I dolori riproduttivi

20 febbraio 2005
Pubblicato da

di Giovanni Martini

Amarofollia.jpgGianni Ciancola era un pessimo scrittore. Idee ne aveva, ma non riusciva a organizzarle. Potenzialmente era meglio di Hemingway, ma al mondo di scrittori potenziali ce n’erano già troppi. Era meglio essere modesti, ma pubblicare qualcosa. Agganciò il telefono. Era occupato. Con Barbara era finita da una settimana. Troppa gelosia. Ogni tanto Ciancola spiava lei dalla macchina, accucciato sul sedile sotto le finestre. Le donne non gli piacevano, specie quando tenevano occupato il telefono.

Raggiunse l’angolo cottura, versò un dito di Coca Cola nel bicchiere, e poi sistemò la bottiglia nel frigo. Rimase a pensare. Dal lavandino sollevò una bottiglia di detersivo liquido, e ne versò un dito insieme alla Coca. Poi rimise a posto anche il detersivo. Si guardò intorno. Raggiunse la finestra, e facendo scorrere il bicchiere sul davanzale recuperò dello sterco di piccione. Poi aprì la patta e orinò nel bicchiere. Tirò giù i calzoni e liberò uno stronzetto. Anche quello finì dentro. Con un gesto repentino catturò poi un grillo afferrandolo per le zampette posteriori, accese il frullatore, aggiunse del disinfettante per il water, e azionò la manopola. Tre minuti più tardi versò il contenuto nel bicchiere. Infine sbriciolò anche i fondi del caffè, e mischiò tutto con il manico di un coltello.
Erano le 21 e 05. Tappò il naso e bevve. Sul viso non apparvero espressioni particolari, se non un leggero accento sentimentale. La morte gli piaceva. Non disturbava come la vita. La vita era insopportabile. Troppe donne. Tutte possibili. Forse da morto ne avrebbe potuta avere qualcuna in più, senza concorrenti. Scosse le spalle e andò a sdraiarsi sul letto. Beh, forse c’erano dei modi più dignitosi per farla finita. Hemingway si era sparato col fucile dentro la bocca, Virginia Woolf riempiendosi di sassi le tasche era affogata nel fiume, Jack London s’era annegato trattenendo il respiro. Anche Ippolito Nievo era morto affogato.
Ciancola attese dieci minuti. Niente. Nemmeno una fitta. La vita era uno strazio. Sempre contro tutto. Faticavi per avere una donna, e la vera fatica arrivava dopo. Tenersela. Ciancola non era in grado di dimostrarsi superiore. Alitò sulla mano, trattenendola a tavoletta davanti al naso. Venne un odore orribile.
Cambiò posizione e si aggiustò di fianco in direzione dell’armadio. Si osservò nello specchio sull’anta. Più che altro odiava gli uomini, ripensò fissandosi, molto più che le donne. Li vedeva sempre meglio di lui. Il problema era che Ciancola si sentiva meglio di tutti. Ma ormai era finita.
Alle 21 e 25 suonò il telefono. Lasciò che andasse. Ci furono 8, 9, 10 squilli. Forse era Barbara, pensò poi. Ebbe un’erezione. Beh, una scopata andava bene, anche senza amore. Senza amore andava bene tutto, se c’era qualcos’altro per non rimanere soli, andava bene anche quello. Si alzò e raggiunse la cornetta.
“Orcodio!” venne dall’altra parte. “Ciancola, pettinati il ciuffo, si va a chiavare, orcodio!”
“Angelo, mi dispiace. Ma non è il momento”.
“Ok Ciancola, orcodio, buona notte alla fregna. Orcodio!”
Angelo era un pazzo. Forse andava bene.
“Aspetta Angelo” Ciancola disse. “Ok. Vengo”.
“A Piazza Trilussa alle 11, orcodio!”
Mise giù. Certo c’era di meglio in circolazione, gente migliore senza dubbio. Ma non il 15 agosto. Così lavò i denti, sciacquò le ascelle, le deodorò con lo spray Brut, infilò la camicia pulita, e poi imboccò le scale.

