E’ possibile ancora scrivere un libro scandaloso?

1 febbraio 2005
Pubblicato da

di Mauro Covacich

covacich_fiona.jpgIl saggio di Tiziano Scarpa (quello è proprio un saggio; vedi qui) muove una critica fondamentale: mi pare di poter dire “muove” e non “mi muove” e adesso proverò a spiegare la ragione di questa mia impressione. La critica fondamentale è: questo romanzo contro il sistema è perfettamente funzionale al sistema, questo romanzo che addita la nostra epoca come unico colpevole non fa che rispecchiarla vicariamente, questo romanzo, distruggendo a parole il mondo dei giornali e delle tv, si presta surrettiziamente a dibattiti giornalistico-televisivi.
Ecco, io non so se è così, ma se è così credo che non si possa fare diversamente, credo che non ci sia scampo. La critica di Scarpa secondo me ci costringe a chiedererci: è possibile ancora scrivere un libro scandaloso?

Tutti noi che facciamo letteratura seria vogliamo scrivere un libro scandaloso, nel senso non frivolo ma profondo, etimologico di questo termine. Scandaloso come la sofferenza del Cristo, scandaloso come l’uomo con la faccia coperta di bargigli nella piazza di Lisbona, preso a bandiera da Moresco nel suo contributo al libro collettivo Patrie impure. Scandaloso nel senso di bello, bellissimo.

E’ possibile scrivere un libro così scandalosamente bello da scandalizzare il sistema al punto da impedirgli di sussumerlo all’interno? Chi lo sa. Vediamo ciò che abbiamo. Abbiamo un’arte che cede il passo alla tv nel mostrare, come dice Scarpa, l’unica cosa che valga la pena mostrare: l’osceno. Abbiamo band di rottura sbandierate dai monellacci cool di Mtv. Abbiamo scrittori di riferimento (per me DeLillo è di riferimento) citati da Luca Sofri nelle sue email su GQ (cose che so essendo anch’io un collaboratore di quel mensile).

La critica che Scarpa mi fa io la trasformo in una domanda per tutti: è possibile ancora spalancare una porta senza trovarci già qualcuno dietro? E’ possibile ancora un fuori vero? Un fuori non ancora inglobato, assimilato, marketizzato? All’uscita di Kamikaze d’Occidente più di qualcuno mi ha detto: “Scarpa ha messo in piazza tutto quel sesso solo per riuscire a fare il botto.” Ecco, per me è stato abbastanza facile rispondere: “Se voleva fare il botto Scarpa non scriveva Kamikaze d’Occidente, se voleva farlo non mostrava l’uomo con la faccia coperta di bargigli”. Credo che la scrittura salvi Scarpa e mi salvi. La sua scrittura è la prova delle sue intenzioni. E’ una scrittura seria (lo è indifferentemente quando dà vita a Kamikaze d’Occidente o a Groppi d’amore nella scuraglia.

E anche la mia è una scrittura seria. Io non credo ci sia, come dice Scarpa, “un circolo virtuoso autoreferenziale tra questo romanzo e ciò che l’epoca ha posto in prima fila”, per il semplice fatto che la mia scrittura, come lui stesso ha provato, apre una breccia, non è appiattita sulla realtà ma anzi rilancia quella stessa realtà in una dimensione mitopoietica. Sandro detto Top banana, il protagonista del romanzo, è più della somma di due pezzi di cronaca (Grande Fratello + Unabomber), la piccola Fiona è più di un “caso” da inchiesta sociale eccetera. Sono personaggi, sono eroi, eroi-del-nostro-tempo ovviamente, ma non semplici cloni della produzione mediatica.

Scarpa ha posto l’attenzione sui temi, sulle idee, ma questo è un po’ un processo alle intenzioni: io non sono partito dal voler scrivere su Unabomber, non ci ho inventato una trama attorno; bensì al contrario, volevo raccontare come continuava la vita di una bambina e mi sono venuti fuori Unabomber e il Grande Fratello. Sì, mi sono venuti fuori, proprio così, perché ne sono imbevuto fino all’osso, perché non penso e non sento altro, e quindi, non appena mi metto a scrivere – fosse anche di Cappuccetto Rosso ­- mi vengono fuori loro, mi viene fuori lei, la nostra epoca, il nostro mondo. Ora, delle due l’una: o questo libro è un istant book, furbescamente calibrato per restituire ai famelici divoratori di news un’altra razione di coming up, o è un romanzo.

Se Scarpa ed io siamo d’accordo come sembra sul fatto che sia un romanzo (e per di più “di non facile lettura”), allora dovrebbe trasmutare in forma (Gadamer) quella realtà, offrirla per una conoscenza universale, vera, ai posteri, ai marziani, ai lettori coraggiosi. Certo, se apparirà come una trattazione in breve, un estratto narrativo del quotidiano, sarà un fallimento totale. Ma se invece trasmetterà, evocherà, farà sentire il presente dentro una storia di vita, se farà percepire la mia vita, la mia esperienza dentro quella storia, allora la letteratura avrà fatto un punto.

