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	Commenti a: E&#8217; possibile ancora scrivere un libro scandaloso?	</title>
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		Di: Nicolò La Rocca		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò La Rocca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Su www.pseudolo.it si parla proprio di &quot;osceno&quot; in letteratura.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su <a href="http://www.pseudolo.it" rel="nofollow ugc">http://www.pseudolo.it</a> si parla proprio di &#8220;osceno&#8221; in letteratura.</p>
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		Di: g. choukhadarian		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[g. choukhadarian]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[detto senza nessuna ironia, che oltre a tutto è un espediente debole: viva gli scrittori che si mantengono facendo altro che gli scrittori. Anche i giornalisti, se bravi come Covacich: o i funzionari Rai, come a suo tempo Vincenzo Consolo. Aiuta da matti a non perdere il contatto con la realtà, non importa poi quanto finta (almeno da Vaneigem in avanti, tutti sanno che è rappresentazione di se medesima: ma anche da prima, in verità)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>detto senza nessuna ironia, che oltre a tutto è un espediente debole: viva gli scrittori che si mantengono facendo altro che gli scrittori. Anche i giornalisti, se bravi come Covacich: o i funzionari Rai, come a suo tempo Vincenzo Consolo. Aiuta da matti a non perdere il contatto con la realtà, non importa poi quanto finta (almeno da Vaneigem in avanti, tutti sanno che è rappresentazione di se medesima: ma anche da prima, in verità)</p>
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		Di: Capote		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Capote]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io faccio il salatore di capperi. Un centesimo a cappero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io faccio il salatore di capperi. Un centesimo a cappero.</p>
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		Di: giuseppe genna		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/01/e-possibile-ancora-scrivere-un-libro-scandaloso/#comment-7157</link>

		<dc:creator><![CDATA[giuseppe genna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi chiedo, e chiedo a Mauro e Tiziano, chi sia il soggetto che avverte l&#039;osceno - questa oscenità assoluta, metafisica, questa totalità di un&#039;epoca che sta qui e ora, a San Diego è diversa, a Parigi pure, ad Amsterdam anche, e non vi dico a Madras. Perché è oscena, questa oscenità? Per esempio, nella percezione di un buddhista normodotato, la letteratura molto mentale che si fa qui è oscena. E non solo adesso: era osceno Moravia, non tanto per i cazzi e le lubricate, quanto per il mentale in sé che andava lì prendendo forma e credeva alla propria forma.
Io credo che, nel credere in sé e nel proprio dubbio come salvagente del sé, non si possa che pensare all&#039;epoca come fanno Mauro e Tiziano. Però credo anche che soltanto una concezione ingenua della psiche possa partorire una simile universale finzione. Cioè: quale sarebbe la realtà &quot;vera&quot; fuori dalla finzione? Stando a questa prospettiva, per fare un esempio di ricadute critiche e percettive, mentre Houllebecq mi pare laicissimo, il Don DeLillo di UNDERWORLD mi pare metafisico. E per entrare ancora più nello specifico, quella chiusa straordinaria di DeLillo (&quot;Pace.&quot;) che cos&#039;è? La pace dei sensi? Il riposo dalla finzione? Da quale finzione?
Sono domande, non sono risposte.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi chiedo, e chiedo a Mauro e Tiziano, chi sia il soggetto che avverte l&#8217;osceno &#8211; questa oscenità assoluta, metafisica, questa totalità di un&#8217;epoca che sta qui e ora, a San Diego è diversa, a Parigi pure, ad Amsterdam anche, e non vi dico a Madras. Perché è oscena, questa oscenità? Per esempio, nella percezione di un buddhista normodotato, la letteratura molto mentale che si fa qui è oscena. E non solo adesso: era osceno Moravia, non tanto per i cazzi e le lubricate, quanto per il mentale in sé che andava lì prendendo forma e credeva alla propria forma.<br />
Io credo che, nel credere in sé e nel proprio dubbio come salvagente del sé, non si possa che pensare all&#8217;epoca come fanno Mauro e Tiziano. Però credo anche che soltanto una concezione ingenua della psiche possa partorire una simile universale finzione. Cioè: quale sarebbe la realtà &#8220;vera&#8221; fuori dalla finzione? Stando a questa prospettiva, per fare un esempio di ricadute critiche e percettive, mentre Houllebecq mi pare laicissimo, il Don DeLillo di UNDERWORLD mi pare metafisico. E per entrare ancora più nello specifico, quella chiusa straordinaria di DeLillo (&#8220;Pace.&#8221;) che cos&#8217;è? La pace dei sensi? Il riposo dalla finzione? Da quale finzione?<br />
