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	Commenti a: Treviana #2: Senza verso	</title>
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		Di: Marco Lodoli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7202</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Lodoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il libro di Emanule Trevi mi è sembrato meraviglioso. Ha la naturalezza e la semplicità delle opere che riescono a parlare a tutti, perché chi scrive è profondamente coinvolto in ciò che racconta. E&#039; la direzione opposta rispetto all&#039;ipernarrativa di questi tempi, dove ogni riga suona artificiale, arbitraria, inutile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il libro di Emanule Trevi mi è sembrato meraviglioso. Ha la naturalezza e la semplicità delle opere che riescono a parlare a tutti, perché chi scrive è profondamente coinvolto in ciò che racconta. E&#8217; la direzione opposta rispetto all&#8217;ipernarrativa di questi tempi, dove ogni riga suona artificiale, arbitraria, inutile.</p>
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		Di: Tiziano Scarpa		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7203</link>

		<dc:creator><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Marco, anche a me &quot;Senza verso&quot; è piaciuto moltissimo. E anche a me la via del coinvolgimento dell&#039;autore sembra una possibilità vera, oggi, per la letteratura. Purtroppo, il coinvolgimento dell&#039;autore viene ancora confuso con il narcisismo. Secondo me invece si tratta di esibizionismo, che è tutta un&#039;altra cosa: l&#039;esibizionismo può essere sacrificale, chi si esibisce rischia molto, e a volte la paga cara. 
Un saluto caro e grazie di essere passato di qui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco, anche a me &#8220;Senza verso&#8221; è piaciuto moltissimo. E anche a me la via del coinvolgimento dell&#8217;autore sembra una possibilità vera, oggi, per la letteratura. Purtroppo, il coinvolgimento dell&#8217;autore viene ancora confuso con il narcisismo. Secondo me invece si tratta di esibizionismo, che è tutta un&#8217;altra cosa: l&#8217;esibizionismo può essere sacrificale, chi si esibisce rischia molto, e a volte la paga cara.<br />
Un saluto caro e grazie di essere passato di qui.</p>
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		<title>
		Di: Raul Montanari		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7204</link>

		<dc:creator><![CDATA[Raul Montanari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Essendo bergamasco, quindi un po&#039; rozzo, ho letto con qualche difficoltà la prosa culta e inarcatissima di Accorroni. 
Mi è sembrato, in mezzo all&#039;orgia delle similitudini, di capire che Trevi ha pubblicato altri due bei, bellissimi libri: bene, la cosa non mi stupisce. 
Adesso mi piacerebbe chiedere ai due commentatori:

1. Cosa vuol dire esattamente che &quot;Il libro di Emanule Trevi... è la direzione opposta rispetto all&#039;ipernarrativa di questi tempi, dove ogni riga suona artificiale, arbitraria, inutile.&quot; 
Posso avere qualche nome per capire chi pratica questa ipernarrativa? Sarà mica il solito Faletti, eh?

2. Tiziano, la distinzione fra esibizionismo e narcisismo è fondamentale, ne abbiamo parlato tante volte. 
Ma cosa significa &quot;anche a me la via del coinvolgimento dell&#039;autore sembra una possibilità vera, oggi, per la letteratura.&quot; 
Oggi? 
Ma non lo si è sempre fatto?
Ma, d&#039;altro canto, il gesto dell&#039;autore che si oggettiva nei personaggi, che annega nei personaggi, non è invece il primo atto, quasi sacerdotale, che prelude sia storicamente sia per ciascuno di noi (vogliamo dire: ontologicamente e filogenenticamente? Diciamolo, tanto qui il lessico è già tirato a mille) al distacco da quella balbuzie autoreferenziale, non dialetticamente egotica, che sta alla base degli esperimenti di scrittura adolescenziali? 
Questo non per dire che il narratore che annega l&#039;Io nei personaggi è &quot;superiore&quot; in qualche modo a quello che fa dell&#039;Io il protagonista, figurati; solo per dire che, una volta assodato che il coinvolgimento dell&#039;autore può benissimo essere un formato espressivo efficace e profondo (specie quando arriva, proprio come nel caso di Trevi, alla fine e non all&#039;inizio di un percorso) non capisco né la notizia né la proposta.

