Boss e poeti

13 febbraio 2005
Pubblicato da

di Roberto Saviano

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Aveva vinto diversi premi, era andato a riceverli di persona, applausi, targhe, pubblicazioni. Raffaele Lubrano aveva da sempre coltivato la poesia, dalla sua bella villa costruita nelle campagne di Pignataro Maggiore paesino dell’agro-caleno circondato da rassicuranti distese di campi. La sua ditta di costruzioni edili gli portava via sempre più tempo ma Lubrano sembrava una fedele sentinella della scrittura poetica.

Aveva scritto appena ventitreenne Profumo di rose nel 1982 e poi nel 1984 Immagini velate entrambi i libri pubblicati da un editore romano Lo Faro che come assicura nella quarta di copertina del secondo libro: “i libri di Lubrano hanno raggiunto un successo di critica e di pubblico”.

Nel Giugno 2002 una nuova raccolta poetica, Verso l’infinito (Edizioni Helicon, pag 124, 15 euro), oltre cento poesie con entusiastica prefazione di un critico dal nome rinascimentale, Neuro Bonifazi. Tutto però si concluse nel novembre del 2002 proprio pochi mesi dopo la pubblicazione del libro. Raffaele Lubrano nel centro di Pignataro Maggiore venne inseguito, raggiunto nel suo fuoristrada e freddato con due colpi alla nuca. Eggià perché Lubrano oltre che poeta e imprenditore edile di successo era anche uno degli esponenti più potenti della cosca di Pignataro Maggiore egemonizzata da suo padre, don Vincenzo Lubrano. Un cartello criminale direttamente legato a Cosa Nostra, vero e proprio pied a terre della mafia sul continente. I Lubrano risulteranno essenziali nell’organizzazione dell’uccisione a Maddaloni nel 1983 di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinano Imposimato, per conto della mafia. Al fastoso funerale di Lello, come tutti chiamavano in paese Raffaele Lubrano, parteciparono centinaia di persone, la sua villa rimase aperta per giorni e giorni per accogliere le condoglianze mentre troneggiavano in bella mostra sui tavoli del salotto le targhe dei suoi premi poetici: nel 1988 il Premio Papa Giovanni XXIII , nel 1991 il Premio “Giacomo Leopardi” Città di Recanati e decine di altre coppe testimoni di vittorie poetiche e successi letterari. Raffaele Lubrano aveva sposato giovanissimo Rosa Nuvoletta la figlia di Lorenzo Nuvoletta boss di Marano e unico dirigente di una famiglia non siciliana a sedere nella Cupola di Cosa Nostra.

Come racconta il pentito Antonio Abbate, Raffaele Lubrano era il pupillo di Totò Riina, lo zio di Sicilia, come a casa Lubrano-Nuvoletta lo chiamavano. Riina “combinò” mafioso Raffaele Lubrano che all’epoca del totale dominio corleonese significava entrare in Cosa Nostra nel modo più altisonante possibile e con grandi speranze di divenirne uno dei massimi dirigenti. Ma Lubrano sbagliò, iniziò ad invadere i territori “commerciali” dei casalesi, voleva gestire i centri AIMA, i famosi “centro dello scamazzo”, dove in cambio di indennizzi economici si portava la frutta da distruggere per contenere i prezzi del mercato ma la camorra piuttosto che di frutta, riempiva le buche dell’AIMA di pietre e cartoni. Fu fatale a Lubrano voler egemonizzare anche le truffe alla comunità europea che erano appannaggio esclusivo di Casal di Principe. Le librerie del casertano hanno esposto per mesi il libro di Raffaele Lubrano, ma le poche copie vendute sono state richieste a Pignataro, Sparanise e Capua. Il successo del poeta in fondo non era poi così eclatante come le quarte di copertina dei suoi libri urlavano. Anche Rosetta Lubrano, la figlia di Raffaele Lubrano e Rosa Nuvoletta, è una precoce amante della letteratura, ha infatti nel 2003 pubblicato un libro L’astronave che va nella fantasia (Edizioni Helicon, pag. 98 euro 10,00). La piccola si rifugia nelle fiabe che scrive di suo pungo, pesante del resto il suo portato familiare. Oltre al padre poeta e mafioso ammazzato qualche anno fa, suo nonno paterno è il boss Vincenzo Lubrano, suo nonno materno era il boss mafioso Lorenzo Nuvoletta, principe del narcotraffico di eroina in Europa, il fratello del nonno era Gaetano Pugaciov Lubrano, ostinato sostenitore dell’assassinio di Giancarlo Siani, suo zio per parte di madre, Angelo Nuvoletta fu infatti il mandante dell’omicidio del giovane giornalista.