Sono domande, non sono risposte.</p>
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		Di: Luis Sarago		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luis Sarago]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io faccio il pescatore di cazzate. Un centesimo a cazzata. Alla fine del mese riesco pure a mettere un po&#039; di soldi in banca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io faccio il pescatore di cazzate. Un centesimo a cazzata. Alla fine del mese riesco pure a mettere un po&#8217; di soldi in banca.</p>
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		<title>
		Di: andrea barbieri		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/01/e-possibile-ancora-scrivere-un-libro-scandaloso/#comment-7159</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Faccio un salto: un&#039;epoca che si autodescrive e basta non è un po&#039; come una cartolina, mentre se noi vogliamo un dipinto importante abbiamo bisogno di qualcosa che renda visibile quello che normalmente non lo è?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Faccio un salto: un&#8217;epoca che si autodescrive e basta non è un po&#8217; come una cartolina, mentre se noi vogliamo un dipinto importante abbiamo bisogno di qualcosa che renda visibile quello che normalmente non lo è?</p>
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		<title>
		Di: g. choukhadarian		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[g. choukhadarian]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[rispondendo ad Andrea Barbieri: nella società dello spettacolo forse non esistono più mezzi per rendere visibile l&#039;invisibile, oppure l&#039;invisibile e il visibile sono la stessa cosa. Un&#039;altra ipotesi: la società dominata dalla tèchne non abbisogna d&#039;altro che di funzioni. Il resto è in sovrappiù, sovrastruttura in senso ovviamente non marxista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>rispondendo ad Andrea Barbieri: nella società dello spettacolo forse non esistono più mezzi per rendere visibile l&#8217;invisibile, oppure l&#8217;invisibile e il visibile sono la stessa cosa. Un&#8217;altra ipotesi: la società dominata dalla tèchne non abbisogna d&#8217;altro che di funzioni. Il resto è in sovrappiù, sovrastruttura in senso ovviamente non marxista.</p>
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		Di: Nicolò La Rocca		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/01/e-possibile-ancora-scrivere-un-libro-scandaloso/#comment-7161</link>

		<dc:creator><![CDATA[Nicolò La Rocca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Covacich, sono sempre io, il tuo affezionato lettore che ogni tanto ti scrive. A me non sembra che tu sia così colluso con la realtà che racconti... anzi, mi sembra che tu al contrario sia un infiltrato. Ti chiedi: “è possibile ancora spalancare una porta senza trovarci già qualcuno dietro?” E io dico: “ma è proprio così importante non trovarci nessuno, dietro quella porta? Perché caldeggiare soluzioni agonistiche (cioè: scrivo un romanzo scandaloso in quanto nessuno ha mai esplorato i miei sentieri) se poi il novanta per cento della scrittura italiana non fa altro che declamare questa sua presunta estraneità ai meccanismi della contemporaneità, non facendo altro, quindi, che accettare il ruolo subalterno offerto a essa (perché tutto alla fine torna nel mondo catodico,  tutto deve tornare, compresa la casella periferica in cui sistemare la letteratura italiana). Proprio perché ti rendi conto che “la tv è scesa tra noi, è venuta a cercarci”, dovresti non accontentarti dell’ambizione dopo tutto ordinaria di “spalancare una porta senza trovarci già qualcuno dietro”. Credo che questa ambizione sia un vizio di molti autori italiani, almeno di chi intende scrivere seriamente e con onestà. Eppure il contesto che questa narrativa racconta probabilmente richiede altro. Scriveva, a proposito dell&#039;Avant Pop, il critico Larry McCaffery: &quot;Non sono le risorse tradizionali della cultura alta [...] bensì quelle della cultura popolare a offrire ai cittadini delle nazioni postindustriali le immagini chiave, i personaggi, gli archetipi narrativi, le metafore, i punti di riferimento e le allusioni che servono a spiegare chi siamo, che cosa vogliamo o di cosa abbiamo paura, e come ci vediamo proiettati nel mondo&quot;. La cultura popolare oggi? Hai dimostrato di conoscerla bene: MTV, il Maurizio