Duo da camera (4)

13 febbraio 2005
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di Andrea Inglese

Getta la maschera e smettiamo
d’arrovellarci a vanvera: sei
una dannata a vita, una schifata
di te, di me, del mondo, senza un valido
motivo che non sia la tua abissale
incapacità di vivere. Tu gli uomini
li abbatti con metodo, li snervi
con perizia, li acconci pallide ombre
di loro stessi, spenti manichini
da passeggio – fuori – e da oltraggio
– dentro le mura di casa -, oppure
li rendi avide belve di vendetta.

Così, nello scioglimento, almeno,
ti sarà dato motivo per piangere.
Ma troppo hai atteso, immaginato,
evocato il misfatto: trafitta
come un Sebastiano non lasci
– dopo mesi di facili frignate –
sfuggire una lacrima, un sospiro
spezzato. Hai l’orgoglio artigianale
del disastro ben fatto.

*

Ho spaccato l’armadio per non spaccarti
la faccia. Siamo al punto di prima
ma peggio di prima. E tu: raggiante,
con i fagotti già fatti, con le frasi
del velenoso congedo strette
trai denti. Ne uscirai vincitrice
di Pirro – è certo – anche stavolta,
con ai tuoi piedi le mie lance
spuntate, sul vassoio fumante
la mia testa di Battista, in bocca
un condimento d’ingiurie e sale
di lacrime. (Il vitello già cotto
attende invece nei piatti, era
morbido e saporito, incoronato
di cipolline. Non troverà denti
stasera.) Io fumo, dopo il mio vano
pugilato. Tu spremi i cuscini,
ricollochi la sedia, cancelli
– facendo la piega al lenzuolo –
le tracce del dissenso, guadagni
tempo per un prossimo scontro
(ti ripassi anche il rosso
sulle labbra, per rendere
più allarmante il bersaglio).

*

Potrei infrangerti con un solo dito
dritto nel nervo scoperto puntato,
dirti menzogne abominevoli, farti
un male studiato, clinico, psichiatrico.
Usare a freddo – guerra lampo – tutto
il mio modesto vantaggio: sette anni
di vita in più, il sapere supposto,
l’icona paterna, il silenzio, lo scherno
e anche – se occorresse – la forza fisica
(potrei scaraventarti a terra).

Ma ignoro, in verità, le tue risorse
di donna incompleta, di diana armata,
i tuoi capricci d’acciaio, le accese
e sterminate tue dimenticanze.
Possiedi una disperazione sfrenata
senza fondo e forma, un moto
d’acque che diradicano il mondo.
Il mio ingegno maligno è un pizzico
di bimbo, confrontato all’incendio
immane di un tuo solo lamento.

*

È un germe che non sappiamo
che ingrassare coi nostri prolissi
sermoni diagnostici, è un verme
che ci scava mentre ostili, assisi,
lo studiamo, è una larva, una peste,
una tenia che c’impasta gli intestini
di paura. È la paura stessa, primo
ed ultimo pasto, risorsa illimitata,
insana, che corrode come carie,
cuoce come ruggine, vento salato
di mare. Penetra le fibre
più docili, neonate del nostro
amore, le squama, le sfoglia,
rivolta ogni slancio come un guanto:
una bacio partito arriva spaventato
come un morso, un saluto lanciato
nell’aria è tradotto in oltraggio.
Il nostro cullarci è divenuto
poco a poco un reciproco linciaggio.

(immagine di Balthus)

19 Responses to Duo da camera (4)

  1. Basso Profilo il 14 febbraio 2005 alle 10:48

    Sbaglio, o alla base di tutto questo gran roboare c’è il solito scontato, tedioso desiderio di infilare una parte del proprio spirito nel canalino d’accesso a quello di un altro?

  2. maria luisa il 14 febbraio 2005 alle 13:23

    Mi emoziona e mi fa sorridere leggere gli intimi spostamenti emotivi della relazione, nel rosso e febbricitante scontro frontale. Quasi un tango violento e profondamente devastante, tra il guardare in faccia i propri fantasmi interiori, la propria rabbia che esplode e la fisicità dello sguardo trionfante e sperso dell’altro.
    C’è chi prende a cazzotti un armadio, ma anche chi scaglia una tazza contro il muro invece di aprire una testa per verificare che nella massa cerebrale ci siano incise le proprie iniziali.