Lo scorso natale ho visto a San Diego un’opera di Johan Grimonprez intitolata Dial History. Era un videocollage di sequenze di dirottamenti aerei, scene dai dirottamenti degli anni Settanta, quando ancora i dirottatori trattavano: niente più che immagini montate con una frase ogni tanto fuori campo, eppure era evidente a tutti che il linguaggio di quell’opera non andava nella stessa direzione della cronaca, ma anzi ci andava contro a tutta velocità, ci si schiantava contro, e la verità, non so come dire, sbalzava fuori, malconcia, ma vivissima. Quando ho visto Dial History ero più o meno a tre quarti di Fiona e ho capito che ero contento di ciò che stavo scrivendo, insomma mi sono sentito sulla strada di tale Grimonprez.

Secondo me l’epoca riflette e inevitabilmente si riflette anche perché la nostra realtà ha già una dose altissima di finzione. Il mio romanzo è nato da un’intuizione che veniva da lontano, almeno dall’Amore contro (2001) ma forse da più in là ancora: la tv è scesa tra noi, è venuta a cercarci, si è propagata e autoriprodotta in schermi indipendenti, videocitofoni, bancomat, webcam, monitor di sicurezza di uffici e centri commerciali. La tv ha plasmato la percezione che noi abbiamo di noi stessi, ma non solo quando concorriamo al Grande Fratello o facciamo una comparsata televisiva, no: soprattutto quando usciamo di casa e saliamo in motorino. Se ogni attimo della mia giornata può passare su uno schermo, ancora di più io mi figurerò la mia vita come una fiction (ancora di più, perché già prima quando pensavo di essere me stesso, non ero altro che una rappresentazione consapevole di me stesso), ancora di più ora, quando salirò in motorino, mi penserò o rischierò di pensarmi come quello che recita la parte di salire in motorino.

Questo sovraccarico di finzione nell’aria fa sì che il mio romanzo appaia come mero specchio del reale. E’ proprio perché la realtà è già così finta che Fiona ha un tasso così basso di finzione. Ma cos’è il turismo sessuale di Piattaforma (di Michel Houellebecq) se non l’epoca al lavoro, l’epoca che si autodescrive? E cos’è la discarica di Underworld (di Don DeLillo)? E cos’è Blob quando titola un’intera puntata Tette e C.? L’arte dovrebbe infrangere questo specchio? Ma siamo sicuri che il “fuori” in cui cadranno i pezzi non sia già la pattumiera, la paletta dell’epoca?

Io credo che lo specchio, più è preciso e più risaltano le deformità, le anomalie, i caratteri paradossali e grotteschi di questa autorappresentazione. E’ un errore pensare che, rispecchiandola, io sia al servizio dell’epoca. Tutt’altro: è questo tipo di specchio che l’epoca gradisce di meno. Secondo me. Dopodiché, la mia è la storia di un uomo e una donna che si sono amati, della loro figlia che non parla, di una dea dei platani, della vita che vivo e che vive attorno a me: è questo Fiona. Solo dopo viene tutto il resto.

E adesso due piccolissime cose riguardo ai commenti scritti in calce all’intervento di Scarpa.

1. L’amicizia tra me e Scarpa è nata dalla stima – non viceversa – e comunque non mi ha mai salvato da sonore stroncature, come si vede.

2. A chi mi attribuisce uno schiavismo inconsapevole perché collaboro a un quotidiano (attività della metà almeno degli scrittori nel mondo), gli chiedo la cortesia di dirmi come si mantiene.

Evviva Nazione Indiana!

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26 Responses to E’ possibile ancora scrivere un libro scandaloso?

  1. Nicolò La Rocca il 1 febbraio 2005 alle 21:45

    Su http://www.pseudolo.it si parla proprio di “osceno” in letteratura.

  2. g. choukhadarian il 1 febbraio 2005 alle 21:45

    detto senza nessuna ironia, che oltre a tutto è un espediente debole: viva gli scrittori che si mantengono facendo altro che gli scrittori. Anche i giornalisti, se bravi come Covacich: o i funzionari Rai, come a suo tempo Vincenzo Consolo. Aiuta da matti a non perdere il contatto con la realtà, non importa poi quanto finta (almeno da Vaneigem in avanti, tutti sanno che è rappresentazione di se medesima: ma anche da prima, in verità)

  3. Capote il 2 febbraio 2005 alle 00:23

    Io faccio il salatore di capperi. Un centesimo a cappero.

  4. giuseppe genna il 2 febbraio 2005 alle 00:23

    Mi chiedo, e chiedo a Mauro e Tiziano, chi sia il soggetto che avverte l’osceno – questa oscenità assoluta, metafisica, questa totalità di un’epoca che sta qui e ora, a San Diego è diversa, a Parigi pure, ad Amsterdam anche, e non vi dico a Madras. Perché è oscena, questa oscenità? Per esempio, nella percezione di un buddhista normodotato, la letteratura molto mentale che si fa qui è oscena. E non solo adesso: era osceno Moravia, non tanto per i cazzi e le lubricate, quanto per il mentale in sé che andava lì prendendo forma e credeva alla propria forma.
    Io credo che, nel credere in sé e nel proprio dubbio come salvagente del sé, non si possa che pensare all’epoca come fanno Mauro e Tiziano. Però credo anche che soltanto una concezione ingenua della psiche possa partorire una simile universale finzione. Cioè: quale sarebbe la realtà “vera” fuori dalla finzione? Stando a questa prospettiva, per fare un esempio di ricadute critiche e percettive, mentre Houllebecq mi pare laicissimo, il Don DeLillo di UNDERWORLD mi pare metafisico. E per entrare ancora più nello specifico, quella chiusa straordinaria di DeLillo (“Pace.”) che cos’è? La pace dei sensi? Il riposo dalla finzione? Da quale finzione?
    Sono domande, non sono risposte.