Costanzo Show, Porta a Porta, gli scandali precotti dei cosiddetti vip, gli spot televisivi, le Veline di Striscia la notizia, i maghi delle reti locali, i politici che bucano lo schermo. Rispetto a tutto ciò la letteratura spesso è un resto, uno scarso resto. La scrittura letteraria, in tal senso, può essere solo la testimonianza di una sopravvivenza, della persistenza di un “antico” e borghese (della borghesia dell’Ottocento e del Novecento) approccio alla cultura, alla realtà tutta. Le verità, i modelli attraverso i quali decifrare il mondo, ciò che ci dice chi siamo e cosa vogliamo nella società attuale ce li procuriamo altrove, a quanto pare. Un “altrove”, lo sappiamo bene, fatto di canzonette, di fiction televisive, di cinema patinato e di altri surrogati. Ma è un altrove fatto anche di best seller convenzionali, italiani e stranieri, quella dei best seller infatti è una lingua universale. Tutto il resto - tu, io, Scarpa, Montale e Mozart - diventa uno scarto. Roberto Terrosi è uno dei primi teorizzatori dello “scarto”, come paradigma della nostra epoca. Terrosi, in un articolo pubblicato qui:  http://www.pseudolo.it/scansioni11_terrosi.htm , ha raccontato una sua esperienza: era stato invitato a casa di amici, in campagna. Guardando un campo coltivato si rese conto che una zona del terreno era ingombra di sassi e rifiuti. Ne parlò con il padrone della villa e questi rispose che dopo aver dissodato il terreno era stato costretto a “sacrificare” un pezzo di campo per rendere produttivo il resto. Sacrificare, “fare sacro”, un pezzo di terreno scaricandogli i rifiuti. Terrosi giustamente sottolinea che la dinamica del sacro non agisce “in positivo”, come si pensa comunemente, ma “in negativo”. La metafora è evidente. La produzione della cultura popolare sappiamo bene in cosa consista, quella produzione necessita di uno scarto da “consacrare”: e lo individua nella cultura cosiddetta alta, nella letteratura, nell’arte in genere (molto in genere, se vista dall’osservatorio della cultura popolare). Il “resto”, nella storia dell’uomo ha subito varie vicissitudini, è stato internato nei manicomi, ricoverato in ospedale, è stato vittima della “soluzione finale” di Hitler. Ogni volta ha permesso al terreno produttivo (che produce ciò che serve alla propria sopravvivenza…) di continuare ad esistere. Oggi il resto è ritornato alle sue dinamiche: contiene quindi la letteratura, la musica, le arti figurative. Così, lo scrittore che si impegna per differenziarsi dal mondo popolare in realtà diventa strumentale al sistema più di chi non coltiva questo desiderio, diventa sacro… e quindi da sacrificare. Perché si tuffa nella parte di mare dove il sistema deposita le sue scorie e ne è perfino fiero, sventolando al nulla che lo sta a guardare la bandiera della diversità, appagandosi della propria separazione.

Caro Covacich, io sono un tuo fedelissimo ed entusiasta lettore, ho letto proprio tutto di te, e sono letteralmente impazzito per “L’amore contro”, perché quel libro mi faceva capire che stai cercando non di venire a patti con la realtà, limitandoti a rispecchiarla, ma di entrare subdolamente nel sistema dei beni economici e farlo implodere. Forse sto esagerando nell’interpretazione delle tue ragioni, forse mi lascio condizionare dall’entusiasmo e dal mio modo di vedere la scrittura ma credo di non essere molto lontano dalle tue idee. L&#039;organismo romanzo potrebbe avere ancora una funzione importante nella cultura contemporanea se la “letteratura alta” guardasse i meccanismi dei best seller, il loro modo di propagarsi come malattie infettive. C’è spesso nei discorsi di noi scrittori - sto per pubblicare il mio primo romanzo - una reticenza, la paura di usare un aggettivo a proposito della letteratura, l’aggettivo “militante”. Eppure frulla nelle teste di molti di noi, lo so bene.  Perché si vuole che l’arte occupi delle posizioni chiarificatrici, ma non lo si ammette. Si pensa che sia una pretesa ingenua. Ma la scrittura militante non deve chiudersi in trincea, deve attaccare. Ecco il cavallo di Troia: cercare di fare della DIFFUSIONE DEL LIBRO una categoria estetica, un obiettivo irrinunciabile del romanzo contemporaneo. Probabilmente, per non farsi emarginare (per scongiurare, quindi, la propria inesistenza) non c’è altra scelta che confrontarsi con l’esperienza della cultura popolare (che in narrativa significa la trama, gli accadimenti, la lingua e la struttura ricercate e autentiche ma non roboanti). Troppi paletti? Ma oltre questi paletti c’è lo scarto, la fiera inesistenza. Dalle pagine che ho letto finora, il tuo nuovo romanzo, Covacich, chiarifica con le modalità del Cavallo di Troia, non si accontenta di