Didascalia del Papa

12 febbraio 2005
Pubblicato da

di Alessandra Lisini

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Colui che insegna eviterà dunque di utilizzare tutte le parole che non insegnano: e se egli può utilizzare al loro posto parole corrette e intelligibili, egli le preferirà alle altre. Se però egli non potrà utilizzare tali parole, sia perché non esistono, sia perché non gli vengono alla mente, si serva di termini meno corretti, purché l’argomento del suo discorso possa essere ben spiegato e ben imparato. […] Ecco perché colui che parla deve fare ogni sforzo per aiutare chi ascolta in silenzio.

(Rabano Mauro, De institutione clericorum, IX sec d.C.)

Il papa in playback all’Angelus è stato fermo o appena tremulo, forse era giusto quel rollio di camera, il ronzio che dà agli occhi il movimento delle frequenze di trasmissione dell’immagine o dell’operatore, oltre alla probabile oscillazione naturale che un decimo piano di palazzo può avere al vento.

La didascalia del testo letto da un altro, ascoltato da nessuno perché tutti guardavano solo l’icona dell’uomo al davanzale, lo avrebbe reso ancor più un immobile segno di grazia: la stessa Grazia che può trasformare un raffreddore in un’operazione d’angioplastica in soli tre mesi o in un ennesimo habemus papam dopo tre settimane. La comunità cattolica titola “sofferenza della croce”, ma è un’imprecisione: sotto il segno dell’iconismo tradizionale, altri papi si sono meglio adattati a diventare merce da santino. Da anni guardiamo Wojtyla rifuggire l’immobilità: già infermo, a una Giornata Mondiale della gioventù roteò il suo bastone, che non era il pastorale e che avrebbe dovuto dargli stabilità e fermezza, per mimare un’altra icona mobile, Charlot, il mito delle immagini mute in movimento. La mano, il corpo, cominciarono a tremare poco tempo dopo.

All’Angelus del 6 febbraio, quando il microfono a tratti non ha funzionato, scandendo esso lo spazio tra le parole o i corpi del discorso, dando un ritmo all’ammasso fonetico di quella benedizione, le non-parole del Papa sono diventate sante, come santo può essere un baby-talk, nell’unico senso in cui può essere miracolosa la disconnessa lalìa degli esaltati carismatici che si alzano in piedi e in trance durante gli incontri del Rinnovamento dello Spirito. Lì, dove sottovoce c’è chi si pente di continuo, contemporaneamente altri danno ossessive pennate di plettro sulla chitarra sfociando di quando in quando in canti sfrenati e corali, dove molti all’improvviso gridano di essere guariti, di essersi ravveduti, a un certo punto qualcuno si alza e comincia a parlare lingue sconosciute. Lo dicono “carisma delle lingue”: quello che spiega come i pescatori discepoli abbiano saputo comunicare con le classi abbienti della Roma antica. Una lingua di mezzo, non latina, né volgare, non ‘altra’. Come si fa a infatti imparare una lingua a tal punto da convertire un’anima straniera con la parola, con la parola sola? L’evangelizzazione pura, che va da zero a uno, pagano-cristiano, credente-noncredente, ha i tempi stretti di una vita già iniziata e prossima alle cose ultime, manuali di grammatica e retorica le sono sconosciuti, le finezze di pensiero sfuggenti. La scappatoia comunicativa allora non può essere che il gramelot primordiale della non-sillabazione: l’incontro tra chi parla e chi ascolta vive nell’indeterminazione, almeno in prima battuta, della produzione e della fruizione. Qualcosa del genere accade nell’ultimo film di Gianni Amelio: dalla prima scena, regolato il suono in modo da non farci sentire tutti i dialoghi, l’impressione è di essere capitati casualmente in mezzo ai fonemi, con un dovere di attenzione. Oltre allo schiacciamento del punto di vista dello spettatore sulla materia, c’è anche lo schiacciamento linguistico, perché dando per scontato un codice lingua retrostante, vorremmo attardarci sulla materia per ricondurvi ogni farfugliamento; e tuttavia non possiamo, dobbiamo accontentarci dell’indefinito, dell’immagine che scorre.

