto piace ai manager della industria culturale chiede consenso, ma non “si” chiede nulla. L’opera intelligente, invece, si chiede ancora cosa dire, come collocarsi e perché. In un certo senso, il concetto di “fine della storia” da feticcio intellettuale è passato ad assunto industriale: i film hollywoodiani, i best seller seriali, i network, anche l’insopportabile sistema della moda, operano come se il linguaggio – appunto tecnologico – che adoperano fosse l’ultimo e unico possibile acquisito una volta per tutte per descrivere e conoscere la realtà, informandola (perché altrimenti sarebbe accettabile la cultura dell’ “intrattenersi”, se non perché convinti che tanto non abbiamo altra destinazione?).
    C’è un atteggiamento di finalità raggiunta, compiaciuta, di sicurezza indiscutibile, di formula chimica ripetuta all’infinito: un pò di questo, un pò di quello, e… BOOM! L’opera è fatta.
    L’ingegno, invece, sta nel mettere nella provetta cose sempre diverse. Magari pericolose, o ignote.
    Insomma, il popolare accetta l’idea che non si possa scoprire più nulla, mentre l’opera di ingegno è tormentata dall’idea che quel che sappiamo sia sbagliato, o insufficiente.
    E perciò ricomincia.
    Che poi la gente non apprezzi in gran numero, è scontato: lo diceva anche Seneca: “ognuno di noi è disposto a credere in ciò di cui ha bisogno”. E in molti sentono forte il bisogno di certezze, di sicurezza. Sarà sempre facile far saltare il banco urlando, sprezzanti del ridicolo, che l’intero Islam (1 miliardo di persone…) era sui tre aerei dell’11 settembre. L’industria culturale, infatti, è anche uno dei più efficaci detersivi in circolazione. Di coscienze.

  4. gianni biondillo il 31 gennaio 2005 alle 18:18

    D’accordissimo con Marco. Solo che io farei una distinzione fra popolare e populista, se no non ci capiamo.
    Questa letteratura che dà certezze è populista, non popolare.
    C’è una tradizione alta (e dotta) di letteratura popolare (che va da Boccaccio e arriva, ad es. a Fenoglio) che non può essere confusa con questo pericoloso ciarpame ideologico.

  5. alderano marco rovelli il 31 gennaio 2005 alle 18:32

    Sono d’accordo con Marco, nonché con l’integrazione di Gianni. Così ripropongo quanto già avevo scritto sul blog delLa Lipperini – visto che si torna a ripassare sui sentieri già battuti, e per il lavoro di circoscrivere una questione è decisivo. Magari è pure un’ossessione, chissà. Ma se in una discussione qualcuno non prova a definire, la discussione è condannata a girare in tondo…

    La cultura ‘alta’ è autocosciente, ovvero è consapevole di sé: ‘si sa’ in quanto relazione avendo presente la rete di ‘rimandi’ che la costituisce. Riconosce la propria urgenza. Si inserisce attivamente nel reticolo culturale della sua epoca, trasformandolo. E’ uno scarto: lascia intravedere altro. E’ memoria e anticipazione (ha un contenuto di verità che emerge nel tempo).
    La cultura ‘bassa’, pur insistendo sullo stesso terreno ‘mitopoietico’, è un oggetto inerte: non dice, ma viene detta. Non ha parola, gliela si dà. Non si parla, è parlata. Non è attiva, ma passiva: è un risultato, può compiere ma non trasforma nulla. Non lascia intravedere nulla. Ha ricordi, non memoria. Non anticipa nulla.
    Evidentemente si tratta due concetti limite, un gradiente che implica un’oscillazione interna.
    Al di fuori c’è la cultura sovrana, fatta di gesti. Di atti e non di azioni. E lì ci stanno Carmelo Bene, Céline e Iggy Pop (o meglio: dei gesti chiamati con quei nomi).
    Al di fuori, c’è anche la cultura popolare, ormai trapassata. Che dunque, in quanto memoria, dovrebbe appartenere alla cultura alta.

  6. Carla Benedeti il 31 gennaio 2005 alle 19:29

    Dico una cosa brevissima. Io credo fermamamente che continuare a ragionare in termini di Letteratura con la L maiuscola da un lato e di Letteratura popolare dall’altro è una trappola. Ce l’ha lasciata in eredità il postmoderno e sarebbe il momento di oltrepassarla. La vera opposizione è tra scrittura inerte e scrittura viva. La scrittura inerte la si trova dappertutto, non solo tra i prodotti per il grande pubblico, ma anche in quelli per il mercato di nicchia degli sperimentalismi stanchi,patinati e pieni di lustrini culturali.

  7. sparajurij il 31 gennaio 2005 alle 20:44

    “La scrittura maneggia il mondo stesso, si imprime sulla materia delle cose. Può essere un destino. La Letteratura passa sulle cose sbadata, non sa più nemmeno scrivere e crede nel futuro. Può essere uno scherzo.”

    così scrive Sgalambro e così con la s minuscola può essere usata la parola scrittura che con disinvoltura distrugge la Letteratura. Che non ci interessa.

    Ci interessa invece la scrittura e l’editoria di progetto sulla scrittura proprio noi che stiamo dando alla luce una piccola casetta cosetta editrice che solo di progetto può essere. che è necessaria come il telecomando oggi a qualunque ora.
    ed è assai curioso che non è possibile in questo mondo ottenere finanziamenti di nessun tipo per un “impresa” simile, neanche per noi giovani disoccupati.
    perché nessuno finanzierebbe un progetto che non può farti arricchire e forse neppure non perderci, che insomma non Conviene. é invece noi vogliamo osare l’impossibile, osare perdere.

    e noi la cosetta editrice la facciamo uguale e vaffanculo.
    e voi tutti tanto interessati a questi problemi della contemporaneità i nostri pochi libretti li comprerete perché saranno fatti di meraviglia e voi non ne sarete mai sazi.

  8. gianni biondillo il 31 gennaio 2005 alle 23:21

    Bel distinguo: brava Carla!

  9. il figlio di biondillo il 31 gennaio 2005 alle 23:37

    dia indicazioni di lettura, percorsi, insomma, cara benedetti.d’accordo con lei, ma la smetta, la prego, di stare a professoralmente pontificare!

  10. alderano marco rovelli il 1 febbraio 2005 alle 00:34

    Io parlavo di cultura in generale, e mettevo tra virgolette ‘alta’ e ‘bassa’ proprio perchè ne percepivo l’inadeguatezza. Viva e inerte mi sembra assolutamente preferibile.

  11. Zanna il 1 febbraio 2005 alle 13:09

    Gianni Biondillo, l’uomo “prêt-à-porter, buono per tutte le stagioni!



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