Ma le terre di camorra sono prolifiche di appassionati d’arte e letteratura. Francesco Sandokan Schiavone boss del cartello camorristico dei casalesi capace di gestire un’economia legale ed illegale quantificata dalla DIA di Napoli nel 2003 in 30mila milioni di Euro annui, aveva nella villa bunker un’enorme libreria con decine di testi incentrati su due esclusivi argomenti, la storia del regno delle due Sicilie e Napoleone Bonaparte. Schiavone si sente attratto dal valore dello Stato borbonico dove millanta avi tra i funzionari in Terra di lavoro, ed è affascinato dal genio di Bonaparte capace di conquistare mezza Europa partendo da un misero grado militare. Quasi come Schiavone stesso, generalissimo di un clan tra i più potenti d’Europa in cui era entrato come gregario. Sandokan con un passato da studente di medicina, prediligeva trascorrere il tempo di latitanza dipingendo, le icone religiose erano il suo forte. Ci sono in vendita ancora oggi in botteghe insospettabili della città di Caserta, rarissimi volti santi ritratti da Schiavone, dove al posto del volto del Cristo, Sandokan ha innestato il suo viso. Ma per gli Schiavone la passione letteraria ed artistica era cosa di famiglia. Walter Schiavone fratello di Sandokan è un frequentatore della letteratura epica, Omero, il ciclo di Re Artù, Walter Scott, questi i suoi autori preferiti. Proprio l’amore per Scott l’ha spinto a battezzare il figlio con il nome altisonante e fiero di Ivanoh. Ma i nomi dei discendenti divengono sempre traccia della passione dei padri. Giuseppe Misso boss napoletano della cosca del Quartiere Sanità ed attualmente uno dei camorristi più potenti di Napoli ha chiamato il suo figlioccio, Emiliano Zapata Misso. Giuseppe Misso che sempre durante i processi ha assunto posture da leader politico, da pensatore conservatore e ribelle ha recentemente scritto un romanzo, che seppur con sicuro successo (almeno in Campania) gli editori locali hanno tutti rifiutato. Il boss non ha abbandonato però l’intento letterario ed ha prescelto per una sua autonoma pubblicazione: I leoni di Marmo (Arte tipografica, pag. 344, Euro 19,50). Centinaia e centinaia di copie vendute a Napoli in pochissime settimane, il racconto in un libro dalla sintassi smozzicata ma dallo stile rabbioso, della Napoli degli anni ’80 e ’90 dove il boss si è formato e dove emerge la sua figura descritta come quella di un solitario combattente contro la camorra del racket e della droga a favore di un non ben identificato codice cavalleresco della rapina e del furto. Durante i vari arresti nella sua lunghissima carriera criminale Misso è sempre stato trovato in compagnia dei suoi amati libri di Julius Evola e Ezra Pound. Anche un fedelissimo del sanguinario Paolo Di Lauro, il boss della camorra secondiglianese che sta epurando in questi mesi il suo clan dagli “scissionisti”, è tra i camorristi amanti d’arte e cultura: Tommaso Prestieri. Produttore della parte maggiore dei cantanti neomelodici campani nonché fine conoscitore di arte contemporanea, in casa sua – secondo indiscrezioni – fioccavano tele di De Chirico ed un’intera parete era dedicata alle opere di Mario Schifano. La polizia arrestò il camorrista sfruttando il suo amore per l’arte, venne beccato infatti al Teatro Bellini di Napoli mentre commosso assisteva da latitante ad un concerto. Prestieri dopo una condanna in un processo dichiarò alla stampa: “sono libero nell’arte, non ho necessità d’esser scarcerato”, un equilibrio fatto di dipinti e canzoni che gli concede un’impossibile serenità per un boss in disgrazia come lui, che ha perso nella battaglia con il clan rivale dei Licciardi ben due fratelli, ammazzati a sangue