  5. Luis Sarago il 2 febbraio 2005 alle 08:34

    Io faccio il pescatore di cazzate. Un centesimo a cazzata. Alla fine del mese riesco pure a mettere un po’ di soldi in banca.

  6. andrea barbieri il 2 febbraio 2005 alle 14:12

    Faccio un salto: un’epoca che si autodescrive e basta non è un po’ come una cartolina, mentre se noi vogliamo un dipinto importante abbiamo bisogno di qualcosa che renda visibile quello che normalmente non lo è?

  7. g. choukhadarian il 2 febbraio 2005 alle 14:40

    rispondendo ad Andrea Barbieri: nella società dello spettacolo forse non esistono più mezzi per rendere visibile l’invisibile, oppure l’invisibile e il visibile sono la stessa cosa. Un’altra ipotesi: la società dominata dalla tèchne non abbisogna d’altro che di funzioni. Il resto è in sovrappiù, sovrastruttura in senso ovviamente non marxista.

  8. Nicolò La Rocca il 2 febbraio 2005 alle 16:32

    Caro Covacich, sono sempre io, il tuo affezionato lettore che ogni tanto ti scrive. A me non sembra che tu sia così colluso con la realtà che racconti… anzi, mi sembra che tu al contrario sia un infiltrato. Ti chiedi: “è possibile ancora spalancare una porta senza trovarci già qualcuno dietro?” E io dico: “ma è proprio così importante non trovarci nessuno, dietro quella porta? Perché caldeggiare soluzioni agonistiche (cioè: scrivo un romanzo scandaloso in quanto nessuno ha mai esplorato i miei sentieri) se poi il novanta per cento della scrittura italiana non fa altro che declamare questa sua presunta estraneità ai meccanismi della contemporaneità, non facendo altro, quindi, che accettare il ruolo subalterno offerto a essa (perché tutto alla fine torna nel mondo catodico, tutto deve tornare, compresa la casella periferica in cui sistemare la letteratura italiana). Proprio perché ti rendi conto che “la tv è scesa tra noi, è venuta a cercarci”, dovresti non accontentarti dell’ambizione dopo tutto ordinaria di “spalancare una porta senza trovarci già qualcuno dietro”. Credo che questa ambizione sia un vizio di molti autori italiani, almeno di chi intende scrivere seriamente e con onestà. Eppure il contesto che questa narrativa racconta probabilmente richiede altro. Scriveva, a proposito dell’Avant Pop, il critico Larry McCaffery: “Non sono le risorse tradizionali della cultura alta […] bensì quelle della cultura popolare a offrire ai cittadini delle nazioni postindustriali le immagini chiave, i personaggi, gli archetipi narrativi, le metafore, i punti di riferimento e le allusioni che servono a spiegare chi siamo, che cosa vogliamo o di cosa abbiamo paura, e come ci vediamo proiettati nel mondo”. La cultura popolare oggi? Hai dimostrato di conoscerla bene: MTV, il Maurizio Costanzo Show, Porta a Porta, gli scandali precotti dei cosiddetti vip, gli spot televisivi, le Veline di Striscia la notizia, i maghi delle reti locali, i politici che bucano lo schermo. Rispetto a tutto ciò la letteratura spesso è un resto, uno scarso resto. La scrittura letteraria, in tal senso, può essere solo la testimonianza di una sopravvivenza, della persistenza di un “antico” e borghese (della borghesia dell’Ottocento e del Novecento) approccio alla cultura, alla realtà tutta. Le verità, i modelli attraverso i quali decifrare il mondo, ciò che ci dice chi siamo e cosa vogliamo nella società attuale ce li procuriamo altrove, a quanto pare. Un “altrove”, lo sappiamo bene, fatto di canzonette, di fiction televisive, di cinema patinato e di altri surrogati. Ma è un altrove fatto anche di best seller convenzionali, italiani e stranieri, quella dei best seller infatti è una lingua universale. Tutto il resto – tu, io, Scarpa, Montale e Mozart – diventa uno scarto. Roberto Terrosi è uno dei primi teorizzatori dello “scarto”, come paradigma della nostra epoca. Terrosi, in un articolo pubblicato qui: http://www.pseudolo.it/scansioni11_terrosi.htm , ha raccontato una sua esperienza: era stato invitato a casa di amici, in campagna. Guardando un campo coltivato si rese conto che una zona del terreno era ingombra di sassi e rifiuti. Ne parlò con il padrone della villa e questi rispose che dopo aver dissodato il terreno era stato costretto a “sacrificare” un pezzo di campo per rendere produttivo il resto. Sacrificare, “fare sacro”, un pezzo di terreno scaricandogli i rifiuti. Terrosi giustamente sottolinea che la dinamica del sacro non agisce “in positivo”, come si pensa comunemente, ma “in negativo”. La metafora è evidente. La produzione della cultura popolare sappiamo bene in cosa consista, quella produzione necessita di uno scarto da “consacrare”: e lo individua nella cultura cosiddetta alta, nella letteratura, nell’arte in genere (molto in genere, se vista dall’osservatorio della cultura popolare). Il “resto”, nella storia dell’uomo ha subito varie vicissitudini, è stato internato nei manicomi, ricoverato in ospedale, è stato vittima della “soluzione finale” di Hitler. Ogni volta ha permesso al terreno produttivo (che produce ciò che serve alla propria sopravvivenza…) di continuare ad esistere. Oggi il resto è ritornato alle sue dinamiche: contiene quindi la letteratura, la musica, le arti figurative. Così, lo scrittore che si impegna per differenziarsi dal mondo popolare in realtà diventa strumentale al sistema più di chi non coltiva questo desiderio, diventa sacro… e quindi da sacrificare. Perché si tuffa nella parte di mare dove il sistema deposita le sue scorie e ne è perfino fiero, sventolando al nulla che lo sta a guardare la bandiera della diversità, appagandosi della propria separazione.