Con affetto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Essendo bergamasco, quindi un po&#8217; rozzo, ho letto con qualche difficoltà la prosa culta e inarcatissima di Accorroni.<br />
Mi è sembrato, in mezzo all&#8217;orgia delle similitudini, di capire che Trevi ha pubblicato altri due bei, bellissimi libri: bene, la cosa non mi stupisce.<br />
Adesso mi piacerebbe chiedere ai due commentatori:</p>
<p>1. Cosa vuol dire esattamente che &#8220;Il libro di Emanule Trevi&#8230; è la direzione opposta rispetto all&#8217;ipernarrativa di questi tempi, dove ogni riga suona artificiale, arbitraria, inutile.&#8221;<br />
Posso avere qualche nome per capire chi pratica questa ipernarrativa? Sarà mica il solito Faletti, eh?</p>
<p>2. Tiziano, la distinzione fra esibizionismo e narcisismo è fondamentale, ne abbiamo parlato tante volte.<br />
Ma cosa significa &#8220;anche a me la via del coinvolgimento dell&#8217;autore sembra una possibilità vera, oggi, per la letteratura.&#8221;<br />
Oggi?<br />
Ma non lo si è sempre fatto?<br />
Ma, d&#8217;altro canto, il gesto dell&#8217;autore che si oggettiva nei personaggi, che annega nei personaggi, non è invece il primo atto, quasi sacerdotale, che prelude sia storicamente sia per ciascuno di noi (vogliamo dire: ontologicamente e filogenenticamente? Diciamolo, tanto qui il lessico è già tirato a mille) al distacco da quella balbuzie autoreferenziale, non dialetticamente egotica, che sta alla base degli esperimenti di scrittura adolescenziali?<br />
Questo non per dire che il narratore che annega l&#8217;Io nei personaggi è &#8220;superiore&#8221; in qualche modo a quello che fa dell&#8217;Io il protagonista, figurati; solo per dire che, una volta assodato che il coinvolgimento dell&#8217;autore può benissimo essere un formato espressivo efficace e profondo (specie quando arriva, proprio come nel caso di Trevi, alla fine e non all&#8217;inizio di un percorso) non capisco né la notizia né la proposta.</p>
<p>Con affetto</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Marco Lodoli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7205</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Lodoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[No, non penso a Faletti. Penso piuttosto a romanzi senz&#039;altro ammirevoli per costruzione e ingegno, ma per me assolutamente illegibili: il libro di Lagioia, quelli dei Wu Ming e di Avoledo, e in questo scatolone mezzo sfondato ci metto dentro anche Pincio e Baricco. I loro romanzi mi muoiono in mano dopo poche pagine. Non sento il pericolo del fallimento, il rischio della morte e della follia, la speranza di una qualche salvezza che invece avverto nei nonromanzi di Emanuele Trevi. Insomma, certa ipernarativa è troppo più grande di me, c&#039;è troppo controllo, troppe nozioni, troppa letteratura: Trevi indica un percorso più povero, ma nel quale mi avventuro con trepidazione. L&#039;io che narra arranca, ragiona come può, cerca nei cani, nei libri, nei rapporti umani, nella città quello che ognuno di noi cerca: la possibilità che ci sia un senso anche minimo in fondo a tanta insensatezza. Lo leggo e lo sento come un amico che forse qualcosa che mi può aiutare. L&#039;altra narrativa, postmoderna, avantpop, millestrati, presuppone un lettore troppo smaliziato, ironico e colto, saturo di letteratura. Un lettore che ha bisogno di una giostra infinita di riferimenti. Io lì mi perdo. Non capisco perché ci sono tutti quei personaggi, quei piani sovrapposti, quelle deviazioni. La questione più o meno è questa. Così oggi leggo più volentieri i poeti, i mistici, le autobiografie, e i libri di Trevi. Mi sembra che chi scrive in quella direzione non si vergogni della propria inadeguatezza. Un caro saluto alla Nazione Indiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>No, non penso a Faletti. Penso piuttosto a romanzi senz&#8217;altro ammirevoli per costruzione e ingegno, ma per me assolutamente illegibili: il libro di Lagioia, quelli dei Wu Ming e di Avoledo, e in questo scatolone mezzo sfondato ci metto dentro anche Pincio e Baricco. I loro romanzi mi muoiono in mano dopo poche pagine. Non sento il pericolo del fallimento, il rischio della morte e della follia, la speranza di una qualche salvezza che invece avverto nei nonromanzi di Emanuele Trevi. Insomma, certa ipernarativa è troppo più grande di me, c&#8217;è troppo controllo, troppe nozioni, troppa letteratura: Trevi indica un percorso più povero, ma nel quale mi avventuro con trepidazione. L&#8217;io che narra arranca, ragiona come può, cerca nei cani, nei libri, nei rapporti umani, nella città quello che ognuno di noi cerca: la possibilità che ci sia un senso anche minimo in fondo a tanta insensatezza. Lo leggo e lo sento come un amico che forse qualcosa che mi può aiutare. L&#8217;altra narrativa, postmoderna, avantpop, millestrati, presuppone un lettore troppo smaliziato, ironico e colto, saturo di letteratura. Un lettore che ha bisogno di una giostra infinita di riferimenti. Io lì mi perdo. Non capisco perché ci sono tutti quei personaggi, quei piani sovrapposti, quelle deviazioni. La questione più o meno è questa. Così oggi leggo più volentieri i poeti, i mistici, le autobiografie, e i libri di Trevi. Mi sembra che chi scrive in quella direzione non si vergogni della propria inadeguatezza. Un caro saluto alla Nazione Indiana.</p>
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		Di: Raul Montanari		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7206</link>