  3. andrea inglese il 14 febbraio 2005 alle 14:47

    basso profilo per te sarà tedioso, e me ne dispiaccio, ma per me e anche per maria luisa si tratta di cruciali scuotimenti dell’Essere-in-due: sono le vere, ultime, avventure che ci sono ancora concesse (ma si sa, i binari son tristi e solitari…)

  4. Basso Profilo il 14 febbraio 2005 alle 15:00

    Non solo per te e Maria Luisa, ma anche per Laura Pausini:-)

  5. emma il 15 febbraio 2005 alle 18:57

    Siamo all’invettiva aperta, irrefrenabile.
    Il lui prende di nuovo la parola, e inveisce, accusa, grida verso di lei (l’assente), ma anche verso il pubblico in ombra, quello che segue la vicenda come spettatore nella cella-teatro. L’epilogo appare inevitabile, il cullarsi (la tenerezza) diventa irrimediabilmente linciaggio.

    L’invettiva di solito resta fuori dalla poesia amorosa (poesia amorosa in senso stretto).
    Anche quando si vuole sfuggire il sentimentalismo prevale comunque la trattazione lirica (il dolore per la fine, o per la distanza, o per l’impossibilità della comunicazione, ecc.).
    In effetti l’invettiva sembra parte di un percorso complessivo – e “forte” – di dissacrazione e di demitizzazione, specifico della poesia di A.I.

    [Qualcuno potrebbe soffermarsi anche sull’unilateralità del racconto, reclamare per esempio la versione di lei.
    No, non per sostenere la componente femminile del duo. Semmai per dare compiutezza allo spettacolo, per dare risposta ad aspettative e a schemi ormai consolidati: il teatro, sì – ma anche il format televisivo, quello che ci porta ad ascoltare e a seguire in diretta i due contendenti, a tifare per l’uno o per l’altro, a spettegolare senza freni (alla faccia del mito della privacy), a sperare di vincere (o di far vincere) un viaggio intorno al mondo, magari un fuoristrada…]

  6. andrea inglese il 16 febbraio 2005 alle 01:42

    Vero. Se prendiamo “La prisonnière” di Proust, ossia il romanzo del delirio geloso, non abbiamo mai la versione di Albertine, nonostante ci si trovi di fronte ad un’opera di narrativa. E la grande efficacia sta proprio nell’unilateralità dello sguardo inquisitore del protagonista. Ma, abbandonando questi riferimenti “titanici”, è chiaro che in “Duo da camera” salta agli occhi la “parzialità” della visione maschile, una parzialità che non tenta minimamente di attenuare la sua visuale deformante. L’unica cosa da aggiungere è che la visuale, almeno, nel succedersi della vicenda (e dei testi) si modifica, e cambia di tono, e di tema. Grazie ai contraccolpi del rapporto con l’altro.

  7. gina il 16 febbraio 2005 alle 10:30

    Sembra una seduta di terapia di coppia.
    Comunque ci sono anche donne che il loro punto di vista lo raccontano, eccome. Ed è un format vecchio come il mondo. Vi attacco un esempio di Carol Ann Duffy, che fa del tu un io narrante tagliato con l’accetta, in perfetto troglo style. In apparenza, TU JANE è la versione poetica dell’ultimo rapporto di amnesty international sulla violenza sulle donne, in particolare quella domestica. In realtà, “l’avventuroso scuotimento” (scherzo, inglese, scherzo) viene invece da Men/Uomini ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea, le lettere (chissà cosa ne pensa tarzan, ma anche jane non è che ne esca benissimo).

    TU JANE

    La notte le mollo addosso una scoreggia all’olezzo di guinnes,
    a mia moglie, che mi si rannicchia contro dopo che l’ho scopata
    al ritorno dal Dog and Fox. Son tutto muscoli. Puoi tirar di boxe
    contro il mio stomaco fin che ti pare, non mi tiro indietro. Prova.

    Capofamiglia. Padrone a casa mia. Quadrato.

    Guarda questo bicipite. Servito a tavola
    e camicia fresca di bucato, ma rispetto il suo punto di vista.
    Mi ha dato due figli in otto anni, sa
    quando cucirla. Ha messo su un po’ di ciccia
    ma al week end, in reggicalze, il culo me lo da ancora.