    Caro Covacich, io sono un tuo fedelissimo ed entusiasta lettore, ho letto proprio tutto di te, e sono letteralmente impazzito per “L’amore contro”, perché quel libro mi faceva capire che stai cercando non di venire a patti con la realtà, limitandoti a rispecchiarla, ma di entrare subdolamente nel sistema dei beni economici e farlo implodere. Forse sto esagerando nell’interpretazione delle tue ragioni, forse mi lascio condizionare dall’entusiasmo e dal mio modo di vedere la scrittura ma credo di non essere molto lontano dalle tue idee. L’organismo romanzo potrebbe avere ancora una funzione importante nella cultura contemporanea se la “letteratura alta” guardasse i meccanismi dei best seller, il loro modo di propagarsi come malattie infettive. C’è spesso nei discorsi di noi scrittori – sto per pubblicare il mio primo romanzo – una reticenza, la paura di usare un aggettivo a proposito della letteratura, l’aggettivo “militante”. Eppure frulla nelle teste di molti di noi, lo so bene. Perché si vuole che l’arte occupi delle posizioni chiarificatrici, ma non lo si ammette. Si pensa che sia una pretesa ingenua. Ma la scrittura militante non deve chiudersi in trincea, deve attaccare. Ecco il cavallo di Troia: cercare di fare della DIFFUSIONE DEL LIBRO una categoria estetica, un obiettivo irrinunciabile del romanzo contemporaneo. Probabilmente, per non farsi emarginare (per scongiurare, quindi, la propria inesistenza) non c’è altra scelta che confrontarsi con l’esperienza della cultura popolare (che in narrativa significa la trama, gli accadimenti, la lingua e la struttura ricercate e autentiche ma non roboanti). Troppi paletti? Ma oltre questi paletti c’è lo scarto, la fiera inesistenza. Dalle pagine che ho letto finora, il tuo nuovo romanzo, Covacich, chiarifica con le modalità del Cavallo di Troia, non si accontenta di sbandierare la sua diversità. È un romanzo militante, un infiltrato, non un esiliato.

  9. filippo buono il 2 febbraio 2005 alle 16:43

    a me fiona a fatto scurare. mauro C. lo preferivo quando si vestiva da donna e andava in piazzale loreto a vendere calze.

  10. terence hill il 2 febbraio 2005 alle 17:27

    sempre la solita storia, non richiesta, larocca!fermarsi al luogo ameno di popolare=intramato per bene e leggibile, mi pare non perseguire il fondo identitario proprio del vero scrittore. è sommamente ingeneroso parlare di emarginazione e inesistenza, a tal proposito. sinonimo di appiattimento.ci sono cose che è comodo non voler vedere, perchè tutto troppo chiaro. imposizione di norme a che pro? chi ha veramente da dire è più popolare di chi si immette nel fluido binario della macchina letteratura.
    e poi cosa sarà mai questa categoria di “popolare” in letteratura? è tautologia.sei popolare perchè non perdi la capacità di essere nel e col popolo, prima ancora di essere uno scrittore. Lo scrittore può benissimo non esistere, tenetene conto, è una propaggine.

  11. andrea barbieri il 2 febbraio 2005 alle 17:38

    Ma allora g. choukhadarian, anche nell’arte figurativa vale la regola che tutto è diventato visibile. Guarda che la cosa è tragica per un pittore, che viene sostituito direttamente dalla macchina fotografica. Almeno le descrizioni scritte nessuna macchina è in grado di farle.

  12. gianni biondillo il 2 febbraio 2005 alle 17:43

    Riporto qui un commento fatto là (dalla Lipperini):