		<dc:creator><![CDATA[Raul Montanari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono parzialmente in disaccordo sui giudizi, ma interamente soddisfatto della risposta. 
Grazie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono parzialmente in disaccordo sui giudizi, ma interamente soddisfatto della risposta.<br />
Grazie.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7207</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quindi, Lodoli, fammi capire, hai grossi problemi anche con Tolstoj, Manzoni, Proust, etc. etc., o ho capito male?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quindi, Lodoli, fammi capire, hai grossi problemi anche con Tolstoj, Manzoni, Proust, etc. etc., o ho capito male?</p>
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		Di: Tiziano Scarpa		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7208</link>

		<dc:creator><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Raul mi domanda:
&quot;&quot;&quot;Ma cosa significa &quot;anche a me la via del coinvolgimento dell&#039;autore sembra una possibilità vera, oggi, per la letteratura.&quot;
Oggi?
Ma non lo si è sempre fatto?&quot;&quot;&quot;

In breve:
1. Ti invito a notare che ho usato l&#039;articolo indeterminativo &quot;una&quot; (possibilità), non &quot;la&quot;. E&#039; UNA possibilità fra le altre.

2. Lo si è sempre fatto? Certo. Ma non ti sembra che da qualche tempo, diciamo negli ultimi dieci-vent&#039;anni, c&#039;è una specie di &quot;poetica&quot; strisciante, onnipervasiva, che permea un po&#039; tutta la galassia letteraria, dagli scrittori ai critici, dai giornalisti letterari ai lettori (che grazie al cielo da qualche tempo si esprimono eccome, in forum, newsgroup, blog)? Bene, questa galassia dà per scontato che lo &quot;scrittore&quot; sia un &quot;narratore&quot;, o meglio, un &quot;romanziere&quot;, e che il &quot;romanziere&quot; sia colui che racconta di personaggi d&#039;invenzione, dove non coinvolge sé stesso con la riconoscibilità dichiarata dei propri dati autobiografici ed esperienziali (in soldoni: lo scrittore è un romanziere che può fare più o meno tutto, tranne dire: &quot;questo mi è capitato, sto parlando di me&quot;). Altrimenti ecco che scatta il &quot;e chissenefrega di te? Chi ti credi di essere? Tuo compito è l&#039;ascolto degli altri, anche in forma di immaginazione fantastica&quot;, ecc. ecc.

Prova statisticamente a verificare quanti sono i libri &quot;autobiografici&quot; oggi. Dichiaratamente autobiografici. Sergio Nelli, Valerio Magrelli, Giulio Mozzi, le poesie di Sanguineti, Emanuele Trevi, l&#039;ultimo di Pontiggia, in parte l&#039;ultimo libro di Aldo Nove. All&#039;estero: &quot;Esperienza&quot; di Martin Amis, i libri di Amelie Nothomb, qualcosa in Germania... Ora ovviamente moltissimi mi sfuggono, ma metti pure di arrivare a un elenco di 100 libri: sarebbero comunque un millesimo rispetto alla valanga di fiction (di tutti i tipi: fiction &quot;di genere&quot; o fiction che pretende di essere &quot;letteratura alta&quot;, ecc.) che si scrive e si pubblica. Diciamo le cose come stanno: all&#039;umanità non interessa narrare DIRETTAMENTE (dichiaratamente) se stessa, né tantomeno leggere gli altri che narrano di sé stessi. L&#039;umanità (almeno quella occidentale) vuole leggere le proprie FANTASIE. Benissimo. Ma che cosa sta succedendo alle fantasie? Che esse si stanno svuotando di peso. Rispettabilissimi avvocati di successo scrivono fantasiosi libri perversi infestati di criminali efferati, libri che, anziché gettare ombre e sospetti sulla loro affidabilità sociale e professionale, aumentano il loro prestigio (ieri ho visto in libreria un giallo del giudice Carlo Nordio, ennesimo fra i magistrati italiani che pubblica un giallo).

A me sembra che oggi l&#039;invenzione fantastica non costi nulla, e stia diventando pura ginnastica della fantasia: chiunque può spararla grossa, e il risultato sarà non certo di provocare sgomento, scandalo, acquisizione conoscitiva, shock culturale, dubbio politico, estetico, ecc...

Allora, per questo io dico che OGGI può avere un qualche senso COINVOLGERSI  come autori nella propria scrittura. Se vuoi, questo mio convincimento nasce anche da una riflessione sulla DOPPIA VERITA&#039; o DOPPIA LEGISLAZIONE DELLO SCANDALO: hai notato come in arte lo scandalo è dato per morto, mentre nella vita non lo è affatto?