Ciancola abitava a Trastevere da circa tre mesi. L’aveva fatto per darsi un tono, lo sapeva benissimo. Gli piaceva passeggiare nelle stradine e ascoltare dalle finestre qualche accordo di chitarra, da un’altra finestra qualche donna che declamava Shakespeare seduta sulla lavatrice in cucina. Beh, c’era di peggio in circolazione. Trastevere non era poi così male.
“La mia fica è un ragno morto di stanchezza!” sentì alle spalle oltrepassando il vicolo del Cedro. Una donna di circa settant’anni, con labbra lucide marroni, si affacciò dal primo piano. Iniziò a scuotere le inferriate dall’interno. “Dio non mi lecca più la fica!” urlò verso Ciancola. “La mia fica è morta!”
Ciancola annuì, proseguendo. Irma, era una poetessa. Nessuno leggeva le sue poesie perché valevano poco. Erano per trequarti incomprensibili, il resto era molto noioso. Però quello che diceva non era male, Ciancola pensò. Ma purtroppo non lo metteva nelle poesie. Fermò dal tabaccaio e comprò un pacchetto di Milde Sorte, Minerva, e un sigarillo sfuso da 700 lire. Pagò e uscì.

Piazza Trilussa era solo schizzi d’acqua trasparenti sotto i lampioni gialli della sera, e fruscio degli schizzi ad arco che scendevano giù nelle vasche. Era il 15 agosto. Ciancola posò la schiena bassa sul pilone arancio luminoso, al confine dell’isola spartitraffico sotto la gradinata della fontana, e aspettò.
Niente Angelo, non arrivava. Giunsero le 11 e 25. Un uomo sulla quarantina oltrepassò ponte Sisto con un cartello sottobraccio, attraversò la strada, e fermò nel centro della piazza. Alzò il cartello per aria distendendo le braccia.
Ciancola strizzò gli occhi e lesse.
“LE MOGLI NON SBORANO E NON HANNO DOLORI RIPRODUTTIVI ! I0 NON SBORO DA 15 ANNI E STO PER MORIRE ! DATEMI LA PENSIONE DA INVALIDO ! AIUTATEMI ! FORSE HO IL CANCRO !”
Ciancola gli diede mille lire. L’uomo ringraziò. “Grazie amico, ti auguro una bella vita”.
“Non credo” Ciancola ammise. “Perché dipende da me”.
“Domani io sarò morto, amico. Un teschio senza orecchie. Domani non mi riconoscerai più amico, grazie dell’offerta”.
“Ci vediamo domani” Ciancola salutò.
La vita era troppo faticosa. Ogni millimetro era una stilla di sangue. Non ce l’avrebbe mai fatta. Prima o poi avrebbe fatto una sciocchezza. Accese una Milde Sorte e diede una boccata. Se ne leggeva, di gente che mollava. Era gente coraggiosa.
Niente Angelo, nemmeno lui. Ciancola cominciò a passeggiare su lungotevere, al di qua della sponda del fiume. Era quasi mezzanotte. Un turista gli offrì una cartina di Roma, gli chiese dov’era la chiesa di Santa Maria in Trastevere. Ciancola l’indirizzò, poi riprese a camminare su lungotevere. Sentiva la mancanza anche di Angelo, adesso. Era una condanna. Sentivi la mancanza anche dei pazzi, se solo ti chiamavano per telefono. Andò a sedere sul bordo del marciapiede, e ancora attese.

Poco dopo una macchina parcheggiò lì, sulla piazza. Ciancola scrutò dentro l’abitacolo, al di là del cristallo del parabrezza. Niente. Niente Angelo. Erano occhi e labbra e lingue.
“Ti amo, ooohhh sììì…”
“Baciami sotto la lingua. Oohh… così !”
Erano lingue, labbra, e la macchina accanto al ponte.
“Non mi lasciare, ho tanta paura di essere abbandonato…”
“Ooohh nooo, ti amo, ti amo, nooo…”
“Voglio un figlio, voglio un figlio biondo!”
“Tre, quattro, cinque figli, rossi, gialli, azzurri… aspetta” poi il ragazzo disse, scostando le labbra da lei. Si voltò verso Ciancola. “Andiamo via, c’è un guardone!”
“Dov’è? Gesù! un guardone?”
La ragazza rizzò la schiena, sul sedile.
“Che schifo!” aggiunse tirando su il finestrino. “Guarda che occhi lascivi, oohh… dev’essere un maniaco!” Misero in moto e se ne andarono. Ciancola sfilò il sigarillo dal taschino della camicia, e lo fece rotolare fra l’indice e il pollice. Ora la strada era deserta. In fondo era facile, pensò. Era facile. Per essere normali bastava ammorbidirsi un po’, lasciarsi andare, e aspettare qualcosa di buono. Ma le cose facili erano le più difficili, e una volta fatte sembravano stupide. Non c’era gusto. Ciancola accese il sigarillo, l’alzò nell’aria, e osservò la cenere andarsene col vento.
Niente Angelo, era solo vento e luci basse sul corso. Il campanile batté un tocco silenzioso nell’aria. L’una spaccata. Significavano altre 24 ore passate da solo, forse era la diciannovesima volta quell’estate, in un mese e mezzo scarso. Un brutto segno. La bevanda cominciò a tornargli su per l’esofago. Più che altro la merda di piccione. Era acidula. Per una donna, beh, per una donna aveva bevuto anche il suo piscio. E un grillo morto. Piano Ciancola, si disse. Stai attento, non superi i 40 così. Poi da sotto un platano del viale, Ciancola sentì una voce.
“Dov’è la mamma?” Si voltò. Riconobbe la vecchietta che sedeva sulla seggiolina tutto il giorno, si chiamava Ester. Sceglieva un punto preciso della piazza o del viale, sistemava la seggiolina sotto un albero contro il fusto, e passava la serata a bere sorsi d’acqua da una bottiglia. Aveva il naso adunco, ma era carina e piccola.
“Per caso ha visto la mia mamma, signore?” la vecchietta chiese poggiando la bottiglia d’acqua accanto alla seggiolina dopo aver dato un sorso breve. “Eh signore ? Dove sarà la mia mamma?” Ciancola non rispose. Guardò a destra e a sinistra per vedere se Angelo arrivava, ma Angelo non arrivava. Così raggiunse il bar su via della Lungara. Entrò, comprò un tramezzino al tonno e pomodoro, lo aprì, ci sputò dentro, e lo portò alla vecchietta.
La vecchietta iniziò a mangiare il tramezzino. “La mamma mi ha lasciata sola!” urlò lei masticando. “Perché mi fai piangere, mammina? io sono piccola!”
“Anche io” Ciancola disse avviandosi verso casa. Era il 15 agosto. In giro non c’era granché.