    Spesso a furia di parlare si trova una soluzione, e certe posizioni (tesi, antitesi) che paiono divergenti in partenza si risolvono alla fine in una buona sintesi finale. E’ quello che mi pare stia accadendo in questi giorni.
    Non è una lotta fra critica pro-popolare e anti-popolare.
    Primo distinguo: popolare NON è populistico. (insomma la tradizione “popolare” italiana da Boccaccio a Fenoglio e oltre non è mica merda, è roba di valore altissimo. Per non dimenticarci dei contadini toscani che recitavano Dante a memoria, etc. etc.)
    Non è una guerra fra “genere” e “Letteratura”. Quest’ultima è genere altrettanto, è “genere letteratura”.
    Non è un: “gli scrittori di oggi non parlano del reale” (chi lo dice è fermo al massimo ai “cannibali”) né un: “solo quelli di genere parlano della realtà”.
    Non è forse neppure “oltre la porta, oltre la TV, c’è il mondo vero”, o “solo la TV ci racconta il mondo di oggi.”
    Aggiungerei che Kafka o Dostoevskij sono a tutti gli effetti ottimi “long seller”, che Faletti non c’entra una fava in questo discorso, che un sacco di merda si pubblicava anche 20 come 100 anni fa e nessuno si ricorda più nulla di questa gente.
    Che di per sé un autore che vende 1000 copie non è migliore o peggiore di uno che ne vende 100.000.
    Che il bisogno vitale, estremo, disperato quasi, di chi scrive oggi è parlare del mutamento. Ed è il mutamento antropologico (pasoliniano) avvenuto sui nostri corpi. Ed è la mutazione in atto nella società. Ed è psicologia non più attorcigliata su se stessa ma anche sociologia. Non è più SOLO dentro ma ANCHE fuori.
    Non è più “la Cina è vicina” ma “la Cina è qui” (e non è come la immaginavamo).
    E’ (ecco, ecco, ci siamo) questo (come dice in un commento su NI Carla Benedetti): “La vera opposizione è tra scrittura inerte e scrittura viva. La scrittura inerte la si trova dappertutto, non solo tra i prodotti per il grande pubblico, ma anche in quelli per il mercato di nicchia degli sperimentalismi stanchi, patinati e pieni di lustrini culturali.”

    Non è un problema di scandalo (scandalo?) non è un problema di audience (audience?).
    E’ resistenza.

  13. cicca d'arianna il 2 febbraio 2005 alle 17:46

    che ti aspetti andrea? se tu vedessi giovanni ciucco d’arianna, non riusciresti a capire come cavolo è possibile sanguineti abbia preso il suo aspetto; proprio uguale. è visibilissimo, visivamente in visibilio ;-)))

  14. manuela ardingo il 2 febbraio 2005 alle 18:29

    pasolini diceva di scrivere in dialetto non per amore del popolo ma per amore del vero.

  15. helena il 2 febbraio 2005 alle 19:07

    Visto che Gianni si riposta, mi riposto anch’io. Per la cronaca: il mio post veniva prima di quello di Biondillo e, al prezzo di sembrare stupidella/presuntuosetta e di far rabbrividire Tiziano che odia il calcio, ipotizzo che in due abbiamo fatto assist-goal.

    “C’è una cosa detta da Caliceti che condivido molto, cioè quando si dichiara stufo di sentir elogiati i romanzi “di genere” come gli unici in grado di affrontare la contemporaneità. Poi cerco di ricordare chi l’ha detto. A parte il fatto che “di genere” (con cui mi pare si sottintenda il più delle volte gialli, noir ecc.) è una definizione demenziale. Succede una cosa strana: quasi tutti i nomi e cognomi che mi vengono in mente non l’hanno detta proprio così. Hanno fatto delle distinzioni, magari in contesti in cui si opponevano alle più svariate difese dell’arte alta e pura spesso, per giunta, data per morta. Ma come del discorso di Adorno sulla poesia dopo Auschwitz è rimasto in circolo sono una battuta che lo distorce fondamentalmente, così sulle nostre lettere aleggia quel luogo comune.
    Non è in quanto luogo comune che mi insospettisce. E’ invece per il sospetto che questa posizione si dia la zampa col suo apparente opposto, ovvero la sopracitata negazione che esista oggi in Italia una letteratura che si occupa del nostro mondo e nostro tempo. Mentre è proprio questa, a mio avviso, la grande novità di questi anni. Alla faccia di tutti quanti hanno per anni pontificato l’impossibilità di tornare a fare una letteratura impegnata, politica, critica. Sociale. Comunicativa. E mettici pure il punto e virgola.
    La frontiera passa anche dentro il “genere” o no? Fra i noiristi bozzettistici e garbati e quelli che cercano di restituire qualcosa di diverso del colore locale.
    Questa chiamiamola “estroversione” io la vedo negli esempi più lontani. Ad esempio nel modo di restituire gli anni sessanta/ settanta nella “Più grande balena bianca della Lombardia” di Aldo Nove, che elabora il genere più intimista per eccellenza, l’autobiografia.
    O nel modo in cui l’ipercolto Michele Mari in “Tutto il ferro della Torre Eiffel” allestisce il suo teatrino degli orrori del novecento, mostrando come mai un saggio sarebbe capace, la rovina tragica di illusioni e vite.
    O forse anche Voltolini nel racconto citato ai suoi tempi da Covacich nella celebre querelle, un racconto dove non c’è altro che un paesaggio insieme “naturale” e industriale ad essere narrato.
    Sono esempi parziali ed estremi che servono solo a indicare ciò che a me pare il risveglio. Giuro di non ricordare nessun libro che mi è parso importante in questi anni in cui non abbia trovato questo aspetto. Magari – per riallacciarmi al post sotto – cerchiamo di collocarci “fuori” (o dentro, dipende dal punto di vista) in modi diversi di cui alcuni non convincono, ma ci stiamo provando.
    Negarlo tout court, asserire che non ha ancora dato esiti degni del passato, concedere che solo “il genere” è capace di restituire qualche fetta di realtà, diventa un coro che converge all’effetto di ribadire che non è successo un tubo, che non bisogna ripensare le certezze di ieri.
    Molti fra quelli dediti al “genere” hanno un’idea molto più seria e politica del popolare di quanto non sospettano i sponsor dall’abbraccio ambiguo. E gli altri idem.”