    Questa è la vita. L’anno prossimo in Australia, e la suocera
    che si fotta. Ma senti queste cosce.
    Il karate mi mantiene di granito. La forza di un toro.
    La birra la reggo benissimo. Qualche pinta
    coi ragazzi, una risata, poi a casa da lei.

    Lei dice, hai sognato tesoro? Non sogno
    mai, io. Un sonno opaco come una bella pinta.
    Mi sveglio che ce l’ho duro, mezzo sopito glielo ficco dentro.

    Lei non protesta. Quando ho una sensazione, è qui
    che la sento, dove la vena violetta pulsa.

  8. gina il 16 febbraio 2005 alle 10:57

    Sorry, ho omesso l’essenziale:). L’ultimo verso è : Lei non protesta. Quando ho una sensazione, è qui che la sento, dove la vena violetta DEL COLLO pulsa.

  9. a. i. il 16 febbraio 2005 alle 16:34

    Grazie Gina per la poesia di Carol Ann Duffy. Mi è piaciuta molto. E’ davvero interessante metterla in parallelo con queste… Si potrebbe avviare una fenomenologia tutta contemporanea e poetica del modo di percepire l’amorevole scontro tra donne e uomini. O tra uomini e uomini. O tra donne e donne. O tra pinguini e cherubini. O tra vassalli e valvassini, ecc.

  10. gina il 17 febbraio 2005 alle 10:37

    Dici niente:) L’idea del paragone tra le differenti fenomenologie percettive non è affatto male. Specie quelle tra pinguini e cherubini, derive feudali comprese. Quanto all’”amorevole scontro”, AI è anche l’acronimo di Amnesty International. Stando a quanto ci racconta questa banda di bontemponi (nel senso che non ha nulla di meglio da fare) negli stati uniti (un paese civile a caso) la maggioranza delle donne (il 57%) ha subito violenza all’interno delle mura domestiche (mariti e parenti: cherubini). E sulla terra (un pianeta civile a caso), il 70% delle donne morte per omicidio è ucciso dal proprio partner: cherubino. Insomma, nel corso dell’”amorevole conflitto” le pinguine molto spesso ci lasciano le penne. Ma chiamiamole pure avventuriere che se la sono cercata:).Sia ben chiaro, AI, il duo da camera mi piace. Solo che vedo anche gli schizzi di sangue su Altre pareti. E tante, troppe pinguin* che non restano vive per ricamarci sopra poetiche diramazioni. Possiamo chiamarlo genocidio? culturale?

  11. a. i. il 17 febbraio 2005 alle 11:51

    Prima di tutto, no al ricatto. Che per altro non hai formulato, ma che potrebbe correre implicito. “Siccome le donne ci rimettono le penne nello scontro amoroso, e non ci ricamano affatto, tu che ci ricami, poeta (da pronunciare con smorfia), sei in fondo un mistificatore.”
    Quanto alla questione che tu sollevi, l’ho capita davvero, una volta per tutte, leggendo il più bel libro scritto da James Ellroy, “I miei luoghi oscuri”, ossia la sua autobiografia. E da allora la cronaca nera dei giornali che mi capita di leggere non smette di confermarmi questo: gli uomini ammazzano con estrema frequenza le loro donne: mogli, ex mogli, amanti, ex fidanzate, ecc. ecc. E conosco altrettanti casi, meno cruenti, di uomini, anche molto giovani, che dopo esser stati lasciati diventano persecutori nei confronti della loro ex-compagna o ex-fidanzata che sia. E lo trovo disgustoso. Detto questo: viva l’amorevole scontro, quando esiste: purché si spacchi l’armadio, e non la faccia.

  12. gina il 17 febbraio 2005 alle 14:00

    Niente ricatto davvero. Non l’ho formulato, e quanto alle intenzioni, non intercorre. Non mi pare cioè di averti dato, nemmeno tra le righe, del mistificatore. Mistificatore è chi altera, falsifica, fa apparire qualcosa di diverso dalla realtà. Ora. Rappresentare la propria porzione di realtà come tale non è mistificazione. Così come sottolineare che c’è anche un altro tipo di realtà, di ben altro genere, e piuttosto diffusa anche, non è ricatto. Come è possibile, se no, una narrazione corale? Vedo comunque che è sempre difficile uscire dalle gabbie di genere:). E mi ci metto dentro, eh. Mi ci metto che non mi faccio capire. Mannaggia.