E&#039; una cosa che pensavo anche dopo aver letto quel che diceva un personaggio del tuo romanzo &quot;Chiudi gli occhi&quot;. Il sacerdote fa prediche intensissime e provocatorie a Messa, ma i fedeli rimangono indifferenti. &quot;Che cosa succederebbe - pensa il sacerdote, più o meno, non sto citando, parafraso a memoria - che succederebbe se QUESTE STESSE COSE gliele dicessi faccia a faccia, ai miei fedeli, seduto a tavola, in casa loro? &#039;Come ti permetti, prete?&#039;, mi assalirebbero, mi caccerebbero via, si offenderebbero a morte&quot;, ecc. Bene: io posso tagliarmi le vene e spillarmi mezzo litro di sangue in una galleria d&#039;arte, ed essere osservato da una folla di spettatori impassibili che alla fine mi applaudiranno pure. Ma se mi sogno di andare in ufficio in pantaloni corti e mi ostino a rifarlo, rischio di perdere il posto, o se anche solo passeggio per la strada a piedi nudi, tutti si volteranno a guardarmi chiedendosi se sono pazzo... Noi ci raccontiamo reciprocamente la favoletta dell&#039;esaurimento della forza incisiva dell&#039;arte (della parola poetica, letteraria, ecc.), ma è una favoletta perché diamo per scontato questo DOPPIO REGIME, che presuppone che l&#039;arte (letteratura compresa) sia qualcosa di SEPARATO dalla vita, dai rapporti sociali veri, presuppone che l&#039;arte se ne debba stare nel recinto dell&#039;estetica, dove le è concesso fare le sue scenette isteriche che non disturbano più nessuno (altro che &quot;épater les bourgeois&quot;! Oggi sono i borghesi stessi che giocano a chi la spara più grossa)... 

((In questo caso, &quot;il recinto dell&#039;estetica&quot; è quella poetica strisciante e generalmente condivisa che dicevo prima, quella della narrativa che diffonde fantasie dichiarate...)) 

Per questo dico che il coinvolgimento dell&#039;autore DENTRO la propria scrittura può essere una (UNA) possibilità vera, oggi... Se ci pensi, nessuno si disturba se la stessa cosa (il coinvolgimento autobiografico, la dichiarazione esplicita che ciò che si scrive RIGUARDA direttamente la vita dell&#039;autore) la fa un poeta (cfr. anche l&#039;ultimo libro di Milo De Angelis, appena stampato, che dichiara di poetare su un lutto personale): ai poeti, soprattutto in Italia, è &quot;richiesto&quot; di parlare di sé: è la linea lirica, che in Italia in alcuni periodi è risultata vincente, anche in tempi tutto sommato recenti (tanto da causare alcuni paradossi, come per esempio la sopravvalutazione del mediocre Ungaretti rispetto all&#039;assai più potente Palazzeschi), fin quasi a rendere &quot;poesia&quot; e &quot;lirica&quot; quasi sinonimi...

Insomma, penso che oggi ci siano alcuni &quot;logopati&quot; che abbiano avvertito questa specie di &quot;malattia&quot; della parola letteraria: di solito si tratta di autori letterari, ma non sono certo i soli. E, fra gli autori letterari, ALCUNI di questi hanno escogitato, o meglio RIPRESO a praticare UNA delle possibilità della tradizione letteraria, una possibilità che ha millenni (Catullo! le confessioni di Agostino!), perché si tratta di UNA delle possibilità che ha la letteratura OGGI per ridare perso alla parola.