sbandierare la sua diversità. È un romanzo militante, un infiltrato, non un esiliato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Covacich, sono sempre io, il tuo affezionato lettore che ogni tanto ti scrive. A me non sembra che tu sia così colluso con la realtà che racconti&#8230; anzi, mi sembra che tu al contrario sia un infiltrato. Ti chiedi: “è possibile ancora spalancare una porta senza trovarci già qualcuno dietro?” E io dico: “ma è proprio così importante non trovarci nessuno, dietro quella porta? Perché caldeggiare soluzioni agonistiche (cioè: scrivo un romanzo scandaloso in quanto nessuno ha mai esplorato i miei sentieri) se poi il novanta per cento della scrittura italiana non fa altro che declamare questa sua presunta estraneità ai meccanismi della contemporaneità, non facendo altro, quindi, che accettare il ruolo subalterno offerto a essa (perché tutto alla fine torna nel mondo catodico,  tutto deve tornare, compresa la casella periferica in cui sistemare la letteratura italiana). Proprio perché ti rendi conto che “la tv è scesa tra noi, è venuta a cercarci”, dovresti non accontentarti dell’ambizione dopo tutto ordinaria di “spalancare una porta senza trovarci già qualcuno dietro”. Credo che questa ambizione sia un vizio di molti autori italiani, almeno di chi intende scrivere seriamente e con onestà. Eppure il contesto che questa narrativa racconta probabilmente richiede altro. Scriveva, a proposito dell&#8217;Avant Pop, il critico Larry McCaffery: &#8220;Non sono le risorse tradizionali della cultura alta [&#8230;] bensì quelle della cultura popolare a offrire ai cittadini delle nazioni postindustriali le immagini chiave, i personaggi, gli archetipi narrativi, le metafore, i punti di riferimento e le allusioni che servono a spiegare chi siamo, che cosa vogliamo o di cosa abbiamo paura, e come ci vediamo proiettati nel mondo&#8221;. La cultura popolare oggi? Hai dimostrato di conoscerla bene: MTV, il Maurizio Costanzo Show, Porta a Porta, gli scandali precotti dei cosiddetti vip, gli spot televisivi, le Veline di Striscia la notizia, i maghi delle reti locali, i politici che bucano lo schermo. Rispetto a tutto ciò la letteratura spesso è un resto, uno scarso resto. La scrittura letteraria, in tal senso, può essere solo la testimonianza di una sopravvivenza, della persistenza di un “antico” e borghese (della borghesia dell’Ottocento e del Novecento) approccio alla cultura, alla realtà tutta. Le verità, i modelli attraverso i quali decifrare il mondo, ciò che ci dice chi siamo e cosa vogliamo nella società attuale ce li procuriamo altrove, a quanto pare. Un “altrove”, lo sappiamo bene, fatto di canzonette, di fiction televisive, di cinema patinato e di altri surrogati. Ma è un altrove fatto anche di best seller convenzionali, italiani e stranieri, quella dei best seller infatti è una lingua universale. Tutto il resto &#8211; tu, io, Scarpa, Montale e Mozart &#8211; diventa uno scarto. Roberto Terrosi è uno dei primi teorizzatori dello “scarto”, come paradigma della nostra epoca. Terrosi, in un articolo pubblicato qui:  <a href="http://www.pseudolo.it/scansioni11_terrosi.htm" rel="nofollow ugc">http://www.pseudolo.it/scansioni11_terrosi.htm</a> , ha raccontato una sua esperienza: era stato invitato a casa di amici, in campagna. Guardando un campo coltivato si rese conto che una zona del terreno era ingombra di sassi e rifiuti. Ne parlò con il padrone della villa e questi rispose che dopo aver dissodato il terreno era stato costretto a “sacrificare” un pezzo di campo per rendere produttivo il resto. Sacrificare, “fare sacro”, un pezzo di terreno scaricandogli i rifiuti. Terrosi giustamente sottolinea che la dinamica del sacro non agisce “in positivo”, come si pensa comunemente, ma “in negativo”. La metafora è evidente. La produzione della cultura popolare sappiamo bene in cosa consista, quella produzione necessita di uno scarto da “consacrare”: e lo individua nella cultura cosiddetta alta, nella letteratura, nell’arte in genere (molto in genere, se vista dall’osservatorio della cultura popolare). Il “resto”, nella storia dell’uomo ha subito varie vicissitudini, è stato internato nei manicomi, ricoverato in ospedale, è stato vittima della “soluzione finale” di Hitler. Ogni volta ha permesso al terreno produttivo (che produce ciò che serve alla propria sopravvivenza…) di continuare ad esistere. Oggi il resto è ritornato alle sue dinamiche: contiene quindi la letteratura, la musica, le arti figurative. Così, lo scrittore che si impegna per differenziarsi dal mondo popolare in realtà diventa strumentale al sistema più di chi non coltiva questo desiderio, diventa sacro… e quindi da sacrificare. Perché si tuffa nella parte di mare dove il sistema deposita le sue scorie e ne è perfino fiero, sventolando al nulla che lo sta a guardare la bandiera della diversità, appagandosi della propria separazione.</p>