Fino a pochi anni fa le benedizioni papali erano qualcosa di più che uno scambio di informazioni sacre, quasi una palestra di lingue moderne, messaggi chiari e distinti di cui veniva anticipata la direzione, così come Cecchetto nel 1981 premetteva ‘dormire’, ‘salutare’ al gesto corrispondente. Il papa, in alto sugli striscioni di piazza San Pietro scandiva: Polacco! Kirghiso! e un testo seguiva impeccabile. L’ecumenismo razionale è stata quindi una via di evangelizzazione praticata, ma non ha funzionato; non ha funzionato la via dell’evangelizzazione sostanziale, quella delle encicliche e quella militare; avrà ormai i decenni contati pure la via del potere secolare. L’ecumenismo dialettico e didattico si è perso nel marasma delle dottrine, in cui ogni discorso è affiancabile ad altri, ogni opinione ha pari merito, è rispettabile perché dialetticamente verificabile e la Chiesa cattolica non è cattolica, cioè universale, ma una setta.

L’evangelizzazione contiene in sé una connotazione etica fortissima (eu= bene), un dovere di decodificazione e definizione delle categorie morali, un meta-dovere impossibile da affrontare, oggi. La scappatoia e paradosso del santo (sanctum = scelto, deciso) allora ritorna a essere quella della non-determinazione del messaggio, della ‘angelizzazione’. L’unica via non è quindi quella delle parole scelte e aliene di un Santo Padre, del playback che nessuno ascolta, ma quella di una lingua, la lingua di Karol. Unica glossa possibile al testo, si muove in troppe direzioni all’interno di un corpo che a sua volta non riesce a stare abbastanza fermo da emettere un suono univoco, chiaro e distinto e per ciò stesso diviene sorgente di suono di tutte le lingue possibili. Pur schiacciando le orecchie su quell’arrancante raccomandarsi al padre, al figliuolo e allo spirito santo in latino, non potremmo sentire altra lingua che quel muscolo, che in parte si ribalta come una freccia che rimandi a se stessa; l’unico modo che un uomo abbia per suscitare un moto di realtà in chi ascolta o guarda sui maxischermi, e per avviare un dialogo di presenza e non di parvenza da formulario, soprattutto con chi non crede più e con chi non potrà mai credere.

Rabano Mauro nota ancora: “quando tutti stanno zitti per ascoltare colui che parla e tutti i volti sono rivolti verso di lui, non è né conforme all’uso né conveniente che ciascuno faccia domande su ciò che non ha capito”. Contro questa istruzione didattica al clero, dopo encicliche lunghe, durissime, infallibili, inaccettabili spiegazioni del volere del Testo, con il papa mobile teso tra la quiete dell’immagine, il tremore casualmente generato del corpo e i movimenti fonatori si approda alla soluzione opposta: a chi ascolta in silenzio viene proposto qualcosa che susciti domande sul cosa è stato detto, e il cosa può essere un amen biascicato o l’uomo in playback. Perché ciò che non capisco, che si fa domanda come solo un testo conchiuso potrebbe, è la presenza di un corpo muscolato, la cui mano più malata ha unghie lunghe che crescono contro il video. Suo è il testo, sua la minima, indistinta e inutile spiegazione, nostre sono l’interrogazione e lo sconcerto: l’esegesi di quel corpo (in essa, il reale movimento).

[L’immagine è una manipolazione da una stampa del 1503 a opera di Thomas Anshelm, De Laudib[us] Sanctae Crucis Opus]

One Response to Didascalia del Papa

  1. Elio Paoloni il 13 febbraio 2005 alle 20:58

    Molto interessante. Si potrebbe anche dire che la casuale malattia di un papa ha restituito alla chiesa la sacra – e funzionale – incomunicabilità che un tempo otteneva con il latino e i canti non pop.



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