Scusa se ho riposto ammassando spunti in disordine, ma ho poco tempo, ho scritto in fretta, e so che posso contare su un lettore benevolo come te che connetterà spunti isolati e tesserà i nessi mancanti fra una frase e l&#039;altra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Raul mi domanda:<br />
&#8220;&#8221;&#8221;Ma cosa significa &#8220;anche a me la via del coinvolgimento dell&#8217;autore sembra una possibilità vera, oggi, per la letteratura.&#8221;<br />
Oggi?<br />
Ma non lo si è sempre fatto?&#8221;&#8221;&#8221;</p>
<p>In breve:<br />
1. Ti invito a notare che ho usato l&#8217;articolo indeterminativo &#8220;una&#8221; (possibilità), non &#8220;la&#8221;. E&#8217; UNA possibilità fra le altre.</p>
<p>2. Lo si è sempre fatto? Certo. Ma non ti sembra che da qualche tempo, diciamo negli ultimi dieci-vent&#8217;anni, c&#8217;è una specie di &#8220;poetica&#8221; strisciante, onnipervasiva, che permea un po&#8217; tutta la galassia letteraria, dagli scrittori ai critici, dai giornalisti letterari ai lettori (che grazie al cielo da qualche tempo si esprimono eccome, in forum, newsgroup, blog)? Bene, questa galassia dà per scontato che lo &#8220;scrittore&#8221; sia un &#8220;narratore&#8221;, o meglio, un &#8220;romanziere&#8221;, e che il &#8220;romanziere&#8221; sia colui che racconta di personaggi d&#8217;invenzione, dove non coinvolge sé stesso con la riconoscibilità dichiarata dei propri dati autobiografici ed esperienziali (in soldoni: lo scrittore è un romanziere che può fare più o meno tutto, tranne dire: &#8220;questo mi è capitato, sto parlando di me&#8221;). Altrimenti ecco che scatta il &#8220;e chissenefrega di te? Chi ti credi di essere? Tuo compito è l&#8217;ascolto degli altri, anche in forma di immaginazione fantastica&#8221;, ecc. ecc.</p>
<p>Prova statisticamente a verificare quanti sono i libri &#8220;autobiografici&#8221; oggi. Dichiaratamente autobiografici. Sergio Nelli, Valerio Magrelli, Giulio Mozzi, le poesie di Sanguineti, Emanuele Trevi, l&#8217;ultimo di Pontiggia, in parte l&#8217;ultimo libro di Aldo Nove. All&#8217;estero: &#8220;Esperienza&#8221; di Martin Amis, i libri di Amelie Nothomb, qualcosa in Germania&#8230; Ora ovviamente moltissimi mi sfuggono, ma metti pure di arrivare a un elenco di 100 libri: sarebbero comunque un millesimo rispetto alla valanga di fiction (di tutti i tipi: fiction &#8220;di genere&#8221; o fiction che pretende di essere &#8220;letteratura alta&#8221;, ecc.) che si scrive e si pubblica. Diciamo le cose come stanno: all&#8217;umanità non interessa narrare DIRETTAMENTE (dichiaratamente) se stessa, né tantomeno leggere gli altri che narrano di sé stessi. L&#8217;umanità (almeno quella occidentale) vuole leggere le proprie FANTASIE. Benissimo. Ma che cosa sta succedendo alle fantasie? Che esse si stanno svuotando di peso. Rispettabilissimi avvocati di successo scrivono fantasiosi libri perversi infestati di criminali efferati, libri che, anziché gettare ombre e sospetti sulla loro affidabilità sociale e professionale, aumentano il loro prestigio (ieri ho visto in libreria un giallo del giudice Carlo Nordio, ennesimo fra i magistrati italiani che pubblica un giallo).</p>
<p>A me sembra che oggi l&#8217;invenzione fantastica non costi nulla, e stia diventando pura ginnastica della fantasia: chiunque può spararla grossa, e il risultato sarà non certo di provocare sgomento, scandalo, acquisizione conoscitiva, shock culturale, dubbio politico, estetico, ecc&#8230;</p>
<p>Allora, per questo io dico che OGGI può avere un qualche senso COINVOLGERSI  come autori nella propria scrittura. Se vuoi, questo mio convincimento nasce anche da una riflessione sulla DOPPIA VERITA&#8217; o DOPPIA LEGISLAZIONE DELLO SCANDALO: hai notato come in arte lo scandalo è dato per morto, mentre nella vita non lo è affatto?</p>
<p>E&#8217; una cosa che pensavo anche dopo aver letto quel che diceva un personaggio del tuo romanzo &#8220;Chiudi gli occhi&#8221;. Il sacerdote fa prediche intensissime e provocatorie a Messa, ma i fedeli rimangono indifferenti. &#8220;Che cosa succederebbe &#8211; pensa il sacerdote, più o meno, non sto citando, parafraso a memoria &#8211; che succederebbe se QUESTE STESSE COSE gliele dicessi faccia a faccia, ai miei fedeli, seduto a tavola, in casa loro? &#8216;Come ti permetti, prete?&#8217;, mi assalirebbero, mi caccerebbero via, si offenderebbero a morte&#8221;, ecc. Bene: io posso tagliarmi le vene e spillarmi mezzo litro di sangue in una galleria d&#8217;arte, ed essere osservato da una folla di spettatori impassibili che alla fine mi applaudiranno pure. Ma se mi sogno di andare in ufficio in pantaloni corti e mi ostino a rifarlo, rischio di perdere il posto, o se anche solo passeggio per la strada a piedi nudi, tutti si volteranno a guardarmi chiedendosi se sono pazzo&#8230; Noi ci raccontiamo reciprocamente la favoletta dell&#8217;esaurimento della forza incisiva dell&#8217;arte (della parola poetica, letteraria, ecc.), ma è una favoletta perché diamo per scontato questo DOPPIO REGIME, che presuppone che l&#8217;arte (letteratura compresa) sia qualcosa di SEPARATO dalla vita, dai rapporti sociali veri, presuppone che l&#8217;arte se ne debba stare nel recinto dell&#8217;estetica, dove le è concesso fare le sue scenette isteriche che non disturbano più nessuno (altro che &#8220;épater les bourgeois&#8221;! Oggi sono i borghesi stessi che giocano a chi la spara più grossa)&#8230; </p>
<p>((In questo caso, &#8220;il recinto dell&#8217;estetica&#8221; è quella poetica strisciante e generalmente condivisa che dicevo prima, quella della narrativa che diffonde fantasie dichiarate&#8230;)) </p>
<p>Per questo dico che il coinvolgimento dell&#8217;autore DENTRO la propria scrittura può essere una (UNA) possibilità vera, oggi&#8230; Se ci pensi, nessuno si disturba se la stessa cosa (il coinvolgimento autobiografico, la dichiarazione esplicita che ciò che si scrive RIGUARDA direttamente la vita dell&#8217;autore) la fa un poeta (cfr. anche l&#8217;ultimo libro di Milo De Angelis, appena stampato, che dichiara di poetare su un lutto personale): ai poeti, soprattutto in Italia, è &#8220;richiesto&#8221; di parlare di sé: è la linea lirica, che in Italia in alcuni periodi è risultata vincente, anche in tempi tutto sommato recenti (tanto da causare alcuni paradossi, come per esempio la sopravvalutazione del mediocre Ungaretti rispetto all&#8217;assai più potente Palazzeschi), fin quasi a rendere &#8220;poesia&#8221; e &#8220;lirica&#8221; quasi sinonimi&#8230;</p>
<p>Insomma, penso che oggi ci siano alcuni &#8220;logopati&#8221; che abbiano avvertito questa specie di &#8220;malattia&#8221; della parola letteraria: di solito si tratta di autori letterari, ma non sono certo i soli. E, fra gli autori letterari, ALCUNI di questi hanno escogitato, o meglio RIPRESO a praticare UNA delle possibilità della tradizione letteraria, una possibilità che ha millenni (Catullo! le confessioni di Agostino!), perché si tratta di UNA delle possibilità che ha la letteratura OGGI per ridare perso alla parola.</p>
<p>Scusa se ho riposto ammassando spunti in disordine, ma ho poco tempo, ho scritto in fretta, e so che posso contare su un lettore benevolo come te che connetterà spunti isolati e tesserà i nessi mancanti fra una frase e l&#8217;altra.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7209</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=916#comment-7209</guid>

