In ricordo di Sivori

20 febbraio 2005
Pubblicato da

di Dario Voltolini

sivori.jpg Omar Enrique

Alle ore 11 il Papa ricevette in Vaticano il Cardinal Wyszynski. Chissà quanto si sarà trattenuto dal Papa, chissà di cosa avranno parlato. Chissà se alle 12.40 il Cardinal Wyszynski si trovava ancora a colloquio con il Papa.

Il giorno precedente, il 12 di giugno, da un aereo scese e toccò il nostro suolo un ragazzo argentino. Un altro aereo, il 13 di giugno, atterrando a Vienna sobbalzò e il Cancelliere Adenauer che vi era a bordo si ferì alla testa. Il ragazzo argentino toccò presumibilmente il suolo italiano con i piedi. Questo, che sembra un fatto banale, non lo è per niente: toccare il nostro suolo con i piedi era precisamente ciò per cui era venuto in Italia. Il suo lavoro. Il Cancelliere Adenauer, invece, il suo mestiere dovette farlo spesso con la testa, ecco perché ci fu una certa apprensione. Fu Cancelliere fino al sessantatré.

Tutti i lavori di un uomo richiedono la partecipazione della sua testa, quando non è così bisogna stare all’erta e non fidarsi. Il ragazzo argentino aveva una testa molto funzionante, bizzosa anche, ma soprattutto aveva due piedi con i quali poteva permettersi cose che i suoi colleghi si sognavano.

Una testa che facesse il lavoro di una testa, in quell’ambiente, gli venne comunque affiancata. Si trovava in cima al corpo di un gallese estremamente robusto di costituzione. Se questo gallese fosse stato al posto di Adenauer, sarebbe stato l’aereo ad ammaccarsi.

In quei giorni il maltempo non dava tregua e alluvioni distrussero quanto era in loro potere di distruggere. Il Presidente Gronchi incaricò il Senatore Merzagora di sondare gli umori politici in vista della necessità di formare un nuovo Governo. Tre giorni dopo Merzagora prende atto che non se ne può fare niente. Spunta il nome di Fanfani. La figlia di Merzagora, Nicoletta, il 20 giugno sposerà Renzo. Magari questo fatto avrà intenerito papà Merzagora sollevandolo, distraendolo dai giochi complicatissimi di questo piccolo Paese.

Neppure Fanfani riuscì a comporre una qualche specie di compagine governativa. Gronchi allora pensò di non accettare le dimissioni di colui che prima Merzagora, poi Fanfani, avrebbero dovuto sostituire. Stabilità politica alle stelle; d’altra parte, impegnati come erano a salvare il Paese dall’inondazione, dall’alluvione, dalla massa d’acqua e fango che portava via tutto, tutto quello che incontrava e poi si adagiava su ciò che ne era rimasto coprendolo come con la volontà di soffocarlo e tenerlo giù al tappeto finché non avesse urlato “cedo! cedo!”, impegnati come dovettero essere, soprattutto a evitare che simili catastrofi avessero ancora a funestare il Paese in futuro, possiamo rimproverarli di qualcosa?

Non tutti i campi erano allagati. In uno di questi campi alle 12.40 del 13 di giugno del 1957 il ragazzo argentino, che sui giornali vedeva italianizzato il suo nome in Enrico, cominciò a lavorare per i nuovi padroni. A Omar Enrique era stato dato da indossare un paio di scarpe di una misura più piccole. Un altro argentino che aveva giocato in quella squadra portava il 39 e 1/2. Si chiamava Renato Cesarini e il 13 dicembre del 1931 aveva segnato un gol immediatamente prima che l’incontro terminasse, legando così il suo nome a quei finali di partita in cui il risultato della gara appare ormai definitivo, a meno, appunto, di un gol segnato in “zona Cesarini”.

Con un ragionamento lucido e astuto, chi consegnò le scarpe a Omar Enrique Sivori stabiliva il principio che, essendo tutti gli argentini uguali, tali erano anche i loro piedi. Omar giocò solo 23 minuti, con le dita dei piedi rattrappite e con la stanchezza del volo ancora addosso. Il gallese che gli misero al fianco sbagliò un rigore. Faceva John di nome e Charles di cognome. I rigori non si tirano di testa.

In quell’anno venne stabilito che il transatlantico da costruirsi in sostituzione dell’Andrea Doria si sarebbe chiamato “Leonardo da Vinci”. La spesa prevista era di circa venti miliardi. Di allora, naturalmente. Va riconosciuta all’idea di rispondere all’alluvione con un transatlantico una sua grandezza tutta italiana. Una “una tantum” chiudeva nel frattempo una vertenza di un anno in seno alla Olivetti di Ivrea. Quindicimila lire. Ci sarebbero state poi anche dieci lire all’ora di aumento, visibili in busta paga a partire dal primo di settembre. Una settimana dopo Omar Sivori esordiva nel nostro Campionato di Calcio. In quel Campionato, che fu vinto dalla squadra in cui loro giocavano, vestiti come fossero zebre segnarono ventidue reti lui e ventotto Charles. Erano molto diversi, quei due. Così tanto che alcuni giornalisti sportivi, nel periodo che precedette l’inizio delle competizioni ufficiali, improvvisandosi hegelokantiani e trinitaristi credettero d’intuire nel loro compagno di squadra Boniperti un terzo elemento mistico e sintetico coagulante i due e lui medesimo in una specie di triade spiritosanta. Il 26 agosto, un lunedì, in trasferta contro il Biella per una gara d’allenamento, si distinse Nicolé (due gol, franche rincorse, eccetera). Sivori barocco stupiva il mondo con costruzioni raffinate che rallentavano l’azione. In gergo, faceva il Venezia.