6 Responses to I dolori riproduttivi

  1. manuela ardingo il 20 febbraio 2005 alle 17:00

    ho sofferto insieme a gianni ciancola, tutto il tempo. con quegli occhi freddi da narratore esterno che da un po’ uso per guardare cosa mi tocca bere. e allora forse ho sofferto con te, giovanni martini. io ho provato compassione. nel vero senso della parola, come si usa specificare. potrei aggiungere di simbolici suicidi, di volatili pazzie o di tutti i bilichi maliziosamente sfiorati. ma hai già scritto tutto tu, perciò grazie.

  2. Massimiliano Governi il 21 febbraio 2005 alle 13:32

    Giovanni Martini con questo racconto scende per parecchi gradini giù nelle anime degli uomini, e dei derelitti.

  3. Mario Bianco il 22 febbraio 2005 alle 16:13

    Le vicende di questo racconto, come altri su soggetti psicopatologici strambi, mi possono interessare e questo vagolare notturno anche piacere, però trovo che il linguaggio è comune, troppo piano o piatto e non tira su il tono della storia.
    Pare passato tra le mani di un editor tanto pulitino che vuol che tutti capiscano, anche la sora Nena.

    Tanto per fare un paragone:
    ho letto tempo fa due racconti di Giordano Tedoldi, ambedue su soggetti bislacchi o borderline, e mi sono piaciuti molto anche e proprio per lo stile, più ricco e approfondito.

    N.B: Non sono amico di Tedoldi, mai visto e conosciuto se non sul web.

  4. Nico il 22 febbraio 2005 alle 21:26

    Certo, anche Bukowski aveva un linguaggio comune…

  5. Giovanni il 22 febbraio 2005 alle 22:28

    Gentile Mario, ho perfettamente colto l’impressione che hai avuto leggendo il racconto – più precisamente l’appunto riguardante lo stile. In realtà (per fortuna) non sono più tanto giovane, cosicché posso informarti che il linguaggio comune, piano e piatto – è qualcosa di espressamente ricercato sul piano della sperimentazione. Da quindici anni lavoro sulla meccanica verbale, per così dire, e questo ( il racconto )è un risultato delle mie ricerche. Potrà sembrare strano, ma è così. Non è facile descrivere il nulla con parole e concetti verticali, a meno che ci si assimili ad un progetto filosofico. L’orizzontalità della stesura è un elemento funzionale imprescindibile per l’ottenimento. In poche parole, o così o nulla. E un nulla non crea un nulla.
    Ciao e buone cose.
    Giovanni.

  6. Mario Bianco il 22 febbraio 2005 alle 23:30

    E’ questione di gusto, Giovanni, gusto, una cosa che viene pure dal palato, dalla lingua e dalle orecchie.
    Il racconto su di me avrebbe avuto presa e penetrazione maggiore con un altro linguaggio più incisivo, preciso, sottile.
    E non è questione di sperimentazione personale che può essere serissima e motivata: é questione di sensi e ragionamenti, miei, solo miei.
    Opinioni, cioè.
    La mia non è una critica è una opinione.



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