  16. g. choukhadarian il 2 febbraio 2005 alle 21:14

    per Andrea Barbieri (e immaginando i consuetissimi, sàpidi commenti del troll che bàzzica pure Vibrisse): perché il pittore lo scrittore il musicista dovrebbero oggi rappresentare la realtà? Non sarebbe più interessante che la reinventassero? Mi pare che Giuseppe Caliceti lo abbia fatto a perfezione nella trilogia dei suini, per esempio, e anche il Tadini della “Tempesta” e di “Eccetera” era su quella linea. Così pure le Sequenze di Berio, che hanno rimodellato la scrittura per solista.

  17. luminamenti il 3 febbraio 2005 alle 10:49

    “Tutti noi che facciamo letteratura seria vogliamo scrivere un libro scandaloso, nel senso non frivolo ma profondo, etimologico di questo termine”

    “Scandaloso come la sofferenza del Cristo”

    “Scandaloso nel senso di bello, bellissimo”

    “E’ possibile scrivere un libro così scandalosamente bello da scandalizzare il sistema al punto da impedirgli di sussumerlo all’interno? Chi lo sa. Vediamo ciò che abbiamo. Abbiamo un’arte che cede il passo alla tv nel mostrare, come dice Scarpa, l’unica cosa che valga la pena mostrare: l’osceno”

    Caro Mauro Covacich la risposta alla tua domanda con punto interrogativo che ho riportato qui sopra c’è e si sa.
    La risposta è no! E la risposta è no perché pensare di volere scrivere un libro scandaloso, non frivolo ma profondo, pensare di scrivere un libro scandaloso nel senso di bello, pensare di scrivere un libro dove la sofferenza è scandalo significa ESSERE IL SISTEMA (non è il mio o il tuo male, ma il Male, l’Errore)! Ma cosa sarà mai questo sistema? Tutte queste categorie di pensiero in cui ti muovi sono ciò che hanno dato origine e costituiscono il sistema.
    Basterebbe pensare a quando si fa critica di certi programmi televisivi di cui si dice che utilizzano il Dolore per fare Spettacolo (la spettacolarizzazione del dolore), ignorando che questa categoria di pensiero, è ben radicata nel pensiero greco.
    Basterebbe riflettere sulla parola greca thauma (meraviglia ma anche spettacolo grandioso, tremendo, orrore), leggersi il primo libro della metafisica di Aristotile, poi passare a Platone quando parla di Iride, la dea dell’arcobaleno, e la genealogia che fa di Iride guarda caso la figlia del titano Thaumas, ossia dell’essere tremendo e generatore di thauma – i titani essendo gli antichissimi nemici ctonici della luce rassicurante e salvifica di Zeus. Come puoi pensare che quello che occorre è un libro scandaloso? scandalosamento bello al punto di scandalizzare il sistema al punto da impedirgli di sussumerlo al suo interno utilizzando le sue stesse categorie di pensiero? Per poter realizzare l’obiettivo di rovesciare il sistema occorrerebbe essere capaci di uscire fuori dalle categorie di pensiero greco. Per me questo sarebbe ciò che è veramente nuovo in letteratura!
    Detto questo non penso che rimanere dentro le categorie del pensiero greco significa fare cattiva letteratura. Rispecchiare il sistema, illuminarlo maggiormente ha il valore della testimonianza, dell’apparire agli occhi di ancora non vede neanche il bello, l’orrore, la sofferenza, lo scandalo suscitando un sentimento di resistenza anche senza sapere come resistere (il che vorrebbe dire raggiungere una dimensione interna d’indagine personale all’oltrepassamento), ma tenendo presente per chi scrive che ci si muove ancora dentro un’orizzonte limitato e che va oltrepassato.
    Cmq in bocca al lupo per i tuoi libri che non penso siano mediocri.

  18. alice santovetti il 3 febbraio 2005 alle 14:37

    Mettiamo anche il caso che “Fiona” sia lo specchio delle cronache dei nostri giornali e delle nostre tv, mettiamo anche che questo romanzo possa prestarsi ai più svariati dibattiti giornalistico-televisivi, mettiamo anche che questo romanzo non ci scandalizzi più perché oramai questa vita ci ha “navigato” e provato alle più volgari brutture massmediologiche; mettiamo tutto questo. Rimane il fatto che questo romanzo di Mauro Covacich è scritto in maniera pazzesca, che la vivacità delle metafore che contiene sono di assoluta forza, che quello che Covacich racconta è davvero il nostro “contemporaneo”. In questo romanzo non c’è niente di buono: non c’è l’arte, la bellezza e il sentimento; non c’è neanche nessuno che si salvi, tutti sono macchiati dalle frustrazioni e dalla assoluta malinconia che pervade i loro corpi, i paesaggi, i luoghi e le strade che attraversano. Quanto sarebbe stato più facile per Covacich raccontare le bellezze della vita o dei luoghi che incontra? Io credo che la sua scelta sia invece più coraggiosa. Forse è proprio l’autismo della piccola Fiona la grande metafora di questa contemporaneità. La bambina incapace di parlare e di dare voce al suo malessere di stare al mondo, prodotto ultimo e artificiale di questa nostra terribile società della finzione.
    Insomma, io credo che questo di Covacich sia un romanzo importante e insieme anche difficile. Testimone incandescente di una deriva irreversibile in cui siamo tutti, nostro malgrado, coinvolti.