					<description><![CDATA[Come al solito basta capirsi.

Insisto con Proust. Non credo esista opera più profondamente autobiografica ed esibizionista (nel senso “scarpiano”) della “recherche”, però, anche lì, non si può certo dire che (uso le parole di Lodoli) non sia “satura di letteratura”, con una “giostra infinita di riferimenti”, piena di “personaggi”, “piani sovrapposti”, “deviazioni”.

Quindi, insomma, non è un semplice problema di “ciò che fa tendenza oggi” ma è una vera e propria modalità del romanzo. Della letteratura tutta. Ma perché “i promessi sposi” erano esenti da autobiografismo, benché Manzoni collocasse la sua fiction due secoli prima dalla sua nascita? Può, veramente, uno scrittore essere “fuori” dal suo scritto e dal suo scrivere? Un romanzo fantascientifico è per questo meno autobiografico? Ne siete certi?

Poi vero è che la “fictionalità” è “funzionale”. Ma non da oggi, su. 
L’arte è stata messa da parte, è stata relegata a spazzatura del razionale (come dico il quel pezzo architettonico di qualche mese fa) già dal XIX sec. Ma, a questo punto, anche il “romanzo esibizionista” non incide, tanto quanto. Se al posto di stillarmi il sangue in un vernissage, parlassi dei miei trascorsi di trans inculato a sangue per procurarmi la droga, o della mia passione per le primule, o del mio vagare urbano, in un libro, per il semplice fatto che sta lì dentro, dentro un medium, si “depotenzia”. Ma così allora pari siamo, no?

Intendo dire che certe distinzioni servono fino ad un certo punto. Una cosa è dire “sento vicino questo modo di scrivere”, un altro è far intendere che quel modo di scrivere diventa un’opportunità, come dire, “più opportuna”. 

Siamo in piena periferia. Ma è da lì che inizia la guerriglia. E ogni compagno di viaggio è ben accetto, qualunque “forma” utilizzi. Basta che non faccia il doppio gioco.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come al solito basta capirsi.</p>
<p>Insisto con Proust. Non credo esista opera più profondamente autobiografica ed esibizionista (nel senso “scarpiano”) della “recherche”, però, anche lì, non si può certo dire che (uso le parole di Lodoli) non sia “satura di letteratura”, con una “giostra infinita di riferimenti”, piena di “personaggi”, “piani sovrapposti”, “deviazioni”.</p>
<p>Quindi, insomma, non è un semplice problema di “ciò che fa tendenza oggi” ma è una vera e propria modalità del romanzo. Della letteratura tutta. Ma perché “i promessi sposi” erano esenti da autobiografismo, benché Manzoni collocasse la sua fiction due secoli prima dalla sua nascita? Può, veramente, uno scrittore essere “fuori” dal suo scritto e dal suo scrivere? Un romanzo fantascientifico è per questo meno autobiografico? Ne siete certi?</p>
<p>Poi vero è che la “fictionalità” è “funzionale”. Ma non da oggi, su.<br />
L’arte è stata messa da parte, è stata relegata a spazzatura del razionale (come dico il quel pezzo architettonico di qualche mese fa) già dal XIX sec. Ma, a questo punto, anche il “romanzo esibizionista” non incide, tanto quanto. Se al posto di stillarmi il sangue in un vernissage, parlassi dei miei trascorsi di trans inculato a sangue per procurarmi la droga, o della mia passione per le primule, o del mio vagare urbano, in un libro, per il semplice fatto che sta lì dentro, dentro un medium, si “depotenzia”. Ma così allora pari siamo, no?</p>
<p>Intendo dire che certe distinzioni servono fino ad un certo punto. Una cosa è dire “sento vicino questo modo di scrivere”, un altro è far intendere che quel modo di scrivere diventa un’opportunità, come dire, “più opportuna”. </p>
<p>Siamo in piena periferia. Ma è da lì che inizia la guerriglia. E ogni compagno di viaggio è ben accetto, qualunque “forma” utilizzi. Basta che non faccia il doppio gioco.</p>
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		<title>
		Di: kristian		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7210</link>

		<dc:creator><![CDATA[kristian]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[scrivere coi piedi nudi - bravo scarpa

mi avete messo la voglia di leggere di nuovo Foucault]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>scrivere coi piedi nudi &#8211; bravo scarpa</p>
<p>mi avete messo la voglia di leggere di nuovo Foucault</p>
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		<title>
		Di: Raul Montanari		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/04/treviana-2-senza-verso/#comment-7211</link>

		<dc:creator><![CDATA[Raul Montanari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Questa discussione mi sembra piuttosto interessante. 