Ma quel ragazzo argentino stupiva il mondo anche senza fare il Venezia, segnando gol quantistici da sdraiato, oppure col culo nel fango deviando al volo con lo scatto d’aspide di una delle sue gambette il pallone nell’incrocio tra palo e traversa, quelle gambette da cui scendevano come colando i calzettoni sulle caviglie lasciando nudi gli stinchi, prede di urti e traumi, anzi incitando l’avversario a colpirli, però quando il pallone cadeva nelle loro orbite, le scarpe diventavano calamite, scarpe finalmente del numero giusto grazie a Chissotti che da trentadue anni risolveva quel tipo di problemi con le calzature. E la sfera diventava un pianeta e impazziva tra le sue gambe che giocando con lei esprimevano antiche cose meravigliose. Non bisognava guardarla, mentre roteava in modo mai visto, perché ipnotizzava e ci si risvegliava solo quando Sivori barocco e beffardo te la faceva scivolare tra le tue di gambe prendendoti in giro e tu, suo avversario, anzi tutti voi suoi avversari diventavate aste portabandiera per il suo slalom di sciatore in pianura. Sivori barocco e beffardo e incantatore di serpenti girovagava tra voi con la palla incollata al piede oppure palleggiava accarezzando quell’oggetto agonistico con quelle scarpe che Chissotti stesso non riconosceva più perché erano diventate guanti e palleggiava anche tutta la notte, se solo l’avesse voluto, e all’alba di controbalzo con negligenza l’avrebbe colpita con un tocco lieve facendola volare e mentre ancora volava se ne sarebbe andato. Nessuno tranne lui avrebbe resisitito alla tentazione di osservare il pallone da sé calciato fino al termine della sua traiettoria. Ma Sivori stava già facendo altro e il pallone volava e piano cominciava a scendere e poi si infilava in un cestino che nessuno aveva notato, laggiù in fondo al campo non alluvionato. In quel momento forse Sivori stava staccando un assegno, chi lo sa? Qualcosa che non c’entra niente, da un’altra parte. Magari tornava a casa, per una via scura della città vecchia. C’è gente per la strada. Un fanale giallo si specchia in qualche pozzanghera, sfuma il turchino in un azzurro tutto stelle.

Saba l’avrebbe forse amato, quel ragazzo argentino. Ma morì senza poterne vedere le fughe barocche tra le statue avvilite e stizzite degli avversari. Morì il 25 agosto del 1957, la domenica precedente l’incontro amichevole con il Biella, vinto dalla Juventus per cinque a zero. Oltre a Nicolé e a Charles segnò anche Stivanello.

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da “Forme d’onda“, Feltrinelli 1996

8 Responses to In ricordo di Sivori

  1. Basso Profilo il 21 febbraio 2005 alle 10:06

    Come facevi, nel lontano 1996, a prevedere che prima o poi Sivori sarebbe morto?

  2. Alto Profilo il 21 febbraio 2005 alle 15:07

    Tutti moriremo prima o poi… non è che ci voglia un grande intuito!

  3. Basso Profilo il 21 febbraio 2005 alle 15:22

    Insomma non avevi colto l’ironia. Ti ci vorrebbe un po’ più di intuito:-/

  4. Elio Paoloni il 21 febbraio 2005 alle 15:33

    Magnifico. Sembrano vissuti questi momenti. Ma non ci siamo con le date, o sbaglio?

  5. Franz Krauspenhaar il 21 febbraio 2005 alle 17:30

    Grande Cabezon. Mi ricordo quando faceva il commentatore alla Domenica Sportiva di Sandro Ciotti. Esordiva sempre così: “Buonasera Sandro, buonasera a tuti”. E una volta disse: “Io te digo Sandro che Omar Batistuta non vale una meza gamba de Derticya”. Derticya era uno dei tanti brocchi argentini passati dalle nostre parti, Batistuta sarebbe diventato di lì a poco un grandissimo campione. Anche Sivori sbagliava, insomma. Ma, come hanno ricordato le Gazzette in questi giorni, su Maradona aveva visto giusto: “Io te digo che Maradona è tropo buono”, disse di lui. E infatti. Dieguito era troppo buono e per questo troppa gente si approfittò di lui, non solo a Napoli. A me Sivori ha sempre fatto simpatia anche perchè non faceva nulla per rendersi simpatico. Bello il racconto di Dario.

  6. gianni biondillo il 21 febbraio 2005 alle 18:05

    Adoravo i suoi calzettoni sulle caviglie. Così poco “stile Juventus”. Un ragazzaccio.

  7. Franz Krauspenhaar il 21 febbraio 2005 alle 22:48

    Infatti con la Juve, dopo aver fatto battere il corazon all’Avvocato, si lasciò a calci in faccia. Anni dopo tornò dalla Signora e fece l’osservatore alla grande. Ma aveva smesso da un bel pezzo di tirare -giustamente- delle belle gomitate ai difensori avversari.

  8. Roberto Saviano il 22 febbraio 2005 alle 19:14

    Addio Omar, a Napoli uno striscione lo ricorda così come l’aveva accolto “Vir’ omar quanto è bello!!” giocando sul doppio senso o’mar e omar. Prima di Maradona quando un ragazzino tentava di scartarsi tutta la difesa prima di andare in gol si diceva “ma chi ti credi di essere Sivori?”.



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