Il McMondo e il capitalismo di finzione

10 febbraio 2005
Pubblicato da

di Aldo Nove

verdu.jpgSono molti i libri che tentano di interpretare il presente nella sua fase di accelerazione verso un futuro che scardina le categorie e si propone ambiguo e vischioso, spesso paradossalmente impossibile da percepire come utopia e dunque come non-ancora, come un progetto, come un qualcosa che davvero non è ancora venuto e verrà, oltre ogni ipotizzata “fine della storia” che le guerra e i mutamenti continui ci proibiscono di pensare ma ci spingono a percepire.

La letteratura sul tema è sterminata. Dal pessimismo dei vecchi maestri Enzesberger e Baudrillard alla volontà di Negri e Hardt di delineare una mappa dei nuovi rapporti mondiali anche e specialmente sul piano dei nuovi equilibri geopolitici passando per la lettura dei mutamenti della mente sociale di Bifo fino alle ricognizioni degli effetti della globalizzazione sugli individui di Baumann.

Tra apocalittici e integrati (ma sono davvero pochi questi ultimi) spicca nell’ultimo anno il lavoro di Vicente Verdù, Pianeta Mc Terra, edito da Sperling & Kupfer, che offre oltre a un’efficace ritratto del mondo odierno anche degli strumenti metodologici per tentare una lettura anche storica dei processi che hanno portato il nostro pianeta all’attuale stato (ma “stato” non è la parola adatta laddove tutto cambia o sembra incessantemente farlo) e per ipotizzare una diversa interpretazione del presente.

Il perno del saggio dell’opera di Verdù è la considerazione del presente come effetto della successione di tre differenti stati di capitalismo. Quello di produzione, quello di consumo, e quello di finzione, oggi dominante.

E’ proprio quest’ultimo, il capitalismo di finzione e la rivoluzionaria interpretazione che Verdù ne dà, la parte più interessante del libro. Partiamo dall’inizio del processo. Dal capitalismo storico, quello su cui Marx ha costruito la sua disamina della società europea nell’Ottocento: il capitalismo di produzione. Il capitalismo di produzione è quello che si instaura dal diciottesimo secolo fino alla fine delle due guerre, durante il quale la cosa più importante erano le merci.

Parallelamente, ma un po’ più in avanti nel tempo, nasce il capitalismo di consumo, dalla seconda guerra mondiale fino alla caduta del muro di Berlino, che “avrebbe messo in primo piano la trascendenza dei segni, il significato dei prodotti avvolti nel linguaggio della pubblicità.

Infine – continuo citando Verdù –, il capitalismo di finzione, nato nei primi anni Novanta del ventesimo secolo, avrebbe messo l’accento sull’importanza teatrale delle persone”.

Vale la pena continuare la citazione, che a questo punto diventa il sunto della teoria che sorregge l’intero libro:

“I primi due capitalismi si occupavano soprattutto dei beni, del benessere materiale; il terzo si dovrebbe prendere cura delle sensazioni, del benessere fisico. L’offerta dei due precedenti era quella di fornire alla realtà prodotti e servizi, mentre quella del terzo sarebbe di articolare e servire la realtà stessa, producendo una nuova realtà come massimo obiettivo. Vale a dire una nuova realtà, o realtà di finzione, con la parvenza di una vera natura migliorata, purificata, tornata bambina”.

Lo scopo ultimo di tale sistema, quello in cui viviamo, è dunque quello di trasformare il cittadino in spettatore e fare della vita un immenso cinema, dove le differenze radicali, anche nelle forme più estreme (guerre, terrorismo, maremoti) non sono che variazioni nel palinsesto, “stimoli allo spettacolo” che deve continuare.

Il mondo concepito da Verdù ricorda Matrix ma al posto delle macchine a sostituirci ci sono le materializzazioni dei nostri sogni coagulate in un unico sogno che diventa incubo quando è appesantito dalla coscienza che è forse il pericolo più grosso per chi è nel sistema. Al contempo pericolo e unica leva sulla quale fare forza per trovare una via di scampo.

Verdù elenca nei vari capitoli del libro le forme attraverso le quali il capitalismo di finzione ha vinto, imponendosi come “stile di vita” che diventa, con un passaggio inconscio, la vita stessa. Ecco allora la disanima del sistema del franchising, che è letteralmente la forma che assume l’identità diventando merce collettiva, identità collettiva, omologazione “di stile”.

Il meccanismo è sottile. Verdu mette a raffronto due multinazionali, McDonald’s e la catena mondiale di caffè Starbucks. Se McDonald’s è in qualche modo in crisi e se Starbucks riscuote sempre più successo è perché McDonald’s resta in qualche modo legato al capitalismo di consumo, è piuttosto esplicitamente una catena di montaggio del cibo. Starbucks no. E’ elegante, ci si può fermare a leggere, a studiare. E’ “nuovo” nel senso che si costruisce come direttamente “alternativo”, “diverso”.