  19. luminamenti il 4 febbraio 2005 alle 08:57

    Mi sembra di aver letto la parola Resistenza (Gianni Biondillo)
    La mia preferenza (potete anche leggere come Resistenza) va ai libri che mi dilatano il cuore e amo molto i libri dove lo scrittore parla di sé sapendo parlare di sé. Preferisco decisamente uno scrittore che parla di sé piuttosto che degli altri o del mondo o della società o della politica. Sento che questo mi arricchisce di più ma non mi sentirei di dire che questo debba valere per altri (non ho alcun interesse alle metafisiche del potere)
    Ma non ho nulla contro chi ha preferenze differenti dalla mie.
    Il fatto è che quando si parla di parole preferisco l’individuo al comune. Non credo nella sociologia della letteratura e mi tengo lontano da concetti come popolare, massa, alta e bassa cultura e politica perché non ci capisco granché e non mi appassionano molto nonostante sterminate letture che non mi hanno chiarito le idee e non mi sono sopravvenute certezze. La confusione mentale non mi piace, preferisco l’esattezza. La sociologia non mi piace e non mi piace il comunismo (ancor meno il capitalismo), a parte il comunismo dello spirito, come di Sgalambro in De Mundo Pessimo.
    Ultimi libri che ho consigliato su richiesta: Ai miei figli di Florenskij, il Falco Pellegrino di Wescott, Stretta nel Tempo di Leni Riefenstahl e Arcipelago Gulag di Solzenicyn. Cose vecchie come vedete.
    Potrebbero bastarmi questi per Resistere e quindi potrei smettere di leggere. Leggo molti libri contemporanei ma pur apprezzandone molti non vedo capolavori (niente di grave se non ci sono per adesso geni. Per me adesso non ci sono geni letterari in Italia, ma solo persone colte e molto preparate e qui su Nazione Indiana ce ne sono parecchie in questo senso, forse i migliori. Preferisco però il genio alla cultura) e mi guardo indietro. Dei contemporanei italiani quello che preferisco è Mari.
    Per Alice. Non credo nelle derive irreversibili, non credo nella nozione di progresso in letteratura, ma in un Presente decadente che passerà.

  20. silvana il 4 febbraio 2005 alle 16:20

    Definire quella di Scarpa una solenne stroncatura mi sembra davvero esagerato. La sua è piuttosto una lettura appassionata (e appassionante) di Fiona.
    Fiona è un libro che ho amato molto e che conferma Mauro Covacich nella triade del mio olimpo personale (assieme a lui, Coetzee in tutte le sue manifestazioni scritte, e il McEwan dei racconti e dei primi romanzi).
    Do per scontato il suo tributo alla trilogia di Kieslowski (e mi auguro che Fiona diventi il secondo libro di una trilogia).
    Ma non posso fare a meno di pensare a Lars von Trier, mentre leggo i suoi libri. Io credo che Habitat potrebbe intitolarsi Dogville: mi riferisco ad un paio di scene in particolare, di violenza muta. Non dico altro per non rovinare la trama a chi ancora non ha letto il libro.
    Penso anche alla “dea dei platani”, alla sua bellezza sublime, che trascende la stanchezza, la rabbia, l’umiliazione: Grace in Dogville. Penso a Top Banana e agli stessi concorrenti del reality show: quel loro giocare col fuoco, il loro corteggiare l’autodistruzione, il loro costante avvicinarsi (lentamente e inesorabilmente) all’irreparabile.
    Penso alla Selma di Dancer in the Dark (era il personaggio interpretato da Björk); alla Bess e al marito paraplegico di Breaking the Waves (Bess era il personaggio interpretato da una meravigliosa e all’epoca esordiente Emily Watson). Hanno la stessa potenza di Maura, di Top banana, di Renzo e anche di Dario Rensich (e potremmo andare indietro nel tempo e riconsiderare i protagonisti di Mal d’Autobus, di L’Amore Contro): esistenze al limite dell’insignificante, sull’orlo di un baratro che si scavano con le proprie mani, combattuti fra il timore e il desiderio di farsi del male. Personaggi in bilico, travolti, devastati dal quotidiano e da relazioni che non riescono a gestire.
    Come lettrice di Covacich posso dire che ogni suo libro è uno squarcio, una ferita che rimane aperta. Ed è la stessa sensazione che provo alla fine di ogni film di Lars Von Trier: ricordo ancora la scena del sangue rosso che tracima da una vasca su uno schermo in bianco e nero. Il film era Europa. Era il ‘91…