  13. emma il 17 febbraio 2005 alle 22:04

    In “Duo da camera” mi sembra abbiano particolare rilievo la scelta antilirica e la tensione drammatica, vale a dire due elementi che possono avvicinarlo (se si vuole, che possono avvicinare una parte della poesia contemporanea) ad altre espressioni artistiche e comunicative della contemporaneità – “alte” e “basse”, pop e non – che si occupano di “storie” d’amore (teatro, cinema, tv, narrativa, ecc.).
    È per effetto di uno schema di lettura ormai consolidato e trasversale – diffuso, credo – che ho pensato all’intervento del personaggio femminile, non in nome del femminismo.
    D’altro canto è indubbio che il femminismo è parte della (nostra) contemporaneità, così come – in una certa misura – la poesia (ancor più la narrativa, il cinema, ecc.) femminista.
    Giudicare la poesia (o il cinema, la narrativa, ecc.) solo con il metro del femminismo mi pare tuttavia riduttivo.
    Potrebbe essere interessante semmai capire se e quanto la poesia femminista (angloamericana soprattutto, particolarmente diretta e “dura”) abbia influenzato la poesia amorosa “maschile” e abbia contribuito a far ritenere out l’ideologia sentimentalistica.
    La poesia di Carol Ann Duffy mi sembra sotto molti aspetti esemplare. Per ferocia, anche.
    Ho un libro della Duffy (“La moglie del mondo” – Le Lettere – 2002) in cui si dà voce a varie icone femminili, donne e mogli di uomini famosi o figure mitiche (la forma – e anche questo va sottolineato – è quella del dramatic monologue).
    Di certo la Duffy evita ogni eufemismo e qualsivoglia “politicamente corretto”.
    Ecco un piccolo saggio (e non si tratta delle poesie più “cattive”, neanche delle più belle; sono solo le più brevi):

    La signora Darwin

    7 aprile 1852.
    Siamo andati allo zoo.
    Gli ho detto –
    C’è qualcosa in quello scimpanzé che mi fa pensare a te.

    La signora Icaro

    Non sarò la prima né l’ultima
    che se ne sta su un costone,
    a guardare al marito
    che dimostra al mondo
    di essere un totale, perfetto, emerito, assoluto coglione.

  14. gina il 18 febbraio 2005 alle 10:23

    Allora. Si stava parlando di pluralità di fenomenologie percettive. In questo caso, della realtà domestica che poi è lo scenario di duo da camera, che ripeto, mi piace. Nei commenti inglese ha parlato dell’essere in due come unico tipo di avventura che ci è ancora concesso (dissento ma non è questo il punto) , e di salutari scuotimenti della vita di coppia. Io ho sottolineato che gli scuotimenti, non nel suo caso ovviamente, ma molto spesso, così salutari non sono. Così come i contrasti. Anche se molto spesso non risultano. Ad esempio, nella poesia di carol ann duffy che ho postato, il conflitto in apparenza non c’è. Così è la vita….lei non protesta, dice tarzan. E così i contrasti non ci sono, a meno che non ci metta lo zampino un* poeta (anche carol ann duffy ha il buon tempo di ricamare, inglese, oppure no?) oppure qualcuno di amnesty (tutti femministi:) sottolineando che la vita domestica, molto, troppo spesso, è questione di DIRITTI UMANI. Ecco. Fare dei diritti umani una rivendicazione femminista mi pare un tantino eccessivo. E tipicamente androcentrico:). Aggiungo solo che, personalmente, non mi sento di parlare di femminismo ma di femminismi. E che oltre ad essere una preziosa pratica politica, storica, scientifica economica e artistica i femminismi, come tanti altri potenziali fattori d’hacking sociale, forniscono preziosi strumenti di interpretazione del reale. Tutto dipende da come li si usa. A volte sono pure riusciti a moltiplicarlo e a modificarlo in positivo, il reale. Non nel caso della violenza domestica, che come dicevo, è un format vecchio come il mondo. Anche se l’audience è bassa, perchè non se ne parla se non dalle colonne della nera. Mai che si tenti di tirare le fila.La famiglia, così com’è, è il primo pilastro dello Stato. Così com’è. Saluti.