Fra l&#039;altro mette in gioco il fatto che nel libro autobiografico, autonarrativo, autodiegetico, come lo vogliamo chiamare, si verifica un allineamento fra tre entità che di norma - per esempio nella narrativa in terza persona -  rimangono distinte, ma che il lettore spessissimo identifica o omologa comunque: autore (Tiziano Scarpa, poniamo, se il libro è suo), narratore (Tiziano Scarpa, se compare dentro il libro per raccontarci la storia) e protagonista (Tiziano Scarpa, se la storia che ci racconta è proprio la sua, non è per esempio una che ha per protagonista Marco Lodoli). 

Si tratta di un meccanismo delicato, e solleva problemi (e opportunità) che forse non è possibile risolvere semplicemente affermando che nei libri che scriviamo e nei personaggi che inventiamo c&#039;è sempre moltissimo di noi stessi. 

Stranamente, invece di schiumare sangue come al solito, mi sento d&#039;accordo un po&#039; con tutti.

Noto comunque che anche Tiziano, a giudicare dalla sua risposta e dalle sue precisazioni, forse aveva equivocato come me sul senso della parola &quot;ipernarrativa&quot; usata da Lodoli. 
Io ho citato Faletti perché mi sembrava che Lodoli si riferisse alla &quot;narrativa coatta&quot; - non nel senso di narrativa burina, ma di coazione al narrare, di &quot;narrativa a tutti i costi&quot;, diciamo. 
Invece Lodoli ha precisato di avere usato il prefisso iper- in senso verticale o geometrico, per parlare di narrativa al quadrato, e mi ha fatto piacere che abbia lasciato perdere prudenza e galateo per fare dei nomi e chiarire il suo pensiero in modo davvero inequivocabile.

Mi viene in mente un episodio che mi ha colpito moltissimo. 
Alcuni anni fa Bret Easton Ellis è venuto a Milano per presentare al Teatro Litta il suo ultimo libro, Glamorama. 
La serata era presentata da Giuseppe Culicchia e Simona Vinci, e un attore leggeva brani dal libro. Dei due presentatori, uno era molto bravo, l&#039;altro era un cretino e stava lì per narcisismo (non esibizionismo). L&#039;attore leggeva malissimo. Il teatro era abbastanza pieno.
Dopo circa un&#039;ora di discussione con il pubblico, che faceva a Ellis domande sul suo rapporto con la scrittura e sui contenuti del libro (ambientato, come sapete, in parte a Milano), salta su una ragazza piuttosto carina e, fra le risate generali, chiede: 
&quot;Scusi, ma lei è scemo come i suoi personaggi? Sì, dico, i suoi personaggi o sono criminali come il Bateman di American Psycho o sono dei perfetti cretini come il protagonista di Meno di Zero e, a quanto capisco, quello di Glamorama. Lei dice che a volte ci mette anni a finire un libro. Ma non le dà fastidio convivere per anni con degli idioti? E&#039; sicuro di non essere idiota anche lei?&quot;.
Ellis è un bell&#039;uomo ricco, che ha avuto praticamente tutto dalla vita e può permettersi di essere very cool. Ascoltò con attenzione la traduzione dell&#039;interprete, sorrise, e rispose:
&quot;Sono molto contento di ricevere questa domanda, per due motivi. Il primo è che posso precisare il mio rapporto con i miei personaggi. I miei personaggi non sono me, al limite non devono nemmeno essermi simpatici: devono INTERESSARMI. Il fatto di trovare in loro un interesse narrativo è una cosa diversa dal provare per loro affetto o una identificazione diretta, o dall&#039;avere voglia di fare un viaggio in treno con loro (grande distinzione, NdRaul). Poi sono contento perché da un&#039;ora stiamo parlando e adesso sento questa domanda. Bene, se fossimo in America questa sarebbe stata la PRIMA domanda del pubblico, e io da un&#039;ora starei cercando di spiegare che non ho problemi con mia madre e non sono uno psicopatico che mette su carta le sue ossessioni. Quando voglio parlare di letteratura, devo venire in Europa.&quot;

Sembra che non c&#039;entri, ma forse c&#039;entra. Secondo me c&#039;entra.