<p>Caro Covacich, io sono un tuo fedelissimo ed entusiasta lettore, ho letto proprio tutto di te, e sono letteralmente impazzito per “L’amore contro”, perché quel libro mi faceva capire che stai cercando non di venire a patti con la realtà, limitandoti a rispecchiarla, ma di entrare subdolamente nel sistema dei beni economici e farlo implodere. Forse sto esagerando nell’interpretazione delle tue ragioni, forse mi lascio condizionare dall’entusiasmo e dal mio modo di vedere la scrittura ma credo di non essere molto lontano dalle tue idee. L&#8217;organismo romanzo potrebbe avere ancora una funzione importante nella cultura contemporanea se la “letteratura alta” guardasse i meccanismi dei best seller, il loro modo di propagarsi come malattie infettive. C’è spesso nei discorsi di noi scrittori &#8211; sto per pubblicare il mio primo romanzo &#8211; una reticenza, la paura di usare un aggettivo a proposito della letteratura, l’aggettivo “militante”. Eppure frulla nelle teste di molti di noi, lo so bene.  Perché si vuole che l’arte occupi delle posizioni chiarificatrici, ma non lo si ammette. Si pensa che sia una pretesa ingenua. Ma la scrittura militante non deve chiudersi in trincea, deve attaccare. Ecco il cavallo di Troia: cercare di fare della DIFFUSIONE DEL LIBRO una categoria estetica, un obiettivo irrinunciabile del romanzo contemporaneo. Probabilmente, per non farsi emarginare (per scongiurare, quindi, la propria inesistenza) non c’è altra scelta che confrontarsi con l’esperienza della cultura popolare (che in narrativa significa la trama, gli accadimenti, la lingua e la struttura ricercate e autentiche ma non roboanti). Troppi paletti? Ma oltre questi paletti c’è lo scarto, la fiera inesistenza. Dalle pagine che ho letto finora, il tuo nuovo romanzo, Covacich, chiarifica con le modalità del Cavallo di Troia, non si accontenta di sbandierare la sua diversità. È un romanzo militante, un infiltrato, non un esiliato.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: filippo buono		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/01/e-possibile-ancora-scrivere-un-libro-scandaloso/#comment-7162</link>

		<dc:creator><![CDATA[filippo buono]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a me fiona a fatto scurare. mauro C. lo preferivo quando si vestiva da donna e andava in piazzale loreto a vendere calze.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a me fiona a fatto scurare. mauro C. lo preferivo quando si vestiva da donna e andava in piazzale loreto a vendere calze.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: terence hill		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/01/e-possibile-ancora-scrivere-un-libro-scandaloso/#comment-7163</link>

		<dc:creator><![CDATA[terence hill]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sempre la solita storia, non richiesta, larocca!fermarsi al luogo ameno di popolare=intramato per bene e leggibile, mi pare non perseguire il fondo identitario proprio del vero scrittore. è sommamente ingeneroso parlare di emarginazione e inesistenza, a tal proposito. sinonimo di appiattimento.ci sono cose che è comodo non voler vedere, perchè tutto troppo chiaro. imposizione di norme a che pro? chi ha veramente da dire è più popolare di chi si immette nel fluido binario della macchina letteratura.
e poi cosa sarà mai questa categoria di &quot;popolare&quot; in letteratura? è tautologia.sei popolare perchè non perdi la capacità di essere nel e col popolo, prima ancora di essere uno scrittore. Lo scrittore può benissimo non esistere, tenetene conto, è una propaggine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>sempre la solita storia, non richiesta, larocca!fermarsi al luogo ameno di popolare=intramato per bene e leggibile, mi pare non perseguire il fondo identitario proprio del vero scrittore. è sommamente ingeneroso parlare di emarginazione e inesistenza, a tal proposito. sinonimo di appiattimento.ci sono cose che è comodo non voler vedere, perchè tutto troppo chiaro. imposizione di norme a che pro? chi ha veramente da dire è più popolare di chi si immette nel fluido binario della macchina letteratura.<br />
e poi cosa sarà mai questa categoria di &#8220;popolare&#8221; in letteratura? è tautologia.sei popolare perchè non perdi la capacità di essere nel e col popolo, prima ancora di essere uno scrittore. Lo scrittore può benissimo non esistere, tenetene conto, è una propaggine.</p>
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