  21. La cuoca di Lenin il 4 febbraio 2005 alle 21:56

    Anch’io ho letto Fiona. e penso questo: che è scritto molto bene (non ho le finezze espositive di TS ma le condivido appieno) ma che non riesce nell’intento che Covacich si è posto. Va da sè che prendo sul serio i suoi propositi e anche la nobiltà degli stessi. Perché Fiona fallisce? Voglio azzardare l’ipotesi che fallisca perché non ha un suo punto di vista. Se è vero che non esiste un fuori incontaminato o una porta dietro cui non c’è nessuno, bisogna però dire e ammettere che lo spazio non è liscio, l’effetto di verità della scrittura, la sua eccedenza è quella che si abbarbica e mostra questi graffi, queste incongruenze, si attacca e pianta chiodi nelle crepe e le allarga.
    Non solo; questo spazio/tempo che noi viviamo e in cui siamo immersi non è un neutro che ci è capitato e che ci plasma come oggetti: sono miriadi di irriducibilità. di opposizioni, di resistenze e anche di esercizi di libertà ad averlo composto. Una forza produttiva immensa e connessa. La televisione ci fa ma è anche costretta a farsi, la gente guarda il grande fratello ma si fa anche i propri media…

    Tu conosci e ami Wallace (si vede benissimo dai tuoi libri) e quindi avrai sicuramente letto il suo verso occidente… Secondo me è un libro che va in questa direzione, perchè pur essendo costruito su una specie di messa in abississo della realta e della sua replicazione linguistica alla fine dentro una delle sue scatole trova (nella figura del prigioniero) il “punto di vista”, la ruga, il piantare i piedi, chiamalo come vuoi, ma in definitiva la singolarità irriducibile.
    Infine ho il sospetto che gli scrittori italiani seri (lo dico – per intenderci – senza ironia) soffrano della mancanza della politica. In Italia la politica (polemos – lotta) il punto di vista è stato così espunto e così radicalmente strappato da una sua generazione da lasciar storditi e instupiditi.
    In Inghilterra gli anni 80 hanno marchiato a fuoco i suoi scrittori migliori – tutti reduci dai minatori e tutti pieni di depressione e moralismo.
    In Italia tutti convinti che bisogna solo mostrare quanto la gente sia idiota perché vuole lustrini o ridicola perché trinariciuta…
    Vi è mai venuto in mente che quei lustrini sono la forma triviale e squallida di un desiderio autentico e insopprimibile di ricchezza, di libertà di produttività libera e generalizzata?
    Di consumo libero e gratuito di beni materiali e immateriali, fra cui il tempo? e il reddito?
    Ultimo ancora, io non leggo nè il Corriere nè altro ma mi sembra un’accusa del pippio associare il fatto che uno fa il giornalista con la qualità del suo romanzo. Boh Spero di essere stata ecc. ecc.

  22. Ares il 5 febbraio 2005 alle 12:47

    Cara Cuoca di Lenin, politica viene da “polis”, “città”, non da “polemos”, “lotta”. Lo dico senza polemica (polemos), ma solo per amor di etimologia.

  23. La cuoca smascherata il 5 febbraio 2005 alle 21:02

    Ops… hai ragione!
    Che figura! Per fortuna che mi firmo la cuoca, non Lenin ; ))

    E poi mi piace piegare le etimologie a mio uso e consumo, ad es. riottoso da riot, e quest’altra: piron (forchetta in greco moderno) secondo me viene sicuramente dal dialetto veneto! Tu che ne dici?

  24. DELUSO il 7 febbraio 2005 alle 14:41

    Io non ho letto FIONA, l’ho preso dallo scaffale senza neanche guardare, mi sono avvicinato alla cassa, quando il commesso mi ha chiesto 17,50 euro, l’ho riposto e ho comperato un libro che permette a tutti di farsi leggere.
    Bello restare nell’olimpo a farsi le seghe mentali, ma se non date la possibilità alla gente di accedere alla cultura, la stessa gente resterà a casa a vedersi Paperissima o Scherzi a Parte.
    I Signori B. vivono e proliferano di questo: del troppo distacco tra le grandi idee e lo snobismo di chi le promuove.
    Potere al popolo, ma a noi Intelligentia, la classe e lo charme che traspare dalle barche a vela, dai salotti e dai maglioncini di cachemire che costano come una pensione minima,portati con nonchalanche dai leader della minoranza.

  25. susanita il 9 febbraio 2005 alle 14:59

    DOLCEZZA. E’ con dolcezza che Covacich tratta la realta’ piu’ degradata, piu’ informe, piu’ squallida, che rimesti nel fango dello spurgo di Sergio de “L’amore contro” o nella melma televisiva di Habitat di “Fiona”.
    Ci spalanca porte su scenari via via sempre piu’ bui e dolcemente ci “imbozzola” nella sua realta’ di sterco.
    Ci accompagna per strade vidoregistrate, ci offre un gelato scelto da un menu’ tropical-plastificato. Ci rassicura tenedoci per mano. Dolcemente. Tanto non puo’ succederci nulla, vero?
    Anche se ci fai saltare per aria, vero verissimoo?? PUM. Personaggi e lettori.
    Ma tutto a posto. Non e’ successo nulla.
    A domani per un’altra puntata di Mucca e Pollo!!
    Evviva Fiona!

  26. valentina il 11 febbraio 2005 alle 12:00

    boh, io vorrei dire SOLO una cosa piccola piccola su “Fiona”.
    Per la prima volta, forse, leggendo un libro, riesco a spiegare in parole la sensazione reale che provo.

    E’ come una corda. Una grossa corda, di quelle che ti segano le mani. E mi passa attraverso in mezzo allo sterno. E c’è qualcuno, alle due estremità della corda, qualcuno che tira da una parte e dall’altra.

    Ecco, solo questo. Ma mi sembra tanto.
    E mi sembra bello davvero.



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