freddo. Ma non solo letteratura ed arte attirano le menti e le sensibilità dei boss. Augusto La Torre boss di Mondragone ex pentito, è studioso di psicologia e vorace lettore di Carl Gustav Jung e conoscitore dell’opera di Sigmund Freud. Dando una sbirciata ai titoli che il boss di Mondragone ha chiesto di ricevere in carcere emergono lunghe bibliografie psicoanalitiche mentre sempre più nel suo parlare si intrecciano citazioni di Lacan a riflessioni sulla scuola della Gestalt. Tra i boss della camorra non emergono quindi solo i versi di don Raffaele Cutolo che Fabrizio De Andrè trovò “non privi di abilità ed una certa bellezza”, che da oltre vent’anni riempiono fogli e rifiuti da editori intimoriti. Non più soltanto il professore di vesuviano ai cui reading ante litteram organizzati dai suoi uomini negli anni ’80 nei vicoli di Napoli partecipavano centinaia di persone. I boss della camorra, spesso spietati militari capaci di infliggere pene terribili come il taglio delle mani per chi ha osato fare furti e rapine in zone “protette” come accaduto a Mondragone, sono personaggi dal profilo complesso simile a quello di statisti capaci, attenti, rigorosi. Severi dirigenti di economie esponenziali ed eserciti numerosi. Ridurli a marionette criminali, a folklore da periferia, a bizzarri caporioni dall’antico sapore di guappi fuoriusciti dalle pagine di Ferdinando Russo significherebbe sottovalutarne il loro reale potere e non comprendere quanta parte dell’economia legale sia gestita ed innescata dalle loro operazioni e dai loro investimenti. Il sapere, l’arte, la poesia, divengono quindi passioni da professionisti, da solidi borghesi, da commercianti di successo, da generali con il pallino della storia. I versi di Raffaele Lubrano non sono diversi dalle poesie scritte e pubblicate da qualsiasi notaio e la biblioteca di Giuseppe Misso non è diversa dalle stanze foderate di libri degli avvocati e dei costruttori più affermati. Non sono i loro percorsi differenti ma medesimi, una carriera economica e politica che smarrisce nel procedere la propria origine criminale e che anzi da essa ne trae un maggior plusvalore di potere e sicurezza di trionfo . La camorra – del resto, come Schiavone Sandokan sovente afferma durante i processi – non esiste. – Ci sono solo immigrati che rubano motorini e rapinano – aggiunge don Vincenzo Lubrano. – Noi siamo imprenditori – è la ferma definizione con cui si definiscono i boss dei più potenti cartelli camorristici campani.

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Pubblicato sul Corriere della Sera-Corriere del Mezzogiorno gennaio ’05

Immagine Andy Warhol.

2 Responses to Boss e poeti

  1. gianni biondillo il 14 febbraio 2005 alle 00:17

    Decostruire i pupi da baraccone giornalistico, svelarne la vera natura.
    Buon lavoro, Roberto, e un grosso abbraccio.

  2. Vincenzo Garzillo il 14 febbraio 2005 alle 16:12

    Mi unisco all’abbraccio.
    Mi unisco anche al “buon lavoro”, con in più un accorato “Statt’accuort, piensa alla salute!”.

    Aggiungo un commento personale. La prima sensazione che ho avuto nel leggere l’articolo è stata quella di una presa in giro delle puerili manie dei boss. Poi, invece, arrivato quasi alla fine, direi dalla parola “folklore” in avanti, mi sono reso conto che stavi parlando di persone reali, in carne ed ossa, non di macchiette, appunto, folkloristiche; di dirigenti di imprese e di banche realmente esistenti, non di Pulcinella; di uomini che gestiscono potere, non di marionette. E così mi sono reso conto di quanto anch’io sono vittima della visione folkloristica di questo tema.



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