  15. a. i. il 18 febbraio 2005 alle 14:59

    La questione più interessante (per me) che in qualche modo avete sollevato, potrebbe forse essere cosi’ riformulata: come si puo’ far poesia sull’esperienza erotica (in senso ampio), dopo alcuni fenomeni politici e culturali quali il femminismo? O meglio, che rapporto c’è tra me, pinco pallo, maschio etero, che pretende di dare dignità poetica alla sua esperienza erotica, e la realtà circostante dei rapporti etero e il modo in cui vengono percepiti dopo il femminismo, inteso come fenomeno politico e culturale recente e decisivo (senza entrare nella moltiplicazione delle posizioni attuali)?

    Purtroppo ogni volta che si tenta di mettere in rapporto realtà e letteratura in modo non banale, ci si caccia nei guai. (Che i rapporti di coppia siano anche affare di diritti umani è senz’altro un portato anche del femminismo degli anni Settanta, su questo credo che Gina sia d’accordo.)
    Il problema cosi’ posto non è peregrino. Chi scrive una poesia d’amore o erotica, oggi, dovrebbe davvero porsi la domanda di cui sopra.

    Qui non c’entra l’esperienza strettamente biografica e privata quanto la “forma” pubblica e sociale scelta per esprimerla. In breve: io ho cercato di usare una forma che mi permettesse di mettere in luce, tra le altre cose, il tasso di agressività che, in quanto maschietto, la mia controparte femminile mi ha suscitato. Ho messo in scena, in altri termini, il desiderio di dominio assoluto che puo’ emergere nel corso di un legame amoroso. E questo implica rendere “visibile” sia il proprio dna biologico o libidico (aggressività in qualche modo “pre-culturale”), sia il mio dna culturale (patriarcale, fallocratico o che dir si voglia). Ma questa è una riflessione retrospettiva, ovviamente. Il punto di partenza era comunque: non voglio scrivere dell’amore né in termini troppo eufemistici, né in termini di esaltazione dell’io che ama, né in termini di nobilitazione dell’io che è amato, né tantomeno in termini “postcoitali” e crepuscolari. Abbiamo un’eredità letteraria che è un macigno, da questo punto di vista. E io ho tentato, con i miei mezzi “claudicanti”, di aggirarla.

    E quindi mi sembra pertinente parlare di poetesse che, come la Duffy, si sono poste lo stesso problema: come aggirare una certà eredità di forme e figure. Il discorso sarebbe poi molto interessante se si spostasse sul panorama italiano attuale. In ogni caso, vi ringrazio Emma e Gina per aver animato con il vostro stile e ingegno questo spazio di commenti, inondandolo di “ingestibili” e appassionanti problematiche. E’ come se le vostre voci facessero ora coro con questi quattro testi solitari.

  16. gina il 22 febbraio 2005 alle 13:07

    Riflessioni e domande e spaesamenti che mi hanno fatto venire in mente l’introduzione all’antologia dalla quale ho preso la poesia di Duffy, curata da Giovanna Sensi e Andrea Sirotti (Man/uomini, ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea, le lettere 2004) . La riporto in frammenti “…E’ un fatto che la donna che scrive poesia, oggi, tende a essere più “sociale” più concreta del suo corrispettivo maschile. Sembra disposta più degli uomini a veicolare la complessità del proprio vissuto nei versi che compone.
    E’ in grado di prendere sul serio sia la propria vita che la propria poesia, e le due cose appaiono spesso indissolubilmente legate. Forse può farlo oggi perchè, grazie a decenni di lotte e conquiste del movimento femminista, è più libera, meno condizionata dalla tradizione che ha sempre relegato la donna al ruolo di musa e ne ha determinato gli stereotipi della rappresentazione poetica da parte dei poeti maschi, detentori del potere letterario dallo stilnovismo in poi. Corporeità e relazionalità sembrano essere i poli essenziali della poesia delle donne. Soprattutto, si potrebbe aggiungere, quando sono gli uomini gli oggetti e le fonti di ispirazione. Il naturale obiettivo della woman poet , quindi non è tanto l’Uomo come ideale astratto, come archetipo di gender, quanto piuttosto tutti quegli uomini “reali”, quotidiani e in carne e ossa che le vivono accanto: figli, padri ,amanti, mariti, fratelli. E’ il mondo personale e privato che, nelle sue infinite variabili, assume caratteri di universalità, di esemplarità perchè le donne sembrano avere la grande capacità di abitare quasi fisicamente lo scorrere del tempo e della storia, considerata nella doppia accezione di Storia dell’Umanità e di storia quotidiana nelle loro vite o di quelle delle generazioni precedenti o successive. …. Vorremmo concludere questa presentazione con una precisazione che ci sembra doverosa. Nonostante raccolga poesie scritte da donne (…) questa non vuole essere un’antologia di poesia “femminista”, connotazione che troviamo riduttiva e che non vorremmo venisse riferita a nessuna delle poetesse qui rappresentate. Neppure si intende essere poesia “al femminile” etichetta se si vuole ancora più negativa con quell’associazione di ghettizzante domesticità e intimismo che inevitabilmente porta con sé. Al contrario, ci sembra che l’antologia si possa leggere innanzi tutto come testimonianza di quella poesia genuinamente “popolare” tipica della cultura letteraria anglosassone e che appartiene indifferentemente a uomini e donne. “Popolare” in quanto contrapposta allo spirito paludato e accademico che va ancora per la maggiore in italia. Poesia spesso alta, ma non per questo inaccessibile: poesia vera che stabilisce un nesso vero con la vita; poesia che- tra l’altro- “vende bene”, come attestano – per fare solo due esempi tra le donne- Wendy Cope e Carol Ann Duffy. Poesia che vende anche perché divertente, frutto di quel “grand elementary principle of pleasure” enunciato dal romantico William Wordsworth nella sua prefazione alle lyrical ballads e più recentemente invocato da quel grande poeta contemporaneo che fu Philip Larkin”…

