Simposio antimoderno (1)

2 febbraio 2005
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ATELIER DU ROMAN.jpgDialogo a quattro voci sul romanzo e il romanzesco

di Stefano Zangrando

L’avreste mai detto? La critica accademica, dopo diversi decenni di negazioni sempre più compiaciute e rifiuti sempre meno convinti, è tornata a flirtare con il romanzo. I frutti di questa insospettabile liaison, tutt’altro che clandestini, sono ormai sotto gli occhi di tutti: quale frequentatore italiano di librerie, sia egli o no un lettore colto, non si è imbattuto, nel corso degli ultimi anni, nella nidiata enciclopedica Einaudi, cinque nutriti volumi sul Romanzo realizzati sotto la direzione di Franco Moretti?

È un’opera esemplare, fedele allo spirito del tempo, eclettica fino alla dispersività, multiculturalista e postmoderna quanto basta, ridente epigona di una cordata critica sovranazionale in testa alla quale avanzano, sventolando le stesse bandiere progressiste innalzate in passato contro le cime del “romanzo borghese”, i più rinomati dipartimenti universitari statunitensi e francesi. Per questa fedeltà conformista al progressismo occidentale, propongo di chiamare questa cordata “Asse del Bene”. Ad essa appartiene un’autrice come Margaret Doody, la quale, nel suo The true story of the novel (Rutgers University Press, New Brunswick, N. J. 1996), spiegherebbe “con entusiasmo da neofita” che il romanzo ha lo scopo di “familiarizzarci con la Natura, con la vita, con il principio femminile del cosmo, con l’incarnazione e l’eterna rinascita”, nonché di “iniziare l’essere umano al mondo planetario, molteplice ed eteroclito che si disegna all’orizzonte”.

Questa sintesi dei contenuti del saggio di Doody è opera di Lakis Proguidis, critico di origine greca e direttore a Parigi dell’Atelier du roman, rivista che, fin dalla nascita nel 1993, si è proposta di abbattere la “muraglia teorica e ideologica che aveva cinto d’assedio l’opera letteraria”, di riscoprire e comprendere il romanzo come arte autonoma, “con un suo luogo di nascita e una suo storia”, e di “aprire di nuovo una via allo studio del romanzo come luogo di apprendimento e conoscenza originale per l’individuo”.

Questa sintesi dei propositi dell’“Atelier du roman” è opera a sua volta di Massimo Rizzante, saggista e poeta, che con Proguidis ha frequentato negli anni Novanta i seminari sul romanzo europeo tenuti a Parigi da Milan Kundera e che recentemente ha curato il saggio Romanzo e romanzesco (Metauro, Pesaro 2004), dal quale sono tratte entrambe le citazioni. Questo volumetto (120 pagine) raccoglie quattro testi usciti sull’“Atelier du roman” tra il 1996 e il 1997, scritti rispettivamente da quattro valenti critici letterari francofoni: Yves Hersant, Philippe Roger, Thomas Pavel e lo stesso Proguidis.

Propongo di chiamare questo gruppo di critici “Asse del Male” in virtù della concezione del romanzo che Rizzante espone nella postfazione appena citata e che riprende il titolo di un saggio di François Ricard (anch’egli un dannato) sull’opera di Kundera : “Il romanzo guarda il mondo dal “punto di vista di Satana”, dal punto di vista, cioè, della non serietà, del distacco, della sospensione di ogni credo. Satana, l’angelo decaduto, parla il linguaggio del dubbio, insinua verità possibili, distilla domande che non vorremmo sentire: e se il mondo non fosse ciò che crediamo che sia, ovvero una creazione di Dio? E se noi non fossimo quello che crediamo di essere? Il romanzo è nato quando l’individuo ha incominciato ad avere qualche dubbio sul mistero di Dio. È allora che si è messo a discendere i gradini di un altro mistero: se stesso. E continuerà a farlo finché le nozioni di individuo e mistero saranno tra noi”.

Avendo in parte già scoperto le mie carte, non indugerò: confesso di stare dalla parte dell’Asse del Male. Ritengo infatti che i critici che gravitano attorno all’“Atelier du roman” siano decisamente più fedeli allo spirito del romanzo (e ai romanzieri) di quanto non lo siano i critici fedeli allo spirito del tempo, e questo per una ragione molto semplice: che il nostro tempo è essenzialmente avverso allo spirito del romanzo (e ai romanzieri) e viceversa. Non conosco infatti miglior definizione sintetica del romanzo di quella data un secolo fa da José Ortega y Gasset nelle sue Meditazioni del Chisciotte: “il romanzo è un genere dall’intenzione critica e dal nerbo comico” . Questa definizione sarebbe perfettamente condivisibile da Rizzante e Proguidis, nonché da Kundera, se non fosse per un particolare – già rilevato, ma talmente importante che non guasterà ripeterlo: che essi, un secolo dopo Ortega, hanno capito che il romanzo non è un semplice genere letterario, ma “una forma d’arte indipendente e autonoma” (Proguidis), con una propria genesi e una propria tradizione (più o meno violabile, va da sé), alla stessa stregua di musica, pittura, poesia, cinema ecc.

In ogni caso, è precisamente questa intenzione critica, alimentata da un demone ironico di ascendenza socratica ma dalla sensibilità assolutamente moderna, a fare del romanzo un antagonista dei nostri tempi, un diabolico oppositore al gaio conformismo che accomuna uomini e donne di ogni classe e tendenza (sessuale, politica, culturale) pronti a difendere a spada tratta – e con la massima serietà – la sfera di valori in cui si riconoscono. Viviamo cioè in un’epoca in cui a venire affermato sopra ogni altro è il diritto alla diversità, un’epoca nella quale, pertanto, non c’è niente di più serio e seriamente avverso alla critica dell’inossidabile sorriso di chi afferma l’unicità inviolabile, per quanto relativa o minoritaria, del proprio dominio di appartenenza – con relativi diritti. Perciò credo che il romanzo, questa creazione dell’ironia moderna, sia oggi l’arte deputata a sfidare l’arroganza e l’ipocrisia di questo terribile (perché ideologico) sorriso, mantenendo un misurato distacco da ciò che di volta in volta viene considerato politicamente “scottante” e restituendo a ogni visione del mondo l’incertezza ontologica dei principî su cui pretende di fondarsi.

Tuttavia la mia opinione personale, in questa che vorrebbe essere una lettura critica, conta fino a un certo punto. Può darsi, d’altra parte, che nemmeno i critici raccolti attorno all’“Atelier du roman” sfuggano completamente all’insidia ideologica di questa lotta globale costellata di sorrisi, almeno nei momenti d’emergenza in cui anch’essi, per umana debolezza, si prendono sul serio. Il nocciolo della questione è un altro: se uomini e donne della nostra epoca sono accomunati, nelle loro lotte per i diritti delle rispettive sfere di valori, dalla proclamata modernità delle loro pur variegate posizioni (è quanto sostiene in un recente contributo, e in modo assai persuasivo, l’ennesimo dannato del girone dell’“Atelier”, lo scrittore Philippe Muray ), che cosa li accomuna invece come “consumatori di cultura”? Ebbene, il primo saggio di Romanzo e romanzesco offre indirettamente una risposta a questa domanda: essi, direbbe Yves Hersant, sono accomunati dalla passione per il “romanzesco”. Il romanzesco è infatti per Hersant, più che un aggettivo atto a designare l’appartenenza a un genere letterario, una modalità psicologica e perfino una categoria antropologica: esso è l’eterna evasione (attuata grazie all’estetica) in un “sogno sociale” che nega “la società reale e il suo funzionamento”.

(continua)

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