Questa è la grande trappola dell’attuale capitalismo. Vendere l’omologazione come differenza, in un’allucinazione collettiva dove a ciascuno è data la stessa identica, funzionale diversità. Non esiste, per Verdu, nessuna “glocalizzazione” da opporre al sistema.

Gli esempi sono tantissimi. Prendiamone uno, la “world music”, che nella realtà del nuovo sistema mondiale non fa riferimento alla musica etnica di nessun determinato posto ma, interamente controllata dalle sei multinazionali della musica (Sony, PolyGram, Warner, BMG, EMI e MCA) che determinano le leggi del successo discografico, diventa un’astratta “musica mondiale” adatta per tutte le occasioni, massimalista e finta. Essenzialmente, americana.

La distruzione delle torri gemelle ha devastatato la coscienza mondiale anche perché erano il simbolo dell’America e quindi dell’intero pianeta. In quel “e quindi” passa quello che Verdu definisce “american flavor”, la tendenza cioè dell’America a “scomparire” come luogo geografico per diventare l’unico “no-logo” esistente, assimilando a sé, ai propri gusti e al proprio volere, il mondo intero. Portandolo a ragionare con la sua logica.

“Come il corpo di Dio – scrive Verdu – l’egemonia statunitense non muore ma si trasforma, per diventare onnipresente senza che la si veda chiaramente da nessuna parte”. Un’occulta, già avvenuta americanizzazione del mondo. Tutto questo, avverte Verdu, mentre in Usa “la finanziaria 2004 stabilisce che quell’anno hanno speso per la difesa quanto gli altri 191 paesi del globo messi insieme”. Questo strapotere crea un delirio di onnipotenza che è sotto gli occhi di tutti. Delirio. Finzione.

Verdu cita Michael Moore (prima della rielezione di Bush jr.): “Viviamo in un’epoca di risultati elettorali fittizi, che decretano un presidente fittizio che ci manda in guerra per ragioni fittizie”. Riguardo alla cultura, Verdu sottolinea come un tempo fosse complessa e elitaria, mentre oggi è immediata e volgare, citando un’inverosimile frase di Silvio Berlusconi: “Coloro che sono contro la televisione sono gli stessi che sono contro gli Stati Uniti”, in un corto circuito di ignoranza, finzione, presunzione, delirio purtroppo estremamente efficace.

In un tale panorama a evaporare è la percezione del tempo (la sua narrazione durevole era la “vecchia” cultura) sostituita dal culto dell’attimo. Il presente è l’unica cosa solida. Ma il presente non esiste. E’ uno spettacolo continuamente replicato con colori diversi. Anche quelli del sangue che, attraverso la televisione, diventa share, funzione di fruizione dell’unico prodotto rimasto da vendere e comprare: la realtà.

Come diceva in uno spot pubblicitario il poeta Tonino Guerra in adulazione davanti a un centro commerciale, “l’ottimismo è il profumo della vita”, ma la vita non si trova dentro il centro commerciale, la vita, oggi, è il centro commerciale, con le sue dinamiche, la sua successione narratologica di merci, corpi e transazioni economiche.

“Un mondo di sicurezza – dice Verdu – di fronte al terrorismo, un mondo di creatività (lavorativa, contabile, del tempo libero) di fronte alla routine, un mondo d’avventura di fronte alla normalità, un’offerta di presente discontinuo (senza passato né futuro) nel quale vivere senza sosta. La mobilità lavorativa, gli amori brevi, la comunicazione istantanea, l’onnipresenza di eventi eccezionali sospendono la razionalità e cancellano l’insoddisfazione. Si vive per miracolo all’interno di un miracolo”. Americano cosmico italiano. Ovunque da abbattere.

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Pubblicato su Liberazione, gennaio 2005

One Response to Il McMondo e il capitalismo di finzione

  1. Marco il 10 febbraio 2005 alle 12:21

    … perdonatemi, non vorrei sembrarvi scontato, ma c’è ancora qualcuno che crede nell’imperialismo americano..?
    A me già manca, se penso a chi è in procinto di sostituirlo… (in Sudan ci sono soldati cogli occhi a mandorla, ma nessuno ne parla); oggi gli Usa sono nella medesima condizione della Spagna di Filippo II: è solo questione di tempo. L’età dell’oro è già finita da un bel pezzo… forse addirittura dall’assassinio di Kennedy (secondo me i libri di storia del 2080 parleranno di un periodo 1963-2001) è che bisognerebbe sforzarsi di ragionare in termini AUTENTICAMENTE storici, per i quali Bush è meno di un granello di sabbia nell’occhio di chi pensa al Mondo che verrà.
    La Cina, l’India, sono il XXI secolo. E le categorie – sostanzialmente francofortiane – del libro di cui parla Nove non serviranno più.
    Quel che oggi noi chiamiamo “arroganza” o “studipidità” americane, domani si definiranno, meno retoricamente, “decadenza”.
    Tutto qua.
    Quel che preoccupa è la potenza militare.
    Ma da questo punto di vista sto tranquillo: le superpotenze emergenti hanno importanti programmi di armamenti nucleari, che, come ci insegna la Guerra fredda, è assunto di una pax longa.



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