  17. emma il 22 febbraio 2005 alle 22:43

    Ho anche io questa antologia.
    Trovo interessante l’introduzione, ma non la trovo coerente.
    Sensi e Sirotti sostengono che non si può definire “femminista” o “femminile” questa poesia, perché ciò sarebbe riduttivo (vale per il “femminista”) o ghettizzante (vale per il “femminile”).
    Poi però (anzi prima) si avventurano nelle solite generalizzazioni, che non sono affatto esenti dal pericolo della ghettizzazione o del riduzionismo. Dunque la poesia delle donne sarebbe più “sociale” di quella degli uomini, “meno condizionata dalla tradizione”, connotata dai poli “essenziali” della corporeità e della relazionalità…
    Il rischio insomma è quello di sostituire uno stereotipo con un altro, relegando in ogni caso le donne poeta a trattare temi particolari, circoscritti.
    A me invece piacerebbe che la poesia delle donne si occupasse – e con autorevolezza – “anche” di argomenti da sempre “maschili” (la poesia civile, la poesia “filosofica”…) (ma di davvero autorevole in questo senso trovo la Szymborska, non le angloamericane).
    Riguardo al “popolare”: sì, questo è forse il punto più significativo, anche perché è il più lontano dalla realtà italiana. In Italia una poesia in grado di “vendere” è inimmaginabile.

  18. gina il 23 febbraio 2005 alle 10:14

    E se provassimo anche solo per un momento a liberare il discorso sui corpi e sulla relazionalità dall’essenzialismo, che metti tra virgolette, in quanto, immagino, tipico di una certa tradizione femminista? Credo si possa fare. Il corpo , ad esempio, è una costruzione culturale complessa e mutevole. La relazione, il rapporto con l’Altro ad esempio, sono il fondamento stesso della vita, e della socialità. Così come scienza, filosofia economia religione psicologia e sociologia e antropologia sono biosaperi variabili, che determinano e rafforzano biopolitiche e biopoteri. Queste cose le sappiamo anche grazie al femminismo. Quindi. un discorso popolare (nel senso di non accademico) che si riappropri dei mattoncini base, che parta dal basso, dalla vile materia, quindi anche e perchè no da succhiotti e cazzotti lividi e cacca sui pampers è un discorso politico. Almeno in potenza. Che non sia il solo, non ci piove. Che possa essere anche mal fatto e mal condotto è un dato di fatto, tra l’altro soggettivo:).

  19. emma il 23 febbraio 2005 alle 12:23

    Scusa Gina, “essenziali” l’ho messo tra parentesi semplicemente perché è il termine (dunque il concetto) a cui ricorrono Sensi e Sirotti.
    Sul resto posso concordare, in particolare sul “che non sia il solo, non ci piove” :-)



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