Baci a tutti

PS Che bello, ssst!, stiamo facendo questa discussione in un angolino, in una piega di NI, e non è ancora arrivato qualcuno a inveire contro Scarpa, Lodoli o me, o a minacciare di morte Biondillo (andate a vedere nei commenti al pezzo di Guerriero), ecc. ecc. Solo una battuta civilissima di Kristian.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa discussione mi sembra piuttosto interessante. </p>
<p>Fra l&#8217;altro mette in gioco il fatto che nel libro autobiografico, autonarrativo, autodiegetico, come lo vogliamo chiamare, si verifica un allineamento fra tre entità che di norma &#8211; per esempio nella narrativa in terza persona &#8211;  rimangono distinte, ma che il lettore spessissimo identifica o omologa comunque: autore (Tiziano Scarpa, poniamo, se il libro è suo), narratore (Tiziano Scarpa, se compare dentro il libro per raccontarci la storia) e protagonista (Tiziano Scarpa, se la storia che ci racconta è proprio la sua, non è per esempio una che ha per protagonista Marco Lodoli). </p>
<p>Si tratta di un meccanismo delicato, e solleva problemi (e opportunità) che forse non è possibile risolvere semplicemente affermando che nei libri che scriviamo e nei personaggi che inventiamo c&#8217;è sempre moltissimo di noi stessi. </p>
<p>Stranamente, invece di schiumare sangue come al solito, mi sento d&#8217;accordo un po&#8217; con tutti.</p>
<p>Noto comunque che anche Tiziano, a giudicare dalla sua risposta e dalle sue precisazioni, forse aveva equivocato come me sul senso della parola &#8220;ipernarrativa&#8221; usata da Lodoli.<br />
Io ho citato Faletti perché mi sembrava che Lodoli si riferisse alla &#8220;narrativa coatta&#8221; &#8211; non nel senso di narrativa burina, ma di coazione al narrare, di &#8220;narrativa a tutti i costi&#8221;, diciamo.<br />
Invece Lodoli ha precisato di avere usato il prefisso iper- in senso verticale o geometrico, per parlare di narrativa al quadrato, e mi ha fatto piacere che abbia lasciato perdere prudenza e galateo per fare dei nomi e chiarire il suo pensiero in modo davvero inequivocabile.</p>
<p>Mi viene in mente un episodio che mi ha colpito moltissimo.<br />
Alcuni anni fa Bret Easton Ellis è venuto a Milano per presentare al Teatro Litta il suo ultimo libro, Glamorama.<br />
La serata era presentata da Giuseppe Culicchia e Simona Vinci, e un attore leggeva brani dal libro. Dei due presentatori, uno era molto bravo, l&#8217;altro era un cretino e stava lì per narcisismo (non esibizionismo). L&#8217;attore leggeva malissimo. Il teatro era abbastanza pieno.<br />
Dopo circa un&#8217;ora di discussione con il pubblico, che faceva a Ellis domande sul suo rapporto con la scrittura e sui contenuti del libro (ambientato, come sapete, in parte a Milano), salta su una ragazza piuttosto carina e, fra le risate generali, chiede:<br />
&#8220;Scusi, ma lei è scemo come i suoi personaggi? Sì, dico, i suoi personaggi o sono criminali come il Bateman di American Psycho o sono dei perfetti cretini come il protagonista di Meno di Zero e, a quanto capisco, quello di Glamorama. Lei dice che a volte ci mette anni a finire un libro. Ma non le dà fastidio convivere per anni con degli idioti? E&#8217; sicuro di non essere idiota anche lei?&#8221;.<br />
Ellis è un bell&#8217;uomo ricco, che ha avuto praticamente tutto dalla vita e può permettersi di essere very cool. Ascoltò con attenzione la traduzione dell&#8217;interprete, sorrise, e rispose:<br />
&#8220;Sono molto contento di ricevere questa domanda, per due motivi. Il primo è che posso precisare il mio rapporto con i miei personaggi. I miei personaggi non sono me, al limite non devono nemmeno essermi simpatici: devono INTERESSARMI. Il fatto di trovare in loro un interesse narrativo è una cosa diversa dal provare per loro affetto o una identificazione diretta, o dall&#8217;avere voglia di fare un viaggio in treno con loro (grande distinzione, NdRaul). Poi sono contento perché da un&#8217;ora stiamo parlando e adesso sento questa domanda. Bene, se fossimo in America questa sarebbe stata la PRIMA domanda del pubblico, e io da un&#8217;ora starei cercando di spiegare che non ho problemi con mia madre e non sono uno psicopatico che mette su carta le sue ossessioni. Quando voglio parlare di letteratura, devo venire in Europa.&#8221;</p>
<p>Sembra che non c&#8217;entri, ma forse c&#8217;entra. Secondo me c&#8217;entra.</p>
<p>Baci a tutti</p>
<p>PS Che bello, ssst!, stiamo facendo questa discussione in un angolino, in una piega di NI, e non è ancora arrivato qualcuno a inveire contro Scarpa, Lodoli o me, o a minacciare di morte Biondillo (andate a vedere nei commenti al pezzo di Guerriero), ecc. ecc. Solo una battuta civilissima di Kristian.</p>
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